Il Maelström

ritratto di 90Peppe90

Dimenticare il dolore era impossibile.
Lenirlo, medicando le ferite, sì, lo si poteva anche fare.
Ma dimenticarlo era ben altro paio di maniche. Il dolore stava sempre lì, ad alitare – con il suo fiato pestilenziale e stantio – sull’anima e a tormentare ogni pensiero. Pronto a venire fuori, accompagnato dai ricordi, evocati da qualsiasi cosa: un suono, una parola, un’immagine, un odore, un sogno. La lista era piuttosto lunga e variegata e solo il tentativo di ripristinare e rivivere le emozioni positive legate ai ricordi riusciva ad ergersi come diga protettiva contro l’assalto letale del dolore. I colpi alla diga si facevano sentire, eccome se si facevano sentire, ma quantomeno impedivano al dolore di scavalcare la barriera e prendere possesso dell’anima, avvelenandola e riducendone il proprietario a quel rifiuto dell’umanità al quale si era avvicinato così pericolosamente, sei mesi prima.
Nicola aveva conosciuto Marijne in uno dei suoi viaggi giovanili in Europa; a Zaandam, per la precisione. Mari non era soltanto bellissima, ma anche molto intelligente, tanto da attrarre maledettamente Nico più a livello mentale che fisico: era così incredibilmente stimolante ed interessante stare con lei. Loro due erano talmente uguali e, al tempo stesso, talmente diversi da completarsi a vicenda nel migliore dei modi. Tanto da far sospettare a Nico che fosse stato tutto un sogno, uno di quei sogni meravigliosi dai quali ti risvegli sul più bello e, tornato alla triste realtà, ti fanno sentire uno straccio per l’intera giornata.
In effetti, il sogno era finito, lasciandosi dietro strascichi indimenticabili che avevano alimentato, poi, l’incubo successivo. Il sogno, nello specifico, era durato tre anni. Tre splendidi anni vissuti insieme – Nico si era trasferito, in via del tutto permanente, a Zaandam, dove avevano acquistato un appartamento carino e spazioso. Lavoravano, si divertivano, facevano l’amore; quanto si erano amati!
Erano poi stati accomunati dalle loro due principali passioni: la lettura – attraverso la quale avevano potuto vivere migliaia di vite, in migliaia di mondi diversi – e i viaggi – durante i quali avevano avuto modo di vedere la vita da migliaia di differenti punti di vista, all’interno di uno stesso mondo, stupendo nella sua eterogeneità. All’interno di queste due passioni, le diversità fra Mari e Nico erano state nette: dove lei aveva adorato le storie d’amore – non quelle stupide e banali che abbindolavano le quindicenni, ma quelle profonde e psicologiche, dove l’amore non era rose e fiori e farfalle nello stomaco –, lui prediligeva le storie dell’orrore; dove lei aveva amato viaggiare nel bel mezzo della natura – località marittime, zone di campagna, boschi e foreste, colline e montagne, luoghi caldi e luoghi freddi –, lui preferiva di gran lunga le città, le zone prettamente antropiche, con le loro peculiari architetture e i rispettivi monumenti e il modo di vivere dei propri abitanti. Per questo avevano cercato di alternare: un viaggio full immersion nella natura e un viaggio tra strade, piazze e palazzi.
“Ho trovato”, aveva detto Nico, circa otto mesi prima. “Un’idea, che mi sembra ottima, per il prossimo viaggio: fondere alla perfezione i miei gusti letterari con i tuoi gusti turistici!” Aveva spiaccicato la cartina dell’Europa – un’Europa spaventata, tremante, sferzata da tensioni interne, politiche e sociali, guerre e attentati terroristici – sul tavolo in cucina, mentre sia lui che Mari sorseggiavano un tè freddo al limone con tanto ghiaccio e fuori il sole arroventava l’asfalto. L’indice di Nico era piazzato su un preciso punto della cartina: “Isole Lofoten, provincia di Nordland, Norvegia. Saliremo sulla vetta dell’Helseggen.” Lo sguardo di Mari, luminoso di suo, si era acceso di una luce ancora più intensa; stava a significare: Un’escursione! Interessante! “Non è finita qui. Lo spettacolo, di per sé, è mozzafiato… è qualcosa di sublime, nel vero senso del termine. Ma, dicevo, non è finita qui! C’è un fenomeno incredibile che viene chiamato Maelström e consiste…”
“Edgar Allan Poe”, lo aveva interrotto lei, con un sorriso più luminoso dello sguardo; più luminoso del Sole. Nico, senza mai dirlo esplicitamente per rispettare l’ateismo di Mari, aveva sempre pensato che ci fosse Dio, nel sorriso di lei. “Una discesa nel Maelström. Una sorta di gorgo marino. Di tanto in tanto ficco il naso anche fra la tua roba, sai?”
Dopo un primo momento di pura sorpresa, Nico si era sciolto in una contagiosa risata, aveva stretto Mari forte a sé e si erano baciati. “Riesci sempre a sorprendermi. Allora, cosa ne dici?”
“Dico che l’Helseggen non esiste, in realtà: Poe l’ha inventata appositamente per il racconto… e dico che ci sto!” Quelle ultime cinque parole avevano riempito Nico di gioia e lui si era perso in lei: nel suo sorriso splendente, nei suoi occhi verdi, nei suoi capelli profumati e biondi. “L’aria frizzante e il panorama faranno bene al nostro corpo e alla nostra anima…” Aveva preso una mano di Nico e se l’era posata sulla pancia. “E anche a lui. O lei.”
Nico aveva strabuzzato gli occhi, prima di mettersi a saltare – saltare davvero – di gioia, piangendo e ridendo al tempo stesso. Un bambino! Avrebbero avuto un bambino! Davanti a Mari si erano prospettati gli otto restanti mesi di attesa, riposo e coccole e… oh, forse non si sarebbe dovuta affaticare scalando una montagna, ma avrebbero trovato comunque un modo comodo per godersi quel particolare ed eccezionale panorama nordico e quell’ennesimo viaggio insieme.
Ma certo: avrebbero fatto tutto questo e anche di più. Se Mari non fosse morta, insieme al piccolo frutto del loro amore che teneva in grembo – Magnus se sarà maschio; Thea se sarà femmina. Ma, ovviamente, non sarebbe mai stato niente. Né Magnus né Thea, né maschio né femmina, né vivo né viva.
“Mi dispiace veramente tanto, signor Virdis”, gli aveva detto, sulla soglia di casa, il poliziotto del quale Nico aveva dimenticato nome e qualifica subito dopo che si era presentato. “È stata un’assurda tragedia: un tanto improvviso quanto raro difetto nei comandi dell’automobile e sua moglie…”
Il resto delle parole del poliziotto era stato risucchiato in un gorgo più nero, spaventoso e profondo del Maelström più terrificante che Poe, Verne, Salgari o chicchessia avesse mai potuto descrivere. E, assieme alle parole, lo stesso Nico era stato risucchiato. Una dimensione, nascosta al di sotto della dimensione in superficie nella quale aveva vissuto fino a quel momento, fatta di ombre e di un volto che non avrebbe mai più visto sorridere e di un viso, piccino ed angelico, che non avrebbe mai avuto lineamenti suoi propri. Men che meno un nome. Il funerale? Le condoglianze di amici e parenti? Il rimborso da parte della compagnia assicurativa? Il volontario licenziamento da lavoro? L’autoreclusione in casa fatta di alcool e ricordi bellissimi e drammatici? Tutto questo era stato vissuto dall’esterno, non proprio da un’altra persona, quanto – piuttosto – da un avatar dello stesso Nico.
Poi era successo qualcosa.
In mezzo a quell’annichilente buio senza speranza e senza confini, aveva visto il sorriso luminoso di Mari, che splendeva e che saliva fino agli occhi verdi, dalle cromature e dalla brillantezza smeraldine, e che contagiava tutti coloro i quali avevano la fortuna di starle accanto, allietandone i cuori. Il sogno era finito. E quel sorriso decretava pure la fine dell’incubo, diretta conseguenza della tragica fine del sogno precedente.
Nico era tornato in sé e aveva capito che poteva ancora sentire Mari viva, dentro la sua anima. Pur rimanendo due individui a sé stanti, lui e lei erano stati un tutt’uno. Non solo nel concepire Magnus o Thea, ma nel loro intrinseco modo di vivere, di trovarsi sempre d’accordo, di sostenersi a vicenda, di amare qualunque cosa avessero fatto insieme. Poteva rievocare i ricordi del passato e, ogni volta, si sarebbe autoinflitto un dolore indicibile; ma quel dolore sarebbe stato ritemprato dalla sua anima, scaldata dalla rimembranza del sorriso di Mari e della loro felicità dettata dal viaggiare insieme.
“Faremo il nostro viaggio”, si era detto Nico, visualizzando davanti a sé il viso luminoso e sorridente di Mari. “Faremo il nostro viaggio alle isole Lofoten.”
 
