Terra dannata

ritratto di Gerardo Spirito
TERRA DANNATA
 
 
 
Quando lo sceriffo entrò nella stanza del dottor Lee, suo zio Marshall se ne stava seduto in fondo al letto, ai piedi della sagoma intorpidita del ragazzo. Il giovane aveva indosso ancora i suoi vestiti, la parte bassa della maglietta tagliuzzata da una forbice, sporco e puzzolente di sangue, sabbia e merda.
Nella stanza c'era un gran silenzio, tranne che il borbogliare di alcune poiane che filtrava da fuori l'inferriata della finestra. Lo sceriffo si fermò per un momento sulla soglia, esitante, i suoi occhi piccoli e scuri sul dottore. “Si riprenderà?” chiese.
“Non lo so. Insomma, forse la freccia gli ha bucato un polmone. Devo estrarla.”
“Cosa sta aspettando? Faccia quello che deve fare.”
Il dottore guardò Marshall che si tirò su dal letto, lentamente. Una mano malferma. Una lacrima che gli rigava il viso in verticale. I capelli grigi e non lavati che sembravano fatti di filo zincato. Marshall Vermillon era il sindaco di Bisbee, città di minatori ai confini con il Messico, e suo nipote Wilson Vermillon invece era quello fermo sulla porta, lo sceriffo della contea.
Cadde uno strano silenzio.
“Credo sia meglio parlare adesso con il ragazzo, visto che è cosciente.” disse il dottore.
Lo sceriffo annuì, senza staccare gli occhi da suo zio. “Farò tutto il possibile per ritrovarlo.” disse dopo un po'.
“Lo so.” rispose Marshall.
“Te lo prometto.”
Marshall, a quel punto, tossì così forte che dovette battersi il petto con l'interno dei pugni chiusi. Era la tubercolosi che lentamente se lo stava portando via.
“Come si sente, sindaco Vermillon?” chiese il dottore, scostandosi verso Marshall.
“Io sto bene, Ulysses.” lo respinse agitando una mano nell'aria. “Io sto bene.” ripeté.
Il ragazzo si mosse in quell'istante, le sue ossa scricchiolarono. Il letto cigolò. Cercò di alzarsi ma il dottore tornò su di lui e lo trattenne giù. Il ragazzo non capiva cosa gli fosse accaduto, nella sua testa era tutto un vortice di immagini frenetiche e distorte che acceleravano sempre di più: grida, facce indemoniate e vorticanti, frecce, due spari, la sabbia negli occhi, altre grida. Si mosse ancora, e questa volta sentì nella parte bassa del torace un dolore atroce, come se la lama di un coltello gli stesse trapassando la carne.
“Ragazzo, ti devi muovere il meno possibile. Mi capisci?” disse il dottore.
Il ragazzo non rispose. Il sangue sgocciolava da sotto le garze che il dottore gli aveva sistemato sul fianco, e altro sangue secco gli si screpolava sulla fronte.
“E quel sangue da dove esce?” chiese lo sceriffo indicando proprio la fronte del ragazzo.
“Non lo so, sceriffo. Non credo sia il suo.”
“Dannazione.”
Marshall bofonchiò qualcosa.
“Da chi è stato trovato?” domandò lo sceriffo.
“Lo ha portato qui il vecchio Stonewall.” rispose il dottor Lee. “Mi ha raccontato che era uscito per dar da mangiare ai suoi polli e da lontano, sulla pianura, ha visto la sagoma del ragazzo. Vagava come un sonnambulo nel deserto, ha detto. Quando lo ha raggiunto il ragazzo è crollato giù, stremato. Lo ha portato qui immediatamente.”
Lo sceriffo annuì. “Quindi lui e Tate sono usciti questa mattina presto” disse, “sono andati al fiume e poi nulla: Tate è scomparso e il ragazzo è tornato in città in queste condizioni.”
“Sì, insomma sceriffo, con sé aveva anche una pistola.”
“Chi?”
“Lui. William. Il ragazzo.”
“E l'arma dov'è?”
“Lì, sul tavolo.” indicò il medico.
Lo sceriffo si avvicinò a un tavolo di formica da due soldi e, accanto a un posacenere in ferro brunito, pescò una vecchia Colt con il calcio in madreperla. Sulla parte metallica era intarsiata una filigrana d'oro. La smontò pezzo per pezzo e ne tirò fuori il caricatore. Mancavano due proiettili. Rimise a quel punto la pistola giù, sul tavolo, senza dire una parola.
Guardò fuori, al di là della lastra scentrata di vetro polveroso che era la finestra; il sole basso, in discesa, conferiva alle rocce e agli edifici di Bisbee un riflesso bronzeo, lo stesso colore del rame che come la peste ammorbava le pietre della miniera a cielo aperto della città. E più in là ancora, i profili sbiaditi e avari delle montagne messicane parevano creature incappucciate alla stregua dell'orizzonte ambrato. Lo sceriffo, in quell'istante, pensò a un vecchio detto che girava da quelle parti: Un buon giorno, quaggiù, è sempre seguito da uno terribile.
Non ci aveva mai creduto. Ma quel giorno ci credeva.
Strizzò gli occhi con le mani sulle reni. Poi si fece avanti e si accovacciò accanto al letto e al viso bianco di polvere del ragazzo, che fissava coi suoi occhi neri e irritati il soffitto. Lo sguardo perso nel vuoto.
“Will.” chiamò lo sceriffo. “Will, ho bisogno che mi racconti cos'è successo al fiume.”
Pensò che il ragazzo avrebbe detto qualcosa, perché girò gli occhi verso di lui, però non disse nulla.
“Dov'è Tate? Perché avevi la pistola con te?” insistette. “Che ne hai fatto di quei due proiettili, Will?”
Il ragazzo distolse lo sguardo.
“Parla dannazione.”
“Sono arrivati all'improvviso, sceriffo. Sono sbucati dal nulla, come demoni sputati dalle viscere della Terra.” farfugliò William istericamente.
“Di chi parli?”
“Non so quanti erano. Forse cinque. Forse sei. Non lo so. Avevano archi e frecce. Selvaggi sudici di sangue che bisbigliavano fra loro in una lingua sconosciuta.”
Lo sceriffo guardò suo zio Marshall che lo sogguardò di rimando.
“E Tate?”
“Tate. Tate è con loro. Lo hanno catturato.”
Marshall si alzò dal letto. “Che ne hanno fatto di mio figlio, William?” scoppiò.
“Non lo so.” adesso il ragazzo piangeva. “Appena ci hanno aggrediti io ho cacciato la pistola e ho sparato a due di loro. Me la porto sempre dietro, quella pistola.”
“Hai sparato a due di loro?”
“Sissignore. Uno alla testa, credo di averlo ucciso. L'altro non lo so, non credo.”
“Cos'altro è accaduto, Will?” domandò lo sceriffo.
“Sono fuggiti e anche io sono fuggito.”
“Dove sono fuggiti, questo l'hai visto?”
“Verso sud, nelle terre al di là del confine. Erano selvaggi, non ho mai visto nulla del genere. Mi dispiace.” borbottò in lacrime il ragazzo. “Mi dispiace, signore.”
 
 
Quando il ragazzo chiuse gli occhi, il dottor Lee cominciò a prepararsi. Si tolse i gemelli e si arrotolò tre volte i polsi della camicia. Nella stanza era rimasto da solo con lo sceriffo e col padre del ragazzo, un semplice minatore nerboruto dalle mani ruvide e la faccia gozzuta e spigolosa.
“Passatemi la custodia. Quella lì sul comodino.” disse il dottore.
Il padre del ragazzo ubbidì.
Il dottore tolse gli occhiali dalla custodia, se li infilò e appoggiò una mano sulla fronte del ragazzo: era colto dai sudori freddi.
Cominciò levando le garze con delle forbici dalla punta arrotondata che aveva sfilato dal suo borsone di cuoio, bende incrostate di sangue nero e secco. Inspirò col naso per rendersi conto che non ci fosse già odore di decomposizione, e proseguì tastando con il palmo della mano la pelle intorno alla ferita e alla freccia, il torace livido. Poteva sentire il respiro di William, debole e gravoso. Respirava a fatica.
Tornò di nuovo alla borsa e tirò fuori il suo stetoscopio. Se lo mise intorno al collo e gli posò l'auricolare prima sul collo, mentre gli teneva due dita schiacciate appena sotto la mandibola, e poi sul braccio, dove gli andò a misurare anche la pressione con l'ausilio di un manicotto che pompava dentro l'aria.
Auscultò il ragazzo in profondo silenzio per qualche minuto, con lo sguardo che oscillava fra il braccio di William e la lancetta del manometro che saliva e scendeva. Era notte, alcuni grilli stridevano e, sopra il profilo della città, un'impressionante moltitudine di stelle puntellava il cielo notturno mentre la luna rifletteva somigliante al cranio di un uomo scalpato, bianco e esangue.
La stanza dove il medico stava operando era illuminata da un paio di lampade a petrolio e da una serie di lampadine inchiodate sul soffitto.
“La freccia non ha bucato il polmone.” sentenziò il dottor Lee.
Lo sceriffo e il padre del ragazzo annuirono, senza dire una parola.
Il medico si tirò su e andò in bagno. Ritornò un attimo dopo con un fagotto di bende di cotone e asciugamani piegati, e un secchio con dell'acqua calda. Tornò a sedersi e sistemò l'involto sul bordo del letto, a fianco alla sagoma dormiente del ragazzo. Dalla borsa prese delle forbici e dei pezzi di emostatico, una siringa e una bottiglia di tintura di iodio. Posò questa roba su un vassoio d'acciaio sopra al comodino, e poi guardò ancora una volta la pelle intorno alla ferita: era gonfia e bluastra.
Fece due respiri profondi e si slacciò i due bottoni superiori della camicia. Gli altri due presenti stavano a guardare, in silenzio.
“Ok.” disse il dottor Lee, “Ci sono quasi.”
Si versò un po' di tintura di iodio sulle mani e poi la versò anche nel secchio con l'acqua, dove imbevve gli emostatici che, dopo aver fatto gocciolare, risistemò con cura sul vassoio d'acciaio sopra il comodino. Fece lo stesso gesto anche con la siringa, che nel frattempo aveva riempito di soluzione.
Si tirò su e si chinò sul ragazzo. Una mano afferrò la freccia mentre l'altra macchiava di tintura di iodio la pelle intorno alla ferita.
Tirò via la freccia con uno strappo netto, deciso.
Lasciò la freccia ricadere sul pavimento e tornò a sedersi. Aveva cominciato a sanguinare; il dottore ci appoggiò sopra la garza che immediatamente si scurì tanto da dover appoggiarci sopra un'altra benda di cotone. Un rivolo di sangue corse lungo il torace fino a ricadere sulle lenzuola luride. Rimase così a tamponare e a schiacciare la ferita con le bende e a pulire con gli asciugamani la pelle intorno alla lesione, e quando il sangue ricominciava a uscire, infilava nella ferita l'emostatico e bagnava il tutto con la siringa. La pelle intorno al foro era diventata marrone ruggine.
Il dottore adesso lavava via i grumi di sangue e tagliava con le forbici i pezzi di tessuto di cotone rimasti appiccicati e gli strati di tessuto morto della pelle e, nonostante non facesse molto caldo, aveva la fronte imperlata di sudore e i tendini del collo tutti tirati, in tensione, come le corde di un violino.
Si asciugò la fronte con la manica arrotolata della camicia e guardò lo sceriffo Vermillon e il padre del ragazzo. “Ho quasi finito.” disse.
Quando il sangue cessò quasi completamente di uscire cominciò a tirare fuori con una pinza sterile, dalla ferita, alcune schegge di pietra e legno, che poi riponeva con cura sul vassoio d'acciaio. Lavò il foro più volte prima di terminare il lavoro con il nitrato d'argento, che gli servì per disinfettare il tutto.
Si fece aiutare dal padre del ragazzo a arrotolare una fascia pulita intorno al torace di William. “Siamo stati fortunati che non s'è svegliato.” disse il dottore.
Gli strumenti che aveva utilizzato li avvolse tutti in un asciugamano pulita e vuotò quello che ne restava della soluzione della siringa nel secchio. Ripulì tutto, si tolse gli occhiali, e si sedette su una poltrona in un angolo accanto alla finestra, stremato. “Qui ho finito.” disse. “Il ragazzo si riprenderà presto.”
Il padre del ragazzo, a quel punto, si sistemò sulla sedia accanto al letto, le mani raccolte come in segno di preghiera. “Che dio la benedica, dottore. Che dio la benedica.” disse.
“Non lo dica neppure. Sono qui per questo.”
“Grazie.”
“Quando aprirà gli occhi lo faccia bere. Lo tenga ben idratato.”
“Lo farò.”
Lo sceriffo, che fino a quel momento li aveva guardati in silenzio in un angolo in fondo alla stanza, accanto alla sagoma scura di un vaso esposto su una credenza in noce intarsiata, si voltò e fece per uscire ma si bloccò sulla soglia. Disse: “Si faccia trovare domattina nel mio ufficio, dottor Lee. Forse ho bisogno ancora del suo aiuto. Buonanotte.”
 
