RIMETTERE LA "MELA" PER RIMETTERE IL PECCATO

ritratto di Davide Cantino

SE LA "MELA" VALGA O NON VALGA

LA PENA DI ESSERE MANGIATA

 

L’ALBERO GENEALOGICO DELLA “MELA”

CRESCE SUL MONTE DI VENERE

 

«Giudicare se la “mela” valga o non valga la pena di essere mangiata

è rispondere al quesito gastrologico fondamentale dell’ontologia».

[Davide Cantino: Il mito della Mela. Saggio sull’assurdo. (2016)]

 

«Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta

è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».

[Albert Camus: Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo. (1942)]

 

Camus imposta Il mito di Sisifo sul problema di un ‘assurdo’ esistenziale che può indurre al suicidio l’unico essere esistente (l’essere umano) in grado di percepire questo assurdo, che è poi, semplicemente, la famosa angoscia esistenziale di Sartre. Camus principia il suo saggio scrivendo che «vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio», e poi continua con la citazione che ho fatto sopra: Juger que la vie vaut ou ne vaut pas la peine d’être vécue, c’est répondre à la question fondamentale de la philosophie.

Io, padre benigno della desistenza contro tutti i padri maligni dell’esistenza, definisco idiotismo l’atteggiamento di quegli umani che, considerando egoisticamente la (loro) esistenza come proprietà più propria, e quindi inalienabile, del loro essere, nemmeno si sognano di metterla in dubbio alienandone la vitalità contagiosa; per costoro, assurdo è solamente dubitare della bontà dell’esistenza (zittendo lo squillo di “tromba”: viva la vita!), sicché essi ritengono sicuramente assurdo sin da subito il titolo che Camus appose al primo capitolo del suo “mito di Sisifo”: L’absurde et le suicide. Ma, per il desistenzialismo, che si trova agli antipodi dell’esistenzialismo, “idiota” è per eccellenza l’umano che non si pone nemmanco la domanda più filosofica che doverosamente ci si dovrebbe porre sull’esistenza: ne vale la pena? “idiota” è colui che non ha mai pensato che Juger que la vie vaut ou ne vaut pas la peine d’être vécue, c’est répondre à la question fondamentale de la philosophie.

La filosofia desistenziale non è un teorico “amore per il sapere” senza esito pratico: anzi, l’esito più alto del filosofare è, per i desistenzialisti, proprio la sospensione “epocale” dell’umanità nell’interruzione non delle gravidanze (= aborto), e nemmeno delle esistenze (= suicidio) bensì dei concepimenti. Il desistenzialismo non è una filosofia sterile, pur essendo la filosofia della sterilità; ed anzi, proprio perché si pone in sommo grado il problema relativo al ‘valore’ o al ‘disvalore’ della vita, il desistenzialismo è quanto mai filosofia (non delirio ideologico, come sostiene qualcuno). Il desistente fa sua la proposizione di Camus su la question fondamentale de la philosophie ma, a differenza di Camus, non pone tale questione in termini di suicidio o non suicidio; il desistente non approva il suicidio come mezzo per uscire di scena: egli pensa che vi sia, a monte, un modo molto meno violento e traumatico per risolvere il problema della vita e che dunque la soluzione veramente “finale” sia nella natalità zero. Natalità zero: ma non lo zero relativo che fa solo calare il numero dei neonati, bensì lo zero assoluto che li fa sparire completamente; basta non generare per una generazione e il problema è risolto. La singolare ‘resistenza per estinto’ che il desistente oppone alla più volgare ‘resilienza per istinto’ mira all’estinzione indolore della razza umana: l’istinto estinto è l’unico risultato che può eliminare del tutto lo scandalo assurdo dell’estinto, il caro estinto che si piange dopo perché si è riso prima; assiomatico, nella sua evidenza: ogni doglia prenatale diventa doleanza postmortale nella condoglianza. L’estinzione della specie salva dall’estinzione dell’individuo.

Il desistenzialismo non festeggia il Natale perché questa è la festa della natalità; il desistente preferisce celebrare il Mortale (nuova festa che egli oppone al Natale) per ricordare agli spensierati incoscienti adoratori della natalità che chi è nato è già morto in partenza. Celebrando la festa del Mortale, il desistente intende fare memoria di quella pena di morte mai abrogata dalla vita; la festività del Mortale è ricordo lucido e spassionato della insostenibile e inaccettabile pena capitale inflitta ad ogni Natale (al di là della speranza cristiana in un condono definitivo ottenuto in grazia di una fantasiosa e bizzarra assoluzione postuma, concessa al di là, dalla pena di morte comminata al di qua). Il desistente è contrario alla pena di morte della vita, è contrario all’ergastolo di una umanità che perpetua il suo genere nella camicia di forza della specie dimenticando il monito di Camus secondo cui a priori occorrerebbe pronunciare il seguente giudizio penoso e politicamente scorretto: la vita vale la pena di essere vissuta? Il desistenzialismo chiede agli aspiranti genitori di considerare questa improponibile assurdità: generando essi mettono “per conto terzi” (i figli) al mondo, senza cioè chiedere loro un doveroso consenso. Il concepimento, prima ancora della nascita, è il crimine più disumano che un umano possa compiere: questo è il pensiero della desistenza come desistenzialismo che si contrappone   all’esistenzialismo. Coloro che si credono sani di mente solo perché la pensano come la maggioranza, ci dicono che siamo malati (ovviamente di mente): noi sappiamo però che la verità non dipende dal numero di coloro che la spacciano per tale.

Riprendendo l’incipit di Albert Camus, io dico quindi che vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello della desistenza; il n’y a qu’un problème philosophique vraiment sérieux: c’est la déxistence. L’uomo desistente non è l’uomo assurdo – l’homme absurde – di cui parla Camus: l’uomo che bovinamente percorre la propria avventura nel tempo della sua vita – poursuit son aventure dans le temps de sa vie –; il desistente non è questo uomo assurdo, proprio perché egli prende molto sul serio il delirante e demenziale assurdo esistenziale che istiga e incita a percorrere per inerziale e passivo istinto di sopravvivenza un percorso comunque pretracciato dal concepimento, al di là di ogni libera traccia potenzialmente tracciabile di propria spontanea volontà nel corso di tale percorso; per ciò l’uomo desistente non può essere esistenzalista.

Dice bene, Camus, «l’assurdo non libera: vincola»; L’absurde ne délivre pas, il lie. Noi, innocui desistenzialisti – lo dico in un immaginario dialogo con tutti gli altri –, a differenza dei nocivi esistenzialisti, pensiamo che l’assurdo sia invece proprio in quel ‘legare’ alla vita che ogni genitore fa procreando. Noi vogliamo slegare l’uomo dal cordone ombelicale che lo lega all’esistenza nella doppia mandata genitoriale.