Ed eccolo, adesso, lassù in cima a contemplare quello straordinario spettacolo della natura nord-europea, assolata, magnifica e catartica. Dentro di sé, mentre ripensava agli eventi che avevano preceduto quel viaggio in Norvegia, Nico avvertiva chiaramente il calore, la pura felicità che animava Mari in ogni loro viaggio, soprattutto quelli caratterizzati dal diretto contatto con la natura.
«Vedi, amore? Come io riesco ancora a vedere il tuo sorriso e sentire i tuoi sentimenti, sono sicuro che tu puoi vedere me e vedere ciò che sto facendo.» Il suo sguardo spaziò per tutto l’orizzonte, prima di tuffarsi nella piatta e gelida tavola del mare color inchiostro compreso fra le isole. «È bellissimo, non trovi? E sai su quale vetta mi trovo?»
Qualche ora prima, pochi minuti dopo essere arrivato, Nico aveva parlato – in inglese – con un pescatore del posto, chiedendogli quale fosse il luogo migliore dal quale osservare il panorama e, se fortunato, pure il formarsi del Maelström. Il pescatore aveva commentato che Nico non si sarebbe ritenuto “fortunato” se vi fosse incappato nel Maelström, invece di limitarsi a vederlo; poi aveva indirizzato un indice, lungo ed ossuto e calloso, che fuoriusciva da un guanto di stoffa dalle dita mozzate, in un punto in alto e alle spalle del turista italiano proveniente dall’Olanda. “Lì”, aveva detto e Nico aveva posato il suo sguardo, stupefatto, su un’imponente montagna. “L’Helseggen.”
«Lo so, faticavo pure io a crederci, amore…», sussurrò Nico, prima di zittirsi e inspirare a pieni polmoni, chiudendo momentaneamente gli occhi. Buttò fuori l’aria e respirò, a fondo, per un bel paio di minuti. «È tutto così puro, incontaminato, quassù.» Diametralmente opposto, pensò, dall’inferno di laggiù, dove tutti si ammazzano l’un l’altro e dove io ti ho perduta. «È la natura. Non farò viaggi in altre città, andrò a visitare esclusivamente luoghi naturali. Non tanto… non solo perché piacevano a te, no. La purezza, l’innocenza, la bellezza della natura sono le stesse che vedevo in te, ogni volta che ti guardavo, ogni volta che ti parlavo. Ti sento così vicina che nemmeno tutto il dolore del mondo, tutto il dolore che provo, può farmi del male. Non mi ridurrà alla nullità che sono diventato dopo che tu, dopo che tu sei…» Guardò in alto, nel cielo sgombro da nuvole e chiaro, etereo e quasi trasparente, dando l’impressione di potervi guardare attraverso e dare un’occhiata ai misteri che si nascondevano oltre. «Ricordi la tua canzone preferita, vero? Io l’ascolto spesso. Wonderwall… ecco: tu sei il mio muro delle meraviglie, la mia ancora di salvezza, che mi tiene a galla, sulla superficie del Maelström che vortica e si agita nei più oscuri recessi della mia anima.» Gli affiorò uno spontaneo sorriso sul volto. “Non capisco perché continui a preferire la città”, gli aveva detto spesso Mari. “Non vedi quanto diventi poetico quando ti ritrovi ad osservare un paesaggio naturale?” «Sì, sono il tuo poeta da strapazzo…»
L’ultima parola di Nico fu risucchiata da un’improvvisa e forte folata di vento che si mise a soffiare – ululando come uno sterminato branco di lupi che faccia la serenata alla Signora Luna – fra le pareti rocciose e le coste isolane, raggiungendo la superficie d’inchiostro non più immota come lo era stata fino a qualche minuto prima. La tavola nera prese ad incresparsi e muoversi, inizialmente secondo traiettorie incomprensibili e poi, gradualmente, in un sempre più riconoscibile moto circolare. Una rotazione che, entro pochi istanti, divenne una turbinosa rotazione. Stava succedendo: il Maelström stava prendendo vita sotto gli occhi – spalancati ed estasiati, increduli e terrorizzati – di Nico Virdis.
 
Fu uno spettacolo da lasciare senza parole, senza pensieri e senza fiato. L’acqua si agitava, smossa dal vento e da correnti marine di notevole e ordinata violenza. La rapidità del moto circolare pareva aumentare, in un rapporto di diretta proporzionalità, con la crescita del buco centrale, più nero del resto delle acque, le quali adesso mandavano molteplici barbaglii di luce opaca, sotto i raggi del sole.
E poi…
Nico non riuscì a credere ai propri occhi.
Continuando a mulinare vorticosamente, le acque parvero sollevarsi. Una specie di imbuto stava innalzandosi, mentre il tetro antro di quell’occhio cieco diveniva sempre più nero e spaventoso, accompagnato dai lamenti sferzanti del vento.
Immobilizzato da catene forgiate nel sublime e nella paura, Nico rimase sbalordito ed atterrito da quella visione; anzi, di più, da quella esperienza che era pura manifestazione di potenza della natura. Dinnanzi a quell’immenso imbuto d’acqua che proseguiva nel suo processo di allungamento verso l’alto, nella mente e nel cuore di Nico si insinuò – tra lo sgomento ed il terrore, tra l’ammirazione e il vivido senso di vicinanza di Mari – un radicale, incontenibile piacere. È forse questo – si ritrovò a pensare, chiudendo le dita della mano destra come se stesse stringendo quella di Mari – ciò che intendevano, nelle loro opere, Kant e Schopenhauer?
Non seppe rispondersi e, per la verità, neanche cercò di farlo. Più che altro perché, mentre il rotante e roboante pennone marino raggiungeva la medesima altezza dell’Helseggen, credette di capire quali poderose e sconquassanti (per non dire terrificanti) emozioni avessero imperversato nel povero pescatore che aveva affrontato quel medesimo prodigio della natura norvegese, all’interno del racconto di Poe.
Quando l’imboccatura dell’imbuto si piegò in avanti, a Nico diede l’impressione di un ciclopico biscione fatto d’acqua, che avesse mosso la testa in avanti per puntare la sua prossima preda: l’uomo che lo stava osservando, illudendosi di essere al sicuro, dalla cima dell’Helseggen.
«Oh, Dio…», ebbe appena la forza di dire, blandamente, Nico. Adesso si trovava a tu per tu con l’oscuro occhio cieco del mostruoso ciclone marino; era quasi come guardare dentro l’ingresso di un tunnel tipico degli acquapark. Quel buio ricordava a Nico il suo periodo da reietto, le tenebre abissali entro le quali era rovinosamente cascato dopo la morte di Mari. Però io ho avuto lei, ho tuttora lei che mi aiuta a rimanere in vita, a non affogare e a non essere risucchiato dalle potenti correnti del dolore e dal devastante Maelström che impazza dentro di me… mentre questo Maelström… non c’è nessuna diga, non credo esista una barriera tanto resistente da poter arginare una forza della natura come questa…
Fu un attimo.
Esattamente una frazione di secondo prima che il Maelström si fosse abbattuto su di lui, fermo e immobile in cima all’Helseggen, Nico vide – dentro quella fremente, irresistibile, sconvolgente oscurità – il sorriso di Mari.
 