 
All'alba gli uccelli cinguettavano e i galli cantavano. Il sole nascente sorprese la luna a ovest, pallida e fredda, come ferma in attesa di un cenno astrale dall'altro lato del mondo.
Il sindaco Marshall Vermillon uscì dall'edificio in cui abitava e attraversò la strada. Non c'era quasi nessuno in giro. Due cani spelati che parevano essere fatti di sole ossa girarono in quel momento l'angolo, andando a rovistare fra alcuni sacchi della spazzatura. Una donna, dalla veranda di casa sua, lo vide passare e gli fece un cenno con il capo, stringendo fra le mani un ramaiolo per cucinare.
Il sindaco proseguì.
Sì accese una sigaretta e passò accanto a un recinto di tavole di legno in cui una dozzina di polli zampettavano e raspavano e chiocciavano nella polvere. Le teste inclinate in varie angolature.
Dall'emporio uscirono in quell'istante alcuni vecchi dalle facce rugose e solcate come la terra del deserto. Il residuo di una stirpe di uomini che non riesce ancora a concepire la circolarità del mondo. Uomini che accettano l'esteriorità perché non esiste nulla all'infuori di ciò che hanno davanti agli occhi. Come se l'intera esistenza altro non fosse che una ratifica di sequenza e casualità, uno sproloquio che avanza così all'infinito.
Lo salutarono all'unisono, una cantilena roca, tirando su con il naso e sputando per terra.
Marshall proseguì.
Quando attraversò la piazza soffiò due anelli di fumo dalla bocca e incrociò alcuni minatori dalla pelle bruna diretti alle cave. La piazza di Bisbee era quadrata e al centro c'era un pozzo, un trogolo di pietra e un palo per legare i cavalli. Lo sceriffo vide in quel momento un uomo avvicinarsi al pozzo. Il tizio lo fissò con lo coda dell'occhio e poi si girò a salutarlo. “Buongiorno.” disse.
Il sindaco annuì. Il tizio allora prese il secchio dalla cimasa e lo calò molto lentamente nel serbatoio di pietra e dopo un po', nel silenzio della piazza, echeggiò un lieve tonfo.
Marshall attese quindici minuti sotto una quercia il cui seme era stato piantato in quella terra dura e secca cinquant'anni prima da suo padre. Un terra tanto impregnata di minerali quali l'oro, l'argento, il rame, la turchese, la cuprite, la galena, da essere trasformata agli albori della Grande Guerra come uno dei principali serbatoio nazionali per gli approvvigionamenti militari.
Continuò a fumare in silenzio, come assorto in pensieri oscuri, imperscrutabili. Da lì, ai confini di Bisbee, verso nord poteva scorgere la 80 che confluiva fino a Tombstone e, a ovest, parte della 92 che arrivava a Sierra Vista prima e a Huachuca City dopo. La lingua di quest'ultima strada si allungava e si perdeva nell'altopiano pietroso come la vena di un fiume sottile. E il sindaco, proprio in quel momento, lontano vide apparire la carcassa scura di una macchina trascinarsi dietro di sé una colonna di polvere; restrinse gli occhi per vedere meglio e con un colpo del dito fece volare il mozzicone fra le erbacce che puntellavano qua e là la zona. L'aria si stava riscaldando, stava diventando sempre più torrida.
L'auto, per un attimo, scomparve dietro a una collinetta sabbiosa su cui ondeggiava sollevandosi nell'aria un vortice di polvere e poi rispuntò fuori dal nulla. Era una Falcon del '61 nuova di zecca. Alla guida un giovane in camicia e cappello da mandriano, lo sguardo gelido e altrettanto imperscrutabile, proprio come i pensieri di Marshall.
Il vecchio sindaco gli fece un cenno con la mano e gli disse di fermare e spegnere l'auto sotto la quercia.
“L'ufficio dello sceriffo non è molto distante da qui, mr Dodd. La ringrazio di essere arrivato con così poco preavviso.” disse il sindaco.
Cole Dodd chiuse in quel momento lo sportello dell'auto. Da sotto la cintura si poteva scorgere il manico di un grosso revolver, otto colpi a canna lunga marca Colt. Poi annuì, e in silenzio, si toccò la punta del cappello in segno di saluto.
Nel breve tragitto che fecero a piedi il sindaco gli raccontò quello che era accaduto e che poi, si augurava, sarebbe accaduto subito dopo. “Hanno mio figlio, si chiama Tate e ha solo tredici anni. Non so chi siano, ma il ragazzo che è riuscito a salvarsi dice che erano selvaggi. Forse pellirosse. Non lo so. Mio nipote, il figlio di mia sorella June, è lo sceriffo della contea. Partirete oggi stesso, mr Dodd. Le chiedo di guardargli le spalle.” disse il sindaco.
Cole annuì.
“Se si tratta di indiani come pensiamo, ecco... insomma, c'è bisogno del miglior aiuto possibile per ritrovare mio figlio. E lei a quanto pare è l'uomo che fa per noi. Sa, mr Dodd, al mondo mi resta solo lui.”
Cinquemila dollari a lavoro concluso, fu questo l'accordo in definitiva.
Arrivati all'edificio, dalla sua silhouette pallida e screziata di crepature, si alzò in volo uno stormo sinistro e cinguettante di succiacapre. Un caleidoscopio perfettamente sincronizzato che abbozzava nel cielo del mattino una moltitudine di figure astratte.
Il sindaco fu il primo a entrare; spinse la porta, la zanzariera e le campanelle tintinnarono. In piedi, intorno a un tavolo circolare, al centro della stanza, oltre al dottor Lee e allo sceriffo, c'era un suo vice che veniva chiamato da tutti Senza-Nome, un meticcio orfano Navajo cresciuto a Bisbee.
Cole Dodd entrò subito dopo. Si levò il cappello rivelando un viso sbarbato – giovanile – e due occhi neri e solenni.
“E lui chi è?” chiese lo sceriffo, fissando l'estraneo con singolare intensità. Fra le mani aveva una tazza di caffè fumante che appoggiò rumorosamente sul tavolo.
“Signori, vi presento mr Dodd.”
“E chi diavolo è mr Dodd?”
Cole guardò lo sceriffo che nel frattempo aveva assunto nei suoi confronti un atteggiamento di autorità. Le mani strette intorno ai fianchi e un passo in avanti.
“L'ho chiamato io. Lui verrà con voi, Wilson. È uno specialista in questo genere di cose.”
“In quali cose, Marshall?” lo sceriffo sembrava sul punto di scoppiare.
“È qui per aiutare, dannazione. È qui anche lui per trovare mio figlio. Verrà con voi, fine della storia.”
Lo sceriffo fece una smorfia, poi spallucce. “Sei tu che decidi.” disse alla fine. Afferrò la tazza di caffè e ne bevve un sorso.
“Già, Wilson, sono io che decido. Se avessi chiamato il governatore avremmo aspettato giorni solo per una risposta. Avremmo perso del tempo e ora è proprio il tempo che ci manca.”
Lo sceriffo non disse nulla.
“Come avete intenzione di procedere?” continuò Marshall.
Sì prolungò uno strano silenzio, poi lo sceriffo disse che non si sarebbero potuti muovere con un'automobile o un pick-up perché laggiù, in Messico, “non ci sono strade, o almeno, non ci sono nel posto in cui siamo diretti.” disse.
Marshall annuì. La fronte corrugata, gli occhi due biglie nere di disperazione.
“Spero che il tuo uomo sappia cavalcare perché è l'unico modo che abbiamo per attraversare quell'inferno.” disse lo sceriffo. Poi si girò e guardò Senza-Nome. “Vai da Bennet e sella i cavalli. Siamo in quattro.”
 
