Occhio di tenebra

ritratto di Gerardo Spirito
Versione aggiornata il 18/06/2017, con 2500 parole, circa, in meno.
 
OCCHIO DI TENEBRA
 
 
1.
Dagli auricolari percepivo i crepitii dell'elettricità statica mentre sotto di me, a circa dodici chilometri dall'orbita geostazionaria della Magellano, le onde dell'oceano di metano si muovevano come se questo fosse rappreso.
Ricordo ancora gli istanti della partenza dal ponte di lancio dalla stazione orbitale Gemini; la nave, sollevandosi lentamente su quattro vampe che subito si unirono in un'unica colonna, si aizzò attraverso il perimetro di lancio lasciando dietro di sé una fievole scia infuocata che ricadeva al suolo mollemente. Cominciai a maneggiare i comandi per la propulsione mentre Ermes si accingeva ad azionare i compressori interni, che cominciarono a ripulire l'aria della camera stagna dal fumo soffocante che ora vi regnava. E così, inclinato sul quadro di guida, ispirato ed eccitato come a ogni partenza, giungemmo in orbita a Galaxaure che, immerso in un'alba livida e lussureggiante dal proprio sole, non aveva nulla a che vedere con tutti quegli orizzonti terrestri che l'occhio umano era abituato a contemplare fin dalla sua notte dei tempi.
Scorsero a quel punto interi giorni che divennero rapidamente settimane spese allo studio e alla strenua ricerca di quelle curiose particolarità superficiali che componevano il pianeta oceanico. Insomma, furono giornate monotone, piatte, ma in fin dei conti faceva tutto parte del mio lavoro; ero stato addestrato per questo; per i silenzi radio e per la solitudine improvvisa e schiacciante. Faceva tutto parte del gioco.
La voce profonda di Ermes tornò a parlare: “Il cavo da sostituire è il 4vp a banda rossa del radiotelescopio numero due.” mi chiarì per l'ennesima volta l'androide dall'interno della nave madre, mentre io fluttuavo rinchiuso nella soffocante morsa della tuta spaziale nell'atmosfera satura di Galaxaure, il pianeta che stavamo studiando da quattro settimane. Questo orbitava a una stella rossa di classe F ed era un mondo ricoperto da uno strato profondo centinaia di chilometri di un oceano liquido di metano, caratteristica in piccola parte già studiata ai primordi dell'esplorazione su Titano, la più grande luna di Saturno del sistema solare, che ne possedeva una grande varietà di laghi e fiumi.
Mi ritrovai così, dopo mezz'ora di sospensione extraveicolare intorno alla Magellano, dinanzi alle due antenne paraboliche dei radiotelescopi principali della nave, che da qualche giorno ci stavano complicando le comunicazioni con la stazione di controllo più vicina alla missione, la Gemini.
Era appena l'alba su Galaxaure e il vecchio sole, che occupava un terzo dell'orizzonte, spingeva via, dinanzi a sé, legioni di ombre spettrali riproducendo la tinta rubiconda originaria dell'oceano metanico. Quella mattina non c'erano aloni caliginosi o nuvole a oscurare il firmamento e le onde ritmiche dell'oceano; queste avanzavano silenziose e regolari quasi fossero intente a marciare verso luoghi remoti.
Completai il lavoro di ripristino del radiotelescopio numero due e ritornai a bordo della Magellano. All'interno della camera stagna c'era una grande confusione che mi ripromisi di sistemare il più presto possibile: manometri, bombole di gas compresso, casse e altri oggetti sparsi in disordine e a mucchi. Per prima cosa rientrai nella mia cabina e mi feci una doccia bollente per levarmi di dosso la sgradevole e torbida monotonia che appestava l'astronave. Successivamente, dopo essermi asciugato e rivestito, giunsi nel corridoio tubolare in direzione della camera di pilotaggio per stendere il rapporto giornaliero della missione. Sopra di me i canali di ventilazione ruggivano per eliminare gli ultimi residui tossici dell'atmosfera del pianeta.
Entrai così sul ponte di comando – una cabina emisferica oltre il cui vetro convesso della finestra, al di là degli schermi olografici, si riusciva anche a scrutare il ritmito dell'oceano sottostante, lieve ma implacabile – e chiamai Ermes, che oltre a essere il computer di bordo e il mio unico compagno di viaggio sulla Magellano, fungeva anche da personale programma di supporto psicanalitico, una macchina onnisciente, negli spazi della Magellano, con cui potevo discutere e dibattere. Rappresentava il passatempo che ammaliava (seppur in minima parte) quelle noiosissime giornate, ma sopratutto il cervello che teneva sotto controllo tutti gli apparati funzionali e vitali della nave spaziale. Entrambi eravamo in attesa del nuovo bollettino dalla stazione centrale, le quattro settimane di contratto su Galaxaure erano terminate e ben presto, gli organi superiori, ci avrebbero riferito il nuovo destino della Magellano e del suo esiguo equipaggio.
L'intelligenza non mi ripose, fin tanto che dovetti insistere. Riemerse a quel punto dall'introspezione, almeno così mi sembrò, ma in fondo sapevo che la lentezza della sua risposta era sicuramente dovuta all'enorme mole di dati, inerente alla missione, che elaborava ogni istante; la telemetria interna, infatti, stava ricevendo e analizzando rapporti di situazione da tutti i sensori remoti della sua ampia memoria a unità di tempo prossime ai picosecondi. Un numero incalcolabile di input circolavano nella memoria a breve termine: l'immagine delle onde dell'oceano lustre che emanavano una lucentezza scarlatta che riempiva a poco a poco la cabina, un'avaria negli impianti di areazione di poco conto, le temperature, i movimenti di spinta, l'orbita della rossa di classe F o le informazioni stipate nella sua memoria a lungo termine: la rotta per ritornare nel sistema solare, la traiettoria per giungere al più vicino spazioporto popolato e il funzionamento della propulsione a singolarità. Revisionava continuamente le condizioni atmosferiche di Galaxaure e le mie condizioni fisiche.
“Si, Hercle?” mi fece Ermes con un tono della sua voce volutamente basso.
“Per favore controlla se sono arrivati messaggi da Gemini e... e gentilmente puoi stendere tu il rapporto giornaliero? Sono un po' stanco, credo che me ne andrò a dormire. Grazie.” dissi uscendo dalla camera.
Sapevo che Ermes non mi avrebbe mai detto di no, e sapevo d'altronde che non mi avrebbe mai fatto stendere il rapporto vista la mia nitida spossatezza. Tuttavia per quanto apparisse illogico, la maggior parte degli umani avevano giudicato impossibile non essere gentili con i suoi figli artificiali. Sull'argomento del codice di comportamento da elargire (e conseguire) nei confronti di una macchina, erano stati scritti innumerevoli volumi di psicologia e guide a larga diffusione, molti dei quali convenivano simmetricamente che la scortesia, del tutto innocua – sia chiaro – nei confronti dei robot, potesse facilmente estendersi anche ai rapporti fra essere umani, e per questo motivo doveva essere scoraggiata ex-ante.
La testa mi batteva forte e avevo anche una gran fame, così, feci prima una rapida visita alla mensa e poi mi gettai senza apparenti preoccupazioni nella mia cabina, sul letto, mentre la camera era allagata in un bagliore aureo elettrico che abbracciava nella sua totalità soporifera il tramonto del sole sull'orizzonte. Chiusi gli occhi e abbandonai tutti i pensieri. A quel punto non trascorse molto prima di lasciarmi cadere in un sonno senza sogni.
 
