LA TALPA E L'ALLUVIONE

ritratto di Mauro Banfi
             

Succede: venti di Scirocco, provenienti dalla Libia, soffiano aria secca carica d’umidità e creano perturbazioni, piogge torrenziali che si riversano sulla Liguria e sul Piemonte.    
Capita: a causa del vento di Scirocco e del riscaldamento globale la neve si scioglie sulle Alpi, poiché la quota dello zero termico s’innalza sempre più rapidamente; al posto di nevicare piove e i nevai producono masse d’acqua che ingrossano i torrenti che inondano gli stretti corsi; le prime esondazioni e la pioggia che cade su un terreno già zuppo, causano allagamenti, frane e i prodromi del grande straripamento del Po.
Succede anche che un blocco anticiclonico presente nelle regioni orientali europee impedisce alle perturbazioni di trasferirsi verso oriente.
Capita infine che una terribile, ribollente alluvione del Po discenda verso la pianura padana, trascinando con sé pezzi d’alberi, automobili, fitofarmaci, metalli pesanti e fertilizzanti, cadaveri dimenticati, animali sorpresi nelle loro tane.    

                   

Mamma Talpa dice che il lombrico è l’animale più importante del pianeta: il suo popolo è ovunque (in un ettaro di terreno ci sono di media quattro milioni di lombrichi, per un peso complessivo che va da due a cinque tonnellate).    
Il dio Lombrico è il grande maestro delle talpe: passa la vita a digerire lentamente la terra e a restituirla in nuova forma, e questa è la sua prima lezione.    
Gli altri animali non lo sanno ma i campi e tutti i tipi di terreno altro non sono che escrementi raffinati di lombrico. 

   
                                            

Il secondo insegnamento recita: il lombrico divora e digerisce il proprio cammino nella terra, per avanzare.    
Il corpo sa istintivamente che cosa è meglio per lui, poiché è pura attività.
Alle talpe non interessa conoscere se stesse, ma il mondo, la terra; le talpe cercano d’incarnare in se stesse la saggezza del lombrico (che è il mondo), incorporare la digestione, la visione, il lento ascolto rimuginante e la regolamentazione di tutto il metabolismo del dio Lombrico (che è il mondo).    
Non la mente, non la coscienza, non gli occhi: il naso di una talpa vede e soprattutto “sente” tutto, come fanno i nostri fratelli cani.    
Il naso di una talpa è un occhio/mano/clitoride che scanala e digerisce e assimila la propria via, istintivamente, per avanzare.    

                  

Terzo e ultimo addestramento del dio Lombrico: se una talpa resta senza mangiare per otto ore, muore.    
Mamma Talpa dice: figlio talpa, se vuoi vivere, muovi il culo.    
Se vuoi restare in vita, devi mangiare almeno cento lombrichi al giorno.
Per riuscirci dovrai scavare quarantacinque metri di gallerie al giorno.
Dovrai sterrare lunghe e tortuose gallerie per formare un’unica grande trappola/labirinto per catturare lombrichi e sottoporli al sacrificio.    
Quando gli infiniti figli del dio Lombrico finiranno nei tunnel del tuo dedalo (che pattuglierai costantemente), li acchiapperai e li mangerai.    
Ne mangerai quindici chili l’anno e te ne farai scorta per l’inverno con un’altra forma di sacrificio: la lobotomizzazione.    
Con un colpo ben assestato dei tuoi quarantaquattro denti li decapiterai e poi li ammasserai, paralizzati ma vivi (il lombrico non ha bisogno della testa per vivere), in speciali dispense dove, in momenti di carestia, non dovrai far altro che gustarteli freschi.    
«E’ tutto, figlio mio, non devi far altro che incarnare il sapere del dio Lombrico.
Buona vita, e ti sia soffice e leggera la terra, mentre la sterri.»    