 
Partirono verso sud non appena Senza-Nome ebbe sellato i cavalli e preparato per il viaggio – oltre che i fucili – le scorte di cibo. Il mattino era ancora alto nell'emisfero e il vento sulla vasta pianura spirava e scuoteva nugoli di polvere.
Cavalcavano, come facevano gli uomini ai vecchi tempi, quattro purosangue presi in prestito dalla fattoria di un tale di nome Dewayne Bennet. Il cavallo dello sceriffo, sul dorso portava una sella di cuoio bulinato con guarnizioni di bronzo, zaino e fucile appoggiati sul garrese, e lo stesso sceriffo sembrava cavalcasse da tutta la vita da come manteneva le redini, austero e solenne. Anche se lo stesso si poteva dire di Cole Dodd.
Avanzarono in un costante scalpiccio di zoccoli, tintinnio di finimenti e clocchettio, monotono, delle biglie di pelle, come se stessero onorando una tradizione che si sarebbe comunque sciupata nel tempo.
Lo sceriffo Vermillon apriva il gruppo, che seguiva in fila indiana. Attraversarono giusto fuori Bisbee la pianura sabbiosa, disseminata da erbacce e piante di mesquite cresciute in pose orribili, che portava dritto al guado – al fiume. Laggiù non trovarono nulla, solo il lento scorrere del torrente che anno dopo anno si andava sempre più prosciugando.
“Il ragazzo ha detto di aver colpito a morte uno di loro. Ora, le cose sono due: o ha mentito o chiunque essi siano sono ritornati qui al fiume per riprendersi il cadavere.” disse lo sceriffo. Il suo cavallo nitrì. “Se è andata così, vuol dire che hanno poco meno di un giorno di vantaggio su di noi, forse meno se non hanno i cavalli.”
“Erano senza cavalli?” domandò Cole.
“Il ragazzo ha detto così.”
“Che altro ha detto?”
Lo sceriffo si piegò in avanti per guardare meglio Cole. “Ha detto che sono andati verso sud. Forse verso le montagne. A ogni modo, superato il confine e Naco, lungo la strada incontreremo alcuni villaggi, fra il valico di Ejido Cuauhtémoc e Cabullona.” si piegò e sputò. “Avanti.” disse.
Quando superarono il confine e entrarono a Naco, una cittadina al confine nello Stato delle Sonora, si trovarono davanti uno spettacolo di carri e carretti ambulanti, ammassati, dove bambini e vecchi e straccioni vendevano da vasi di terracotta grappoli d'uva ormai ben più che avvizzita, e anche tabacco e mescal e whisky di seconda mano. Urlavano e sbraitavano, fra bestiame e nuvole di polvere, come lebbrosi. Lo sceriffo Vermillon spinse avanti il cavallo e passò oltre, e con lui passarono gli altri.
A mezzogiorno avevano come l'impressione di percorrere la strada che portava dritto all'inferno. La vasta pianura indorata era arsa del sole ostile e pulsante, e il vento del deserto copriva di sale ogni cosa, tanto che dovettero cavalcare per un bel po' con gli occhi socchiusi per difendersi dai vortici di sabbia e dalla luce penetrante.
Una landa sterile e senza dio.
La loro ombra si allungava sulla sabbia polverosa di striature e, fra gli sterpi che incontrarono poco dopo, potevano sentire i sonagli dei serpenti risuonare come fischi smorzati e orripilanti. Facevano ribrezzo.
Nel cielo di porpora del tramonto arrivarono al primo villaggio, già sudici nei loro stracci e bianchi di polvere. Il loro arrivo venne annunciato dal sordo clop clop degli zoccoli su una stradina di terra battuta che tagliava da parte a parte la cittadina. In giro c'erano poche anime: uomini dall'esistenza anonima, contadini dalla pelle marrone e il dorso delle mani bruciate dal sole che occhieggiavano diffidenti i visitatori oltre le finestre delle loro baracche di stucco.
Tutto sarebbe stato tranquillo, non fosse che gli abitanti parevano essersi ridotti all'indifferenza di antichi e inenarrabili orrori.
Smontarono da cavallo nella piazza e il dottor Lee e Senza-Nome entrarono in una taverna la cui porta d'ingresso altro non era che una coperta di pelle essiccata e scuoiata di vacca, per chiedere se qualcuno avesse visto o sentito qualcosa di insolito negli ultimi giorni.
Dodd e lo sceriffo rifornirono le borracce a un pozzo con dell'acqua che sapeva di zolfo. Un uccello carnivoro si fermò su un ramo di un albero a guardarli con occhio istupidito. Appese ai muri, alcune lanterne accese mandavano fiochi bagliori di seppia.
Lo sceriffo sputò e si asciugò la bocca con il dorso della mano. Guardò Cole con un sorriso sardonico e poi disse: “Io conosco le persone come te. Ci ho avuto a che fare, anche in guerra.”
Cole, che stava sistemando la sua borraccia nel sacco di tela grezza sulla sella, si fermò di scatto e si girò a fissarlo accigliato. “Lei non mi conosce, sceriffo.” disse. Le sclere dei suoi occhi erano cosparse da venuzze rosse.
“Altroché se non ti conosco.”
“Che cosa mi vuole dire?”
“Tu ammazzi le persone per soldi. Sei un mercenario, un cane randagio. Da queste parti si dice sicario, giusto? Tu non conosci l'onore, la giustizia.”
“Non sono qui per farmi insultare.”
“No. Tu sei qui solo per i soldi, te l'ho detto: io ti conosco. Eppure, adesso non importa chi sei o che cosa vuoi. Non è importante. Quello che ora conta, per me, è sapere se starai dalla mia parte quando verrà il difficile. E verrà, stanne pur certo.” lo sceriffo fissava Cole dritto negli occhi. “In fondo non sappiamo a che cosa stiamo andando incontro, o mi sbaglio mr Dodd?” continuò.
“È così, a quanto pare.”
“Bene. Sarà solo per questa volta. Dopo, se tutto andrà bene, non voglio mai più vedere la tua brutta faccia nella mia contea.”
Quando il dottore e Senza-Nome tornarono fuori, il gruppo decise di proseguire, questa volta verso sudest.
“Sono solo dei poveri deficienti.” disse il dottor Lee. “È una piccola comunità di contadini. Non sanno nulla e dicono di non aver visto nulla. È meglio proseguire.”
Lo sceriffo ascoltava dando da mangiare al suo cavallo, direttamente dal suo palmo, un pugno di noccioline. Si pulì la saliva dell'animale sui pantaloni e alzò lo sguardo verso Senza-Nome che gli restituì, prima di parlare, l'occhiata. “Nella taverna c'era un vecchio ubriaco, forse un prete, che ci parlava in spagnolo, sceriffo.”
“Cosa diceva?”
“Diceva stronzate.” s'intromise il dottor Lee.
Lo sceriffo lo fulminò con uno sguardo in tralice. “Cosa diceva?” ripeté, tornando con lo sguardo al suo vice.
“Parlava in spagnolo.” disse Senza-Nome. “El mal está aquí, diceva. Nos mira. La tierra sangra.”
Al crepuscolo costeggiarono coi cavalli un breve tratto disseminato da monoliti di roccia color cremisi che si ergevano nel cielo morente a onde, e poi un declivio che presentava segni nella pietra come faglie o cicatrici lasciate dai fulmini. Le sagome dei cavalieri si stagliavano, scure e irregolari, come figure ritagliate da un foglio di cartone bruciato, e procedevano a buon ritmo, proiettando sul terreno sabbioso ombre lunghe e fluttuanti.
La notte li sorprese quando arrivarono vicino a una mesa di roccia basaltica che si affacciava su tutto il territorio. Lo sceriffo rimase a contemplare il panorama per un po', poi ordinò a Senza-Nome di accendere un fuoco e chiese a Cole di accenderne altri intorno alla collina, falsi fuochi per ingannare il nemico.
Con la luce di Orione sopra le teste, avvolti nei serapes, i quattro guardavano il fuoco bruciare in silenzio, in ascolto della saggezza della notte, sferzare nel vento come una cosa viva, animata agli occhi degli uomini da qualche ignoto maleficio. E parevano fantasmi, bianchi di polvere com'erano.
Fumarono e mangiarono fagioli e mais da alcune scatolette e rimasero a masticare con gli occhi socchiusi alla luce del bivacco, e ogni tanto Senza-Nome si alzava per attizzare il fuoco. Poi, a un certo punto, il dottor Lee scagliò una foglia secca nel fuoco. Le fiamme, che si piegavano leggermente sottovento, avvamparono per un'istante. Scavò nella sua borsa e ne tirò fuori una fiaschetta di metallo.
“Cos'ha lì, Doc?” domandò Cole, che sedeva di fronte a lui a gambe incrociate. Una mano in grembo e l'altra ferrata sul terreno. I capelli unti di sudore.
“Ho il segreto per vivere in eterno.” ridacchiò il dottore. “Whisky. Vuole un goccio mr Dodd?” disse prima di buttare giù una sorsata.
“No, la ringrazio.”
Non dormì quasi nessuno, solo il dottor Lee e solo per mezz'ora. Il cielo era nero e buio come il sogno di un ubriaco e nell'aria si spandeva l'odore di carbone di legna e cavalli. Lontano, cominciarono a udire le grida dei lupi.
Il dottore riaprì gli occhi che alcune mosche gli stavano camminavano sul braccio. Le scacciò bestemmiando e poi si allontanò per pisciare. Il fuoco si era quasi spento, ed era diventato brace. Quando ritornò guardò Cole e disse: “Avete mai incontrato gli apache, mr Dodd?”
“Mi è capitato solo una volta.” rispose lui. “Mio nonno invece li cacciava, per quanto sia sgradevole oggi dirlo.”
Il dottore annuì, adesso sedeva nella polvere a gambe incrociate. “E in quale occasione?” domandò.
Cole si girò a sputare. Lo sceriffo e Senza-Nome guardavano e ascoltavano in silenzio. “Una battuta di caccia.” rispose Cole. “In ogni caso, ne sono rimasti in pochi. Negli anni le guerre e le barbarie se li sono portati via come un'epidemia, oppure li hanno confinati in qualche riserva.”
“Com'erano?”