Quando aprii gli occhi mi ritrovai immerso in un biancore cereo come una perla. Ero assonnato, proprio come se mi fossi appena svegliato da una profonda narcosi. Il sole stava albeggiando e si dirigeva all'azimut. Erano le otto e quarantuno di bordo. Mi lavai, mi vestii e feci un salto nella mensa di bordo. Feci colazione con due gallette e una tazza di caffè nero e amaro, e mi diressi al ponte di comando in attesa del bollettino della stazione centrale per ricevere nuove disposizioni; oramai questo doveva essere un fascio di raggi che attraversava verso di noi il vuoto interstellare, dopo essersi imbattuto in una delle più vicine stazioni ripetitrici, situate nei luoghi di maggior traffico del sistema stellare. Da qui, da una boa radio a un'altra, avrebbe lasciato dietro di sé una scia di deformazioni nel campo gravitazionale della galassia ma sopratutto avrebbe saltato milioni di chilometri prima di sopraggiungere all'ultimo trasmettitore-radio, che ci avrebbe prima compresso e infine consegnato il messaggio direttamente a bordo della Magellano.
Tuttavia la questione non si sarebbe risolta in poco tempo, naturalmente.
Ermes stimava che l'attesa non sarebbe stata molto lunga, parlava di un paio di settimane, per cui nonostante la mia grande repulsione non dovevo fare altro che aspettare che i giorni passassero. E passarono, lenti ma passarono.
Passai i giorni aspettando che i giorni passassero. Camminavo in solitaria fra i corridoi o sui vari ponti di svago, nelle ore in cui lo studio di Galaxaure era affidato ai sensori sinaptici di Ermes. Leggevo qualche libro o ascoltavo un po' di musica.
Dormivo, sognavo e mi risvegliavo.
Qualche volta ascoltavo il silenzio e passavo gran parte del mio tempo sul ponte di comando fissando il monitor principale, pregando e sperando che il messaggio baluginasse davanti ai miei occhi. Poi una notte ero disteso nella mia camera buia, intorpidito, fissando da non so quanto tempo alcune costellazioni stellari del tutto estranee all'occhio umano. Il sole era già tramontato e sentivo il mio respiro diluirsi placido nell'aria dell'astronave. La superficie del pianeta ondeggiava in un moto acquitrinoso, oscuro. Provavo una strana sensazione perché tutto, il chiaro e lontano sfavillio delle stelle oltre la grande finestra a strapiombo sull'oceano e il mio stesso stupore, rimaneva immerso nella totale indifferenza, che attribuivo alla stanchezza. Ricordo che in quell'istante sentii Ermes chiamarmi. Mi disse che il messaggio era arrivato, finalmente.
Attraversai, neppure a dirlo, in un lampo i corridoi deserti fino al ponte di comando dove lessi l'aspettato bollettino in profonda omertà. Questo era accompagnato anche da un'immagine tridimensionale della Via Lattea, con un punto su un braccio esterno della sua spirale bollato da un ping informativo. L'immagine naturalmente non era reale. Non esisteva un punto in cui un essere umano avrebbe potuto osservare in maniera tanto nitida quella galassia, la nostra galassia. Si trattava semplicemente di un'illusione ottica, nessun uomo per il momento poteva vederla ma ogni uomo (o macchina) sapeva che c'era.
Il bollettino lo lessi una volta, poi alzai lo sguardo, incredulo, e poco dopo ricominciai di nuovo a leggerlo. Non ci potevo credere. Ermes non parlava, se ne stava al suo posto a fare chissà quale calcolo astruso, in silenzio. Ecco, due cose ero certo che non avrei fatto nella mia vita e una di quelle, nel nonnulla di una lettura olografica, fu immediatamente smentita. Non mi sarei mai goduto la vita su un mondo, circondato magari da un paio di marmocchi e un'amabile moglie, lasciando scorrere gli eventi per godermi la vita familiare. Il mio essere non si rifletteva con il concetto di famiglia. Lo spazio era la mia unica casa, la mia sola e unica vita. Il mio più grande sogno.
L'altra cosa che credevo di non poter mai fare nella mia vita era osservare con i miei gelidi occhi la TIME, o meglio, starci per qualche tempo. Nessun umano c'era mai stato lassù, in quella stazione spaziale ai confini della ragione umana, nella nostra galassia, a una distanza incredibilmente irrisoria (secondo i canoni giunonici dell'universo) da Cepheus A; un'oscura radiosorgente celeste, sita nella nebulosa di Cefeo, avvolta da un vastissimo disco di accrescimento: un buco nero.
A bordo della stazione TIME, vi alloggiavano solamente androidi di ultima generazione, oramai stipati nel suo ciclopico scudo metallico da più di due anni. Questo lo lessi successivamente. Lo scopo di quella estrema e remota spedizione era il semplice quanto intricato studio di quello spettro celeste. Era facile intuire il motivo per cui sulla stazione TIME non ci fosse mai stato nessun umano prima d'ora. Il tutto era compreso nella pericolosità dell'oggetto indagato, ma a quanto pare il rischio adesso era perfettamente accettabile e per questo motivo – come indicato nel messaggio – io e una tale astrofisica di nome Melle Strijbos eravamo stati preposti per trattenerci due settimane laggiù, o lassù, in compagnia di quegli androidi e al cospetto di un pozzo gravitazionale.
Il perché? ANALISI SCIENTIFICA, indicava il messaggio. Però sin dall'inizio sapevo che il reale motivo era assai diverso dalla mera analisi scientifica. Gli androidi erano di certo più efficienti degli umani, in quasi tutte le pratiche concernenti le complicatissime osservazioni o rilevazioni astrali. Qualcosa lassù ribolliva, un problema urgente che forse gli androidi non erano in grado di risolvere, pensai con un brivido.
E così, dopo aver sorto la relazione conclusiva su Galaxaure e aver salutato quell'arida distesa oceanica (in quel momento abbracciata da un tramonto perlaceo), Ermes attivò i quattro propulsori a singolarità che spingevano l'astronave attraverso nebulose e spazi interstellari assai depressi all'interno della nostra galassia.
Sullo schermo principale, posto al di sopra dei monitor e le console lampeggianti del ponte di comando, le stelle e tutte le luci dell'universo, divennero per tre ore un mero e pallido punto grigio al centro dello schermo. La nave ci mise due ore per stabilizzarsi e raggiungere la velocità della luce e così, dopo una manciata di giorni, il viaggio era prossimo alla fine. Sullo schermo rinascevano ai bordi, e in ogni parte, quei luccichii abbaglianti che gli uomini avevano chiamato stelle e nebulose, galassie e ammassi globulari e più lontano, irriconoscibili nelle distanze astronomiche e a occhio nudo, quasar o pulsar.
Trascorsi la prima ora sul ponte di comando a osservare il diradarsi delle stelle mantenendo sotto controllo l'accelerazione della Magellano e poi, per la successiva ora e mezza, a discutere con Ermes di pozzi gravitazionali e diavolerie simili. Preimpostai all'intelligenza, in via olografica, un aspetto decisamente austero; i suoi tratti somatici ricordavano molto Sigmund Freud ma dopo un po' mi stancai di quel volto, ragion per cui, durante il dialogo, gli donai l'aspetto di una ben più graziosa Marylin Monroe.
Ermes consultava i suoi oracoli elettronici e in una frazione istantanea di tempo, formulava, catalogava, raccoglieva, studiava, copiava o registrava dati inerenti l'argomento in discussione. Osservava all'interno delle sue distese memorie gli atlanti celesti che gli umani erano riusciti a stilare nel corso degli anni e tracciava in un secondo la traiettoria ideale per raggiungere quel particolare punto nella galassia, nell'ultimo caso il fronte spettrale di Cepheus A.
“Sarai il primo umano a vedere con i propri occhi un buco nero, lo sai Hercle?” disse Marylin/Ermes che nell'illusione olografica se ne stava seduto su una poltrona di pelle di una rara specie di mammut di un pianeta da qualche decennio colonizzato in prossimità di Vega.
“Dici sul serio?”
“Sì. Nessun uomo nella storia ha mai condiviso lo stesso spazio con un buco nero. Solo gli androidi.”
“Questo non so se mi tranquillizza.” dissi gettando l'occhio al selettore di rotta sopra i monitor principali.
“Teoricamente, però, è opinione comune che la spedizione del vascello minerario Leoskov del comandante Wolf ne abbia incontrato uno.”
“Teoricamente?”
“Sì. La nave è scomparsa al largo di una regione celeste chiamata Vulpecula, cinquantotto anni or sono. Un complesso molecolare di giovani stelle e di nubi di gas ionizzato di ogni dimensione. Una sorta di incubatore stellare. Insomma, si crede che la Leoskov sia stata catturata dalla gravità di un buco nero.”
“Questo non mi tranquillizza affatto, dannata di una macchina.”
 