 

lier

  • A
  • v.tr.
  • 1 legare
  • 2 collegare
  • B
  • v.pron. (se ‹lier›)
  • impegnarsi, vincolarsi, legarsi

 

La teoria dell’engagement elevata all’onore degli altari dalla faziosamente politicante liturgia sinistroide dell’esistenzialismo francese di Jean-Paule Sartre (1905-1980) e Albert Camus (1913-1960) ha nel dégagement lapidario e apolitico (ma non certo qualunquista) del desistenzialismo universale il suo contraltare graniticamente più polemico. I codini benpensanti e conformisti – beghini! – schierati dietro alle barricate, di destra o di sinistra, credenti o non credenti che siano, incensano supinamente tutti e quanti il prezioso e inestimabile valore dell’esistenza, con il turibolo esiziale (cioè esistenziale) della loro spregevole e sprezzante foia di vita. Pensando al cattivo esempio di chi fa figli, ripensavo alla fatidica domanda di Camus: Ai-je besoin de développer l’idée qu’un exemple n’est pas forcé- ment un exemple à suivre…?

L’umanità è come Sisifo: progetta cocciutamente degli umani in una vita che sistematicamente li getta nella morte, la quale essendo il rigetto finale del progetto iniziale, costituisce la fine assurda che la vita ricomincia ogni volta daccapo. Si è già capito che Sisifo è l’eroe assurdo, On a compris déjà que Sisyphe est le héros absurde, dice Camus, il quale attribuisce al suo eroe esistenzialista nientemeno che la passione per la vita: il disprezzo per gli dèi, il suo odio per la morte e la sua passione per la vita gli hanno procurato questo supplizio indicibile in cui tutto l’essere si dà da fare senza concludere nulla.

 

Son mépris des dieux, sa haine de la mort et sa passion pour la vie, lui ont valu ce supplice indicible où tout l’être s’emploie à ne rien achever.

 

Solo un esistenzialista poteva eleggere Sisifo a suo campione, cioè solo uno convinto che «vivere è dar vita all’assurdo», che la vita «sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso». Nonostante ciò, Camus riferisce che Sisifo incatenò la Morte, Sisyphe avait en- chainé la Mort. Nel “sillogismo esistenziale” che inizia con la premessa maggiore del nascere e continua con la premessa minore del vivere, il morire è una conclusione inconcludente che non permette di condurre a termine il “ragionamento” teso a giustificare l’esistenza; forse per questo Sisifo aveva cercato di “incatenare la morte” alle due premesse che la precedono disinnescandone l’innesco per giungere alla ragion d’essere in vita. Ma Plutone – riferisce ancora Camus –, non potendo sopportare lo spettacolo del suo impero deserto e silenzioso, ordinò al dio della guerra di ridare la libertà alla Morte, la libertà di far morire come sempre i viventi affinché l’Ade, regno plutonico, potesse nuovamente avere senso: il senso dell’Ade è nei suoi morti, solo se il nonsenso della Terra è nei suoi vivi. Terra superna e Sotto-Terra inferna sono le due facce costituenti il simbolo dell’assurdo che collega senso e nonsenso nell’inconciliabilità contraddittoria di Vita e Morte. Ci sono dèi che hanno bisogno della morte per poter regnare sul regno dei morti, e dèi che hanno bisogno della vita per poter regnare sul regno dei vivi: la correità dei Signori della Morte e dei Signori della Vita è collusione, connivenza, cioè associazione a delinquere.

Sisifo come archetipo mitologico dell’uomo assurdo, dell’uomo esistenzialista? Camus vaneggia! Questo Sisifo, proletario degli dèi, Sisyphe, prolétai- re des dieux, troverebbe nella coscienza dell’assurdità del suo fare e disfare il senso insensato del proprio destino!? La formula della vittoria assurda, la victoire absurde, sarebbe dunque la conclusione di Edipo: che tutto è bene (?) que tout est bien (?); tutto è bene anche quando finisce male? Non così dice il saggio. Le bonheur et l’absurde sont deux fils de la même ter- re. Ils sont inséparables. La felicità e l’assurdo sono due figli della stessa terra. Essi sono inseparabili. (?). Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Toute la joie silencieuse de Sisyphe est là. Son destin lui appar- tient. Son rocher est sa chose.

Che dire? Chi s’accontenta gode! E intanto il macigno rotola ancora, le rocher roule encore. E già, il macigno rotola ancora perché gli umani si riproducono ancora. Tutto l’esistenzialismo è uno sforzo assurdo di gente che cerca di farsene una ragione, di questo macigno che rotola: gente che cerca a posteriori una ragion d’esistere sapendo che, a priori, non c’è una ragion d’essere. La fatica di Sisifo dovrebbe insegnarci – sentenzia Camus – che l’onore disonorevole di rompere le statue degli dèi comporta l’onere onorevole di portarne su e giù i cocci. Ma quale superiore intelligenza ha potuto concepire una verità così sublime? Dopo che l’umanità ha mirato in alto e disintegrato gli idoli del suo vecchio cielo, ora gli umani dovrebbero passare la vita a sopportare di buon grado che schegge impazzite di quegli idoli cadano loro in testa su questa nuova terra?

Chi rompe paga, e i cocci sono suoi. Albert Camus direbbe che anche i cocci bastano a riempire il cuore di un uomo, remplir un cœur d’homme. E dunque bisogna immaginare Sisifo felice, Il faut imaginer Sisyphe heu- reux. In verità, proprio perché un desistenzialistia non riuscirà mai a immaginare un tal Sisifo felice, la desistenza invita tutti gli umani di buon senso a disertare questa terra colpita dalle stelle cadenti di vecchi desideri infranti dall’iconoclasta furia esistenzialista: noi non vogliamo pagare il prezzo di una rottura di valori che ci lascia solo i loro cocci senza valore. Noi non ci accontentiamo di cocci e per questo non ne godiamo affatto. Noi non rimpiangiamo gli idoli celesti che ora ci cadono in testa come una pioggia di meteoriti, non abbiamo alcuna nostalgia per le stelle comete che indicavano una via di salvezza extraterrestre: non ci affligge tanto il poter rimpiangere il nostro caro Padre celeste, quanto piuttosto il dover piangere i nostri cari, i nostri cari padri nonché fratelli terreni.

Noi, che onoriamo il Mortale in alternativa a quelli che ossequiano il Natale, non cerchiamo tanto un Dio che venga a mostrarci come dobbiamo morire per poter vivere al di là, quanto piuttosto degli Uomini che vengano a dimostrarci come possiamo non nascere per non dover morire al di qua.

L’essere e il nulla di Sartre pone, sin dall’introduzione, una domanda che per il desistenzialismo è molto stimolante: N’est-ce pas qu’il ne faut pas introduire la loi du couple dans la conscience? La conscience de soi n’est pas couple. Non è forse vero, che non bisogna introdurre la legge della coppia nella coscienza? La coscienza di sé non è coppia. In Luca 1,34 la Madre dell’Essere-in-sé dice all’angelo che le annuncia l’immacolata concezione: Πῶς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω; Quomodo fiet istud, quoniam virum non cognosco? Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? Il concepimento è il simbolo esistenziale per eccellenza della conoscenza, tant’è che nel parlare comune «concepire» è possibile sia nella mente sia nell’utero; ma è molto istruttivo, riflettere sul fatto linguistico che biblicamente consacra la “conoscenza” al concetto uterino piuttosto che a quello cognitivo. La conoscenza comporta la legge della coppia, nel concepimento uterino come nella concezione extrauterina.