Cole si passò una mano sulla bocca. “Erano spaventosi.” disse. “Crudeli. Alcuni avevano i capelli lunghi fino a terra, altri li avevano intrecciati con aghi di stoffa, e le facce coperte da pitture sgargianti e grottesche vagamente somiglianti alle maschere dei clown. Vestiti di stracci e pelli usciti da qualche incubo. E lo stesso era per i loro cavalli: anche loro erano spaventosi. Insomma, quando eri sulla pianura e sentivi il suono dei loro flauti d'osso, capivi che ormai era già troppo tardi per scappare. O lottavi o morivi. E se in battaglia venivi catturato dagli apache, se ti andava bene, dopo averti sodomizzato ti strappavano lo scalpo con la stessa tranquillità che ha un contadino quando tosa una pecora. A quel punto ti lasciavano in una pozza di sangue, moribondo.” Cole rimase in silenzio per un po', fin quando con occhi sognanti, aggiunse: “Erano spaventosi, Doc. Spaventosi.”
“Quanti ne ha ammazzati, mr Dodd?”
Cole non disse nulla. Lo sceriffo tossì, forse sogghignava o forse no.
“Mi perdoni mr Dodd, non volevo.” disse il dottore.
Ripartirono quando le stelle prima alte si ritrovarono a sfolgorare basse a occidente. Era quasi l'alba e a est del mondo saliva una luce grigia, come se lo spazio laggiù fosse distorto in una pallida foschia.
Cavalcarono nella pianura brulla sollevando la polvere, e arrancarono fino a un territorio roccioso che terminava su una rupe a picco sul deserto, sul cui fianco si abbarbicavano grotte e antri forse in un tempo lontano abitati da leviatani. Il sole stava per sorgere e l'orizzonte di sudest si schiariva della prima luce paglierina, senza sorgente, dietro la curvatura della terra.
Proseguirono.
A metà mattino attraversarono una conca salina al cui centro si stagliava la sagoma annerita e scheletrica di un arbusto spogliato di tutto quello che Dio gli aveva donato. Lo sceriffo diede l'alt. Sul terreno secco, resti di scheletri umani, piegati, come intenti a abbracciare nella morte fredda e silenziosa la propria ombra. E anche le ossa di muli e di lupi, carcasse annerite e essiccate, duri come la pietra. Il dottor Lee ne contò una dozzina, almeno.
Lo sceriffo si guardò intorno con espressione vigile e avanzò col cavallo. Si piegò leggermente per vedere meglio e disse: “Scommetto che questi sono stati dissotterrati dai coyote. Hanno fatto un macello.”
Il suo cavallo strascicò nervosamente le zampe nella polvere e abbassò la testa e annusò un mucchietto di ossa umane cosparse sul terreno: un femore, quello che ne rimaneva di una cassa toracica e un cranio sdentato. Poi rialzò la testa ed ebbe un fremito.
“Queste ossa non sono molto recenti.” disse il dottor Lee di fianco a lui.
Lo sceriffo annuì, accarezzò il collo del cavallo e si piegò per sussurrargli qualcosa nell'orecchio. Poi proseguirono il cammino.
Dopo aver costeggiato alla fine della pianura un bosco verde di ilex, dove pennellate di luce solare abbozzavano le loro ombre sul fondale di tronchi neri e, attraversato l'ennesimo mare di sabbia e di niente, si ritrovarono alle porte di un villaggio, sperduto. Era pomeriggio inoltrato e un cielo crivellato di nuvole adesso tappava l'orizzonte.
In lontananza, crepitii elettrici, come oracoli di tempesta.
Entrarono cauti e cenciosi, sudici, in uno scalpitio di zoccoli ferrati sulla traccia fangosa che doveva essere la strada. Avevano l'aria di quattro lebbrosi, primitivi, anonimi, bianchi di polvere e coi capelli infarinati. Non c'era nessuno in giro. Sembrava una città fantasma. Passarono impugnando, ognuno, la propria arma, abbassando il cane e pronti a fare fuoco.
Sfilarono, vigili e attenti, a fianco a casette cadenti fatte con mattoni d'argilla, capanne di rami e canniccio sui cui tetti crescevano ciocche d'erba appassita e opunzie, una casa di cemento e fango, le mura cadenti e screpolate, steccati d'osso, sbiancati dalla carica del sole che male si sovrapponeva al bistro di quella terra arida e dannata. Alla fine della strada c'era un edificio a forma di L, la chiesa del villaggio, lungo le cui basse trabeazioni se ne stavano appollaiati quattro avvoltoi, accanto alle nicchie e alla statua, forse di gesso, mal riuscita della Madonna. La campana ormai verdastra per gli anni pendeva a nudo da una trave in procinto di crollare.
A un tratto Senza-Nome sveltì il passò del cavallo e disse: “Lì c'è qualcosa.”
Lo spettacolo che trovarono nella piazza era orribile. Decine di corpi caldi ammassati, teste recise dal busto: donne, vecchi e bambini, senza alcuna distinzione. Alcune ossa erano state frantumate per poter estrarre il midollo. Tracce nere del sangue sulla sabbia. Gli occhi dei morti pallidi e gonfi, come vermi di esseri in decomposizione, i loro capelli infestati dai pidocchi e l'odore nauseabondo di interiora, sventrate, e nere di mosche.
Il cavallo dello sceriffo cominciò a scalpitare e scartare. Lo sceriffo lo controllò tirando il morso verso il basso, con un movimento rapido e netto. “Che ne pensate?” chiese.
Cole fumava un sigaro che di tanto in tanto si toglieva dalla bocca per sputare. Fissava anche lui la scena, in silenzio, il cui unico movimento adesso era originato da alcuni polli che, pigolanti, beccavano nella polvere lorda di sangue.
Il dottor Lee scese dal cavallo con la curiosa pazienza di chi è abituato all'incompetenza altrui. Si fece avanti e si piegò a esaminare uno di quei corpi martoriati. Si abbassò a fissare il cadavere di un bambino, cinque o sei anni al massimo. Rimase lì fermo per due minuti. Poi, d'un tratto, chinò la testa, si strinse il viso tra le mani e cominciò a piangere.
“Doc.” chiamò lo sceriffo. “Cosa c'è?”
Il dottore si girò a guardare i suoi compagni a cavallo che lo fissavano dall'alto verso il basso, come statue di pietra conservate nei secoli dei secoli in una città fuori dal tempo, e si asciugò con le mani gli occhi e il viso insozzato dalla polvere. “Non ha senso, sceriffo. Questi sono morsi.” disse. “Queste persone sono state divorate.”
Lo sceriffo rimase immobile sul cavallo per un po', i suoi occhi guizzavano in ogni direzione, la faccia tesa in una smorfia rigida. “Non credere mai a chi ti dice che l'inferno è pieno.” disse.
“Cosa?” ribatté il dottore.
“Niente.”
Poi un rumore, passi che inclinano i cardini del pavimento producendo uno stridore acuto e singolare. Sulla veranda di una baracca in legno apparì un vecchio, emerso dal buio della casa. Senza-Nome si mise il calcio del fucile sulla spalla e restrinse l'occhio destro, il dito sul grilletto.
“Fermo.” ordinò lo sceriffo al suo vice, smontando di sella. “Aspetta.”
Il vecchio avanzò fino a una sedia di paglia e si lasciò sedere, come stremato. Il pallore cadaverico, la pelle secca e incartapecorita, l'occhio largo e incavato, il naso adunco, le labbra sottili e solcate dalle cicatrici e i capelli grigi tanto radi da sembrare fili di ragno, proprio come la barba incolta grigioferro che gli cadeva giù fino al petto.
Lo sceriffo passò le redini del suo cavallo al dottor Lee e si fece avanti. “Chi sei?” gridò. Ma il vecchio non rispose. “Chi sei?” insistette con la pistola carica fra le mani.
“Forse non ci capisce.” disse il dottore.
“Già.” commentò lo sceriffo, che fece un cenno col capo a Senza-Nome.
Il vice annuì e gridò: “Quién es usted?”
Il vecchio sollevò la testa e venne accecato per un attimo dal sole, tanto che dovette mettersi una mano davanti agli occhi. Aveva la pelle sulle fronte bruciata, rosacea, che si era anche sollevata in alcuni punti.
“Quién es usted?” ripeté Senza-Nome, inviperito.
“Nadie. No soy nadie.” rispose il vecchio. La voce stanca, grattata dai muchi.
“Qué ha pasado?”
“Diablos, senor. Diablos.”
Lo sceriffo, che si era fermato davanti al vecchio, si girò per un istante a fissare prima Senza-Nome e poi Cole.
“Venìan de las montanas. Hambre.” continuò il vecchio.
“Che ha detto?” chiese lo sceriffo.
“Ha detto che sono venuti dalle montagne. Affamati.”
“Le montagne. Quali montagne?”
“Què montana?” ripeté Senza-Nome.
“Los Ajos.”
“Los Ajos?”
“Sì.”
“Le Los Ajos non sono molto lontane di qui, sceriffo.”
“Lo so.” disse lo sceriffo fissando il vecchio e poi un punto imprecisato verso sud, tra le case di stucco e qualche muro di mattoni crollato. “Chiedigli se con loro c'era un ragazzo, un americano.”
“Que viste a un muchacho americano?”
“Muchacho?” ripeté il vecchio.
“Muchacho. Americano.”
“No, vosotros sois los primeros.”
Senza-Nome ripeté allo sceriffo che il vecchio non aveva visto alcun americano, oltre loro.
Lo sceriffo scosse la testa. “A te ti hanno risparmiato, o ti sei nascosto, vecchio?” disse poi con un filo di voce.
“Còmo?”
“Ho detto... al diavolo.” lo sceriffo a quel punto ritornò sui suoi passi e sputò a terra e s'infilò la pistola nella cintura. Guardò gli altri. Rimasero nella piazza per venti minuti per far riposare un po' i cavalli, che erano stremati. Li legarono così a uno steccato e li dissellarono e appesero le selle sul recinto di legno.
“Con che cosa abbiamo a che fare?” domandò il dottore.
Lo sceriffo non rispose.
“È in arrivo una tempesta.” annunciò Cole.
Lo sceriffo questa volta annuì.
Quando ripartirono il vecchio era ancora lì che li fissava, sulla veranda. A un certo punto urlò qualcosa. Senza-Nome fermò il cavallo per ascoltare meglio.
“La fin del mundo se acerca, caballeros.” gridò il vecchio. “Acerca.”
“Che cosa sta dicendo?” chiese lo sceriffo.
“Che la fine del mondo è vicina.”
 