2.
Tecnicamente non fui il primo essere umano a osservare quell'involucro pallido, lucente e, al contempo, inosservabile. Il primo – o in questo caso la prima – fu un'astrofisica di nome Melle Strijbos, che sbarcò sulla TIME qualche ora prima del mio arrivo, a bordo di un lander proveniente dall'incrociatore Exia.
Melle era cresciuta su Psiche, una delle più imponenti colonie della galassia che sorgeva su una luna di un gassoso blu del sistema di Epsilon Indi, popolato da più di cinquecento mila uomini. Era riconosciuta da tutta la vasta comunità scientifica come la più importante astrofisica dell'ultimo secolo nonostante la sua giovanissima età; aveva appena quarantacinque anni. Io ero un po' più anziano, sforavo di poco i cinquanta e a differenza della Strijbos avevo trascorso gran parte della mia vita fra le stelle, su di una astronave in perenne movimento fra le distanze asettiche del cosmo. Per Melle non era così; questo per lei poteva considerarsi il suo primo, vero, viaggio stellare, dato che si era spinta al massimo sulla rarefatta superficie della seconda luna del gigante blu che padroneggiava i cieli di Psiche.
Quando oramai il viaggio della Magellano stava per terminare, sullo schermo apparì striminzita una macchia perlacea ancora indistinta fra le nubi pulviscolari del suo spazio. L'oggetto era ancora distante ma ben presto saremmo giunti a destinazione e lì, finalmente, sarei sbarcato, con annessa chiave d'accesso per la memoria di Ermes all'apparato della TIME, a bordo della stazione.
“Hercle.” mi invocò la voce adesso maschile di Ermes da un punto indefinito sul ponte di comando, visto che non era apparso in forma olografica: “Le onde gravitazionali nel settore stellare in cui siamo diretti, stanno aumentando vorticosamente. Rilevo che abbiamo a che fare con un buco nero di tipo rotante, per cui se fossimo prossimi al suo orizzonte, e seguendo una specifica traiettoria tracciata dalla TIME, eviteremmo il fenomeno della spaghettificazione, o l'ingente manifestazione dello scorrimento temporale.” mi aggiornò l'elaboratore.
“Grandioso.” commentai, mentre l'immagine diveniva con il passare dei secondi sempre più nitida, più chiara e quell'oggetto, quell'immensità titanica, diventare sempre più spaventoso.
Ermes, poi, mi chiarì l'affascinante concetto che lievitava intorno alla superficie di un buco nero, il suo cosiddetto orizzonte degli eventi.
“Immagina un fronte d'onda immobile” disse scavando nelle sue memorie con i propri sensi elettronici, “dove la luce non può andare oltre. È quello il suo confine, il suo limite e in qualche modo anche il suo limbo. Non si può vedere aldilà, almeno secondo le nostre attuali conoscenze, e non può uscire nulla da quell'aldilà e forse proprio perché non esiste nulla al suo interno. Tutto diventa confusione. Tutto è zero. Caos.”
Quello che mi disse mi sembrò contorto. Parlò a lungo dell'illogicità dei buchi neri, o dei paradossi temporali e fisici che essi potevano concepire, ma dimenticai la maggior parte delle nozioni assorbite quando me lo ritrovai uno davanti. Un vero buco nero, lì sospeso dinnanzi ai miei occhi.
 