Camus e Sartre concordano su un esistenzialismo che si trova sempre al bivio di coscienza e conoscenza, di praecogito preriflessivo e cogito riflessivo. La coscienza non conosce dualismo alcuno di soggetto di contro a oggetto; la coscienza è analoga a quell’essere-in-sé che è sempre “al di là” dell’attivo e del passivo, dell’affermazione e della negazione, in una parola: del giudizio. La dimensione pregiudiziale della coscienza può ontoteologicamente costituirsi come divinità il cui essere è trascendentalmente fuori dall’esistere umano: la metafisica crede a un Dio il quale altro non è che un essente fondato da una capacità metapsichica che la coscienza umana esistente ha di “pensarsi”. L’esistenzialismo francese di Sarte e Camus avendo deciso di aderire al credo nietzscheano della morte di Dio, si trova in una “metastabilità” che implica uno slittamento continuo fra essere ed esistere con coseguente perpetuo equivoco fra metapsichica della coscienza e metafisica dell’essere. L’esistenzialismo ateo allude sempre, di tra le righe, a un implicito rapporto, categorialmente ineludibile per l’eredità filosofica del pensiero occidentale, fra essere metafisico e coscienza metapsichica; a che serve liberarsi dell’essere ontoteologico di Dio, se poi si resta impigliati nella coscienza ontologica dell’Io?

Ma noi desistenzialisti lasciamo agli esistenzialisti le loro beghe dottrinali e preferiamo concentrarci sul problema che sta a monte della disputa sull’anfibolia di coscienza e conoscenza, cioè il problema di quella “conoscenza” dalla quale parte ogni problema, esistenziale o non esistenziale: il problema del valore della vita, che, giova ripeterlo con Camus, resta ed è la question fondamentale de la philosophie. L’ontoteologia ci ha abituati all’idea che l’essere sia prioritario e imprescindibile: è chiaro che qui ci si riferisce all’essere di un Dio che avrebbe creato l’esistenza “dalla” sua essenza eterna; il primato dell’essere metafisico divino (= spirito) impone la fede in un essere metasomatico umano (= anima) la cui psichicità si unisce alla spiritualità come la conoscenza alla coscienza. Per quanto il problema del due inteso come Male sia stato ampiamente demonizzato dal cattolicesimo cristiano prima nella scomunica dell’angelo Satana e poi in quella dell’uomo Peccatore, gli umani continuano a riprodurne la logica perversamente ontoteologica e ontologica nell’accoppiamento sessuale che riproduce l’umanità. Gli umani fanno l’amore con la “conoscenza” (= fanno sesso “conoscendo”) riproducendo così lo schema binario maledetto dalla diffida ontoteologica di Genesi: la coscienza divina dell’essere-in-sé aveva infatti diffidato i due figli della sua Coscienza dal mettere mano alla Conoscenza; la cattiva novella è nota: i due carpiscono il frutto della conoscenza escludendosi automaticamente dalla coscienza pura che non conosce scissione interna.

L’immagine che ho scelto per la copertina di questo mio libro rappresenta “i due” (il due) rannicchiati in una mela nella posizione fetale che precede la nascita, cioè l’esistenza; si noti, la causa del “due” serpeggia luciferino come un verme nel ventre della mela. Ho chiamato fructus ventris questa immagine: il frutto del ventre inizia con la conoscenza proibita e peccaminosa vietata dalla coscienza ontoteologica; la procreazione dell’esistente umano prolunga indebitamente la creazione dell’essente divino. La “mela” è tale nel senso in cui la lingua latina chiama mālum (con la «a» lunga) la mela, e mălum (con la «a» breve) il male: questi due sostantivi, di genere neutro entrambi, confermano anche solo linguisticamente che la mela è simbolo del ventre materno, in cui si concepisce il frutto proibito dell’esistenza originantesi dai due e originante l’uno a sua volta duplicato nell’accoppiamento riproduttivo con l’altro.

Per quanto noi desistenzialisti non siamo ovviamente credenti, pure, prendiamo molto sul serio il mitico divieto divino: credendo noi che il frutto del ventre sia proibito, siamo molto più credenti dei cosiddetti credenti, i quali, fraintendendo a nostro parere il divino rigetto ontoteologico di chi deflora la “mela”, riproducono incoscientemente l’umano getto di un progetto che in realtà imita il gesto peccaminoso dei due primi peccatori deflorando la donna. Comunque, lasciamo ai credenti delle conventicole ecclesiastiche e curiali queste questioni dogmatiche, e torniamo al punto cruciale: l’elogio dell’esistenza è scandaloso, indegno dell’intelligenza umana. Per dirlo con Sartre, la coscienza umana dovrebbe smetterla di desiderare la logica esistenziale che la snatura in coscienza di qualcosa: dice bene, Sartre, quando dice che quel «di», frapposto tra coscienza del soggetto e conoscenza dell’oggetto, impropriamente fa della coscienza un’essenza che ha bisogno di una sostanza per poter diventare coscienza di sé.

 

Le esigenze della sintassi ci hanno costretto finora a parlare della «coscienza non posizionale di sé». Ma non possiamo adoperare più a lungo questa espressione, in cui il di sé risveglia ancora l’idea di conoscenza (metteremo d’ora in avanti il «di» fra parentesi per indicare che risponde solo a un’esigenza grammaticale). [Jean-Paul Sartre: L’essere e il nulla – Il saggiatore, Milano 2002 – Introduzione – pag. 20]

 

Anche noi desistenzialisti, assai prima di Sartre, abbiamo messo tra parentesi il «di», a dire che è ora di finirla, con questa coscienza “posizionale” che ponendo in essere (dei figli) imbastardisce il proprio essere pre-esistenziale (cioè ontologico) assoggettandosi a una riflessività riproduttiva che la priva dell’autonomia. Un soggetto non può, in coscienza, essere soggetto a una conoscenza che lo fa dipendere da un oggetto. Una coscienza libera deve emanciparsi dalla conoscenza. La dimostrazione del fatto che la coscienza non è esistenziale emerge dalla semplice constatazione che, senza conoscenze, essa è semplicemente un mero essere inesistente; e qui s’annida la serpe del dubbio ontoteologico che striscia insinuando la possibilità di un essere ontologico “esistente” al di là dell’esistenza ontica: un Dio che possa essere al di là dell’esistere dell’Io. È significativo, comunque, che l’Io debba (sup)porre al di là di sé questo Dio: la metafisicità della credenza in malafede – direbbe Sartre – si fonda sulla metapsichicità del credo facendone una certezza in buona-fede.