Non fu proprio una discesa nel Maelström: fu un assurdo precipitare, una caduta inarrestabile – attorniata dal nero, da tenebre fisse ed immutabili – e durante la quale Nico non vide né urtò nulla. Capiva di stare precipitando soprattutto a causa delle correnti che parevano spintonarlo in giù, spingendo contro la schiena, con foga spaventosa.
Dopo una certa manciata di tempo – non seppe dire se fossero trascorsi secondi o minuti –, alle orecchie di Nico giunse un rumore scrosciante, come di qualcosa che colpisca una superficie d’acqua. Qualcosa di grosso che venga scagliato con forza contro una superficie d’acqua.
Mi ha tuffato in mare! E adesso mi trascina verso gli abissi…!
Ora riusciva a distinguere qualche forma e, in certi casi, pure qualche colore. Per lo più, si trattava prevalentemente di frammenti navali – Proprio come nel racconto! – tra i quali: alberi maestri spezzati, vele strappate e sbrindellate, assi di legno di varie misure, remi sberciati, barili sventrati… ma non solo; c’erano, infatti, altri tipi di resti. Resti umani, quali arti smembrati e ridotti all’osso, teschi sogghignanti o privi della mandibola, mezzi busti straziati e intere casse toraciche… Nico si affrettò a chiudere gli occhi, pregare Iddio e stringersi le braccia attorno al tronco, come per abbracciare Mari. Sto arrivando, piccola, pensò, continuando comunque a trattenere il fiato. Sto arrivando e allora staremo insieme, stavolta per sempre…
 
Quando, a fatica, Nico riaprì gli occhi – la vista appannata alla stregua di quella di un miope privato dei suoi preziosi occhiali –, capì subito che – dovunque fosse finito – di sicuro non si trovava in Paradiso. Non che l’illuminazione fosse assente, ma c’era troppo buio. Un buio nel quale, però, si riusciva a vedere piuttosto bene. Certo, se fosse riuscito a spannarsi gli occhi…
E le orecchie! Sentiva dei suoni, ma gli giungevano ovattati, come se avesse avuto dei batuffoli di cotone all’interno dei condotti uditivi. Grattando e strofinando, provò a migliorare le sue condizioni visive ed uditive. Nel frattempo tremava: anche se adesso era asciutto, sentiva – nel freddo che gli faceva battere i denti e nei vestiti che gli si appiccicavano addosso – che era stato zuppo d’acqua, fino a qualche tempo prima.
Quanto ne è passato? E, soprattutto… dove mi trovo?
 