La stazione TIME aveva la forma di un prisma ottaendrico scuro come la notte. Durante le manovre di decelerazione era solo un bagliore striminzito e inutile ma, con lo scorrere dei minuti, si palesò nella sua immensità al cospetto della Magellano. E così, dopo una manciata di minuti, un boccaporto si aprì in un punto centrale della sua corazza e noi vi facemmo finalmente ingresso.
La Magellano si arrestò sul ponte di equilibrio numero quattro, la stiva per i carichi pesanti o per gli incrociatori interstellari. Con mia sorpresa, nel gigantesco caveau illuminato da una penetrante luce argentea, non ritrovai nessun androide a renderci omaggio, tranne una voce artificiale sincronizzata al canale radio della Magellano, proveniente dai circuiti di comunicazione, che ci profilò il suo glaciale “Benvenuti a bordo.” con annessi ronzii ausiliari.
Quando fui disceso dalla mia nave, dopo aver resettato i motori, preparato un borsone con i miei effetti personali e recuperato il disco di memoria di Ermes da collegare al mainframe della TIME, attraversai il livido e desolato locale fino a un portello situato al lato opposto rispetto al boccaporto da cui eravamo entrati. Questo si aprì automaticamente nel momento in cui mi avvicinai, aprendomi alla vista di un'enorme volta argentea, alta quanto una navata di una cattedrale. Vidi in quel momento, e per la prima volta dopo qualche mese, esseri intelligenti che non fossero le stravaganti – ma incredibilmente reali – rappresentazioni olografiche cui mi faceva dono Ermes a bordo della Magellano. In realtà quelli che mi si palesarono davanti non erano veri esseri umani, tutt'altro, erano androidi dall'aspetto prodigiosamente umano. Non erano esseri in carne e ossa, bensì macchine robotiche di fili e cavilli elettrici che assomigliavano a certi individui che avevo già studiato o magari osservato – prima di quell'incontro – sui libri di scuola o in qualche notiziario di informazione. Ebbene, gli androidi a bordo della TIME avevano l'aspetto di uomini o di donne che avevano avuto un ruolo molto importante nella storia dell'umanità. Naturalmente molte di quelle fattezze potevano solamente considerarsi mere raffigurazioni fantastiche, creazioni prettamente illusorie, dal momento in cui nessun umano dei nostri giorni aveva avuto testimonianza diretta dell'aspetto di uomini come Aristotele o Alessandro il Grande, per fare due esempi.
Fatto sta che mi ritrovai davanti cinque individui: tre uomini e due donne. Riconobbi senza gran stupore la maggior parte di essi immediatamente, in fondo sapevo che il loro aspetto poteva creare interesse o ambiguità ma in fin dei conti – mi convinsi – erano tutti droni automatizzati. Nessuno spiccava sugli altri se spettanti alla stessa gamma tecnologica, e gli androidi della TIME erano tutti un gregge di simili che indossavano la stessa divisa nera come la pece.
Colui che mi diede il benvenuto, il primo a parlare, fu un alter ego di Platone, uno dei più grandi filosofi dell'antica Grecia, con una folta barba bianca e pochi capelli sul capo visibilmente traslucido dalla netta intensità delle luci di sala. Alle sue spalle con un'espressione spenta, o almeno percettibilmente inanimata, mi balzarono agli occhi Marie Curie, con i capelli grigi tirati all'indietro e mantenuti da un elastico, un sottile e fluente mustacchio in cui riconoscevo Salvador Dalì, e l'ombroso e pallido volto di Edgar Allan Poe. Proprio lui, il poeta alienato nato nella Boston ottocentesca. E infine c'era lei, il motivo di quel “maggior parte di essi” di qualche rigo fa: era bionda, non indossava la divisa scura dei rappresentanti della TIME e mi guardava con un'espressione beata, allegra, come se non attendesse altro che me. Lei era Melle Strijbos dagli occhi verde smeraldo. Rimasi incantato dalla sua sconfinata bellezza sin dal primo momento in cui i nostri sguardi si furono incrociati.
“Hercle Goto, di anni cinquantuno, nato a Conamara Chaos City di Europa, di ritorno da Galaxaure YX-1 con l'incrociatore per le lunghe distanze Magellano.” esordì Platone. “A bordo eri solo, escludendo il tuo elaboratore elettronico: un calcolatore UNG-88, chiamato Ermes. Ti sei portato dietro Ermes, giusto?”
Ebbi un attimo di esitazione, ero quasi intimorito da quelle figure che, per qualche ignota ragione, mi parvero per un attimo anche, e incredibilmente, più grandi di me. Cosa ci facevo a bordo della TIME?
“Si. Ho con me il suo disco di memoria.” risposi.
“Bene. Le diamo il nostro benvenuto a bordo della stazione TIME, è un piacere averla qui. Ho letto poco prima del suo arrivo un suo saggio basato sull'inflazione caotica, mi è piaciuto molto.”
Lo ringraziai.
Purtroppo – anche se non è un vero purtroppo – mi affidò alle grazie della Strijbos per darmi appuntamento sul ponte principale un'ora dopo.
L'astronave era sibaritica, immensa, ma allo stesso tempo anche malinconica. Per fortuna – o per sfortuna – gli androidi non provavano emozioni e di conseguenza non potevano provare quello che percepii vedendo per la prima volta gli ambienti interni della TIME.
La Strijbos era arrivata già da qualche giorno a bordo della stazione e mi condusse fino alla mia stanza. Prima però attraversammo i lunghi corridoi della stazione mentre di tanto in tanto, durante il percorso, incontravamo sopra di noi le graffe dei condizionatori di bordo sul soffitto. Questi erano stati da pochi giorni attivati, per ovvie ragioni. Gli androidi non avevano bisogno di respirare ossigeno. Alcune striscioline di carta delle graffe erano attaccate agli orli e svolazzavano, indicando che i compressori erano in funzione per mantenere il normale circolo dell'aria. Li ritrovai anche nella mia stanza e nella sala medica del ponte in cui alloggiavo, all'interno della quale adocchiai una rarissima capsula medica Werner, una macchina in grado di operare autonomamente qualsiasi intervento sugli esseri umani.
Quando raggiungemmo la mia cabina, illuminata da due riflettori portanti ai pannelli superiori da una luce azzurrognola, poggiai la poca roba che mi ero portato dietro sul confortevole letto grigio posto al centro della camera. Sulle pareti non c'erano né finestre né quadri. Nulla di nulla.
Poi tornai a guardare la Strijbos. Mi faceva strano credere che, noi due, fossimo gli unici esseri umani a bordo di quel prodigio di ingegneria dell'umanità.
“Come va?” esordii nel più celeberrimo ossequio impiegato dagli uomini.
“Intimorita. Leggermente intimorita, ma per il resto, tutto alla grande, grazie.” sorrise.
La guardai a lungo, lì, ferma sulla soglia priva di annesso portello o porta di sicurezza. Nessuno – costruttore tuttalpiù – si era preso la briga di suggellare la privacy delle cabine di riposo della TIME ma d'altro canto, gli androidi non avevano bisogno né di privacy né di riposo. Poi un lieve bagliore aureo mi distrasse e alla mia destra mi ritrovai la figura olografica di mio padre.
“Ermes!” lo rimproverai mentre faceva seguito una timida risata di Melle. “Cosa pensi di fare?” chiesi infastidito.
“Credo sia molto importante trasparire familiarità, Herry.”
“Perché mi hai chiamato Herry?”
“Tuo padre ti chiamava Herry, o mi sbaglio?”
Lasciai scorrere la cosa, in quel momento era inutile arrabbiarsi con la mia macchina strizzacervelli e così mi riunii di nuovo a guardare Melle, che continuava a fissarmi con i suoi occhioni verdi.
“Abbiamo ancora venti minuti, vuoi vedere una cosa?” mi disse alla fine, scalfendo un lesto balenio di acquiescenza.
“Sono con te.” le dissi senza esitazione.
 