Impropriamente si usa il verbo essere quando si dice di «essere a conoscenza»: una conoscenza si ha, e dunque sarebbe più corretto dire di «avere per conoscenza» (se non «avere a conoscenza»); noi tutti siamo, cioè esistiamo, per la “conoscenza” dei nostri genitori, a causa (= per) della loro conoscenza, per effetto del loro conoscersi, e quindi solo “per conoscenza” siamo stati informati dell’accaduto, a cose fatte. Cito dal dizionario di italiano De Mauro:

 

PER CONOSCENZA: formula epistolare in virtù della quale una lettera o un documento viene inviato, oltre che al diretto destinatario, anche a un’altra persona, affinché possa prendere conoscenza dei suoi contenuti (abbr. p.c.).

 

Il frutto della “conoscenza”, il figlio, solo a “cose” fatte è messo a conoscenza dell’atto (sessuale) che ha causato il suo esistere: egli non è la prima persona coinvolta nella missiva il cui “mandato” ha per contenuto l’esistenza; a un figlio, i genitori solo per conoscenza mandano la loro corrispondenza d’amorosi sensi “imbucando” la quale comunicano al figlio la cattiva novella. Quando un figlio «è» cosciente di esistere, il suo essere è già esistente ed egli ne «ha» già conoscenza: egli ha (la) conoscenza del suo esistere e quindi è cosciente del suo essere. La “lettera” scritta dalla corrispondenza (= il corrispondere, l’intendersi) dei genitori ha per oggetto l’esistenza del figlio, il quale è infatti oggetto e non soggetto delle attenzioni dei genitori dal momento che essi hanno avuto intenzione di farne l’oggetto delle loro cure. Un figlio soggetto alle attenzioni dei propri genitori non è il soggetto delle proprie intenzioni; il suo «essere coscienza di essere» figlio ha la sua causa in un atto (sessuale dei genitori) che precede sempre il suo «avere conoscenza di esistere» come figlio. Non è vera attenzione, avere attenzioni per chi potrebbe non avere intenzione di essere oggetto di tali attenzioni; se chi salva una vita salva il mondo intero, allora chi mette al mondo una vita che non avrebbe voluto essere in vita perde il mondo intero. Insomma, se si deve ‘avere conoscenza di esistere’ solo al prezzo di avere questa conoscenza posteriormente a un ‘essere coscienza di essere’ anteriormente affidato ai genitori, ebbene la conoscenza è sempre il frutto posticcio di una coscienza.

Riflettiamo, sull’aggettivo «posticcio»: significa «posto dopo», come insegna la latina

 

appŏsĭtĭo, ōnis, (f.):

il porre vicino, aggiunta, QUINT. 5, 11, 1; il servire in tavola, Eccl.; applicazione, C. AUR.

[appōno + -tĭo].

 

La conoscenza filiale a posteriori è un’applicazione indebita a priori della coscienza genitoriale all’incoscienza di un essere che non è ancora esistente. L’esistenza è un’«ap-posizione» dell’essere procreante posticciamente aggiunta dai genitori al loro figlio quando non è ancora in essere, quando cioè non può ancora essere cosciente di ciò che i suoi genitori hanno fatto in coscienza. L’«apposizione esistenziale» è sempre frutto di una coscienza che si vuole ‘posizionale’ – per dirlo con Sartre – nel senso che si tratta di pre-tendere un oggetto incapace di intendere (e di volere) verso il quale tendere per poter avere coscienza di sé nell’altro; è per ciò, che la conoscenza posticcia e appiccicaticcia dei genitori pre-tende addirittura la riconoscenza dei figli!

Non si può appiccicare alla coscienza una conoscenza che non le è congenita: la co(no)scenza ‘genitiva’ che fa della coscienza una coscienza di un figlio.

 

gĕnĭtīvus,

vd. genetivus.

 

gĕnĕtīvus, a, um, (agg.):

1 ingenito, innato, naturale: genetivae notae, segni congeniti, voglia, SUET. Aug. 80; genetiva imago, l'aspetto naturale (quello della nascita), OV. Met. 3, 331; genetiva nomina, nomi di famiglia, OV. Pont. 3, 2, 107;

2 Genitore, epiteto di Apollo, VARR. in MACR. 3, 6, 5;

3 genetivus casus o sempl. genetivus, il caso genitivo, QUINT. e a.

[gigno + -īvus].

 

Il caso del ‘genitivo’ è il caso della genitorialità metapsichica, della genesi metafisica. Una coscienza, in coscienza, deve rimanere «coscienza (di) coscienza = coscienza-coscienza»: questa è l’identità immacolata, innocente che precede il casus originalis.

 

cāsŭs, ūs, (m.)

1 caduta, il cadere: stillicidi casus, il cadere di una goccia, LUCR. 1, 313; concidere casu gravi, cadere pesantemente a terra, PHAEDR. e a.; nivis casus, caduta della neve, LIV. e a.; fig. crollo, rovina (di una città, di una persona), morte, fine, termine: casus urbis Troianae, caduta di Troia, VERG. Aen. 1, 623; ex nostro casu, a seguito della nostra rovina (politica), CIC. Sest. 140; casus in servitium ex regno, il cadere in schiavitù da una condizione regale, SALL. Iug. 62, 9; Saturnini atque Gracchorum casus (pl.), le morti violente di Saturnino e dei Gracchi, CAES. B. C. 1, 7, 5; extremae sub casum hiemis, sulla fine dell'inverno, VERG. Georg. 1, 340;

2 caso, accidente, evento accidentale, occasione, circostanza, esito, evento favorevole o sfavorevole, condizione difficile, infortunio, disgrazia: aetas illa multo plures quam nostra casus mortis habet, quell'età comporta molte più occasioni di morte della nostra, CIC. Cato 67; plures rem posse casus recipere intellegebant, capivano che la cosa poteva presentare parecchi accidenti, CAES. B. C. 1, 78, 3; casu, per caso, CAES. e a.; casu aut forte fortuna, per caso o per fortuna, CIC. Div. 2, 18; ► casu accidit ut… e il cong., per caso avvenne che…, NEP. e a.; propter casum navigandi, per gli incerti della navigazione, CIC. Att. 6, 1, 9; casum victoriae invenire, trovare l'occasione per la vittoria, SALL. Iug. 25, 9; casum dare, dare l'occasione, SALL. Iug. 56, 4; casus reipublicae, la (triste) condizione, i mali dello Stato, SALL. Cat. 51, 9; in casum trahere, trascinare nella sventura, CURT. 9, 6, 8; casus evadere, evitare i pericoli, VERG. Aen. 10, 316;

3 gramm., caso: casus rectus o patricus o nominativus o nominandi, il caso nominativo, VARR. e a.; casus genetivus, dativus, ablativus, il genitivo, il dativo, l'ablativo, QUINT. e a.; casus sextus o Latinus, l'ablativo, VARR.

[cădo + -tŭs 3].

