Leviàna (racconto in due parti)

ritratto di voceperduta

 

 

 

SECONDA PARTE: IL QUADRILATERO

 

La sola zona della città che era stata risparmiata da flussi elettromagnetici era il quadrilatero. Gli ingegneri sostenevano che l'interferenza causata dai moti sismici rilevati nel nucleo dell'area aveva generato un campo di resistenza che contrastava con gli impulsi fotoelettrici. Era diventata una meta silenziosa e disimpegnata, in cui le panchine rappresentavano l'ideale di un'esistenza libera dalle sorveglianze quotidiane.

Tuttavia, ai quattro angoli erano stati applicati dei contagiri meccanici per misurare il tempo di permanenza di ogni cittadino; non più di un'ora al giorno, accompagnata dal rischio di potere incorrere in una specifica multa.

Eveline aveva raccolto i suoi pensieri in un annuario che conteneva le immagini del suo ultimo anno di liceo.

«Appena ho visto la camera vuota, ho pensato subito di ucciderlo. Ma che senso avrebbe avuto? Per anni l'ho tenuto in vita, piangendo per la paura di non potere esaudire la mia vendetta. E adesso? Riuscirò a fingermi innamorata di lui?».

Era passata più di un'ora, quando alle sue spalle percepì dei passi strisciati e insistenti.

«Eveline...». La voce di Gerione era rigonfia di rinfrancante stupore.

La donna si voltò indietro, facendogli segno di avvicinarsi a lei.

«Che posto è questo? Ho paura di essermi dimenticato di tutto, tranne di te...».

Lui la guardò smaniosamente, addossando le braccia intorno al suo collo.

«Come sei riuscita a mantenermi in vita?».

Eveline gli confidò che si era rivolta ad alcuni membri di una fondazione di ricerca.

«Non hai fatto il mio nome, vero?».

Lo rassicurò, preoccupandosi di sembrare vigile e impassibile.

«Quando l'automa ha stabilito quel punteggio, avrei preferito che mi uccidessero, piuttosto che perdere te e il lavoro», insistette Gerione, «fortunatamente i miei contatti alla Flood Apple si sono rivelati utili. Ti hanno fatto mancare qualcosa?».

Eveline ammise di no con la testa, mentre osservava gli individui fermi sulle circostanti panchine.

«La polizia sapeva di noi, questo è certo. Resta solo da capire chi sia stato a informarla che mi trovavo in hotel, quel giorno...».

Avvertito il pericolo, Eveline si sporse per accordargli un bacio smisurato.

«Ho ritrovato queste in un cassetto. Avresti fatto meglio a non lasciarle lì».

Erano le pagine ingiallite in cui la ragazza aveva rivelato i particolari di quel rapporto umiliante e morboso.

«Sarei un abile mostro che ti maltratta?».

L'espressione di Gerione lasciava spazio a una indignata crudeltà.

«Dovevo farti ingoiare quelle pillole, non lasciarti scappare...».

«Scusatemi», s'affrettò l'ispettore alla vigilanza urbana, «ma ci sono altri cittadini che aspettano. Dovreste lasciare la panchina».

Otto passi. Una corsa irrefrenabile che portò Eveline fuori dal quadrilatero.

«Signore, può togliersi gli occhiali, per favore?».

Gerione venne accerchiato dagli agenti dell'unità Aggressioni e Sequestri.

L'identikit biometrico corrispondeva alle singolarità corporali dell'uomo.

«Esca fuori dal quadrilatero. Vada verso il savioandroide rimasto in quel cerchio.

Se prova a fuggire, gli agenti le spareranno».

Avanzò come un prigioniero che si era soltanto affacciato a domandarsi come era fatto il mondo.

                                                                       *

Eveline vagò inquieta per il distretto delle Illusioni Parallele.

Aveva ottenuto la sua vendetta, obbedito a quello che era diventato lo scopo della sua vita.

Ma si era dimenticata di se stessa. Rilesse quelle pagine strappate vent'anni prima dal suo diario, e rielaborò alcuni momenti nella sua mente. La data in cui Gerione le impose di abbandonare la scuola, le impulsive reazioni con i suoi genitori. Il sesso intollerabile in quella camera d'albergo, il lavoro come addetta alle pulizie per essere sempre a sua giornaliera disposizione. La telefonata anonima alla polizia. Passeggiava come se quella ragazza avesse smesso di vivere. Un savioandroide le comunicò l'inizio del periodo di raccolta differenziata.

Eveline depose l'annuario e le pagine ormai consumate, insieme a una fotografia di un'alunna e del suo professore che la riaccompagna a casa. Da uno schermo girevole, Leviàna trasmetteva le immagini dei nuovi umani nati quel giorno. Il chip sotto la pelle di Eveline cominciò a emettere onde di adesione. Applicò il visore sul volto, interagendo con la visione di una tavola quadrata che accoglieva i membri di una premurosa famiglia.

 

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ritratto di Alex1951

leviana



ciao

voceperduta

il racconto mi piace

mi ricorda blade runner di Ridley Scott 1982,peccato la brevità

5 stelle perchè le storie hanno un tempo di svolgimento sotto il quale diventano storielle

Alessandro

ritratto di voceperduta

Ciao Alessandro

Grazie per l'apprezzamento. Ho voluto, nell'ottica di un racconto breve, accentuare i momenti più significativi per la comprensione della storia. Molti elementi li ho ritenuti già esaurienti, avvalorati dal contesto fantascientifico, senza chiarire ulteriormente la loro presenza all'interno del racconto. Confesso che le atmosfere (soprattutto la colonna sonora) di Blade Runner mi hanno influenzato nella determinazione degli scenari. Ciao,a rileggerci, Francesco.

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Francesco*

 
Una storia che si articola in un futuro distopico, scritta con uno stile gradevole e forse troppo breve per articolarsi correttamente. Per questo motivo, credo, questa seconda parte non dissolve completamente i dubbi della prima e molte cose restano (per me) fumose, ma si percepisce comunque un'atmosfera cupa e triste, una malinconia che arriva al lettore e che non lascia del tutto indifferenti.
 
 
ritratto di voceperduta

Ciao Tony

Come evidenziato nel commento precedente, il racconto breve impone, in un certo senso, la selezione di determinati eventi utili allo sviluppo dominante della storia, sottintendendone inevitabilmente altri. Mi sbilancio a dire che, probabilmente, quelli che a una prima lettura sembrano elementi poco comprensibili (poniamo il caso: gli occhiali da sole e il biglietto. I primi evidentemente sono necessari a Gerione, la cui vista non è ancora pronta per esporsi ai raggi del sole; il biglietto è l'escamotage con cui la ragazza lo fa cadere nella trappola...) vanno sempre rapportati al senso espresso dalle vicende, nonché alle caratteristiche sottolineate nei personaggi. Riguardo alla malinconia finale, be', è un sentimento condivisibile che pone degli interrogativi; fino a che punto il predominio delle tecnologie è un aspetto illusorio della realtà, se essa (e gli uomini, di conseguenza) divengono motivo di dolore e di angoscia senza sbocchi? Se un sistema all'avanguardia fosse capace di offrire un'idea su come la felicità di ognuno potrebbe essere, rappresenterebbe un male per l'intera società?

Grazie per la gradita lettura. A rileggerci, Francesco.