                  

    
L’ultima cosa che ricordo, prima del terribile rombare delle acque, sono quei lombrichi che rigenerano la loro testa decapitata nella dispensa e si rimettono tranquillamente in moto tra le gallerie: meraviglioso è il potere del dio Lombrico.    
Poi mi arriva addosso un turbine di acqua gelida e gorgogliante: ho freddo, ho paura, vorrei ancora stare accucciato vicino al caldo pellicciotto di Mamma Talpa; l’acqua prima mi vuole uccidere e poi mi porta violenta in superficie, stordito; sto per affogare ma poi il mio naso fiuta l’aria e la vita e il mio corpo comincia a roteare le sue zampette come eliche; mi dirigo verso la riva, dove intravedo una gigantesca figura, forse è Mamma Talpa col suo calore, forse è il dio Lombrico che mi vuole punire per i troppi sacrifici dei suoi figli.    
No, è solo uno strano bipede con una buffa cosa in mano.
Mi guarda, mi osserva e non fa niente: mi lascia vivere.    
    
 
                    

    - E' essenziale cliccare per vedere il filmato, per cortesia, per lo svolgimento della storia -

                                                                                  FINE                                                                      

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ritratto di Antonino R. Giuffrè

Leggendoti, caro Mauro, mi è

Leggendoti, caro Mauro, mi è venuto in mente Hegel con la sua metafora della talpa dello Spirito:

«soltanto lo spirito è progredire. Spesso sembra che si dimentichi e si smarrisca; ma, opposto interiormente a se stesso, continua a lavorare interiormente, come dice Amleto dello spirito di suo padre: “Hai lavorato bene, brava talpa!”, finché, rinfrancato, scuote ora la crosta terrestre, che lo separava dal suo sole, dal suo concetto. Nei periodi in cui la crosta, edificio senz’anima e tarlato, crolla, e lo spirito assume l’aspetto di una nuova giovinezza, esso calza le scarpe delle sette leghe. Questo lavoro dello spirito per conoscersi, quest’attività di trovar se stesso, è la vita dello spirito, è lo spirito medesimo”.

Insomma, per dirla con Bodei, la talpa hegeliana «scava sotto la storia, sotto i meccanismi più strani per raggiungere le sue finalità inconsapevoli».

Dovremmo dunque prendere esempio dalle laboriose talpe.

Molto bella ed emozionante la parte conclusiva, condotta dal punto di vista della talpa.

È sempre un piacere leggerti, ciao carissimo.

 

ritratto di Mauro Banfi

Caro Antonino,

interessante l'analogia con la progressione dello spirito hegeliano, anche se è uno spirito alquanto panteista e istintivo, e pertanto spinoziano e nicciano (c'è un richiamo alla talpa/filologia che apre l'opera "Aurora").
Per me lo Spirito umano sta progredendo perchè si sta riconciliando con il corpo, in quanto a mio avviso il corpo non è un semplice strumento al servizio della razionalità: gli animali insegnano il contrario: anima, coscienza e ragione sono strumenti del corpo.

Questo racconto lo devo ai miei maestri gatti, che per me hanno il ruolo di autentici saggi zen.
Ho la fortuna di accudire e curare una mia colonia privata di gatti di strada, e Nuvoletta, la decana della colonia (in strada sono le femmine gatte a sovintendere il gruppo felino) è una straordinaria cacciatrice, e studio e osservo da anni le sue incredibili tecniche.
Per mesi l'ho osservata cacciare le talpe.
Nuvoletta si mette per ore davanti al monticciolo della talpa e aspetta per delle ore, in primavera.
Non so come fa a saperlo (è poco noto) ma in primavera le talpe escono dalle loro gallerie per accoppiarsi.
La sua pazienza è infinita: dorme per ore (sembra,ma un occhio è sempre semichiuso), ogni tanto si rilassa producendo profonde fusa, vere e proprie carezzae vibratorie che la tengono rilassata e nello stesso tempo pronta al balzo finale.
Sta lì, cocciuta e incrollabile per settimane e per un paio di mesi, se è necessario.
Diventa lenta per diventare astuta e forte.
Trasforma la sua strategia di caccia in istinto.
E alla fine, un poderoso balzo da ferma (perchè le talpe avvertono ogni vibrazione col muso sensibilissimo) le fa ghermire la preda, come un arco che si tende e scocca la sua freccia.