 
Crepuscolo. L'aria, all'orizzonte ribollente, era scossa da energia elettromagnetica e i lampi, laggiù, scoppiettavano come se il cielo stesse rigurgitando candelotti di dinamite.
Cavalcarono fra pyracantha in un paesaggio all'apparenza immenso e monotono, senza fine. A un tratto una lepre sbucò da dietro un cespuglio, annusò l'aria e ritornò fra i rovi, ferendosi un orecchio.
Venti minuti dopo adocchiarono sulla pianura la catena montuosa delle Los Ajos, e adesso avevano già cominciato a risalire nell'ombra violacea i sontuosi declivi che si aprivano a valle. Non videro mai impronte o tracce di un passaggio recente per quei sentieri. Il terreno laggiù era solo scarnificato e i pochi alberi che c'erano, se ne stavano brulli e contorti in pose di dolore; tamerici scheletrici e felci nere in segno di preghiera, arbusti neri e secchi, come un paesaggio di morti stagliato nelle ombre prima della notte. E fu proprio a quel punto, al primo nudo e assoluto rintocco della piena oscurità, un'ora più tardi, che i cavalieri furono attaccati dai selvaggi.
 
 
Quel terreno cavo che si trovarono a attraversare era modellato da filoni scuri di roccia eruttiva e disseminato da spuntoni dai bordi taglienti come lame di tanti rasoi. Il vento spirava, gli zoccoli dei cavalli echeggiavano da qualche parte sotto di loro, e i lupi avevano appena cominciato a ululare, un lamento che si trascinava nel vento, muovendosi verso sud. Sugli alberi scheletrici c'erano degli avvoltoi, appollaiati, che li fissavano come in attesa di qualche sventura, avventori della carne e del sangue.
Lo sceriffo procedeva insieme a Cole, e cavalcava con la schiena ritta e la pistola che pendeva di traverso sulla coscia, mentre Senza-Nome chiudeva il gruppo. Il dottor Lee, invece, cavalcava nervoso e aveva cominciato a sudare, nonostante quell'oscurità non si portasse dietro molto calore.
Lo sceriffo Vermillon lo notò subito. “Che ha, Doc?” chiese.
“Non ho niente.”
“Sta sudando.”
“Non è vero.”
“Ha paura?”
“Non dovrei averne?”
Raggiunsero un boschetto di conifere dove si avvertivano i richiami isolati di alcuni uccelli e risalirono alcuni tornanti fra le montagne. Il cielo spettrale, sempre più in ombra, ampliava il quadrante celeste di nubi dense e nere come fossero sature d'inchiostro, portatore di un'oscurità liquida.
“Questo posto mi mette i brividi.” disse Cole.
Lo sceriffo si girò a guardarlo, la testa sobbalzava a ritmo del cavallo. “Queste montagne sono infestate.” disse.
“Cosa?”
“Si dice che queste montagne sono infestate.”
“Da chi?”
“Non lo so. Dai morti, credo.”
“Io non ci credo a queste cose.” disse Cole.
Risalirono una sporgenza e si ritrovarono ai piedi di una nuova area boscosa dominata da pini bianchi e ontani e abeti di Douglas. Una macchia ancora più nera della notte incombente che proseguiva per chissà quanto e per chissà dove; ma questo non l'avrebbero mai scoperto, perché ormai li avevano sentiti, e stavano giusto arrivando.
“Dovremmo tornare indietro.” disse il dottor Lee.
“Indietro?”
“Sì. Quassù non mi piace. C'è troppo buio, sceriffo.”
“È troppo tardi per tornare indietro. È rischioso con i cavalli così stanchi. E poi sta arrivando un temporale.”
Entrarono nella macchia trascinando a piedi i cavalli e stringendo il loro naso quando soffiavano per non fare rumore, con le pistole in pugno consci dei rischi e del fatto che, forse, si erano spinti troppo in là. Ma, a quel punto, non potevano farci più nulla; i cavalli erano stremati e la notte era scesa irrefrenabile come la morte.
Alcuni tronchi d'albero erano stati abbattuti dal vento e adesso giacevano caduti nel terreno. Lo sceriffo e Senza-Nome facevano luce con le torce. Procedevano con cautela, guardando attentamente dove mettevano i piedi, zoppicando e saltellando alle volte in mezzo ai residui di vegetazione come folletti emersi in una terra di demoni che si portavano dietro, imbrigliate, le loro bestie infernali.
A un certo punto giunsero nei pressi di una parete rocciosa dove la foresta pareva arrestarsi di colpo. Come un cul-de-sac.
“Se l'idea era quella di salire più in cima, direi che abbiamo sbagliato strada.” disse Cole.
Le luci delle torce in quel momento guizzarono dagli alberi alla parete di roccia dove si fermarono innestate a formare due pinnacoli sottili. Quello che illuminarono cadde all'occhio dei cavalieri immediatamente; sulle rocce si scorgevano antichi pittogrammi, incisioni che raffiguravano uomini e animali e cacciatori e sciamani e mappe di territori forse inesplorati, uccelli e pesci strani, esseri alati o marini che giacevano come dormienti in attesa di qualcosa o di qualcuno in luoghi sconosciuti e forse, anche, impronunciabili.
Rimasero immobili davanti a quello spettacolo, tranne che per il contrarsi e il dilatarsi dei loro respiri e quello dei cavalli, che biancheggiava nel buio. Si fermarono a ascoltare ma in quel momento la foresta pareva essersi ammutolita, per cui non sentirono nulla. Solo un tonfo provenire da qualche parte, lieve, sommesso, uno schiocco simile allo spezzarsi di un ramo.
Non erano tanti ma erano di più, forse sei o forse otto. L'apogeo del caos e della distruzione. Saltarono fuori dal nulla, da ogni lato, dopo che una freccia, adesso penzolante, ebbe infilzato il collo di Senza-Nome, come carne di uno spiedino. Il meticcio si accasciò per terra, il sangue che gli scendeva a fiotti dalle orecchie, e fece fuoco col suo fucile ma lo sparo si perse nel nulla. I cavalli scattarono e scalpitarono, lo sceriffo puntò il raggio della torcia sul viso di Senza-Nome, che steso per terra mosse la testa e la bocca, consegnando al mondo come ultimo saluto solamente un gorgoglio strozzato di sangue nella gola.
Due selvaggi, denti scoperti come cani feroci, le cornee spaventosamente arrossate, di un rosso che sembravano porte spalancate in un cranio al cui interno il cervello bruciava come un forno, si scagliarono con asce d'osso e femori segati – che usavano come armi – prima sul dottor Lee e poi su Cole; Ulysses cadde senza neppure accorgersene, con la gola tagliata e il sangue che zampillava fuori a fiotti, Cole però fu così rapido da avere i riflessi necessari per parare il colpo del primo, ferendosi di sbieco la guancia destra, e sparare nel cuore, col suo revolver, il secondo. I cavalli recalcitrarono, quelli del dottor Lee e di Senza-Nome e dello stesso Cole scomparvero nel buio, spaventati; quello dello sceriffo invece venne bersagliato da alcune frecce, cominciò a scalciare e girare nervosamente intorno, prima di cadere morto su quel terreno nudo e fangoso.
Lo sceriffo combatteva, le luci delle torce adesso per terra illuminavano a casaccio la macchia di vegetazione; sparò a uno dei selvaggi ma venne colpito, da un altro, all'altezza dei tendini. Barcollò per un secondo e poi scivolò per terra, seduto, in un grido di dolore, sovrumano, mentre quelle sagome nella notte si muovevano verso di lui furtive e urlanti, guaenti, come neppure le bestie più nere e aberranti; orrendi ululati in lingua barbarica e spaventosa, idiomi che neppure l'inferno, prima d'ora, era a conoscenza.
Lo sceriffo stringeva i denti e sentiva il sangue sgocciolargli da ogni parte, come se il suo corpo fosse una sola grande ferita. Poi gli si mozzò il respiro. Non è finita, si disse. Sparò a vuoto un colpo dalla sua pistola che colpì la corteccia di un albero. Non può finire così. Devo trovare Tate. Tate. Ma in cuor suo sapeva che era quella la sua fine; lo circondarono e gli fracassarono prima il torace e poi la testa a colpi di sassate e femori d'ossa, come trogloditi del Paleolitico in atto a cacciare la propria cena.
Cole scappò in preda all'istinto, fra gli alberi, lontano dalle grida, perché era l'unica cosa che poteva fare, in quella situazione, per sopravvivere; non avrebbe mai più rivisto il viso dello sceriffo Vermillon, neppure in un sogno.
Si trascinò nel buio proprio come un cieco, senza una destinazione. Cadde e si rialzò un paio di volte, aveva l'impressione che lo stessero seguendo ma dopo un po' constatò che non c'era nessuno che lo seguiva. Cominciò a credere di avere qualche chance.
Arrivò fino al delimitare del bosco e trovò alla radice di un albero un fosso tanto grande da poterlo contenere. Pensò che fosse inutile dirigersi verso valle, e così verso il deserto, perché avrebbe piovuto e a piedi ci sarebbero volute parecchie ore o addirittura giorni prima di arrivare al villaggio più vicino; in più, lo avrebbero potuto vedere e in quelle condizioni, se quei selvaggi erano provvisti di cavalli, lo avrebbero raggiunto e finito, forse, con estrema facilità. Non era saggio rischiare, e Cole lo sapeva; sapeva che in momenti come quello, per sopravvivere, doveva usare il cervello. E poi c'era Tate, ossia il motivo di quella spedizione, e il contratto che aveva stretto con Marshall Vermillon. Cole Dodd poteva anche essere un assassino, o un ladro quando richiesto, ma non era – e non sarebbe mai stato – un disonesto. Un'anima nera senza moralità.
Decise che per agire avrebbe aspettato l'alba, perciò si gettò dentro al buco, grattando con le unghie il terriccio e buttandoselo addosso, come si fa per le bare sepolte nei cimiteri, per nascondersi dagli orrori che si celavano su quelle montagne, e abbassò il cane del revolver, che produsse uno scatto ligneo, secco, nel silenzio.
Le ore passarono lente. Cercò di respirare il meno possibile e per un po' l'unico suono che sentì fu quello del proprio cuore. Li udì solo una volta, durante la notte, a quei selvaggi, passare a qualche metro da lui e poi scomparire di nuovo nella boscaglia.
Lo stavano cercando.
Ma non lo avrebbero trovato. Non lì, non loro.
Arrivò la pioggia e con la pioggia anche il vento. Il terreno si fece melma, fango, e poi finalmente arrivò l'alba.
 
 
Li trovò al delimitare di una grotta, dopo aver camminato per mezz'ora esausto e tremante in quel terreno di scoria nera, lungo il ciglione roccioso poco più su del boschetto dove erano stati attaccati. L'aria era fredda in quel cielo piovoso, e il vento soffiava via la cenere e la pomice, sferzante, come se dovesse scindere tutti gli elementi di quelle cime.
Cole, nonostante tutto, non voleva fermarsi – e non si sarebbe mai fermato. In fondo all'anima sapeva che aveva ancora un lavoro da fare. Una promessa.
Nel caricatore della revolver contò sette colpi, e nascosto dietro una roccia, contò sei selvaggi, anche se in giro potevano essercene molti di più. Non erano né pellirosse né messicani. In realtà non sapeva di che razza potessero essere, ma erano spaventosi; sembravano creature provenienti da un'era antecedente la nomenclatura del mondo e delle sue terre, caricature umane mal riuscite, saltate fuori dalla rappresentazione di un incubo, e rimodellate magari dal diavolo in persona. Gli unici due che avevano i capelli li avevano intrecciati e decorati da denti umani, flosci e unti e pieni di grumi come la coda di una pecora. Altri tre invece erano completamente nudi, la pelle macchiata di sangue incrostato, forse umano, e fra di loro c'era anche una donna, robusta, senza capelli, i seni ballonzolanti e sullo stomaco scoperto una vecchia ferita, cicatrizzata, come inferta da un enorme pugnale. I restanti indossavano pelli di coyote greggio e brandelli di seta cucite insieme con tendini umani.
Sembravano antropoidi o forse folletti.
Due di loro se ne stavano seduti per terra, sembravano parlare, i restanti invece fissavano la pioggia, disinteressati.
Cole non rimuginò molto sul da farsi: in una mano teneva il suo pugnale, nell'altra il revolver. Li colse di sorpresa, semplicemente. Sparò in rapida successione ai quattro in piedi, colpendone tre in piena fronte e uno in gola.
Ricaricò e fece qualche passo in avanti, sotto la pioggia, coi capelli neri appiccati alla testa, impastati dalla polvere ma soprattutto dal fango.
Fissò i due ancora seduti per terra con maggiore attenzione, forse erano agghiacciati dal terrore o forse no – non riuscì mai a capirlo – e avanzò, lentamente, col revolver spianato, attraversando una serie di pozzanghere reflue che si erano formate sul terriccio. L'acqua schizzava da ogni parte. “Chi siete?” disse. Ma nessuno di quei due scherzi di Dio rispose, perciò li finì senza indugiare troppo. Bang bang. Due colpi. L'eco degli spari risuonò fra le pareti di roccia e tornò indietro, come smorzato.
Adesso, entrambi, avevano un nuovo occhio in mezzo alla fronte.
Calpestò quei corpi e varcò la soglia della grotta. Quello che aveva colpito alla gola si dimenò ancora per qualche secondo, sputando sangue dalla bocca. “Che cosa sei?” chiese Cole abbassando lo sguardo, “Che cosa diavolo sei?” lo guardò morire.
In fondo alla caverna – impregnata di un tanfo nauseabondo, tanto forte da sembrare di respirare direttamente lo zolfo dell'inferno – trovò in un angolo una dozzina di selle di cuoio, archi e frecce rudimentali, stivali appartenuti a chissà chi, stronzi rinsecchiti e bottiglie vuote e annerite di mescal. Ma anche alcune ossa, una bambola di paglia e ramoscelli, un fuoco ridotto in cenere e soprattutto delle teste impalate in canne di corteccia lavorata: il cranio di una donna, – la carne carbonizzata, gli occhi cotti nelle orbite – quella di due uomini messicani e anche la testa recisa di un ragazzino dalla pelle più chiara e rosacea rispetto alle altre. Il sangue più fresco.
Cole rimase a lungo a fissare quel viso. La lingua era stata estratta e strappata dalla bocca e le orecchie mozzate e gli occhi tirati via dalle orbite come risucchiati o peggio, come raccolti con un cucchiaino. Non poteva saperlo con certezza – perché in fondo non lo aveva mai visto il ragazzo – però sentiva che quello era Tate.
Lo avvertiva.
Sul terreno si allungavano lingue scure di sangue, forse le orme di coyote e lupi o forse no; non restò lì a chiederselo. Riuscì dalla grotta in una nebbia densa e maligna, scura come il carbone, che galleggiava a mezz'aria tra gli alberi come un'anima incerta se salire verso il paradiso o rimanere bloccata in quella terra di morte e disperazione.
Ridiscese i costoni e le foreste e i declivi senza mai guardarsi indietro. C'era stato un tempo in cui il mondo era pieno di posti che non appartenevano a nessuno e in quel momento quella stessa fila di morte e desolazione, fra crepacci e montagne gibbose e grigie come il cemento, gli parve essere uno di quei posti.
Al delimitare del deserto Cole ritrovò persino un cavallo, quello che era appartenuto al dottor Lee. Gli si avvicinò lentamente e lo accarezzò altrettanto lentamente. Si sporse e aprì il borsone di cuoio agganciato al pomolo della sella e ne tirò fuori cibo e munizioni. Eppure, quella sorte benevola non riuscì a attribuirla a un atto di Dio, tutt'altro; come poteva? Come poteva mai farlo?
Il vento aveva cominciato a soffiare raffiche oblique di pioggia e in quel cielo malato uno stormo di uccelli strepitò sopra di lui, diretti proprio verso le montagne, in sottili V che si appiattivano all'orizzonte cupo, fino a diventare una linea e poi sparire. Cole, adesso cavalcante verso nord, si chiese se quegli uccelli sapessero verso che luogo stavano peregrinando. Dalla luce al buio. Un buio che l'uomo ritiene, suo malgrado, ancora di là da venire.
 