«Capitano!»
La voce lo scosse dal fisiologico torpore fisico che accompagna qualsiasi tipologia di risveglio, e lo incentivò a guardarsi attorno, per esaminare il luogo in cui si trovava. Legno, legno ovunque. Guardò in alto e vide un uomo – del quale, tra i giochi di luci e ombre e la distanza, non gli fu possibile scorgere i lineamenti – che lo indicava dalla cima di un tronco. Un albero maestro: Nico si trovava su di una nave.
«Cap! Il mozzo è tornato dal mondo dei sogni!»
Un tonfo catapultò l’attenzione di Nico davanti a sé. Dalle assi costituenti il camminamento centrale della nave era sceso giù un uomo molto alto e segaligno, abbigliato di stracci scuri rammendati qua e là, tenuti stretti alla vita da una catena arrugginita che fungeva da cintura e, ai fianchi, da alcune fibbie. Attorno alle spalle dell’uomo era avvolto un lungo e pesante drappo, di qualche tonalità più chiara del resto degli indumenti, che lo rendeva vagamente largo di spalle. Alle mani portava quegli stessi guanti senza dita che Nico aveva visto indossare dal pescatore che gli aveva indicato l’Helseggen. In ogni caso, Nico si stupì di essere riuscito a registrare tutti quei dati circa l’abbigliamento trasandato dell’uomo smilzo e spilungone, dal momento in cui la cosa in assoluto più peculiare era la sua faccia: il viso, allungato e scarno, era scavato – scarnificato – sulla destra, dove emergeva lo zigomo. La parte sinistra del viso, invece, era messa di gran lunga peggio: rinsecchita e scurita, come ustionata, la pelle si fermava sotto l’occhio; da lì in su, si vedeva il teschio – color osso ingrigito – dal cranio visibilmente infossato, cosparso di crepe, come se qualcosa lo avesse colpito forte. Sulla testa, i capelli erano ispidi e biondo cenere, e ricoprivano solamente la parte centrale e destra. Della stessa pigmentazione dei capelli era la barba, folta ed irsuta, che arrivava fino al petto e lasciava appena vedere due labbra grosse, spaccate e maciullate dal freddo intenso. All’orecchio destro – il sinistro era ridotto ad un coagulato grumetto di croste scure – ciondolava un orecchino che, in realtà, non era un orecchino. Si trattava del bulbo oculare sinistro, mancante dalla sua originaria postazione che adesso era nient’altro che la vuota voragine della cavità orbitale. L’occhio destro, che stava al posto di sua competenza, era uguale all’occhio-orecchino: la sclera gialla – dalla quale emanava una sorta di alone spettrale – mentre iride e pupilla erano un tutt’uno, un nero solido e compatto. Le labbra tormentate si allargarono in un sorriso – forse per il modo interdetto e scombussolato in cui Nico lo aveva esaminato –, mettendo in mostra denti marroni e marcescenti. «Eh sì, è proprio così! Il nostro nuovo mozzo si è svegliato!»
«Nuovo mozzo?», chiese, impulsivamente e sinceramente sconcertato, Nico. Udire la sua stessa voce gli fu d’aiuto: contribuì a conferirgli quel senso di realtà che, in piccolissima parte, mitigò il forte spiazzamento derivante dalla situazione in cui si trovava.
«Preferiresti “nuovo non-morto”?», lo interrogò l’altro, osservandolo con i suoi occhi gialli e neri; quello sfoggiato a mo’ di orecchino pareva così vivo… «Oppure, forse, neo-membro della Gloriosa Flotta degli Psicopompi?» Si fece una roca, raschiante e catarrosa risata, accompagnato da tutti quelli che li circondavano. Già: tutti quelli che li circondavano. Finora, silenziosi e nascosti come ombre di notte, Nico non aveva notato gli altri: centinaia di uomini rannicchiati lungo i fianchi della nave, impegnati a vogare ad un ritmo forsennato. «Così suona meglio, questo è indubbio, ma sai qual è la verità? Possiamo indorare la pillola come meglio crediamo, la verità è e rimarrà sempre la stessa.»
«Qual è la verità?» Nico, in fondo, stava cominciando a capire. Ma era davvero possibile, tutto ciò? Era morto e quella nave lo stava traghettando verso l’oltretomba? «E chi sei, tu?»
«Io sono il Capitano di questa nave, la Naglfar
Oh, ma certo. Nico stava capendo e, grosso modo, le cose potevano pure quadrare, ma… lo stesso: rimaneva tutto dannatamente irreale. «Avevo già capito che tu sei il Capitano… ma chi sei, esattamente?»
Il Cap si strinse in quelle spalle rese ingiustamente larghe e alte dal drappo steso di sopra e che adesso veleggiava e, per un assurdo istante, Nico si domandò se non fosse proprio quella sorta di cappa a fungere da vela per la Naglfar. «Oh, non che sia particolarmente importante… Ma immagino che per te faccia un’enorme differenza: di là avete la morbosa necessità di dare un nome a qualunque cosa, no?» Nico non aveva intenzione di rispondere e, comunque, il Cap non gli avrebbe dato il tempo di farlo. «Non importa se mi chiami Anubi, Caronte, Morrigan, Ankou, Baron Samedi o Shinigami, mozzo: io mi occupo di raccogliervi quando arrivate.»
«Allora sono morto?»
«Non proprio, non ancora: tu sei come me, come tutti noi, qui sulla Naglfar», rispose il Cap. «Proveniamo da un’altra dimensione e, io e tu, dallo stesso pianeta.» Vi fu un secondo, soltanto uno, di sospensione silenziosa e, inconsciamente, Nico cominciò a formulare tutte le ipotesi del caso. Come, per esempio, quella secondo la quale il Cap provava nostalgia nei confronti della vita terrena. «Abbiamo varcato la soglia anzitempo: quella dimensione pullula di varchi comunicanti con questa dimensione qua, e delle volte ci si finisce dentro senza nemmeno rendersene conto.» Si grattò la barba. «A giudicare dal punto in cui ti abbiamo recuperato, hai varcato lo stesso antro dimensionale dentro al quale finii io stesso, tanti anni fa…» Un’altra breve pausa. Eri un marinaio delle Lofoten, suppose Nico. «Intrappolati in questa dimensione, siamo soggetti ad un costante processo di corruzione, poiché non abbiamo seguito l’iter corretto. E per evitare di disgregarci nel nulla, siamo costretti a compiere questo lavoro di trasporto per accogliere i nuovi arrivi.»
Nico aggrottò la fronte. «In che modo questo lavoro dovrebbe contrastare la vostra… decomposizione?»
«Tutti quelli che compiono il passaggio sono inevitabilmente legati alla rispettiva dimensione d’appartenenza: posseggono una scia luminosa che, partendo dalla loro anima, conduce all’altra dimensione e della quale noi ci nutriamo per evitare il decadimento, e aiutare il defunto a liberarsi da quel legame ormai inutile e che potrebbe interferire con l’ordine dello spazio-tempo.» Gli occhi del Cap, gialli come fari anabbaglianti, lampeggiarono un paio di volte, intensi come fari abbaglianti. Osservò Nico che si guardava, girando attorno a sé stesso, poi eruppe in una corpulenta risata, difficilmente collegabile ad un uomo di quella esigua stazza. «Tu non puoi vederla, la tua scia vitale! I tuoi sensi sono tuttora ancorati all’altra dimensione e riesci a vedere soltanto ciò che la tua mente è in grado di elaborare, secondo una vastissima serie di parametri.»
Però, per essere stato un umile pescatore norvegese, possiede una proprietà di linguaggio davvero niente male, pensò Nico, spaesato dalla grottesca stranezza della situazione. «E… vi siete già nutriti della mia… striscia vitale?»
«Non ancora.» Lo disse in tono deluso; poi si mosse, lesto, in avanti, fino a raggiungere Nico, i cui occhi furono intrappolati dallo sguardo giallo e asimmetrico del Cap. «Per molti versi sei come noi, come i membri di questa ciurma, mio caro mozzo. Però… hai qualcosa di diverso, sia da noi che da quelli che accompagniamo. E ne abbiamo accompagnati tanti
Capitan Howdy, pensò distrattamente Nico, vedendo quell’occhio giallo infossato nell’orbita oculare e l’altra orbita vuota e nera come un pozzo senza fondo. «Cosa ho di diverso?»
«Vedi, mozzo, in genere il nostro compito si limita a traghettare le anime dal punto d’arrivo alla galassia d’appartenenza e, quindi, di destinazione, che varia a seconda del genere cui fa parte il defunto.» Piantò un indice sul petto di Nico, proprio sullo sterno. «Tu sei un essere umano: la stringa della vita fa risalire al tuo passato e, quindi, al pianeta Terra. Perciò io dovrei condurti alla Galassia Umana, se tu fossi morto. Ma tu non lo sei, non del tutto. Sei, appunto, come me e la mia ciurma. Tuttavia… la tua stringa vitale non è limitata al passato ma è protesa in avanti, e conduce ad un pianeta ben preciso di questa dimensione.»
«Un attimo, un attimo…» Nico sentì tutto girare attorno a sé, come se un Maelström gli si fosse scatenato tra gli sconfinati spazi della mente. «Galassie? Pianeti? Stringhe? Dove… dove sono finito? Io non riesco a…»
«Perché non dai un’occhiata tu stesso, mozzo?», gli chiese, con fare furbesco, il Cap. «Guarda il cielo e guarda ciò che circonda la Naglfar! Su, fa’ pure, mozzo! Guarda, guarda!»
Mentre Nico, confuso e spaventato, continuava a guardare il Cap, un coro di voci, con fare sinistro, si levò dai lati della nave: «Guarda! Guarda! Guarda!»
Allora Nico spostò lo sguardo al cielo e vide.
Un nero fitto, più delle iridi del Cap e più del buco del Maelström, trapuntato di meravigliose e sfolgoranti stelle; alcune più vicine, che ardevano e si muovevano a rilento, e altre più distanti, che brillavano e sfavillavano come giganteschi diamanti di inestimabile valore. E poi stelle solitarie, binarie e in gruppi ordinati secondo forme precise: delle galassie! E…
Nico barcollò, si spinse sulla sinistra, in una corsa arrancante, fino ad accasciarsi sul parapetto della nave (You’re my wonderwall…), mentre davanti e dietro di lui esseri dai connotati decisamente non umani, ma sui quali si impose di non focalizzarsi, remavano; lui si sporse per guardare. Quello spettacolo – Sono nel bel mezzo dell’universo e respiro, parlo e penso normalmente, come se niente fosse, come se fosse perfettamente normale, come se… – di stelle e pianeti e galassie si estendeva a perdita d’occhio. Ma c’erano anche altre cose, non luminose come gli astri che adornavano quella infinita tela nera. Nico, provando a indovinarne le sagome, azzardò che si trattasse di altre navi, come la Naglfar. E c’erano pure delle forme che gli ricordavano… oddio, pesci giganteschi, immensi, mostruosi…
Fu la seconda volta che Nico perse i sensi.
 
Risvegliatosi, sussultò violentemente, ritrovandosi a tu per tu con lo sguardo spettrale del Cap. Alla sua reazione, quest’ultimo – manco a dirlo – deflagrò in sonore e roboanti risate.
«Siamo giunti a destinazione, mozzo!», gracchiò, come farebbe un gigantesco corvo se fosse in grado di parlare. Quasi senza fiato, Nico se ne accorse soltanto in quel momento: In che razza di lingua abbiamo comunicato? «La tua stringa del destino porta proprio qui, su questo pianeta. Non ci siamo mai imbattuti in qualcosa del genere, in qualcuno come te, per cui attenderemo gli sviluppi della tua vicenda e poi decideremo cosa fare.» Gli assestò due pacche sulla spalla sinistra. «Comunque sia – non so se tu lo senti ma io lo vedo perfettamente –, la tua decomposizione fisica è già iniziata: la tua pelle comincia a seccarsi e squamarsi. Alla fine non ti resterà altro da fare se non unirti a noi! Buon divertimento, pertanto: goditela finché puoi!»
Rimessosi in posizione eretta, Nico vide che la parte centrale della Naglfar – guardando verso babordo e verso tribordo, non poté fare a meno di pensare se non: È immensa! Non riesco a scorgerne né la prua né la poppa! – era stata aperta e, da essa, calata una lunga scalinata che conduceva ad una superficie morbida, verdeggiante, erbosa e piena di alberi.
Il senso della realtà era ormai andato completamente a farsi benedire, sommerso e surclassato da quello dell’irrealtà. Nico si risolse a terminare la scalinata e, una volta poggiati i piedi su quell’erba fresca e odorosa, si voltò a guardare gli scalini ritrarsi e il fianco della Naglfar richiudersi. Il Cap lo salutò teatralmente, sogghignando, in un congedo che significava: “Ci vedremo molto presto.”
L’ultima cosa che Nico colse della nave – a parte il fatto che, pure da fuori, faticava a coglierne le dimensioni totali in un’unica occhiata –, prima che questa abbandonasse il terreno e si risollevasse nella sua navigazione volante, furono i poderosi cannoni incastonati nel legno.
I pesci, si disse. I cannoni servono per i pesci…
 