 

La caduta nell’esistenza è una ptosi che non deve c’entrare niente con la ptosi testicolare che dà la stura alla pubertà nel maschio con conseguente salita al monte di Venere.

 

πτῶσις (-εως, ἡ):

[πίπτω]

a caduta CHRYSIP. 2.282.12 (PLUT. Stoic. rep. 1045b); ► τινος di qcn. POL. 2.16.13; di qcs. PLAT. Rp. 604c ARISTOT. EE. 1247a 22, Meteor. 339a 2 EPIC. 3.105 ACH. 4.3.3 ecc.; opp. a ἔπαρσις STOIC. 1.51.20 (GAL. 5.429.14) ‖ disgrazia, sventura, rovina: γλῶσσα ἀνθρώπου πτῶσις αὐτοῦ la lingua dell'uomo è la sua rovina VT. Sir. 5.13; οὗτος κεῖται εἰς πτῶσιν καὶ ἀνάστασιν πολλῶν costui viene per la rovina e la resurrezione di molti NT. Lu. 2.34

b gramm. flessione, modifica di parola, da cui ha origine una parola o una forma diversa ARISTOT. Poet. 1457a 19, al.; di formazione di aggettivi ARISTOT. Rh. 1410a 32, al.; di avverbi ARISTOT. Rh. 1397a 20; di nomi di genere diverso ARISTOT. SE. 173b 27 PHIL2. Deus 141; di modi o tempi verbali ARISTOT. Int. 16b 17 STOIC. 3.263.4 (CLEM. Str. 8.9.26); di superlativo di aggettivi ARISTOT. Top. 136b 30 ‖ gener. caso DION6. 634.16 STOIC. 2.47.33 (AMM. in Int. 42.31) ecc.; ὀρθή … πλάγιαι diretto (nominativo) … indiretti DIOG. 7.64; περὶ τῶν πέντε πτώσεων sulle cinque declinazioni CHRYSIP. 2.6.2 tit. (DIOG. 7.192); κατὰ μίαν πτῶσιν indeclinabile AP7. 165.10

c log. forma, modo (di sillogismo) ARISTOT. APr. 42b 30, al.; delle categorie ARISTOT. EE. 1217b 30.

 

L’apposizione degli “attributi” è un accidente esistenziale estraneo all’essenza coscienziale, come dimostra il fatto linguistico che fa derivare, sin da Aristotele, l’accidente dal verbo συμβαίνω [σύν + βαίνω], con-giungo, cioè συμπίπτω [σύν + πίπτω], con-causo. L’esistenza effettuale è una concausa dell’essenza causale. La causa prima è la coscienza di essere dei genitori, donde, poi, dopo, la conoscenza di esistere come causa seconda dei geniti. Per citare una frase sartriana, «la coscienza dell’uomo in azione è coscienza irriflessa», La conscience de l’homme en action est conscience irréfléchie. Ora, se per azione si intende l’atto sessuale, l’esistenzialismo sta suggerendo al desistenzialismo la verità “a monte” della verità: la copulazione feconda dell’amplesso genitoriale è il gesto non riflessivo, incosciente alla maniera della coscienza preriflessiva, di due soggetti che profanano la purezza della loro trascendenza ontogenetica incarnandola nell’ascendenza empirica di una discendenza filogenetica. La coscienza, antenata della conoscenza, genera l’albero genealogico carpendo tale conoscenza dall’albero chiamato appunto della conoscenza. Ma, guarda caso, in Genesi 2,9 si legge

 

Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare,

e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

 

καὶ ἐξανέτειλεν ὁ Θεὸς ἔτι ἐκ τῆς γῆς πᾶν ξύλον ὡραῖον εἰς ὅρασιν καὶ καλὸν εἰς βρῶσιν

καὶ τὸ ξύλον τῆς ζωῆς ἐν μέσῳ τοῦ παραδείσου καὶ τὸ ξύλον τοῦ εἰδέναι γνωστὸν καλοῦ καὶ πονηροῦ.

 

Produxitque Dominus Deus de humo omne lignum pulchrum visu,

et ad vescendum suave lignum etiam vitae in medio paradisi, lignumque scientiae boni et mali.

 

Genesi 3,24 racconta che, dopo la cacciata dal paradiso terrestre, Dio «Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita». Una volta nell’inferno esistenziale, l’uomo vuole conoscere la donna per esorcizzare lo spettro della morte, sempre in agguato al termine di ogni vita individuale, al fine illusorio di eternare l’individuo nella continuità della specie. Una volta che τὸ ξύλον τοῦ εἰδέναι è stato “deflorato”, il Creatore preclude alla creatura τὸ ξύλον τῆς ζωῆς affinché solo deflorando ancora la femmina peccatrice il maschio peccatore potesse ricreare l’illusione della creazione onoraria di una vita gratuitamente infinita al di là nella procreazione onerosa di una vita costosamente finita al di qua.

Custodire la via all’albero della vita – φυλάσσειν την οδόν του ξύλου της ζωής – ha per il progenitore degli umani un prezzo altissimo: Dio scacciò Adamo – εξέβαλε τον Αδάμ – ed è da allora che l’esistenzialismo va a caccia di una «translucidità della coscienza» che nessuna conoscenza riesce mai a delucidare (!). Da quando Adamo ed Eva hanno mangiato quella “mela”, il male è entrato in loro come conato di una conoscenza che non riesce mai a vomitare la coscienza dacché, ogni cognizione è incapace di riempire il vuoto dello “stomaco” coscienziale. Ed è per questo, che la desistenza crede di aver capito come l’unico modo per liberarsi lo “stomaco della coscienza” non sia continuare a riempire il ventre femminile di figli bensì, al contrario, cominciare a svuotarlo: il “male della mela” è la vita stessa, quell’esistenza che per sua costituzione non potrà mai riempire il vuoto costitutivo dell’essere umano, quel manque che Sartre e i suoi esistenzialisti non assolvono col segno della croce ontoteologica di anima-spirito, ma solvono col significato del crocevia ontologico di uomo-mondo.

E a voi, animae naturaliter christianae che prima dell’anno zero avete presentito la rivelazione, noi desistenti diciamo solo questo: foss’anche vero, che il Figlio di Dio in Persona è dovuto venire qui in terra a portare la nostra croce affinché il Padre suo che è nei cieli potesse rivelare ai figli degli uomini l’antica conoscenza che riporta a quello ξύλον τῆς ζωῆς inaccessibile sin dai tempi del peccato originale, ebbene, vergognatevi, o buon’anime naturalmente precristiane, perché vi sarebbe bastato portare a zero la natalità prima dell’anno zero, e nessun povero Cristo avrebbe mai dovuto nascere in terra per dare ai vostri posteri la possibilità postuma di rinascere in cielo. Vi rendete conto, che avete costretto il figlio del vostro Dio futuro a scendere nientemeno che dal cielo, pur di permettere ai figli del vostro Io presente di rimanere su questa terra? Quanto a quelli tra voi che, dopo Cristo, hanno accusato gli ebrei di deicidio, ebbene: si tappino la bocca; deicidi siete voi, che pur di non sacrificare la vita dei (vostri) figli avete avuto l’ardire di sacrificare il Figlio della Vita. Siete dei “figli di papà”, così viziati che per disconoscere i vostri vizi volete conoscere un paparino altolocato!