 
 
Nota: il personaggio di Cole Dodd è presente anche in un altro racconto da me presentato qui sul net, ossia L'uomo del fiume, ma le due storie sono comunque indipendenti, sia narrativamente che temporalmente.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Elisabeth

Gerardo, ciao. Mi si sono

Gerardo, ciao. Mi si sono finiti gli occhi (avrei dovuto stamparlo), ma ne è valsa la pena, eccome. Le tue solite pregevoli descrizioni degli ambienti, così particolareggiate da offrire anche suoni ed odori. Particolareggiate e calcate anche le azioni dei personaggi, sembra di vederle al rallentatore. Ho fatto un viaggio bellissimo per merito di questo tuo racconto, tra panorami, vividi e selvaggi, tra uomini e demoni, creature oscene (pare che vivano in una linea di mezzo e che ci facciano da contraltare e che ci consegnino un istinto primordiale abbandonato), con rituali osceni, in una terra che accoglie e nasconde. Bravissimo-issimo!

 

(lo sai? a me piacerebbe anche leggerti in un noir ambientato qui, in terra nostra e con personaggi che si chiamino ad. es. Marco, Giorgio. Capisci? che si muovano sull'A4. Forse qui su net ce ne sono di tuoi datati e io non li ho trovati, in tal caso segnalameli. Lo so... questo a me pare la tua "cifra", ma io credo che la tua inclinazione a "descrivere" così bene riuscirebbe anche in altro contesto). Complimenti!

ritratto di Gerardo Spirito

Beth mi dispiace per gli

Beth mi dispiace per gli occhi eheh, la prossima volta cercherò di pubblicarecon caratteri più grandi e migliorare l'impaginazione (anche se non ho ancora capito come si fa, per ora mi limito al tradizionale copia/incolla da Word).

Ti ringrazio per le belle parole e ti dico che è mia intenzione presto pubblicare la mia prima storia "nostrana" (la devo ancora scrivere però) con ambientazione italiana. Purtroppo non vorrei limitarmi a un mero esercizio di stile, ma vorrei caratterizzare pesantemente i personaggi e per farlo serve una trama; una trama che mi soddisfi e che, per adesso, ancora non ho.

Ecco, ho da qualche settimana una mezza idea, vediamo come si evolve la cosa. 

Ancora grazie!

ritratto di Elisabeth

Gerardo ne è valsa la pena...

Gerardo ne è valsa la pena... è la mia di vista che perde i colpi. Comunque... nostrano o no, il tuo è un bello scrivere. Ciao!

ritratto di 90Peppe90

Terra dannata

Un bellissimo racconto noir, duro, cattivo e cazzuto, come tuo solito. Il personaggio di Cole mi diceva qualcosa, anche se non ricordavo fosse lo stesso personaggio di L'uomo del fiume. Insomma, richiamava in me l'idea dei "duri" che avevi inserito in altri racconti, ma il nome non lo ricordavo. Al di là della storia e dello stile e senza nulla togliere ai vari personaggi, qui mi sono piaciuti particolarmente i villains. Uomini selvaggi, animati da un'essenza primitiva, ancestrale, animalesca. Fino al punto in cui viene da pensare che, piuttosto che essere stati modellati dal Demonio, essi stessi sono il Demonio. È l'uomo stesso, nella sua "forma base", scevra da qualsiasi tipo di ulteriore evoluzione - specie a livello mentale, in termini di intelligenza e civilità - a incarnare, in sé, i tratti abitualmente attribuiti al Diavolo e alle sue creazioni e artifici.

La caratterizzazione fisica di questi personaggi, degli ambienti abitati e dei loro usi e modi di vivere, risulta molto credibile e, per certi versi, inquietante, a un livello quasi-horror. 

In conclusione: altro bel colpo, Ger.

ritratto di Gerardo Spirito

Ehi Peppe grazie ancora! Il

Ehi Peppe grazie ancora! Il personaggio di Cole mi ispirava molto, per questo ho deciso di ricamargli una parte (grande) in questa storia. Non so se ti ricordi (molto probabilmente no ahah) ma ne "l'uomo del fiume" lo introduco con una ferita sulla guancia, una cicatrice, causatagli qualche anno prima da una lotta; ecco, in questo racconto narro (anche) il come/il dove si ferisce. Nulla di significativo comuqnue, è stato divertente. 

Ti ringrazio per le belle parole e la lettura; mi raccomando, leggiti il libro che ti consigliai e fammi sapere eheh yes

 

ritratto di Antonino R. Giuffrè

Ciao Gerardo. Di fronte a una

Ciao Gerardo. Di fronte a una ricostruzione così particolareggiata di ambienti e personaggi non si può e non si deve rimanere indifferenti; e perciò il mio parere è quanto mai positivo. A voler cercare il pelo nell’uovo, devo dire che la prima parte l’ho trovata un po’ lenta rispetto al resto, che invece scorre come un fiume in piena; limare la parte relativa all’estrazione della freccia, forse, avrebbe risolto il problema.

Ma davvero gli Apache sodomizzavano i loro prigionieri? Tempo fa, sull’argomento, lessi un libro di Kerrigan in cui si spiegava che gli Apache, dopo aver incatenato al suolo i loro prigionieri, li esponevano, in particolari zone climatiche, al sole pomeridiano. Di per sé questo era già un terribile strumento di tortura.

Piaciuto molto, un caro saluto. 

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio antonino! Apache

Ti ringrazio antonino!

Apache ma sopratutto Comanche o gli Hamatsa (che si dice praticassero addirittura cannibalismo) a metà Ottocento attuavano strumenti di tortura nei confronti dei soldati (americani) impegnati nella sanguinosa guerra di Secessione che farebbero allibire di molto le più terrificanti storie dell'orrore (gli scalpi non erano nulla a confronto) - anche se è bene dire che l'odio, almeno in principio, perveniva da parte degli americani. Tanto che i governatori messicani o degli stati più sudisti, confederati, cominciarono a organizzare sorte di "squadre speciali" adibite essenzialmente alla loro caccia, e che molto spesso scaturiva in vere e proprie rivolte (vedi il massacro di Wounded Knee). Samuel Chamberlein in un suo libro raccontava come gli Apche tagliassero i tendini dietro alle caviglie dei loro prigionieri per poi abbandonarli nel deserto, nudi, senz'acqua, e striscianti. Assurdo.

Comunque sono d'accordo con te riguardo la parte dove il dottore estrae la freccia, ho pensato anche di escluderla, per non lo so; è l'unica parte del racconto che già in origine avevo in mente di includere. Spero non risulti troppotroppo pesante. Ancora grazie per la lettura Antonino!yes

ritratto di Rubrus

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Io lo definirei un western - non ce non sono molti - e direi che è curioso che questo genere, narrativamente, tenda spesso a contaminarsi con altri generi; in questo non è difficile scorgere sfumature weird se non horror. Del resto il western è un genere che si presta bene a speculazioni metafisiche e quindi anche horror. 

Di solito di fronte alla contaminazione ci sono quelli che si scandalizzano in nome della purezza del genere e quelli che non si lamentano. Io appartengo ai secondi: basta che sia un buon racconto, e  questo lo è.

La prima parte ha un ottimo ritmo, mentre ho l'impressione che la scena del combattimento un altro, come se avessi cambiato marcia, però sento il rumore di una grattatina. 

Non avverto la nostalgia di ambientazioni nostrane. Secondo me che un racconto sia ambientato qui onon influisce, in se e per sè, sulla validità dello stesso, basta che non ci siano degli svarioni. Non scordiamo che è un'opera di narrativa e qualche licenza è concessa, senza esagerare. Dopotutto il mito del West - che è poi un mito di fondazione - è nato nel e col west. Come diceva un tale che se ne intendeva, alias John Ford, "Da queste parti, quando la realtà incontra la leggenda, vince sempre la leggenda" e i suio film, senza nulla perdere in valore, non possono essere presi come esempi di pregio documentaristico.         

Forse questa semplice notazione sul west narrato coglie meglio lo spirito del genere narrativo di una ambizione alla precisione antropologica (parlo di genere: se si parla di storia o geografia del west entriamo in altri campi).

Il west dello spirito insomma, per certi versi, ha una sua verità che non va messa da parte alla leggera (a prescindere dal giudizio etico sulla conquista dell'Ovest - ed ecco qui infatti gli indiani / zombi).

Solo una nota. Se l'auto del '61 è  nuova, vuol dire che la storia si svolge  più o meno in quel periodo e quindi credo che i protagonisti si debbano quantomeno sorprendere che degli Apache scendano sul sentiero di guerra con armi bianche come accadeva più di cento anni prima 

  

ritratto di Gerardo Spirito

Grazie della lettura Roberto.

Grazie della lettura Roberto. Sì, il tag è noir, però le contaminazioni horror sono chiare e volute (ci ho pensato fino all'ultimo di taggare - parola orribile perdonami - questa storia sotto quel genere però alla fine ero indeciso e va bene così; il genere è pur sempre secondario).

Non ci sono Apache in questo racconto. Almeno, gli esseri che ho rappresentato non sono Apache; gli Apache vengono solo menzionati dai protagonisti, loro credono che possano essere Apache ma non lo sono. Sono qualcos'altro. Nella mia testa cannibali o meglio trogloditi che in qualche modo hanno vissuto fuori dal tempo su quelle montagne sperdute nel mezzo del deserto - di fatti a un certo punto del racconto il dottore rendendosene conto dice: "Con che cosa abbiamo a che fare?"

La seconda parte è più spiccia, in effetti, potevo allungarla, ma il racconto poi sarebbe davvero diventato troppo lungo, perciò il ritmo sì, probabilmente cambia - accelera. 