La maggior parte degli arbusti portava, fra i rami e le foglie, frutti dall’aspetto squisito. Ad un livello più alto, oltre gli alberi, Nico riusciva a scorgere alture rocciose e collinari, in un orizzonte rischiarato da una stella molto luminosa ma non particolarmente calda. Il cielo era di un azzurro limpidissimo. Riportando lo sguardo in basso vide diversi sentieri che si facevano spazio fra il fitto, verde splendente, degli alberi. Si udiva un lieve sciabordio – segno che, da qualche parte, scorreva almeno un corso d’acqua – nonché armoniosi canti d’uccelli e il frinire di insetti.
Il fruscio dietro di lui lo fece sussultare; si voltò, pensando all’orribile faccia scarnificata del Cap e a quei mastodontici mostri-pesce, simili a colossali murene, e al nero totale dell’occhio del Maelström e…
Se non avesse sorriso, Nico avrebbe pensato ad un sogno, al frutto della sua immaginazione, all’assurdo scherzo di un sosia o al malefico piano architettato da un clone. Ma lei aveva sorriso e niente di tutto ciò avrebbe potuto replicare quel sorriso. In quel sorriso c’era Dio. Nico rimase di sasso, fulminato come la prima volta che l’aveva vista a Zaandam. Mari era più bella che mai: i capelli biondi erano più rilucenti e più lunghi di quanto lui ricordasse, gli occhi verdi più brillanti – non erano smeraldini, bensì smeraldi veri e propri. Indossava una lunga veste bianca smanicata e, sorridendo, teneva in braccio un bambino di pochi mesi. «Ciao, amore.» Nico avrebbe riconosciuto quella voce fra un miliardo che avessero parlato tutte insieme. Era la sua. Era la voce di Mari. La donna sollevò leggermente il bambino e gli posò un bacetto sulla testa. «Lui è Magnus. Nostro figlio.»
Nico rimase a bocca aperta. Come poteva essere vero? Come poteva credere a tutto ciò che era accaduto e che stava accadendo? In fondo, il suo io non poteva negare di trovare una specie di filo conduttore, che collegava logicamente l’insieme di scene vissute in quella parte della realtà. Eppure molte cose rimanevano oscure: l’inspiegabile innalzamento del pennone acquatico del Maelström; il discorso del Cap sulla linea della vita, che si dipanava tra passato e futuro, che lui non riusciva a vedere; navi che solcavano gli sterminati spazi dell’universo invece che la superficie dell’oceano; la presenza di murene mostruosamente grandi; suo figlio, che era morto insieme a Mari – dentro di lei –, era vivo e vegeto.
«So che è difficile capirlo», riprese a parlare Mari. «Lo è anche per me, sono riuscita ad afferrare poche cose, il resto è un mistero.»
«Il gorgo del Maelström… la linea della vita che mi ha condotto qui, su questo pianeta… Sei stata tu? Sei stata tu a portarmi qui?»
«Sì e no», rispose Mari; parlavano olandese, fece caso Nico, e non quello strano e, paradossalmente, comprensibile idioma usato con il Cap. «Per una qualche ragione ci sono dei varchi comunicanti fra questa dimensione e la nostra. Percepivo i tuoi sentimenti, Nico, chiari e distinti come fossi stato qui con me… ma soprattutto sentivo il tuo dolore.» Strinse più forte, a sé, Magnus. Il bimbo guardava Nico con occhi spalancati e sorrideva, allungando le manine verso di lui, come per volerlo toccare. «Ad un certo punto ti ho sentito vicino, vicinissimo e devo dire che, dopo quel periodo buio e freddo nel quale temevo che ti avrei perso per sempre, è stata manna dal cielo. Da lì ho capito che eri vicino ad uno di quei varchi e… insomma, penso sia stato il nostro amore a farci ricongiungere.»
Nico rimase fermo a guardare Mari, poi abbassò lo sguardo su Magnus. Il piccolo mosse le braccine più freneticamente, emettendo un mugolio che voleva attirare la sua attenzione. Nico gli rivolse un sorriso di tenerezza e il bimbo rise gaiamente. «Anche per me è stato come se ti avessi avuta sempre al mio fianco. Potevo sentire il tuo calore dentro di me e… forse è stato proprio così: forse entrambi non ci siamo mai persi. È vero, ho rischiato di mandare tutto alla malora, ma ne sono uscito… grazie a Dio… e grazie a te
«Non voglio che vi siano altri periodi bui come quello», disse Mari, con voce dolce, priva d’ogni severità. «Per questo ti ho fatto venire qui. Per farti vedere che io e Magnus stiamo bene, che qui è meraviglioso.»
«Qui, già… che posto è?»
«Non lo vedi?», chiese Mari, porgendo Magnus a Nico. «Il Paradiso dev’essere fatto da ciò che abbiamo più amato nell’altra vita: nel mio caso, nostro figlio e la natura.»
Sulle prime, Nico fu titubante. Poi, le piccole dita salsicciose di Magnus gli sfiorarono la guancia, e allora si sciolse. Lo prese fra le sue braccia, lo cullò un po’, lo sollevò sulla sua testa e lo fissò negli occhi gaudenti. «Sei bellissimo, piccolo mio… fortunatamente hai preso da mamma e non da me.» Magnus ridacchiò simpaticamente, come se avesse capito la battuta. Nico lo riempì di baci, poi si rivolse a Mari. «Quando sarà il mio momento, sono certo che anch’io finirò qui. Ci sei tu e c’è Magnus: siete voi, il mio Paradiso.»
Mari, che pareva sul punto di piangere, ebbe uno slancio in avanti e, tutti insieme, tutti e tre, furono uniti in un abbraccio pieno d’amore e Nico ebbe l’impressione di udire i battiti dei loro cuori. Pensò che non gli mancava niente: con Magnus e Mari era completo.
Quando lei si discostò dall’abbraccio, ebbe un mezzo sussulto nel guardare il volto di Nico. «Ora devi andare, amore…»
«Io…» Un potente capogiro lo colpì di punto in bianco ed ebbe la certezza che sarebbe crollato per terra come un inutile sacco di patate. Invece riuscì a rimanere in piedi. «Cosa succede?»
«Il processo di corruzione… te ne ha parlato il Cap, l’ho sentito: il suo tono di voce è leggermente alto.» Gli sorrise e Nico si tastò la faccia, toccando pelle viscida e solchi che parevano, più che rughe, faglie. «Oh…»
Ci fu una rimbombante esplosione – che si riverberò fra fronde e terreno – seguita da altre due, più potenti; ogni cosa tremò. Magnus, ancora fra le braccia del padre, si agitò. Istintivamente, Nico lo strinse a sé, per proteggerlo. «Calma, piccolo, non ti succederà niente…» Alzò lo sguardo al cielo, così come Mari, e vide qualcosa che mai avrebbe voluto vedere.
La perfetta tinta della volta celeste era ora sporcata da una nube di fumo grigio-nerastro, dalla forma globulare, nel mezzo della quale si dimenava un gigantesco pesce dotato di quattro tentacoli oltreché di acuminate zanne. Affianco alla murena, alla deriva, ecco la Naglfar, in avvicinamento. Da essa provenne l’inconfondibile voce del Cap: «Bastardo! Torna subito a bordo! Guarda che casino che hai combinato!»
Nico sapeva che era giunto il momento di andare, ma non voleva saperne di allontanarsi nuovamente da Mari. Non voleva saperne di distaccarsi da Magnus, che adesso piagnucolava, stringendo la giacca a vento del padre fra le sue manine cicciottelle.
La Naglfar ancorò sulla superficie del pianeta-paradiso e il Cap si sporse verso di loro, con la sua faccia orrenda. «Muovi il culo, dannato errore vivente! Dovevo immaginarlo! I guardiani hanno fiutato qualcosa che non va e indovina un po’? Quello che non va sei tu! Quel mostro stava dirigendosi qui per eliminarti e indovina un po’? Se non fosse stato per me, questo pianeta sarebbe stato già spazzato via!»
«Perché mi hai portato qui, se immaginavi sarebbe accaduta una cosa simile?», domandò, paradossalmente calmo, Nico. Con ritmici movimenti delle braccia, dondolava Magnus; il piagnisteo si stava placando. Per qualche secondo, il Cap tacque e, dentro di sé, Nico intuì la verità: in fondo, il Cap aveva nostalgia della sua vita finita prematuramente e, con il barlume di umana solidarietà rimastagli, aveva sperato che a Nico sarebbe potuto toccare un destino migliore della sua ciurma. Di colpo, con un movimento repentino e inumano, il Cap scagliò una lunga catena mezzo arrugginita che andò ad avvolgersi attorno al collo di Nico. Il respiro gli si mozzò nei polmoni e si preoccupò unicamente di non far cadere Magnus.
«Nico!», gridò Mari, afferrandolo per la giubba.
«Tranquilla…», riuscì a dire, passandole Magnus. L’aria a disposizione diminuiva, ma doveva dirlo; doveva farlo, a qualunque costo: «Vi amo… con tutto il cuore.»
«Anche noi», disse Mari, mentre Magnus riprendeva a piangere, allungando disperatamente le manine verso il padre. «Vivi la tua vita al meglio», continuò la donna, con voce incrinata dai singulti. «Noi staremo sempre insieme… e poi ci riabbracceremo qui. Ti aspettiamo.»
A quel punto, la catena si ritirò velocemente, portandosi Nico appresso. La pressione al collo si fece così forte da indurlo a pensare che sarebbe morto lì, in quel modo, e che mai avrebbe potuto trascorrere l’eternità insieme alla sua famiglia, all’interno del loro Paradiso.
Il Cap lo afferrò per il bavero. Il suo alito, fetido e ammorbante, investì in pieno le narici di Nico: «Abbiamo un banco di quei mostri alle calcagna! Se subiremo perdite in termini di uomini o danni alla nave a causa del tuo ritardo…» Sogghignò, quasi famelico. «Be’, adesso sei marchiato, e quando tornerai qui, sulla mia nave – perché, stanne certo, ci tornerai –, faremo i conti!»
La stretta della catena si allentò e le palpebre di Nico si chiusero. Prima di ricascare nel buio dell’incoscienza, scorse, alle spalle del Cap e al di là della Naglfar, il vorace brillio nello sguardo raccapricciante e privo d’intelligenza del gigantesco pesce che puntava verso di loro.
Quindi, Nico svenne per la terza volta.
 