Un esistenzialista qualunque (persino sartriano) è più rispettoso di un qualunque cristiano: almeno l’esistenzialista evita di raccomandare la propria anima a un Padre celeste per colpa della sua incapacità di comandare il proprio corpo a un padre terreno. Persino un esistenzialista ateo riesce a capire che retta coscienza è quella che si astiene dalla conoscenza; basta ripetere la domanda retorica di Sartre secondo la quale il ne faut pas introduire la loi du couple dans la conscience. Persino un esistenzialista ha più coscienza di un cristiano, perché il cristiano, pur sapendo che “la loi du couple” è entrata nel mondo con il peccato, si ostina, impenitente, a peccare.

Pensavo al greco antico. Il desiderio, la brama, la voglia suona in greco come qualcosa che sta sopra ἐπί alla vita in sé del θυμός sì che la ἐπιθυμία è volontà alla maniera della ἐπιθύμησις (-εως, ἡ).

 

θῡμός (-οῦ, ὁ):

[cf. lat. fūmus, asl. dymǔ]

a soffio vitale, anima, vita, di pers. e animali IL. 1.593, al. AESCHL. Ag. 1388 EUR. Bac. 620 ecc.; ἄμφω θυμὸν ἀπηύρα tolse ad entrambi la vita IL. 6.17; ἀπὸ δ᾽ ἔπτατο θυμός l'anima volò via (ossia morì) OD. 10.163 ‖ forza vitale, animo IL. 17.744 OD. 10.78 | anal. πάτασσε δὲ θυμὸς ἑκάστου a ciascuno batteva forte il cuore IL. 23.370 ‖ poster. soffio VT. Is. 30.33 (di Dio) | soffio velenoso, veleno VT. Deut. 32.33 (di serpenti)

b animo, cuore, come sede di desiderio IL. 7.68, al. ecc.; οἱ θυμὸς ἐβούλετο il suo cuore desiderava IL. 15.596; ἤθελε θυμῳ desiderava in cuor suo IL. 16.225; οἱ θυμὸς ἐφορμᾶται γαμέεσθαι il cuore la spinge a sposarsi OD. 1.275; πορεύεν θυμὸς ὥρμα … νιν l'animo lo spingeva ad andare PIND. O. 3.25 ‖ anal. desiderio, voglia, di cibo e bevanda IL. 4.263 OD. 17.603 | τῶν φορτίων τῶν σφι ἦν θυμὸς μάλιστα le merci che desideravano di più HDT. 1.1.4; σφι θυμὸς ἐγένετο θεήσασθαι τὸν πόλεμον avevano il desiderio di vedere la guerra HDT. 8.116.2; ὥς σοι θυμός come hai voglia SOPH. El. 1319; ἀσπάσασθαι θυμὸς ἡμῖν ἐστι ho voglia di abbracciarli ARISTOPH. Pax 559

c animo, cuore, sentimento, come sede di emozioni e passioni IL. 1.429, al. ecc.; μιν ἄχος κραδίην καὶ θυμὸν ἵκανεν dolore lo invade nel cuore e nell'animo IL. 2.171; τῳ δ᾽ ἄρα θυμὸν ἐνὶ στήθεσσιν ὄρινε gli commosse il cuore in petto IL. 4.208; ἐγὼ τὴν ἐκ θυμοῦ φίλεον io la amavo di cuore IL. 9.343; θεοὶ δ᾽ ἀκαχήατο θυμὸν πάντες gli dèi tutti avevano strazio in cuore IL. 12.179; χαῖρε δὲ θυμῳ gioiva in cuor suo IL. 14.156; ἕνα θυμὸν ἔχοντες avendo un solo (medesimo) sentimento IL. 15.710; νεμεσιζέσθω δ᾽ ἐνὶ θυμῳ si sdegni in cuor suo IL. 17.254; οὐδέ τι θυμῳ ταρβεῖ οὐδὲ φοβεῖται e nel suo animo non si atterrisce, non trema IL. 21.574; σιδηρόφρων θυμὸς ἀνδρείᾳ φλέγων animo ferreo, fiammeggiante di ardire AESCHL. Sept. 52; τὸν θυμὸν δακών rodendomi il cuore ARISTOPH. Nub. 1369

d anal. animo, cuore, ardire, coraggio IL. 20.174, al. OD. 10.461 HDT. 1.120.3 ecc.; ἐν τοῖσι δεινοῖς θυμὸν οὐκ ἀπώλεσεν non perse ardimento nei pericoli SOPH. El. 26; ἤν … ἴωμεν ῥώμῃ καὶ θυμῳ ἐπὶ τοὺς πολεμίους se marciamo con forza e con coraggio contro i nemici XEN. Cyr. 4.2.21 ‖ est. animosità, impulso di collera, ira IL. 2.196, al. THUC. 2.11.7 PLAT. Leg. 867b, al. CLEANTH. 1.129.35 (GAL. 5.6) ecc.; δάμασον θυμὸν μέγαν doma la tua grande ira IL. 9.496 (cf. 598); τῳ θυμῳ χρᾶται cede alla collera HDT. 1.137.1; θυμὸς ὀξύς collera veemente SOPH. OC. 1193; ἵν᾽ἐγώ … τὸν θυμὸν καταθῶμαι affinché io deponga la mia ira ARISTOPH. Ve. 567; περὶ φόβων τε καὶ θυμῶν καὶ πάντων τῶν τοιούτων riguardo ai timori, alle ire e a tutte le passioni simili PLAT. Phil. 40e; ὀργῆς καὶ θυμοῦ καὶ φθόνου καὶ φιλοτιμίας μεστούς pieni di rabbia, di ira, di invidia e di ambizione ISOCR. 12.81; ἀπῆλθεν ἐν θυμῳ se ne partì adirato VT. Reg. 4.5.12; θυμοῦ κρείττονα capace di autocontrollo LUC. Herm. 12; θ. τῶν ἵππων la foga dei cavalli LUC. DDeor. 24.2 | irritazione, impazienza GREG. Or. 18.25 ORIG. Hom.in Ier. 18.6 ecc.

e animo, cuore, mente, come sede del pensiero IL. 1.193, al. ecc.; θεοπρόπος, ὃς σάφα θυμῳ εἰδείη τεράων un indovino che ben conoscesse i prodigi IL. 12.228; τοὺς ἐμοὺς λόγους θυμῳ βάλε mettiti bene in mente le mie parole AESCHL. Pr. 706; μὴ νῦν ἔτ᾽ αὐτῶν μηδὲν ἐς θυμὸν βάλῃς ora non pensarci più SOPH. OT. 975

● eol. θῦμος SAPPH. 1.4, 27 al. THEOCR. 30.11, 24 ecc.