Dimmi, caro amico, hai mai conosciuta una filologa più brava di Nuvoletta?

Abbi gioia
 

ritratto di Claudio Di Trapani

Caro Mauro,

Mi sono letteralmente deliziato nel leggere questo brano. Trovo che sia di un minimalismo filosofico che rappresenta il senso stesso della vita: sopravvivere, nonostante tutto. Non ho contato quei comandamenti, forse sono dieci, meno o anche più, ma il lombrico deve per forza essere un dio per quelle talpe, il cui mondo esisterà solo al di fuori di sè, senza Jung né Freud o scervellamenti tipici di noi esseri umani. Bisogna solo muovere il culo, già.

Forse il tuo racconto più bello.

;)

ritratto di Mauro Banfi

Caro Claudio,

concordo con le tue riflessioni.

La scena che si è presentata ai miei occhi, quando l'alluvione ha raggiunto il suo apice è stata terrificante.
Probabilmente gli animali non hanno sentito arrivare questa strana alluvione: dalle mie parti ha piovuto pochissimo e il Po era in secca da diverso tempo.
Ho spiegato nell'introduzione i motivi di questa esondazione dovuta ai cambiamenti climatici, e che devo ai molti volontari preparati della Protezione Civile che ho conosciuto in questo giorni.

Quando sono arrivato al limite dell'esondazione c'erano ratti, topi, donnole, faine, talpe, e anceh tassi strappati dalle loro tane che lottavano per non affogare.
Una scena impressionante che mi ha dato la tonalità emotiva definitiva per questo racconto, che viveva in me, assemblato alla rinfusa, da molto tempo.

       
                 - uno delle centinaia di topolini strappati dalle loro tane dalla piena -     

Quello che imparo dagli animali è l'essenzialità che a noi umani manca: siamo complessi, difficili, altezzosi, isolati dalla natura essenziale delle cose.
Basti pensare all'anatomia del lombrico: niente occhi, polmoni (il verme di terra respira attraverso la pelle e questo fatto lo trovo meraviglioso), cuore e con un embrione di cervelllo simile a quello della chiocciola.
Il lombrico è in pratica un tubo che contiene altri tubi: una sorta di canale in cui ogni anello racchiude gli stessi condotti (sanguigno, nervoso, digestivo), con un'entrata e un'uscita.
Così combinato il lombrico mangia ed evacua terra finissima e trasforma i suoi pensieri in puro istinto.
Ed è giustissimo il tuo richiamo all'assurdo inconscio razionalizzato della psicanalisi, che ci allontana dalla nostra animalità.
Gli animali "sanno" che un istinto è indebolito se razionalizza se stesso: col razionalizzarsi s'indebolisce.
Gli animali non capirebbero mai Socrate e il conosci te stesso: loro agiscono o dimenticano per ritrovarsi.

Abbi gioia, caro amico

ritratto di Rubrus

***

Secondo me i racconti che hanno per protagonsiti gli animali, a parte quelli realistici, si dividono in due categorie, quelli in cui l'animale è una proiezione dell'uomo - e in effetti non è un animale (l'esempio più illustre ed antico è la favola di Esopo)  e quelli in cui l'animale resta animale il più possibile e quindi conserva la sua alientià per prospettare un punto di vista diverso, a volte critico, verso l'uomo.  Due esempi sono le storie di cani di London e "La collina dei conigli" di Adams. 

I primi a volte - specie per gli adulti - suonano un po' stucchevoli, mentre i secondi consentono narrazioni più articolate e complesse, sia come successioni di eventi, sia come analisi.

Direi che il tuo appartiene alla seconda specie.

La talpa - anche se ovviamente non può sapere nulla di effetto serra e alluvioni - ha grazie ai suoi sensi un modo di percepire il mondo che l'uomo, come quello che la prende in mano alla fine, come per osservarla, non può comprendere.  

ritratto di Mauro Banfi

Un commento di rara preziosità saggistica, Roberto:

quella tua distinzione tra i due generi è strepitoso, e me la copincollo!
E devo dirti la verità, mi riempie di tranquilla fierezza quell'appartenenza alla seconda tipologia, per ovvi motivi filosofici e artistici.