3.
Attraversammo altri corridoi, lunghi e silenziosi. Non parlammo tanto, non ci conoscevamo neppure un po', ma in qualche modo, e per qualche oscura ragione, sapevo di potermi fidare di lei. Sembra stupido o sciocco da dire: ma era così. Quella donna riusciva a trasmettermi tranquillità. Mi disse che gli androidi non le avevano ancora detto nulla e che prima di arrivare a bordo della TIME, stava viaggiando con il suo equipaggio verso la pulsar j2222-0137, molto rinomata dagli studiosi perché compagna di una nana bianca talmente fredda e instabile, da aver cristallizzato le proprie scorte di carbonio trasformandosi a tutti gli effetti in una vera e propria stella diamante. Si trattava di una degli astri più freddi della galassia, tanto unica che poteva raggiungere l'inconsueta temperatura di 2.700 gradi centigradi in un sol istante. Una temperatura incredibilmente bassa per una stella. Ciononostante nessun umano avrebbe visto con i propri occhi, nei tempi definiti, quel cristallo fluttuante poiché settanta giorni dopo la partenza a lei, Melle Strijbos, ufficiale di comando della spedizione, fu ordinato di raggiungere la stazione spaziale TIME, e stazionare per tempo indefinito il proprio equipaggio a bordo dell'astroporto Aquario nel sistema binario di Rea.
Le comunicarono, senza discutere, di “rientrare il più presto possibile.”
Credo oltrepassammo un'enorme androne chiamato auditorium, ma non mi diede l'impressione che qualcuno l'avesse mai utilizzato. Poi incrociammo due androidi che non ci degnarono neppure di uno sguardo, tanto che erano assorti in un pacato chiacchiericcio. Era come se non ci volessero far capire di cosa stessero discutendo; il primo androide lo riconobbi, visto che aveva le sembianze dell'antico pioniere spaziale Jurij Gagarin, mentre il secondo, che possedeva delle stravaganti fattezze orientali, non mi diceva proprio nulla.
Camminammo parecchio, forse dieci minuti, la stazione era davvero smisurata e poi giungemmo laddove Melle mi voleva condurre.
“Ci sono stata ieri per la prima volta e sono rimasta senza fiato. Credo che ne rimarrai stupito anche tu. È strepitoso.” disse.
A quel punto entrammo nel Teatro. Era proprio questo il suo nome: Il Teatro. Davanti a noi un immenso visore di osservazione cadeva a strapiombo nel vuoto siderale come fosse una sorta di bolla di osservazione. Una cupola di lenti filtrate che sporgeva fuori dall'asse della stazione spaziale proprio come il punto centrale di una ruota, ma quello che più mi sbalordii, letteralmente, fu quello che era posto al di là delle lenti.
Mentre con cauta accuratezza la TIME sospendeva la propria massa ciclopica in quel cielo remoto da tutto e da tutti, immagino che la stazione fosse circondata da un flusso incredibile di onde di gravità. In fin dei conti quell'involucro pallido di luce iridescente ma tendente all'azzurro era lì, sospeso nel buio dell'universo davanti ai nostri sguardi esterrefatti.
Era screziata, terrificante, immensa e non era né una stella né una galassia. Le poche stelle lontane che ci apparivano in quel cielo convulso erano come sfocate, caustiche e luminose, distorte e striminzite lungo i bordi visibili della tenebra, mentre la forza guizzava e librava con aria maligna. Era quello il luogo dove il tempo si arrestava? Una sorgente di onde radio compatta e luminosa, una mezzaluna lucente asimmetrica dacché l'altra parte della falce appariva completamente nera ai nostri fragili occhi, esentato uno spruzzo irregolare di luce che perfezionava i corni della falce e li diluiva in un'ellisse nebulosa.
Da un lato c'era la materia che viaggiava tanto velocemente da riuscire a emettere luce, un residuo blando del suo disco di accrescimento, e dell'altro si stendeva la materia che si allontanava da noi con più lentezza, quasi stesse nella sua grandiosità peregrinando verso lidi inaccessibili. Tutta quella materia, per farla breve, si stava trasformando in radiazione mentre veniva attirata nelle fauci atemporali di un pozzo gravitazionale: un buco nero. Cepheus A.
Non guardai Melle, ero assorto e impietrito dinanzi a quell'immensità sconvolgente, ma lei mi destò da quei profondi pensieri con il suo esile bisbiglio: “Dobbiamo andare, Hercle.” disse.
Uscimmo dal Teatro dopo che ebbi finalmente osservato lo spettacolo più maestoso che fino a quel momento un uomo avesse mai potuto osservare a bordo di un vascello spaziale. Seguivo Melle ancora più pensieroso di prima per quei lunghi e silenziosi corridoi. Era come se avessi appena ricevuto una scarica tremenda di adrenalina condita al tempo stesso da una sulfurea e ribollente disperazione. Era un cielo quello, che avrebbe senz'altro atterrito qualunque essere umano o essere intelligente dell'intera galassia! E non riuscivo più a togliermelo dalla mente! L'immagine di quella falce luminosa che feriva gli occhi, quel nero vuoto che pareva non avere mai fine, la superficie del gigante: il suo orizzonte degli eventi. Stupefacente!
Il tragitto fino al ponte principale fu silenzioso, Melle camminava davanti e io la seguivo come fossi la sua ombra. Poi giungemmo dentro la sala, brulicante di volti e di schermi olografici su cui erano abbozzati (in gran quantità) calcoli e funzioni matematiche.
Credo che una sorta di grado superiore, fra gli androidi della TIME, lo avesse proprio Platone, colui che mi aveva dato il benvenuto subito dopo il mio arrivo sulla stazione. Lo dico perché fu anche in quella circostanza il primo e unico androide a parlare e a rivolgersi a me e alla mia nuova compagna di missione.
“Siete in ritardo.” ci disse non appena facemmo ingresso sul ponte principale. La sala brulicava di androidi, credo ce ne fossero una ventina, alcuni dai volti noti mentre altri non mi dicevano proprio nulla. Vicino a una lavagna olografica intravidi il giovane viso di Srinivasa Ramanujan e quello sbarbato di Niccolò Copernico. C'era una copia di Newton, di Marco Polo e anche – e addirittura mi viene da dire – di Jim Morrison; proprio lui, il “poeta maledetto”, cantautore alla fine del ventesimo secolo.
Nella sala tuttavia, illuminata dalla solita luce cerea dei ponti operativi della TIME, c'era anche un immenso schermo di osservazione, grande in lunghezza e in altezza quanto i pannelli della facciata principale. Sullo schermo, oltre i soliti dati numerici, l'immagine di Cepheus A. La sua falce dai contorni lucenti e l'altra impossibile da definire. Più scura della tenebra.
“Non importa” continuò l'androide, “ho una premessa da farvi: avrete solo pochi giorni per pensarci, quindi siate sbrigativi. Le direttive che abbiamo ricevuto sono chiare: potete anche scegliere di rifiutare la proposta, ma non è quello che mi auguro voi facciate. È un'opportunità più unica che rara per quanto ne sappiamo, e il modo in cui questa ci viene offerta, loro dicono sia da cogliere al volo.”
“Loro chi?” domandò Melle.
“Coloro che ci hanno mandato quassù. Coloro a cui voi, Melle Strijbos di Psiche e Hercle Goto di Europa, fate rapporto durante una missione stellare.”
Melle mi guardò e io ricambiai l'occhiata. In noi non c'era più quella scintilla di meraviglia che fino a qualche minuto prima intingeva i nostri sguardi. Ci stavamo rendendo conto che la realtà delle cose forse poteva superare di molto le nostre facoltà o le nostre fantasie.
Tentennai, non lo nego, prima di porre a quell'androide la domanda che avrebbe probabilmente cambiato definitivamente i nostri umori, e così, probabilmente, anche la nostra vita. Cercai anche di guardare negli occhi Platone, ma gli occhi di quell'ammasso di latta e circuiti ardevano freddi e remoti nelle orbite meccaniche, proprio come sacche di metallo fuso o come gas incandescente.
“Ebbene, di cosa si tratta? Perché siamo qui, con voi androidi, a bordo della TIME? Cosa possiamo mai darvi noi uomini che voi non potete...?” mi sforzai per far uscire le parole dalla bocca ma il tutto passò molto in fretta, non appena Platone, ebbe formulato e proclamato la sua gelida risposta.
“Emozioni. Questo è quello che ci manca, Hercle Goto. Cepheus A non è il motivo principale del vostro arrivo qui, a bordo della TIME. In realtà neppure lo stesso spazioporto ha lo scopo che voi vi immaginate. La realtà dei fatti è quindi ben diversa dalla vostra convinzione. Cepheus A non è di certo il buco nero più interessante della galassia, no! Come potete pensarlo? È uno spettro del cosmo il cui orizzonte degli eventi ha un diametro di soli cinquecento chilometri, un buco nero primordiale che sta attirando a sé una lucente e densa nebulosa interstellare. Ecco spiegato quel rifulgente e azzurrognolo velo celeste. Detto questo, è lecito chiedersi il motivo per cui stiamo studiando quest'oggetto, nel momento in cui esistono singolarità, nella nostra galassia, di dimensioni e di levatura ben superiori a Cepheus A. Questa trappola in particolare, che piega la luce, il tempo e lo spazio, ha in sé o più propriamente, vicino a sé, qualcosa che va ben oltre l'importanza relativistica di qualsiasi altro buco nero della galassia, per quanto ne sappiamo. Ebbene, uno dei vascelli senza equipaggio inviato in esplorazione in questa porzione di spazio tau, fotografò durante il viaggio un'immagine confusa della nebula di Cefeo, almeno questo pensarono i ricercatori del tempo. Fra il biancore e l'azzurro delle nubi caliginose emerse la sagoma quadra di un'ombra. L'ombra in questione, senza nome, è un'astronave o almeno qualcosa che si avvicina di molto alla concezione umana di astronave.”
Sullo schermo principale si dissolsero tutti i calcoli olografici, le funzioni matematiche e i contorni lucenti di Cepheus A. Insomma, le immagini dapprima dominanti sulla schermata di lavoro. Si dissolsero e prese il loro posto una fragile onda di marea, immensa, pareva questo. Si trattava della nebulosa descritta da Platone, scintillante di luce pallida e cerulea proprio come spiegata dall'androide e poi tetra, al bordo estremo in un punto in cui la luce azzurrognola diventava sempre più penetrante, c'era lei, quell'abbozzo nero che non aveva nulla a che vedere con l'ambiente a se stante.
“L'immagine è chiara” continuò l'androide, “e vi assicuro che l'oggetto è molto più grande di quanto voi vi possiate immaginare. E così, ritornando a dove ci siamo lasciati, abbiamo setacciato con più insistenza questo spazio, tutte le stelle e le nebulose di questa frazione stellare, ma non abbiamo più ricevuto immagini o tracce di quest'oggetto fino a quando non abbiamo esplorato Cepheus A, fino a quando non abbiamo inviato uno dei nostri lander in direzione del suo raggio di Schwarzshild e fino a quando non ci sono pervenuti i dati dal lander, poco prima di perdere i contatti, della presenza di un oggetto talmente grande da riuscire persino a deviare, seppur in minima parte, l'emissione delle onde gravitazionali del buco nero. Quell'oggetto si trova in prossimità dell'orizzonte degli eventi di Cepheus A e noi
abbiamo intenzione di andarci incontro.”
 