D'accordissimo con te sul discorso delle ambientazioni, ne abbiamo già parlato, ti ringrazio ancora rob per la lettura!yes

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Gerardo*

 
Che sia noir, western, horror o tutto questo insieme, è davvero un gran bel pezzo di racconto. I miei complimenti, Gerardo, davvero. Mi piace tanto il tuo stile narrativo e sulle ambientazioni non dico più nulla perché sai bene quanto le apprezzi. Sul contenuto, poi, potrei solo ripetere concetti già espressi da chi mi ha preceduto nei commenti, in maniera tanto esauriente e dettagliata . Dico solo che mi è piaciuto tantissimo. Un abbraccio.
 
 
ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio Tony! Mi sono

Ti ringrazio Tony! Mi sono divertiti molto a scrivere questo brano, felice tu abbia apprezzato. All'inizio l idea era quella di non scrivere un racconto "molto" lungo ma alla fine mi son fatto prendere la mano e ho allungato un pochetto il brodo. Grazie ancora per la lettura!

ritratto di Massimo Bianco

Caspita, un western moderno,

Caspita, un western moderno, praticamente. Se ha un certo punto non citassi le automobili avrei creduto che si svolgesse nel 1870, anziché in tempi recenti. Bello, per ora, di gran spessore. Dico per ora perchè è un po' troppo lungo per le mie abitidini di lettura sul web, anche perchè non entro mai su Net più di due volte alla settimana, e sono arrivato circa a metà. Non a caso io evito di postare racconti superiori alle 5000 parole, se quelli altrui più lunghi io sono poco disposto a leggerli non posso poi pretendere che gli altri leggano i miei che sforano tal lunghezza (tra un po' di settimane ne proporrò uno che le sfora, a dire il vero, ma solo di 150).

Facciamo così: la lettura è interessante, me la salvo subito tra i preferiti e andrò (senz'altro) a riprendermela un giorno futuro in cui qui su Net ci sarà fiacca e avendo finito di leggere anzitempo vorrò concludere la giornata in bellezza, ok? E allora metterò un nuovo commento per farti sapere cosa ne penso. Bada però che potrebbero passare sei giorni come sei mesi, non ne ho la benché minima idea. Porta pazienza. Ciao.

ritratto di Gerardo Spirito

Massimo allora attenderò e in

Massimo allora attenderò e in ogni caso grazie per aver iniziato la lettura.

Come già detto in qualche altro commento la mia idea iniziale non era quella di scrivere un racconto così lungo, ma sai com'è, alle volte mentre scrivi ti lasci in un certo qual modo trasportare.

Ciao Massimo!

ritratto di Vecchio Mara

l'avevo letto quando lo hai postato...

a differenza di altri tuoi però non mi aveva del tutto convinto, così ho atteso di leggere un po' di commenti per capire il motivo delle mie perplessità, ma trovandoli tutti più o meno entusiasti, mi sa che ho preso lucciole per lanterne. Detto ciò, per me è stato come visitare una stupenda reggia e trovarla arredata con mobilio ikea. Mi spiego, è come se l'autore, beandosi delle sue eccezionali doti nel descrivere luoghi e situazioni abbia trascurato un po' la trama (gli indiani spacaossa chi sono? da dove arrivano?) per stupire il lettore con effetti speciali. Come se un pittore avesse dipinto di corsa la tela per mostrare la luccicante cornice e non viceversa. A mio parere la monumentale parte descrittiva si regge su una trama troppo fragile, lungo per lungo, non sarebbe cambiato molto aggiungendo un paio di pagine dedicate alla storia per bilanciare il peso. Mi ha lasciato l'impressione, parere personale di un lettore terra terra e non certo di un esperto, che l'autore si sia un pochino involuto. 

Ciao Gerardo

Giancarlo

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Giancarlo grazie mille

Ciao Giancarlo grazie mille per la lettura!

Sì, come hai detto tu avrei sicuramente potuto aggiungere qualche altra pagina per affinare meglio la storia, sopratutto quella riferita ai "selvaggi" ma la mia intenzione era proprio quella di non spiegare, in profondità, la loro origine. Ecco, l'intenzione era quella di accentuare la loro malvagità ma sopratutto la loro estraneità al mondo; forse in questo modo, ho pensato, sarebbero apparsi un po' più terrificanti al lettore. In ogni caso, sono consapevole che due o tre spezzoni del brano, vedi la parte in cui il dottore estrae la freccia dal ragazzo, possono essere considerati più esercizi di stile che altro, visto che sono secondari all'elaborazione - in senso stretto - della trama.

Ti ringrazio ancora Giancarlo, a risentirci!

ritratto di Max Pagani

Io ho letto la seconda parte

Poi chiamo massimo bianco e facciamo un unico commento.
:-)
Scherzo ovviamente. Se decido di leggere leggo e basta. Molto poco net editor, molto bello e ormai sopra hanno già dissertato alla grande. Nasce come film, di fatto leggevo ma me ne stavo conosco nella poltrona a mangiare pop corn e pensare a come abbordare la bigliettaia.
Complimenti
Mp

ritratto di Gerardo Spirito

  Ti ringrazio per le belle

 
Ti ringrazio per le belle parole Max e naturalmente per la lettura visto che non è un brano che si legge in quattro e quattr'otto.
Spero abbia funzionato con la bigliettaia ahaha! A presto!!
ritratto di bule

Ciao Gerardo! Non fosse stato

Ciao Gerardo!

Non fosse stato per lpautomobile avrei detto ch ci trovavamo a fine 19esimo secolo. Le tue descrizioni sono molto suggestive e nelle "scenogrofie" che hai descritto vengono coinvolti più sensi. Per usare una metafora, le tue descrizioni sono molto 3D!! Hai gran maestria in questo. 

Condivide sicuramente elementi col genre horror, dato che le creauture un aura di soprannaturale ce l'hanno.

Ci sono dei cambi di ritmo che si sentono leggendo, forse perchè scritto in momenti diversi? La parte iniziale dell'estrazione della freccia a me è piaciuta e sarebbe stato forse un peccato ridurla; però volendo dare più spazio alla carneficinia finale e alla fuga di Cole, forse, si sarebbe  potuto sintetizzare la prima parte del viaggio (quella più o meno centrale). D'altro canto, è bella anche così perchè richiama ad una discesa negli inferi, che mano mano che il raconto avanza ti porta lontano dalla civiltà. 

Complimenti per il lavoro! 

Ciao Gerardo

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Fabio. Ecco sì, la mia

Ciao Fabio. Ecco sì, la mia intenzione era proprio quella di allontanare i protagonisti, piano piano, dalla civiltà, e naturalmente lasciare vaga la natura dei "selvaggi". Questo racconto, come dici, l'ho immaginato prpprio come una discesa agli inferi, mi fa piacere che tu l'abbia percepito. 

In effetti è possibile che il cambio di ritmo sia dovuto a una stesura differita (ho scritto questo brano nell'arco di sette giorni quindi in momenti differenti). Ecco, sì, il finale avrei potuto "dilatarlo" di più peró il racconto mi sembrava già abbastanza lungo per il web. In ogni caso, ti ringrazio per le belle parole e per la lettura! Alla prossima caro fabio

WOW.....

......alla fine ce l'ho fatta!

Ti confesso che mi sono immedesimato nei protagonisti, passo dopo passo, durante la loro (ahimè tragica) spedizione.

E, come loro ho sofferto!

E questo, direi che è uno dei pregi del racconto.

Gli altri sono ben noti. Ormai il tuo stile. Sei perfettamente padrone dei luoghi e della penna. Il tuo linguaggio e la tua abilità nel descrivere luoghi e situazioni con ritmo incalzante e "scoglionato" (non è un difetto, ma non sapevo trovare alti aggettivi....), che fa capire al lettore che quello che incontrerà tra le righe non sarà per niente piacevole. Ma, del resto, è un tratto che piace anche a me e che spesso uso. In fondo, l'orrore è sempre intorno a noi e, spesso (e purtroppo), non servono mostri, vampiri o zombie per farlo vedere.

Sul fatto che sia stato lasciato poco spazio alla descrizione dei "mostri", ti dirò che a me va bene così. In un mio precedente racconto ho fatto macellare un sacco di gente senza far vedere il colpevole. Il lettore può trarre le conclusioni che vuole, può pensare a come, invece, avrebbe scritto lui.

Personalmente, posso ipotizzare un buco nello spazio-tempo, che ha riportato ai giorni nostri esseri preistorici, oppure, perché no, una civiltà ignota e mai scoperta che si è creata un proprio mondo parallelo all'interno della moderna, civilizzata e globalizzata America (un po' un contrappasso.....).

Mi ha, invece, lasciato un po' più perplesso il fatto che il dottore operi il povero ragazzo in una stanza, come nel vecchio West. Se non siamo ai giorni nostri, potremmo essere negli anni 70, e allora, era meglio operarlo in un ospedale. Ma, forse, nella Terra Dannata anche un ospedale può diventare un lusso improponibile.....

ritratto di Gerardo Spirito

Grazie Paolo, non era una

Grazie Paolo, non era una lettura facile (il racconto è lungo) quindi son felice tu abbia apprezzato e sofferto con i protagonisti eheh. Si, quello che dici è giusto, spesso quando leggo i tuoi racconti mi ci rispecchio abbastanza dal punto di vista stilistico, sopratutto nei momenti di suspence, e questo è una buona cosa perchè fa apprezzare di più un racconto. 

A ogni modo forse in questo brano ho lasciato troppo divagare lo "show, don't tell" per quano riguarda i selvaggi, peró mi sarebbe sembrato poco "spaventoso" alla fine, cercare di dare un senso alla loro origine o alla loro natura.

Ecco, avevo pensato anche io a un ospedale peró, non lo so, mi è venuta d'istinto l'operazione "fai-da-te" attuata dal dottore nella stanza; nell'atmosfera che volevo donare al racconto mi sembrava un po' fuori luogo un ospedale eheh. 

Ti ringrazio ancora una volta caro Paolo, a rileggerci!

ritratto di Mario De Pascale

Mi è sorto,spontaneo,

un doveroso ringraziamento per avermi fatto rivivere i giorni della mia infanzia trascorsi con Tex Willer e Kit Carson.

In quei felici e lontani giorni vedevo con gli occhi della fantasia i selvaggi Comanches o Mescaleros poprio come una sorta di belve indemoniate, assetate di sangue e di scalpi (a quei tempi leggevo anche le storie avventurose dello "scotennato" Sam Boyle trasformatosi nella maschera indemoniata del vendicatore "Kinowa"). L'accuratezza delle descrizioni e dei particolari, poi, ha dato una passata di vernice vivida a quei personaggi e a quegli ambienti selvaggi nello spirito e nei comportamenti.

Ho trovato, qua e là, qualche rallentamento e qualche approfondimento che ritengo superflui -è un parere personale- (come l'eccessivo indugio su particolari descrittivi non essenziali), ma l'impressione complessiva è di una esposizione ricca e coinvolgente.

Conto di rileggerti presto, non senza essermi prima congratulato per questa prova.    

ritratto di Gerardo Spirito

Che belle parole Mario, ti

Che belle parole Mario, ti ringrazio. Sono d'accordo con te riguardo i rallentamenti, spesso mi perdo in descrizioni davvero superflue, ininfluenti allo scorrere della trama; è sempre stato un mio difetto, che nel tempo sto cercando di debellare. 