"e quelli in cui l'animale resta animale il più possibile e quindi conserva la sua alienità per prospettare un punto di vista diverso, a volte critico, verso l'uomo.  Due esempi sono le storie di cani di London e "La collina dei conigli" di Adams."

E' proprio così: forse è il racconto in cui mi sono più avvicinato a questi modelli aurei, sopratutto a London. 
Mi piace da impazzire quel termine che usi: "alienità", che in questo tipo di racconti è un pò come il perturbante negli horror o in altri generi fantastici.
Infatti immaginarsi lo strano culto del dio Lombrico potrebbe sembrare il massimo dell'antropomorfismo, mi si potrebbe obiettare; gli animali agiscono o dimenticano, non elaborano culti.
Ma la tecnica interessante che ho usato è che quel culto è costruito con rigorose osservazioni scientifiche sulla vita del lombrico e della talpa, ed è interessante come esistenze così immanenti abbiamo una loro spiritualità e anche qualche momento di trascendenza, come notava Antonino.

Sì, sì: geniale quel termine: alienità, tutto il finale ne è infuso, credo tutta la mia narrativa animalesca ne è pervasa.

Abbi gioia

 

ritratto di Rubrus

***

Ho citato il romanzo di Adams a proposito del tuo racconto perché ha delle caratteristiche del tutto peculiari che non credo siano state sperimentate prima, mentre sono state riprese dopo.
 
Per esempio, i conigli di Adams non sono fisicamente diverse dai conigli veri, ma solo mentalmente. E anche lì, per esempio, ci sono degli adattamenti. Per esempio sanno contare fino a quattro (il numero delle zampe) cioè hrair mentre qualunque numero superiore a quattro è u-hrair cioè "molti" e i nemici sono gli elil cioè "i mille, gli innumerevoli". Sempre per esempio, non comprendono gli umani, vivono in tane assolutamente normali, hanno nomi di fiori e piante ecc. 
 
Accanto a questo tratto plausibile, hanno sia una mitologia, sia un'epica, sia una religione.
 
Una geniale trovata di Adams - che secondo me in questo è stato addirittura più bravo di Tolkien - è di mettere un cantastorie all'interno del gruppo dei conigli. Costui ha il compito di narrare favole / epos - come per i popoli antichi, non c'è distinzione tra i due generi.  Attraverso di esse (che quindi non sono al di fuori del racconto) scopriamo che le divinità principali dei conigli sono Frits - il sole, il creatore - e Inlè - la notte, il distruttore, incarnato nel Coniglio Nero. In realtà, sotto sotto, il Coniglio Nero non è il male, o un omologo del diavolo, facendo la morte parte del ciclo naturale. Le storie sono comunque incentrate quasi sempre le avventure di El - hrairà, un coniglio leggendario, astuto, intelligente, perennemente in fuga dagli Elil. Le sue avventure quindi sono quasi sempre le vicende che gli consentono di sopravvivere grazie all'astuzia e malgrado la sua debolezza (un coniglio non è certo un predatore, anzi, è la preda per eccellenza). Infatti l'unico vero comandamento di tutta la "teologia" di Adams è "sopravvivere e moltiplicarsi".
 
Abbiamo così, con una naturalezza che mi è capitato raramente di ritrovare, due piani narrativi nello stesso romanzo, perfettamente integrati:  uno avventuroso e epico che si svolge nel presente, e uno epico - mitologico religioso che si svolge fuori dal tempo, ma che viene narrato con il linguaggio della fiaba e della favola (dato che sono dei conigli a parlare, i due termini sono intercambiabili). Evitiamo così un eccesso di meraviglioso, spesso insopportabile, e il registro filologico - artificioso (pensiamo alle note al SdA che vengono dopo il romanzo vero e proprio) che ha a volte JRRT. 
 