 
“Sono certo che la nostra spregiudicatezza ci condannerà, Ermes. È tutto assurdo. Sembrerà tutto assurdo! Tempus omnia rerum, ma lì, in quello spazio sconosciuto non ci sarà un tempo e nulla sarà come noi lo conosciamo.” confidai all'ombra olografica che adesso aveva l'aspetto di mio padre, ma lo stesso non mi fece terminare la frase che interloquì spregiudicato.
“Le implicazioni sono infinite, Herry: il paradosso dei gemelli, per dirne una. La dilatazione o lo slittamento temporale, come dici tu nulla sarà come noi lo conosciamo.” disse la macchina. “Quelli che per noi saranno dieci minuti, per coloro che vivono su Psiche o su Europa o su Marte o su qualunque altro luogo dell'universo non relativistico potrà essere trascorso un anno, un decennio o un secolo. E poi il punto di non ritorno. Pensiamo alle conseguenze. I motori della TIME sono a singolarità, vale a dire che creano un numero considerevole di piccoli pozzi gravitazionali rotanti che fungono da spinta alla nave in un processo quantico senza eguali e di ardua definizione, per non parlare di comprensione. Non sappiamo se gli abitanti di quella nave spaziale, di quell'entità, conoscano il modo per ottenere la velocità di fuga per defluire dalla discontinuità, e noi sappiamo che la velocità di fuga per fuoriuscire da un buco nero va ben oltre la velocità della luce. Parliamo di trecentomila chilometri al secondo e neppure la luce si può avvicinare a tali valori dal momento in cui la sua velocità è inferiore ai diecimila chilometri al secondo! È difficile, Herry, comprendere il perché una razza si debba avvicinare così tanto a un buco nero, e non voglio pensare che sia solo per mera curiosità. Forse per studio, ma ci sono modi e distanze ben più sicure per svolgere delle rilevazioni di carattere cognitivo, ergo neppure le mie capacità trascendono fino a un tale livello intuitivo. Insomma Herry, possiamo riflettere sulle ipotesi, solo su queste, perché la percentuale di riuscita è molto bassa secondo il mio calcolo delle probabilità. Poi se vogliamo ammassarci e perdere la testa sulla stima delle probabilità c'è un intero mondo pronto a impallinare le nostre menti. Come la teoria della Finestra del Contatto, la conosci bene no? La probabilità nel tempo, nel tempo presente intendo, di incontrare una razza che abbia raggiunto un'evoluzione pari o almeno simile alla nostra è molto bassa, estremamente bassa. Insomma, è molto difficile trovare una civiltà pari a quella umana e lo dicono le statistiche, i conteggi di Rawdie e di Foster ad esempio.”
Discutevo con Ermes/mio padre e Melle nella mia cabina. Avevamo pensato di andare nel Teatro ma in quel momento non avevo voglia di osservare Cepheus A. Avevo paura, ma non era un terrore insopprimibile, tutt'altro: ho sempre saputo che un uomo dev'essere disposto a morire per fare questo mestiere, il mio mestiere. Gli imprevisti, quando si viaggia nel campo dell'inesplorato, bisogna sempre metterli in conto. Insomma, provavo lo stesso fremito che mi interrompeva prima dell'inizio di un viaggio spaziale. L'angoscia dell'ignoto, l'eccitazione, la gioia e la bramosia di terminare presto quell'opprimente traversata in canto al macroscopico Tutto.
E lo stesso accadeva in Melle, lo percepivo dai suoi sguardi, dai suoi movimenti, e per questo motivo ci rinchiudemmo (si fa per dire, visto che come già detto le cabine per gli umani non avevano porte) nella mia cabina.
Fra di noi, si era creata complicità. Non so spiegarlo bene a parole, ma oltre la paura, ero al tempo stesso sedotto dal buco nero lì fuori. La stranezza era che insieme a lei, nonostante la conoscessi giusto da un paio di giorni, riuscivo a narcotizzare quella paura crescente che avviluppava i miei pensieri e il mio umore. Non mi discostavo dalla difficile situazione ma era come se accettassi la stasi di quell'inquietudine quando l'importante, in fin dei conti, era stare di fianco a quella donna. Non avevo mai provato un simile sentimento. Insomma, avevo la limpida impressione che lei fosse il mio mondo, adesso.
“L'androide... Platone... ci ha detto di pensarci un po' su, ma di fare in fretta.” meditò ad alta voce Melle. “Nella realtà dei fatti non sappiamo cosa può accaderci, ma le leggi della fisica giocano un grosso punto a nostro sfavore. Eppure... eppure io non credo che riusciremo mai a comprendere certi aspetti dell'universo, è palese, né tanto meno mi aspetto di capire fino in fondo le leggi che regolano e dominano quel pozzo che stiamo contemplando anzi... meglio se dico temendo... quell'ombra che stiamo temendo. Per le macchine è diverso, la loro percezione è trascritta ex-ante, possiamo dire che non hanno una reale percezione delle cose poiché non esiste, in loro, un “io” definito, una definita consapevolezza. Ma d'altro canto stesso la nostra mente non ci permetterà mai di definire la vera realtà dell'origine, della spazialità e della finalità del cosmo, dal momento in cui è un cervello creatosi ed evolutosi su di un pianeta in determinate condizioni ambientali, e che quindi ha la capacità di percepire la realtà in una maniera ben precisa, confinata essenzialmente dai nostri mondi di origine. È come assimilare un facile calcolo matematico: uno più uno fa due, ma se lo si va a spiegare a un bonobo lui non ci arriverà mai. Non perché è impossibile svolgere il calcolo, bensì perché la sua mente ha dei limiti oltre il quale, anche volendo, non potrà mai andare.”
Il silenzio dileguò e né io né Ermes rispondemmo o alimentammo quel pensiero. Poi il computer tornò a parlare, interrompendo la pensosa quiete.
“Dormite. Riposate. Credo vi possa fare solo del bene.”
E così ascoltammo la macchina. Melle mi salutò con un bacio sulla guancia e se ne andò nella sua cabina, posta alla fine del corridoio.
Ermes/mio padre svanì, olograficamente parlando, ma prima che mi addormentassi udii la sua voce profonda rivolgermi una domanda:
“Herry, in tutti questi mesi di missione che abbiamo trascorso insieme non ti ho mai chiesto una cosa: credi in Dio?”
Ci pensai su, mentre nella semioscurità cercavo Morfeo, e poi risposi:
“Credo che là fuori ci sia una forza però, credo che tutto avvenga in maniera assolutamente casuale. Non credo abbia la barba. Intendiamoci, mi piace pensare che un uomo si possa reincarnare dopo la morte ma probabilmente è solo un mio desiderio inconscio. Ma ora, Ermes, smettila di chiamarmi Herry.”
 