In ogni caso, è proprio quello che volevo ottenere da questo racconto: brutalità e esseri indemoniati. Ecco, non volevo scrivere il solito western del gentil pistolero che caccia un'orda di indiani senza prima aver pagato le pene dell'inferno. 

Ti ringrazio ancora una volta! Alla prossima!

ritratto di Mauro Banfi

Ehi, Gerardo, prosa tosta alla Cormac Mc Carthy!

"Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che
non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lí non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno."
La strada, Cormac Mc Carthy.

Ah, questo stile western noir è perfetto per rappresentare l'odierno nichilismo globale.
I deserti crescono e la sabbia attutisce i cuori e le anime di uomini e donne sempre più affannati nel sopravvivere.
La tua prosa è come pietra rovente che rotola per quei deserti, se riesci a portare quel ritmo e quel clima anche qua in Italia, hai secondo me grandi possibilità editoriali.
Saviano l'ha fatto. Dove potremmo ambientare "Meridiano di sangue" in Italia?
Tutti direbbero d'istinto a Sud, per ovvi motivi, eppure ti consiglierei d'ambientare una tua possibile storia italiana in Trentino o in Val d'Aosta, non so immigrati, rigugiati che tentano i passi di contrabbando, oppure la giungla tra Calais e Dover, cose così...

Davvero un gran leggere

Abbi gioia
 

ritratto di Gerardo Spirito

Caro Mauro ti ringrazio per

Caro Mauro ti ringrazio per la lettura e per il (troppo) lusinghiero paragone eheh!

Sai, ci sto pensando anche io in questi giorni: un racconto duro e secco, che predilige vasti spazi per l'appunto "senza dio", in Italia, dove potrebbe essere ambientato? Non ho mai ambientato una storia in Italia e credo che il mio prossimo brano lo ambienteró qui, nel nostro bel paese, voglio tentare. Io sono di Napoli quindi la scelta sarebbe ovvia peró, come tu mi hai suggerito, le opzioni ci sono e sono al contempo molto interessanti. Conto nelle prossime settimane di buttare giù qualcosa, vedremo. Ti ringrazio ancora una volta!!

ritratto di Massimo Bianco

Alla fine non mi ci sono

Alla fine non mi ci sono voluti né sei giorni né sei mesi per leggere il racconto, ricominandolo da capo, ovviamente, ma 35 giorni ed eccomi qua. Confermo tutte le buoni impressioni che avevo ricavato l'altra votla fino a metà lettura. Il racconto tiene bene fino alla fine. Resta il mistero sulla provenienza di questi selvaggi, anche perchè sembra impossibile che vivessero ignoti a tutti negli Stati Uniti moderni (non è chiaro in che epoca il racconto si svolga ma parrebbe la seconda metà del XX secolo) ma compiendo l'atto necessario per molti racconti, soprattutto nell'ambito del fantasctico, quello della cosiddetta "sospensione dell'incredulità", che qui francamente non costa nulla fare, il lettore (o per lo meno questo lettore) alla fine risulta pienamente soddisfatto. Insomma: piaciuto molto.

N.B.: c'è però qualche erroruccio qua e là, peraltro inevitabile in racconti così lunghi, e qualcuno me lo sono segnato e te lo evidenzio qui in grassetto. 1 e 2) sognagli delle vipere: semmai sonagli dei crotali, le vipere non hanno sonagli. 3) Accenderli: accenderne. 4) Le muri cadenti e screpolati: le mura. 5) Tutto era tranquillo non fosse V che: semmai: tutto sarebbe stato tranquillo non fosse stato che. Poi mi sono stufato di porvi attenzione, però mentre già commentavo ho ridato un occhiata alle ultime 11 righe e ne ho subito notato altri due, te li sengalo, intanto 6) crostoni: non sono certo, ma immagino che volessi dire costoni perché i crostoni non so proprio cosa possano essere. 7) uno stormo di uccelli strepitarono: essendo il soggetto "uno stormo" e non "uccelli", in realtà, anche se può parer strano, il verbo andrebbe al singolare "strepitò" Ciao.

ritratto di Gerardo Spirito

Commento anche io con un po'

Commento anche io con un po' di ritardo caro Massimo, in questo periodo non ho, ahimè, molto tempo da dedicare al sito. In ogni caso, ti ringrazio per la lettura e per la segnalazione degli errori (alcuni davvero stupidi eheh). Mi accingo a correggere gli errori e, anzi, a r-incollare da capo il racconto visto che ne ho trovati altri, sopratutto nella prima parte! 

Unica nota, il racconto - esclusa la prima parte - non è ambientato negli Stati Uniti, bensì nelle terre selvagge e messicane delle Sonora. Una zona di deserto molto vasta e in larga parte isolata al resto della nazione. In ogni caso, il prossimo brano che spero di pubblicare entro fine mese, è ambientato in Italia, quindi un registro per me totalmente diverso, anche se dal punto di vista contenutistico non molto diverso. Alla prossima!

ritratto di Jazz Writer

Racconto lungo, commento lungo

Va da sé, direbbe uno dei miei professori del liceo, che un racconto lungo esige un commento lungo, elaborato allo stesso modo del brano stesso. Molte le cose da dire:

1- E' scritto bene, e questa cosa è innegabile al punto che sembra quasi inutile sottolinearlo. Io posso pure testimoniarlo questo fatto in quanto non sono un lettore appassionato né di western e nemmeno di horror, o similari, e tuttavia l'ho letto in un colpo, senza sosta, proprio perché a tenermi incollato al monitor è stato il tipo di narrazione più che la storia in sé, pur avvincente.

2- E' bello constatare, leggendo i vari commenti, che a ciasscuno è piaciuto per motivi diversi e che alcuni passi che altri hanno considerato troppo lunghi fino a consigliare di tagliarli un po', a me sono piaciuti molto. Mi riferisco all'operazione di togliere la freccia al ragazzo da parte del dottore Lee. bella descrizione, particolareggiata al punto tale che mi ha fatto subito pensare che tu( se posso permettermi la confidenza) abbia a che fare con la medicina, o la chirirgia in qualche modo. A me succede a volte di dovermi immedesimare in situazioni che non conosco, o mestieri, o luoghi, e devo fare una ricerca sul web che mi porta via tempo prezioso ed energie,. Chissà se vale anche per te.

3- Le descrizioni particolareggiate: belle, mi sono piaciute, ricordano il mio modo giovanile di scrivere quando ero un patito di Proust e Flaubert, insomma è stato come tornare indietro negli anni. Oggi più nessuno scrive in quel modo e mi sono sempre chiesto se non sia una perdita tutto ciò per la narrativa. Io personalmente, poi, mi sono invaghito di Hemingway e successivamente Carver, cercando di aderire senza riuscirvi completamente( per le sopracitate tendenze giovanili) al minimalismo che ha un solo vantaggio ma importante: obbliga il lettore a lavorare lui stesso di fantasia facendolo diventare attore e non spettatore, scrittore e non solo lettore.

4- il primo commento si riferisce all'ambientazione e ai nomi dei personaggi: sono d'accordo con lei, non vanno nemmeno a me, preferisco nomi ed ambienti nostrani. ulteriore conferma che il racconto, con tutte queste caratteristiche a me non consone, deve essermi piaciuto assai se l'ho letto d'un fiato.

Avrei molto altro da dire, refusi e punteggiatura compresi... ho notato gli appunti di massimo Bianco, che stimo, ma non ho trovato refusi. Li hai forse corretti?

Per ultimo devo dire che questo modo di neteditor di limitare i commenti a due giornalieri è un grosso handicapp, almeno per me. Infatti il racconto l'ho letto ieri, non ho potuto commentarlo ed oggi mi sono sentito costretto a riassumere alcuni ricordi di quel che ieri avevo in mente. Complimenti... spero mi tolgano questo limite, vorrei leggere e commentare di più. Un saluto.

ritratto di Gerardo Spirito

Perdonami per il ritardo

Perdonami per il ritardo Jazz, sono rientrato solo oggi dalle vacanze e internet scarseggiava, come si suol dire eheh. Ti ringrazio per la lettura e per i complimenti, sopratutto perché, come mi hai detto, non sei un lettore accanito di questo genere. 

Ti dirò, faccio tutt'altro nella vita, e per quanto riguarda quel passo dove il dottor Lee estrea la freccia al ragazzo, ti svelo che ci ho perso un paio di giorni per documentarmi. Ma ecco, visto che sono un tipo molto curioso, in qualche modo m'interessava confrontarmi in un mio scritto con una situazione similare, e quindi diciamo che è stato un piacevole sforzo (a mo' d'informazione, ho affrontato in un altro mio racconto postato quì sul net una situazione "simile", seppur meno invasiva da ogni punto di vista, il brano è "Dove finisce la strada").

Per quanto riguarda lo stile minimalista sì, mi lascio molto influenzare da una certa narrativa, Faulkner, Twain e Joyce su tutti, e sono d'accordissimo su quanto dici riguardo la semi-costrizione (se così si può chiamare) che obbliga il lettore a diventare attore e non spettatore, scrittore e non solo lettore, citandoti. E' un considerazione molto interessante quelle che hai posto. 

I refusi sì, li corressi dopo le puntualizzazioni del buon Massimo, ne trovai altri e corressi, qualche tempo fa, il tutto.

In ogni caso, ho prontissimo un racconto "nostrano", il mio primo a dirla tutta. E' comunque un noir, quindi non si discosta di molto dalle mie preferenze di genere. Spero di poterlo pubblicare nelle prossime settimane. Vedremo.

Cerca di passare al secondo livello, francamente non ricordo come si deve fare ma dovrebbe esserci una guida da qualche parte. A rileggerci presto, buona serata Jazz!

 

ritratto di Claudio Di Trapani

Come storia

mi ricorda molto un film del 2015 con Kurt Russel (Bone Tomahawk). Una banda di trogloditi aveva rapito un tale (o una donna, non ricordo bene) e lo sceriffo, accompagnato da un gruppetto di residenti, si era recato sulle loro tracce, aiutati da un misterioso pistolero. A parte alcune somiglianze, sicuramente casuali, trovo la tua scrittura tra le migliori del net, specialmente riguardo alle ambientazioni. Pur essendo lungo il racconto, ti confesso che era da molto tempo che non m'immergevo in un brano con un piacere così profondo.

Complimenti

Un saluto

Claudio

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Claudio, perdonami per

Ciao Claudio, perdonami per il ritardo, ti ringrazio per i complimenti e soprattutto per aver letto la mia storia! Accipicchia, conosco quel film, lo vidi tempo fa sottotitolato in inglese, molto prima che cominciassi a scrivere questo racconto e, a ben pensarci, hai ragione, qualche punto è ridondante, come i trogloditi. E' possibile che mi sia lasciato influenzare inconsciamente da quella storia, oggigiorno è davvero difficile essere originali al 100% purtroppo. Anche se ti dirò, l'idea originaria mi è arrivata dopo aver letto un racconto di Elmore Leonard dal titolo “I diavoli rossi”.

In ogni caso, è un genere che tornerò presto a ricalcare; sto scrivendo proprio in questi giorni un nuovo western, molto più storico, tradizionale e violento. La fase della “documentazione” è durata più del previsto, ragion per cui sono ancora al 40% circa del lavoro. Spero di ritornare a pubblicare quanto prima, vedremo. Grazie ancora, a presto!