Spalancò gli occhi e vide il bianco.
Sono finito nella versione più classica del Paradiso, tra polveri di zucchero e nuvole batuffolose…
Si drizzò a sedere e dovette ricredersi. Si trovava nella stanza che aveva affittato, la sera prima, a Leknes, in vista della giornata successiva che prevedeva, fra l’altro, l’osservazione del Maelström.
Si alzò, con una gran baraonda in testa. Gli pareva di poter sentire ancora il pianto di Magnus e il caloroso abbraccio con Mari, ma anche l’indolenzimento al collo e le minacce raschianti del Cap e gli orrendi e glaciali occhi del pesce divoratore. Insomma, un po’ tutte le conseguenze del sogno.
Allarmato dal montante senso di nausea, Nico si affrettò a raggiungere il bagno, e si aggrappò al lavandino, evitando una miserevole caduta. Iniziò a sudare copiosamente e capì di aver bisogno, più che di vomitare, di sciacquarsi il viso con acqua gelida.
Aprì il rubinetto e, non appena sollevò la faccia, balzò all’indietro, impattando la schiena contro la parete del bagno. Colpito da un vuoto di memoria, Nico non ricordava cosa fosse successo dopo che il Cap lo aveva tirato a bordo.
Il pesce… la murena stava avvicinandosi da dietro… stava attaccando…
Niente, non riusciva a ricordare altro.
E, mentre le sue orecchie venivano assordate dallo scroscio dell’acqua del rubinetto e dal crescente pianto di Mari e di Magnus, Nico non riusciva a staccare gli occhi dal suo riflesso allo specchio sopra il lavandino: inequivocabili segni rossi sulla gola e la pelle squamosa sul volto.
Be’, adesso sei marchiato!

 

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ritratto di Mauro Banfi

Un racconto profondo come il Maelstrom, gorgo impercorribile...

Un racconto talmente ricco quanto profondo che è impossibile commentarlo una volta sola; comincerò dal suo fondo roccioso filosofico: LA CONOSCENZA DEL DOLORE NON LO ANNULLA.
Il Maelstrom è il trauma, la conoscenza di base del personaggio che impara a sue spese che il dolore sta alla base di tutto.
La nostra era debole e ipocrita afferma che il dolore si può elimare col socratismo, col freudismo, indagando e  scoprendo quali ragioni si celano dietro a un TRAUMA.
In realtà è il trauma stesso a produrre l’oblio, non già un’inventata rimozione per opera dell’inconscio, basata a sua volta su una difesa dal dolore. E l’individuo non si trova di fronte al dolore, ma è lui stesso dolore. Negando il dolore negherebbe se stesso.
Il dolore non è un incidente eliminabile, come quello stradale che squarcia l'anima del protagonista: esso sta alla base. L’uomo potrebbe sopprimerlo solo negando la vita, quindi - se fosse possibile - mediante la ragione. Non c’è un istinto contro il dolore, non c'è una ragione contro il dolore, poiché il dolore esprime già qualcos’altro. Solo ciò che si esprime nella gioia può « rimuovere » ciò che si esprime nel dolore.

La conoscenza razionale è solo una ripercussione, una conseguenza del dolore: come si potrebbe mai annullarlo?
Se il dolore come il Maelstrom è inscindibile dalla vita e ne costituisce la sua essenza, allora per il socratismo freudiano per liberarsene bisogna liberarsi della vita, dall'attaccamento alla vita, diventando di fatto dei morti viventi.
Invece, se si vuole vita, se si cerca LA VITA si deve volere con gioia il dolore, senza cercarlo, ma accettandolo come il fatto primordiale.
Le donne che hanno partorito lo sanno bene, e quella loro sapienza conquistata sul campo vale molto di più di tutti i libri di Freud e di Jung.
Il dolore non si può eliminare, ESSO sta alla base.
Chi è forte lo accetta, chi è debole lo fugge, il primigenio fatto.

Ritornerò per la parte letteraria, così colma di tecniche, rimandi e suggestioni, nel profondo del tuo gorgo immaginativo, dove il dolore si trasfigura in bellezza e gioia.

Abbine tanta, caro grande amico.

 

ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Un'analisi, la tua, che mi lascia di stucco, come puntualmente accade.

Come ti dico spesso, riesci non solo a cogliere la maggior parte di ciò che voglio esprimere nei miei racconti ma anche sfumature che non ho inserito razionalmente e consciamente oltre a fornire i tuoi apprezzatissimi, personali punti di vista su quegli elementi che, per quel che mi riguarda, lascio volutamente aperti a qualsiasi forma interpretativa.

Ci si rilegge nell'altro commento, Maurone!

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Peppe*

 
Che bello questo tuo nuovo racconto, così ricco e denso di emozioni, di fantasia, di immagini straordinarie! Inutile dire che me lo sono immaginato come un meraviglioso fumetto d'autore, trascinato dalla forza delle tue fantastiche descrizioni.
 
La storia di un amore vero, talmente profondo che si identifica con la vita stessa. Le conseguenze della sua perdita sono devastanti, ma c'è qualcos'altro... qualcosa nascosto agli occhi dei più, un mondo trasversale, soprannaturale, in cui c'è ancora vita, in cui c'è ancora speranza.
 
Avevo pensato, mentre leggevo la seconda parte, ad un racconto onirico, ma sarebbe stato un escamotage troppo banale e trito per una penna fine come la tua. Alla fine sono rimasto deliziato, quando le due realtà si fondono nel corpo di Nico.
Bellissimo. Un altro capolavoro del grande Peppe!
 