 

ἐπιθῡμία (-ας, ἡ):

[ἐπί + θυμός]

desiderio, brama, voglia HDT. 1.32.6 THUC. 2.52.2, al. ecc.; ► con gen. εἰς ἐπιθυμίαν τινὸς ἐλθεῖν o ἐφικέσθαι concepire il desiderio di qcs. PLAT. Leg. 841c, Tim. 19b; ἐν ἐπιθυμίᾳ τινὸς εἶναι o γεγονέναι aver desiderio di qcs. PLAT. Prot. 318a, Leg. 841c; ► con εἰς e acc. ἐπιθυμίαν ἐμποιεῖν τινι εἴς τινα ispirare a qcn. il desiderio per qcn. THUC. 4.81.2; ἐπιθυμίαν ἐμβαλεῖν … τοῦ αὐτῳ χαρίζεσθαι infondere il desiderio di far piacere a lui XEN. Cyr. 1.1.5 | soddisfazione dei desideri HLD. 7.26.8 ‖ brama, passione (anche concr.) ATH. 7.295a SEC. 8 ecc.; ► περί τινα per qcn. HLD. 1.23.2 ‖ crist. concupiscenza [CLEM1.] Hom. 19.18

● ion. -ίη.

 

La coscienza preriflessiva praecogitans potrebbe assimilarsi a una sorta di θυμός sul quale cresce poi l’escrescenza del conoscere riflessivo cogitans capace di desiderio (anche sessuale) alla maniera della ἐπιθυμία. Se θυμιάω è ardere, ardere di desiderio può ben essere ἐπιθυμιάω [ἐπί + θυμιάω]: il desiderio, anche e soprattutto quello della conoscenza sessuale, brucia sulla coscienza (che forse per questo poi rimorde). Interessante, poi, notare che nel gergo cristiano ἐπιθυμία è la concupiscenza.

Forse non a torto è stato detto che il peccato originale fu un peccato di concupiscenza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che

 

405 Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata « concupiscenza »). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

 

405 Peccatum originale, licet unicuique proprium, in nullo descendente Adami indolem habet culpae personalis. Originalium sanctitatis et iustitiae est privatio, sed natura humana totaliter corrupta non est: ea in propriis viribus naturalibus est vulnerata, ignorantiae, dolori et mortis imperio submissa, et ad peccatum inclinata (haec ad malum inclinatio « concupiscentia » appellatur). Baptismus, vitam gratiae Christi donans, peccatum delet originale et hominem ad Deum convertit, sed consequentiae pro natura, debilitata et ad malum inclinata, permanent in homine eumque ad luctam vocant spiritualem.

 

Ne La grazia di Cristo e il peccato originale, Agostino d’Ippona preconizzò quanto sopra dogmatizzato:

 

Radice del bene è nell'uomo la carità, radice del male la cupidità.

20. 21. Non è dunque vero che quella possibilità sia, come pensa Pelagio, una sola e medesima radice dei beni e dei mali. Altra cosa è infatti la carità radice dei beni, altra cosa la cupidità radice dei mali e differiscono tanto tra loro quanto la virtù e il vizio. Ma certamente quella possibilità è capace di contenere ambedue le radici, perché l'uomo può avere non solo la carità per essere con essa un albero buono, ma può avere anche la cupidità per essere con essa un albero cattivo. Ora, la cupidità dell'uomo, che è un vizio, ha per suo autore o l'uomo o l'ingannatore dell'uomo, ma non il Creatore dell'uomo. La cupidità stessa è infatti la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita, che non viene dal Padre, ma dal mondo. Chi ignora poi che la Scrittura è solita chiamare con il nome di mondo coloro che abitano questo mondo?

 

Aliud est caritas radix bonorum, aliud cupiditas radix malorum.                                                                          

20. 21. Illa ergo possibilitas, non ut iste opinatur, una eademque radix est bonorum et malorum. Aliud est enim caritas radix bonorum, aliud cupiditas radix malorum; tantumque inter se differunt, quantum virtus et vitium. Sed plane illa possibilitas utriusque radicis est capax; quia non solum potest homo habere caritatem, qua sit arbor bona, sed potest etiam cupiditatem, qua sit arbor mala. Sed cupiditas hominis quae vitium est, hominem habet auctorem, vel hominis deceptorem, non hominis creatorem. Ipsa est enim concupiscentia carnis, et concupiscentia oculorum, et ambitio saeculi, quae non est ex Patre, sed ex mundo est. Quis autem nesciat, mundi nomine solere appellare Scripturam, a quibus habitatur hic mundus?

 

Credo che sia l’esistenzialismo sia il desistenzialismo siano reazioni alla maledizione della carne inaugurata da stigmatizzazioni farneticanti come quella della concupiscenza, che non a caso è da Agostino definita concupiscentia carnis e dalla nostra Chiesa Cattolica ad malum inclinatio. Esistenzialismo e Desistenzialismo aborrono la conoscenza: il primo per il primato del niente esistenziale, il secondo per il primato del nulla ontologico. Quando un Sartre, in L’essere e il nulla, scrive che «l’essere della conoscenza non può essere misurato dalla conoscenza» (l’être de la connaissance ne peut être mesuré par la connaissance) non fa altro che ribadire la necessità metafisica di un essere transfenomenico (o transfenomenale) evocante lo spettro dell’essere trascendente: poco cambia, che la psiche compia il suo volo nel cielo metapsichico o in quello metafisico, poi che se la coscienza «è la dimensione d’essere transfenomenica del soggetto» (la conscience c’est la dimension d’être transphénoménale du sujet) significa che essa rimpiange, senza nemmeno vergognarsene troppo, il bene di una coscienza non compromessa esistenzialmente dalla necessità di subire il male della conoscenza.

L’esistenzialismo, sostenendo che l’être del paraître non è quello del connaître, praticamente sfiducia l’autorità della conoscenza assoluta dando la fiducia al governo della coscienza relativa; e che altro ha fatto di diverso, il cattolicesimo cristiano? «ogni teoria della conoscenza suppone una metafisica», toute théorie de la connaissance suppose une métaphysique. Nel problematico tragitto che ha come tappe

 

percipiens → percipere ↔ percipi ← perceptum

 

il percipiens recependo un perceptum, già compromette subito la “purezza” ontologica della sua coscienza con un verso direzionato posizionalmente dalla conoscenza empirica di un oggetto nei confronti del quale non si capisce bene quanto il soggetto percipiens svolga verso il perceptum un ruolo attivo (percipere) o passivo (percipi). «Se dunque l’essere del fenomeno risiedesse nel suo percipi, questo essere sarebbe passività», Si donc l’être du phénomène réside dans son percipi, cet être est passivité. Finché si considera la conoscenza sub specie phénomène d’être, allora il percipere può starci; ma, sub specie être du phénomène, allora il percipi sembrerebbe starci stretto. L’attività della coscienza deve fare i conti con la passività della conoscenza; per contemperare e assestare coscienza e conoscenza al di là di idealismo e realismo, Hegel ha inventato quel famoso “gioco delle due carte” che, ripreso abilmente dagli esistenzialisti, mescola tanto vorticosamente quanto illusoriamente être et paraître, confondendo le idee. Ammettendo che «la passività del paziente reclama un’uguale attività dell’agente» (la passivité du patient réclame une passivité égale chez l’agent) secondo «il principio di azione e reazione» (le principe de l’action et de la réaction), non se ne esce.