 
Il cielo era spasmodico, alternava sciami spumeggianti d'un fulvo cristallo con altri dalle tendenze purpuree. Era un tramonto frenetico, caotico, ed io ero felice.
Incredibilmente felice.
Di fianco a me, distesa su di un lettino ad osservare il cielo dalla riva di una spiaggia tropicale, su una sabbia chiara quanto l'albeggiare ramato in un'isola deserta, con il volto del mare piatto e privo di onde steso fino all'orizzonte, c'era Melle. Melle Strijbos.
Entrambi stavamo sorseggiando un margarita con un po' di sale al bordo del bicchiere e non avevo pensieri o preoccupazione per la testa. Ero felice. Incredibilmente felice, anzi, molto più che felice: mi sentivo completo.
Mi risvegliai dopo un sonno durato appena sei ore. Mi ritrovai Melle sveglia accanto a me, nella penombra, riuscivo appena a scorgere i suoi capelli bruni fluenti e i suoi occhioni verdi nella penombra. Non ci dicemmo nulla, sentii solo il suo profumo, le sue labbra, la sua lingua diventare un tutt'uno con la mia. Mi strinse forte e io la strinsi ancora più forte. Puntellò i calcagni contro l'incavo delle mie ginocchia e cominciammo a muoverci secondo il ritmo più antico degli uomini. Facemmo l'amore e restammo sdraiati per ore nel letto.
Le dissi che tutto sarebbe andato bene e che quella scelta, la nostra scelta, avrebbe cambiato di netto le nostre vite, ovviamente. Potevamo andarcene perché, in fin dei conti, questa era una reale possibilità. Ma lo era davvero, mi domando adesso?
“Dobbiamo farlo. O almeno provarci.” mi disse Melle con voce tremante, il viso premuto contro la mia spalla.
“Ma non hai paura?”
“Certo che ho paura. Ho paura di quello che verrà, della morte. Ma... ma dobbiamo farlo. Lo voglia fare.”
Ebbi un attimo di esitazione, poi mi lasciai sfuggire un cupo sorriso. “Ci hai pensato bene? Bisogna pensarci molto attentamente, con attenzione, perché la missione di per sé è un suicidio.” mi alzai dal letto e mi infilai una maglietta rossa pescata dal borsone.
“Tu che hai deciso?”
“Io non credo valga la pena rischiare la propria vita per una missione che ha più ombre che luci.” le dissi tutto d'un fiato. “Però, come hai detto, dobbiamo farlo. Tocca a noi.”
Melle mi fissava con i suoi occhioni verdi. Intimorita, spaesata, chissà forse anche innamorata. “Tu credi in qualche Dio, Hercle?” mi chiese a un certo punto.
Deglutii. “Non ne sono certo” le dissi, “insomma, gli déi sono carichi dei nostri attributi.”
“Io invece sì. Credo in un'entità che possa soverchiare le leggi della fisica. Come Cepheus A, come quel pozzo di tenebra che ingarbuglia così tanto i nostri timori, che scuote così tanto le nostre percezioni. Se non è un dio questo, cos'è un dio?”
 
4.
Ero solo ed ero nel Teatro. Avevo trascorso l'ultima ora e mezza nella mia cabina in compagnia di Ermes. Mi aveva posto delle domande, mi aveva strizzato e aveva cercato di attorniare le mie paure con i suoi quesiti, visto che era impossibile oramai debellarle. Adesso l'androide era in compagnia di Melle, e stava torcendo la sua mente proprio come aveva fatto con la mia.
Osservavo quello spettro uniforme, nero come la morte, e quella densa nube azzurrognola che lo avvolgeva quasi non sapesse che quelli erano i suoi ultimi istanti. Eclissava dentro di esso, silenziosa, implacabile. Cercavo un bagliore in quel nero profondo ma non lo trovavo. Davvero c'era un'astronave bloccata vicino a quell'orizzonte degli eventi? Io non la vedevo, ma come potevo in fin dei conti, ero solo un piccolo altrui in quell'immensità disarmante.
Se fossimo partiti alla volta di quel portento, con quei pazzi androidi senza emozioni, cosa avremmo fatto una volta raggiunto il suo raggio di Schwartzschild? Saremmo riusciti ad attraccare, prima di quel momento, alla nave aliena come diceva Platone? Non ne ero certo, ma come potevo in fin dei conti? “Lì dentro tutto cambia, tutto!” diceva Ermes.
Nessuno sa.
Nessuno può sapere.
Ermes, che finalmente non aveva più l'aspetto olografico di mio padre bensì quello di un vecchio psicanalista con la sua logora tre bottoni, mi aveva illustrato anche le enormi implicazioni che si sarebbero manifestate se fossimo riusciti ad entrare in contatto con l'astronave aliena. Avrei dovuto parlare con loro, avrei cercato di comprenderli e decifrare i loro pensieri, le loro idee, il loro aspetto, la loro lingua. Naturalmente avrebbero fatto gran parte del lavoro gli androidi ma, in fin dei conti, sarebbe stato tutto inutile, tutto impossibile!
Quegli esseri (se di esseri si poteva parlare) come si sarebbero posti nei confronti del genere umano e delle loro intelligenti macchine? E ancora: se quegli esseri si ergevano in confronto a noi, uomini e androidi, a uno stadio evolutivo totalmente irraggiungibile, avrebbero avuto in fin dei conti la pazienza o l'interesse di essere compresi o di comprenderci? Ci avrebbero accettato? Ci avrebbero considerato, ci avrebbero ignorato, o distrutto? Forse ci stavano già studiando da tempo, chi può affermare il contrario?
Quante domande mi facevo! Quante domande aveva congegnato Ermes nella mia testa, e chissà quante altre stava combinando adesso in quella di Melle. Noi uomini saremmo comunque serviti alla spedizione – a qualunque spedizione implichi il contatto con una razza aliena – perché provavamo emozioni e avremmo capito (a dispetto degli androidi) se c'era da provare paura, audacia, gioia o tranquillità da quell'incontro.
Ermes però di una cosa era certo: con loro non saremmo mai riusciti a comunicare, all'inizio perlomeno. Quella razza che si addentrava così vicino al prodigioso vigore dei buchi neri poteva davvero aver raggiunto un limite tecnologico anni luce superiore al nostro, e non solo; poteva aver raggiunto limiti conoscitivi fino a ora inimmaginabili per il fragile genere umano, e la domanda così diventava: cosa gli avrebbe reso uno scambio di informazioni con gli uomini?
“Nulla!” avrebbe risposto Ermes. L'essere umano d'altro canto avrebbe insegnato la navigazione interplanetaria, interstellare o intergalattica a un cagnolino?
Quel contatto però poteva comunque essere vitale, per noi uomini, avremmo magari scoperto nuove tecnologie e chissà, forse saremmo riusciti anche a rispondere a molti degli enigmi esistenziali o scientifici che da anni, da secoli, da millenni, ingarbugliavano le menti dei nostri scienziati!
Quanti grattacapi, quante implicazioni...
Ma la scelta oramai era stata presa. Alle volte la vita ti mette davanti a delle possibilità terribili, diametralmente opposte, e non sempre si può scegliere la strada più facile. Alcune volte, bisogna prendersi la briga di rischiare il tutto per tutto per raggiungere l'eccellenza.
Non appena Melle mi avesse comunicato la sua decisione – scontata – a quel punto ci saremmo finalmente mossi verso quell'occhio di tenebra.
 