 
ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Ti dirò, Tony, mi ha fatto sorgere qualche domanda la prima parte del racconto. Nel senso che, pensavo, alcuni l'avessero potuta trovare troppo sdolcinata o idealizzata, magari poco "realistica". Ma alla fine era proprio il tipo di relazione e di amore che volevo mettere dentro a questa storia, ispirato da un paio di racconti di Poe e, in dosi decisamente minori, al mio amatissimo Il Corvo di O'Barr.

Ecco, sono felice che ti sia piaciuto e le tue parole mi emozionano davvero tanto.

Grazie, Tony, per tutto.

Un abbraccio.

ritratto di Claudio Di Trapani

Ciao, Peppe

Ho cominciato ieri sera a leggere il racconto, e l'ho ripreso poco fa (parecchio lungo, direi). Ti confesso che la prima parte non mi ha preso per niente. La ragione è che l'ho trovata eccessivamente romantica. Mentre dall'incontro col capitano è stata tutta un'altra storia: la seconda parte la ritengo davvero splendida, sotto ogni punto di vista. Beh, questa è la mia personalissima impressione. Vedi tu

Un caro saluto

Claudio

ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Mh, ecco! Quello che dicevo, sopra, a Tony.

E ci sta, ci sta tutto che si possa trovare troppo romantica quella prima parte. Al di là dei gusti personali, sarà che non sono granché portato per scrivere certe cose. Però, insomma, in fin dei conti - come, ripeto, ho scritto nel commento quassù - era proprio questa l'impronta che volevo dare alla storia d'amore  fra i due personaggi.

Certo che è la tua personalissima impressione, Clà, ci mancherebbe altro! E sono felice che almeno la seconda parte sia stata di tuo gradimento, altrimenti sai che due palle ad arrivare fino alla fine di questo racconto? Ahahah

Per cui ti ringrazio: già il fatto che tu abbia voluto inoltrarti nella lettura, nonostante la prima parte, mi riempie di gioia.

Un abbraccio, alla prossima.

 

ritratto di Vecchio Mara

ieri notte...

ho letto la prima parte, quella a me più congeniale; dove amore e dolore si fondono... l'ho sentita molto mia quella prima parte, ma devo dire che la seconda non mi ha per niente deluso,anzi, quell'inseguirla dentro il sogno (?) sin oltre i confini dell'umana conoscenza, mi ha preso, eccome!... bello fino in fondo, anche se personalmente, avrei desiderato che il cap non fosse tornato e lui fosse rimasto nel paradiso verde dell'amata insieme al loro figliolo. Piaciuto.

Ciao Peppe

Giancarlo

ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Ciao, Giancarlo.

Quel punto interrogativo dice tutto.

Sogno? Realtà? Una fusione dei due? E dove finisce il primo e inizia la seconda? Penso che questo sia il lettore a doverlo decidere, in base alle proprie preferenze o in base all'eventuale logica che, eventualmente, trova all'interno del racconto. Certo, poi il finale sembra chiarire qualcosa, ma... chi può saperlo?

Sono contento che anche a te sia piaciuta quella prima parte che mi ha dato parecchio da pensare.

Un abbraccio, caro GC, e grazie come sempre!

 

ritratto di Mauro Banfi

Analogie e differenze tra il delirio di Edgar Allan Poe e

il sogno di Peppe 90.

Mr. Edgar Allan Poe è stato un genio della letteratura del delirio.
Solitamente gli avversatori della cultura tardo romantica pensano che il delirio sia qualcosa di vago, egomaniaco, morboso e confuso e che il racconto d'avventura vuole invece come ingredienti robustezza di precisione e metodo di coordinate e oggettivazione scientifica dei dettagli; inoltre si pensa (e spesso non a torto, basta leggere i post di certi litblog webbiani) che il delirio sia narrativamente improduttivo, perchè tende al lirico annebbiato o al sublime tedioso, e disdegna tutte le categorie logiche dell'organon di Aristotele.

Giorgio Manganelli scriveva invece che il delirio di Poe è una sorta di iperbole iper-razionalistica:
" scegliendo l'esagerazione e la coerenza scientifica, miscelate insieme, rifiutando la comunicatività sociale  e la semplicità, Poe si pone alle radici, malate e vitali, della letteratura del delirio lucido, e dell'arte moderna; è il letterato, nel momento in cui la letteratura si fa teratologiainventrice di mostri e di miracoli."

Il delirio di Poe corteggia la morte con preziosi sillogismi.
Prefigurata, vista, saggiata, studiata con precisione, la morte diventa esperienza, e sua sorella il dolore diventa scuola di attraversamento tra due soglie, e dimensione parallela della vita: insomma, la faccio corta: Poe è il primo vero sacerdote di Ade dopo i tempi dei Greci.

"Ed ecco, orrore sopra orrore! sulla destra e sulla sinistra subitamente il ghiaccio si spalanca, e vertiginosamente ruotiamo, in immensi cerchi concentrici, lungo gli orli di un gigantesco anfiteatro, le cui mura affondano il culmine nella lontana oscurità".

Nel Manoscritto trovato in una bottiglia, troviamo questo inno imperituro ad Ade, il signore del delirio e dell'Invisibile.
L'iniziazione dei personaggi di Poe a Ade non è nè sociale e nè esoterica ma ONTOLOGICA: non conduce ad altro fine, non produce altro valore, che non siano il dolore stesso del rituale del cambiamento.
I personaggi di Poe sono in perenne mutazione, nonostante le loro pippe mentali; questo è il gioco geniale del Corvo sacro di Baltimora.
E chi fugge quella dimensione (cercando di evitarla razionalizzandola) è un debole, chi l'accetta e dice di sì a quell ESSO/ dolore primordiale è un intrepido prode, è colui che riesce a diventare se stesso.

Diversamente dal Malstrom di Poe, l'abisso del gorgo evocato dal sogno di Peppe, non si lascia conoscere dalla ragione, ma dall'amore, un amore al di là del bene e del male che se ne frega delle leggi di Ade e della teratologia e dei sillogismi deliranti di Poe.
"Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo": se non potrò muovere le potenze del Cielo, solleverò quelle del mondo infero, per amore.

Un amore che sa, come lo sapeva Poe, che la conoscenza del dolore e del male non lo annullano, che ESSO (dolore) sta alla base della vita, e che solo accettandolo con gioia è possibile amare e vivere con la propria testa e sulle proprie gambe e nel vasto oceano della propria immaginazione.

Un'ultima nota sul mare del delirio e dell'avventura: per Poe è la dimensione sbiadita e terribile della solitudine, dell'insensatezza, dello sgomento cosmico, per Peppe 90 è l'abnegazione, il sacrificio, il gesto assoluto e anonimo che si dona nell'amore.

Una pagina alta e indimenticabile (e chi se ne frega se è corta o è lunga, ma basta, una buona volta, per Poe!) è stata scritta, e non importa se è stata scritta nell'evanescente web.
Resterà per sempre come un classico, immortale.

Abbi gioia, fratello e grazie per quel grammo di vera autentica speranza, autentico "ossigeno che si muta in oro, miracolo termodinamico, unico spermatozoo che vince la gara per la vita", che mi hai regalato.

P.S.

Insomma, Peppe, hai compiuto il grande balzo dal nichilismo forte ma reattivo di Poe al nichilismo estatico, visionario, mitologico, forte ma attivo.
Sarò esagerato, ma per me è un'impresa narrativa eccezionale, e lo posso dimostrare in ogni Accademia.

ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

E niente, Mauro, riesci sempre a farmi emozionare, a farmi accapponare la pelle, non tanto per le splendide parole che spendi nei miei confronti - e delle quali ti sono grato, senz'alcun dubbio - quanto, più d'ogni altra cosa, per la passione che permea e che traspare chiaramente dai tuoi commenti così articolati e corposi (con tanto di annessa citazione a Watchmen, 'sta volta).

Ovviamente, molte delle cose che mi fai notare qui le sto scoprendo soltanto adesso. Non ho fatto volutamente nulla di tutto ciò: ispirato da Poe mi sono gettato nella stesura del racconto, senza ricalcare le orme del suo stile (sarebbe, per me, inutile quanto complicato) ma rimanendo sul mio.