Insomma, se esse est percipi, la conoscenza del perceptum è passiva e l’oggetto ha la meglio (realismo); se esse est percipere, la coscienza del percipiens è attiva e l’oggetto ha la peggio (idealismo). Epperò, a questo mondo, l’esse recipiens ha indubitabilmente presente uno ens receptum: l’esse capiens è sempre di fronte a uno ens captum. Questo esse capiens è nient’altro che l’homo sapiens: l’uomo “capiente”, l’uomo che capisce con la propria “capienza” ciò che recepisce, alla maniera di un recipiente; l’uomo «“capace” di Dio» professato dal Catechismo della Chiesa Cattolica è peraltro comunque anche quel soggetto esistenzialmente «“capace” di Io»: il soggetto “capace” di oggetto da quando – come dicono – ha perso la coscienza dell’essere-in-sé per afferrare la conoscenza dell’essere-per-sé. Il male della mela sarebbe quindi il male (umano, troppo umano) di prendere conoscenza di un oggetto esterno alla sua coscienza (divina, troppo divina): il male di prendere per apprendere. Il peccatore è quindi “preso” dall’oggetto del male-mela nell’atto stesso di “prendere” tale oggetto: il soggetto che prende l’oggetto e così lo apprende scientemente, al contempo perde la propria coscienza e così la disperde coscientemente.

Sin dalla Introduzione a L’essere e il nulla, trattando L’essere del percipi, Sartre dichiara di aver abrogato «la legge della dualità», la loi de dualité. Del resto, questo è lo scopo dell’esistenzialismo emancipantesi dalla metafisica con grande forza metapsichica: la rappresentazione riflessiva dell’oggetto perceptum è nella presentazione preriflessiva del soggetto percipiens sì che percipi e percipere si giocano a rimpiattino presenza e assenza quando, a turno, il perceptum appare dal nulla e il percipiens dall’essere. Gli esistenzialisti dicono: «noi siamo pervenuti a un essere che sfugge alla conoscenza e la fonda» (Nous avons saisi un être qui échappe à la connaissance et qui la fonde). È curioso: anche il Creatore aveva invitato Adamo ed Eva a “scappare” dalla conoscenza;

 

échapper

  • v.intr.
  • 1 scappare
  • 2 scampare, sottrarsi (a)

 

Il Creatore voleva che le sue creature riconoscessero in Lui l’origine della conoscenza in quanto essere. Anche Sartre ha questa mania di onnipotenza, dal momento che vuole poter fondare nella coscienza umana il principio ontologico della conoscenza. La storia è nota: Adamo ed Eva non scampano alla morte perché non scappano dalla conoscenza; dal che si deduce che la conoscenza è mortale mentre la coscienza è vitale. L’uomo ha voluto rappresentarsi l’essere, farsi una rappresentazione proibita di «un pensiero che non si offre sotto forma di rappresentazione» (une pensée qui ne se donne point comme représentation). Lo stesso Hegel mirò a superare il pensiero rappresentativo della religione per salire a quello filosofico del pensiero puro che non si rappresenta: si presenta e basta. «Abbiamo trovato un essere transfenomenico» (Nous avons rencontré un être transphénoménal), dicono trionfanti gli esistenzialisti. Forse, invece, hanno semplicemente pensato di ravvisare nell’essere metapsichico il viso di un essere metafisico volutamente ma incosciamente perso di vista.

Poniamo per esempio la mela come oggetto che un soggetto vuole conoscere, e diciamo, con Sartre, che “la mela è dinanzi alla conoscenza e non può essere identificata con la conoscenza che se ne ha, altrimenti sarebbe coscienza, cioè pura immanenza e svanirebbe come mela”. Dunque, “in quanto la mela conosciuta non può essere assorbita dalla conoscenza, bisogna riconoscerle un essere. Questo essere – si dice – è il percipi”. In altre parole, se così fosse, il soggetto conoscente la mela, dopo aver conosciuto la mela, diventerebbe egli stesso una mela, e questo è male, perché “l’essere del percipi non può ridursi all’essere del percipiens”. Il fagocitato fagocita il fagocitante (che è poi, all’incirca, la dinamica della comunione cristiana, nella quale appunto la sostanza assimilata come pane e vino assimila a sua volta il soggetto che l’ha ingerita, in grazia di una transustanziazione che trasforma l’oggetto passivamente ingerito in soggetto attivamente ingerente). Applicando questo discorso alla vecchia storia del peccato originale, diciamo che Adamo ed Eva ingerendo la mela sono stati ingeriti dal male per non aver digerito l’ingerenza del loro Creatore.

Sembra una barzelletta, ma siccome – come io sostengo – la mela altro non è che l’essere in vita dell’esistenza umana in questo mondo, veramente si può dire che la vita nasce come introiezione cosgnitiva di una deiezione coscienziale. La commedia esistenziale del comedo (mangio) è ingerire un edo (cibo) che svolge l’azione di un demo (svendo) destinato a un redemo (ricompro) di cui la redenzione cattolicamente cristiana è espressione. Un utero femminile che riceve dentro di sé il seme fecondante del male maschile subisce un’azione la cui reazione si fenomenizza nel parto come figlio: ecce concipies in utero, et paries filium. Luca 1,31: συλλήμψῃ ἐν γαστρὶ καὶ τέξῃ υἱόν. Prima la mela entra nel ventre, poi, dopo nove mesi il male ne esce: azione e reazione. La reazione che causò l’uscita dei nostri progenitori dal paradiso terrestre fu più immediata: il Creatore non ci mise probabilmente nove mesi per rigettare le sue creature gettandole su questa terra; e ci vuole tutto il coraggio degli esistenzialisti, per chiamare progetto questo getto causato solo dal mancato rigetto della mela!

Tutta la storia della salvezza cristiana è paragonabile a due dita che un Dio mette in gola a un Io per fargli rimettere ciò che proprio non doveva mangiare; i portavoce di Dio lo chiamano peccato, questo conato mancato, e per indurlo lo fanno diventare remissione qualora a rimetterlo non sia chi l’ha ingerito (Io) ma chi non l’ha digerito (Dio). Anche nel “vomito” metafisico dell’anima vige quel dualismo che Sartre voleva eliminare nel rigetto metapsichico della coscienza: la coscienza di un soggetto che rigetta la conoscenza di un oggetto che a sua volta le rigetta in faccia.

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