I più temibili avversari dei conigli di Adams sono - a parte gli Elil - altri conigli che si staccano da questo modello naturale e cioè, per esempio, i conigli che abitano in una conigliera - pacchia (qui chiunque ritrova il mito di Circe) e che non hanno nessun problema, salvo quello di essere periodicamente uccisi dai padroni della conigliera stessa (i quali hanno ovviamente fatto sparire tutti i nemici naturali: meglio di così!). Questi conigli semidomestici (che ospitano quelli di Adams allo scopo di farli macellare al posto loro) hanno sviluppato un pensiero astratto (per cui per esempio hanno oltre all'epos una poesia quale quella che abbiamo noi e/o pitture decorative fatte coi sassi) e l'arte per l'arte. Essi hanno rimosso gli Elil e la morte grazie a queste astrazioni, che servono a nasconderli.
 
Il più feroce nemico - la lotta contro il quale occupa la seconda parte del romanzo, che ha la stessa struttura dell'Eneide - è il generale Vulneraria, che ha sostituito la struttura tribale che, da sempre, regola la vita delle conigliere e la quale prevede che ci siano un capo (il "ra") e un consiglio (la Ausla) che prendono le decisioni, con un regime dittatoriale, militaresco, collettivista/nazista. Egli - come mai nessun altro coniglio - conquista altre conigliere, combatte gli Elil anziché scappare (infatti sparirà proprio così), in definitiva afferma la superiorità  dell'idea - o dell'ideologia- e della volontà sulla natura...  e non è difficile vedere la hybris dietro questo.
 
Tutti i personaggi sono ben delineati e con un ruolo ben preciso: il cantastorie, il veggente - che è colui che, con le sue visioni, dà l'avvio al romanzo, facendo fuggire gli altri prima che la conigliera natale sia distrutta, il guerriero, e così via.  
 
Il romanzo si chiude con la morte di Moscardo, cioè colui che è diventato il capo del gruppo non per particolari doti fisiche e intellettuali, ma naturalmente e quasi per forza, grazie al proprio buon senso, cui El - hrairà (il coniglio "mitico") offre un posto nella propria Ausla, nella consapevolezza che i conigli  (che ormai sono i discendenti dei protagonisti originali) sopravviveranno.  
 
  

   
ritratto di Mauro Banfi

Grazie, Roberto: devo proprio decidermi a leggere quel libro:

ho visto già il cartone animato e ne sono rimasto deliziato.
E a proposito del ""sopravvivere e moltiplicarsi", ecco due lepri maschio che si rincorrono e lottano per le femmine nella stagione degli amori:

                 
 

Abbi gioia e grazie dello strepitoso contributo: una manna per ogni ghiotto lettore.
ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Mauro*

 
Un altro racconto che porta la tua firma inconfondibile. Contrapponi la linearità, la consequenzialità del pensiero (presunto, ovviamente, ma non si può che darne una costruzione fittizia se lo si vuole rappresentare) animale alla complessità e spesso inutile astrusità e falsità di quello umano. Qui ritornano anche il tema della natura e degli sconvolgimenti climatici causati (o per lo meno agevolati) dall'uomo.
Il filmato finale aggiunge un tocco di verità e contribuisce a far percepire come realistica la storia, con la sua suggestiva creazione di una morale e di un senso religioso delle talpe.
Molto bello, davvero.
 
 
ritratto di Mauro Banfi

Ti ringrazio, Tony:

come sempre hai saputo ben disanimare i due poli dialettici del racconto: l'animalità e la razionalità umana.
La storia è una sorta di teoria della ragione che contesta la supremazia della ragione.

L'uomo non è l'animale razionale che proprio per la sua ragione è superiore agli animali, e l'uomo più alto non è quello che annulla e sottovaluta tutto il resto per essere soltanto ragione.
Piuttosto l'uomo è superiore agli altri animali per una maggiore intensità di vitalità, cioè di quel comune patrimonio che è sostanza di lui e degli altri animali: la ragione non è altro che l'espressione visibile di questa maggiore intensità, ma la natura della ragione non è indipendente dall'animalità, ma manifesta appunto questa.

Un caro abbraccio