Non so se ricordi quando, nei commenti a Blue Bus, mi dicesti che nei racconti brevi come quello ti davo l'impressione di andare col freno a mano tirato; be', era proprio questo il racconto che, nella mia risposta, ipotizzavo ti sarebbe potuto piacere molto (ce ne sarebbe un altro, che si discosta molto da questo, e che non so quando pubblicherò). Ecco, ho aspettato così tanto perché era in lizza per un concorso di racconti inediti, quindi non avrei potuto inserirlo su Net. Ebbene, due settimane fa ho avuto la notizia che Il Maelström è stato rifiutato per quel concorso e quindi... l'ho subito postato.

Non mi resta che abbracciarti e... alla prossima!

 

 

ritratto di Massimo Bianco

Penso che di tutti i racconti

Penso che di tutti i racconti che hai scritto (almeno tra quelli che ho letto io, che sono parecchi), questo sia in assoluto il più creativo e insieme anche il più allucinato. Certo che la sua lettura mi ha portato via una buona parte della serata, ma ne è valsa la pena, anche perchè non stancava. Ho letto i commenti precedenti (tranne quelli di Mauro: uniti erano davvero troppo lunghi), chi ha apprezzato di più la prima parte e chi di più le seconda, in base ai loro gusti, ma la verità è che la prima è perfettamente funzionale alla seconda e per questo mi hanno convinto entrambe. Un bel racconto: sono incerto se scrivere piaciuto o piaciuto molto, diciamo allora che mi trovo a metà strada tra le due affermazioni. Ciao.

ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Ciao, Max! Leggo bene? "Mercoledì"? Mi ero troppo abituato a vederti in giro nel weekend! Ahahah

Scherzi a parte (be', mica tanto, ahah), raccolgo con piacere un altro commento positivo, specie in relazione alla prima parte che, come dicevo, mi ha dato parecchio da pensare.

In effetti, la scrittura della seconda parte mi ha preso molto e ho cercato di dare libero sfogo alla fantasia, vedendo fin dove mi permetteva di andare la storia e se, così facendo, i lettori avrebbero faticato o meno a seguire la vicenda. Sembra di no e ne sono decisamente soddisfatto.

Be', a distanza di giorni e a mente fredda... ti è piaciuto o ti è piaciuto molto?

Ahahah

Un caro saluto, Max.

ritratto di Gerardo Spirito

"Discesa nel Maelstrom" è,

"Discesa nel Maelstrom" è, insieme a "Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma", il racconto che preferisco di Poe, quindi non può che avermi fatto piacere leggere questa storia (presupponendo che la lunghezza per me non è mai un problema se ho intenzione di leggere una storia).

Già, conoscendoti non mi aspettavo la vena profondamente romantica della prima parte, per questo devo confessarti che all'inizio ho faticato un po' a "farmi piacere" il brano (non che non sia riuscita, è una questione di gusti personali), ma è anche vero che alla fine risulta funzionale a tutto il resto. In ogni caso, la seconda parte è decisamente più coinvolgente e - citando Massimo, che ha utilizzato il termine dal mio punto di vista più consono alla storia - allucinato.

La scrittura invece, ormai, è precisa e matura - e come ti ripeto spesso il tuo stile è riconoscibilissimo e questa forse è la cosa più gratificante per uno scrittore, che sia dilettante o no. 
Mooolto interessante la figura del Cap, è il personaggio che di più mi ha intrigato, decisamente. 
Ricapitolando, hai ordito una trama molto creativa attorno al fenomeno del Maelstrom, e questa non è cosa da poco. Ma sopratutto sei riuscito a distaccarti e di molto dal tono e dal contenuto che ha il racconto di Poe, e questa è la cosa che ho apprezzato più di tutte. Bella prova Peppe!
ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Forse, e dico forse, sentirsi dire che il proprio stile di scrittura sia riconoscibile (o riconoscibilissimo, addirittura) è, per uno che si diletta nello scrivere, la cosa migliore in assoluto. Anche perché, spesso, mi ritrovo a paranoiarmi con domande del tipo: Ma che sto scrivendo? Ma ha qualcosa di mio, 'sta roba? Oppure è anonima?

Sì, il Cap è anche il mio preferito e, tuttavia, al momento non ricordo da dove l'ho tirato fuori, se mi sono ispirato a qualche altro personaggio o meno (ma credo di no). Mi è piaciuto così tanto che ne ho pure realizzato un "disegno" (quando si tratta del sottoscritto, questa parola va presa assolutamente con le pinze e contropinze) che però, giustamente, non ho pubblicato ahah.

Insomma, graditissimo il tuo commento e... sì, allucinato è il termine giusto. Volevo fortemente si sentisse questa componente. E ci son riuscito.

Ciao, Ger, un caro saluto.

ritratto di Rubrus

***

Effettivamente, è lungo, ma la storia è complessa e lo richiede, quindi...

Vabbè, premesso che i commenti li ho solo sorvolati a volo d'uccello, probablmente dirò qualcosa che altri han già detto, vale a dire che nel racconto originale Poe ci mostra un personaggio che vede la follia del mondo (di cui il gorgo è manifestazione) e soccombe, mentre l'altro osserva la follia del mondo e attraverso la ragione si salva anche se ne rimane segnato nell'anima e nel corpo - cioè i capelli bianchi. Nel tuo racconto, invece, non c'è tanto una salvezza attraverso la ragione, quanto l'intuizione / visione che una qualche salvezza sta al di là di questo mondo, ma il protagonista, più che agire verso di essa, viene, per così dire, agito, cioè preso, mollato, ripreso, lasciato andare. Non agit, sed agitur. Il marchio, invece, rimane. 

In ogni caso il tuo marinaio è più simile a quello di Coleridge che a quello di Poe e, come Dante, ogni tanto cade come corpo morto cade. 

Quanto invece al gioco dei rimandi e delle citazioni, ci si potrebbe anche divertire - per esempio Nagflar, oltre che la nave del Ragnarok nordico, costruita con le unghie dei morti, è anche un gruppo Rock, mentre Capitan Howdy  è il nome che Regan dà al demone Pazuzu quando esso inizia a manifestarsi.

Quel che però mi preme dire è che di solito il gioco delle citazioni e dei rimandi funziona solo con chi ha già le tessere del puzzle. Gli altri non ci fanno caso - e allora è fatica sprecata - oppure (ma non è il tuo caso, lo anticipo) le percepiscono come inciampi.

Quello che conta è che la storia regga a prescindere dalle citazioni - e al massimo con le citazioni fila meglio - ed è un po' il tuo caso.

Il racconto ha una struttura picaresca e un registro delirante (e anche qui c'è una differenza con Poe: in Poe è solitamente questo stesso nostro mondo ad essere folle e delirante, mente nel tuo racconto l'aspetto onirico e allucinato deriva soprattutto dall'essere questo mondo inserito in un contesto più vasto ed esso sì onirico e allucinato - più HPL che Poe, insomma), ma regge, mentre in defintiva - e anche qui c'è una differenza con Poe dove il rapporto affettivo è soprattutto fonte di tormento - l'unica consolazione, se non salvezza e/o prospettiva di serenità (mi riferisco al punto in cui moglie e figlio dicono che lo aspetteranno) deriva dal tessuto relazionale.

Piaciuto, ciao.

 

ritratto di 90Peppe90

Il Maelström

Questa tua analisi mi ha fatto innamorare, la leggo e la rileggo.

Le differenze tra questo racconto e l'originale di Poe non sono volute quanto naturali: non mi sono messo a scrivere pensando "Toh, ora faccio un racconto-tributo a Poe" oppure "Prendo spunto ma costruisco un personaggio totalmente diverso". No, semplicemente mi sono messo a scrivere seguendo l'ispirazione datami da Una discesa nel  Maelström e Eleonora. E mi sono lasciato trasportare... e trasportare... come da una corrente marina.

Mi piace giocare con le citazioni, anche se non lo faccio sempre, ed è bello trovare riscontro in chi legge.

Ciao Rub!