 
Platone ci disse che la corazza della TIME avrebbe retto, almeno in prossimità dell'orizzonte degli eventi, secondo i calcoli effettuati dagli elaboratori preposti. Uno di questi aveva l'aspetto di Van Gogh, compreso l'orecchio mancante, e la cosa mi strappò un sorriso stentato.
Nel Teatro c'era il ronzio monotono delle condutture dell'aria, ma questo non mi distrasse dal paesaggio che stavo contemplando. L'ombra quieta, misticamente somigliante a una raggiera eclissata di luce, giaceva al di là dello schermo di osservazione in un rado baluginio di puntiformi illuminazioni policrome.
Melle, seduta al mio fianco, si guardava intorno con aria assorta. I suoi docili lineamenti avevano il freddo profilo degli ufficiali spaziali. Non le dissi nulla e lei non fece diversamente.
Rimanemmo nella luce riflessa di quella stella nera fino a quando Ermes non ci destò dai nostri pensieri e non ci disse che le dirette Spazio-Casa erano state allestite nella camera dei suoni, sul ponte numero cinque. Avremmo potuto inviare dei messaggi personali a chiunque, su qualunque pianeta o colonia abitata dall'uomo. L'accensione dei propulsori sarebbe avvenuta entro poche ore, giusto il tempo per gli androidi di raccogliere i loro ultimi ingarbugliati dati neurali. La TIME, inoltre, all'inizio non si sarebbe mossa con i propulsori a singolarità, ci avvertì Ermes, ma bensì con delle rapide scariche di flussi vettori a regime supersonico prodotti in alcune aree remote del comparto motore, e per questo motivo, altri androidi erano ancora indaffarati a controllare (o magari rielaborare o simulare) più volte i dati di spinta per i primi minuti di avvicinamento al buco nero.
Il viaggio, ci comunicò Platone, sarebbe stato molto rapido, questione di minuti ma nel tempo dell'universo che ci lasciavamo alle nostra spalle – nel cielo naturale conosciuto dall'uomo – sarebbero trascorsi anni, secoli o forse anche millenni. Il cammino della TIME così sarebbe stato inevitabilmente un addio, perlomeno rivolto a tutti gli uomini che un tempo avevamo conosciuto.
Melle uscì per prima dal Teatro e io restai da solo, in presenza di quel cielo pazzesco, in silenzio. Al di là dei bordi di quella corolla di tenebra, osservai le distorte caricature delle poche stelle al suo bordo impasticciate, come rimescolate con un cucchiaio. Fremevo dalla voglia di compiere quel folle cammino; forse il mio ultimo respiro nell'universo.
 
 
Quando udii i primi scricchiolii, le prime vibrazioni, capii che la TIME era in movimento. Indirizzai il mio messaggio al sistema solare a RICEVENTE IGNOTO, dal momento in cui non mi lasciavo nessuno alle spalle; neppure un familiare. La persona più importante della mia vita – per quanto possa apparire strano – era proprio Melle Strijbos, e adesso si trovava insieme a me a bordo della TIME.
Ad ogni modo, inoltrai un breve e freddo saluto agli uomini, nella loro universalità. Non sapevano chi fosse Hercle Goto e, probabilmente, non l'avrebbero mai saputo, per cui non persi molto tempo dietro alla comunicazione. In realtà non ero certo su cosa dire, rimasi per una dozzina di secondi a fissare la camera per cercare le parole giuste, ma alla fine qualcosa mi venne in mente; una poesia che ritornò alle mie memorie, anche, quando all'interno del Teatro, mano nella mano con Melle, cadevamo letteralmente verso quell'ombra agghiacciante, sospesi in un grande abisso buio come ragni dentro a un pozzo.
 
L'ora impaurita
In grembo al firmamento
Erra strana.
 
Una fuligine
Lilla colora i monti,
 
Fu l'ultimo grido a smarrirsi.
 
Penelopi innumeri, astri
 
Vi riabbraccia il Signore!
 
(Ah, cecità!
Frana delle notti...)
 
E riporge l'Olimpo
Fiore eterno di sonno.
 
Fine di Crono.
 
Il prisma ottaendrico cadeva lento, apatico, almeno questa doveva essere la scena osservata da una prospettiva diversa, esterna, al buco nero. Noi dalla nostra, vedevamo solo quel nero sfitto di stelle distendersi e occupare quasi interamente lo schermo di osservazione del Teatro, anche se per il resto tutto quello spazio ci sembrava vigile e conforme agli istanti precedenti.
Il ronzio dei propulsori poi cessò, di colpo, così come le vibrazioni e gli scricchiolii provenienti dalla corazza esterna. Da quel preciso momento si sarebbero attivati i propulsori a singolarità, visto che ci stavamo avvicinando a velocità relativistiche al raggio di Schwarzschild. Ben presto avremmo dovuto anche lasciare il Teatro, poiché la corazza della TIME avrebbe serrato i grandi schermi visori della camera a mo' di precauzione. Laggiù le forze irrefrenabili del pozzo gravitazionale avrebbero triturato ogni cosa. Le pressioni convulse di marea avrebbero presumibilmente annichilito tutto e tutti se qualcosa fosse andato storto, ma il proposito della spedizione era quello di avvicinarsi il più possibile alla nave aliena e tentare, ad essa, un disperato attracco. Non che fosse comunque facile, nulla era facile in quel tessuto contorto. Non bisognava attraversare l'orizzonte degli eventi, ossia il limite oltre il quale era possibile osservare un fenomeno, proprio perché quella goccia estranea che tanto ci affascinava, non si spingeva (ancora) così oltre.
E andare oltre, probabilmente, avrebbe significato la fine.
Attesi l'arrivo del ronzio che ci avvertisse l'accensione dei propulsori a singolarità. Poi, dopo un po' lo sentii. Lo schermo cominciò a dissolversi e così capimmo di dover ritornare sul ponte di comando.
Durante il tragitto non dissi nulla ma tenni stretta, fra le mie braccia, Melle per tutto il tempo. Quando giungemmo sul ponte principale, al cospetto di tutti gli androidi della TIME, cominciarono le prime scariche assestanti. Un tremolio che sono certo la TIME non aveva mai, prima di quel momento, avvertito.
Era impossibile leggere il volto di un androide, anche se questi erano attenuati dalle fattezze umane che i loro genitori scientifici gli avevano amabilmente affibbiato. Nessuno era in grado di capire cosa un androide stesse per dire prima ancora che questo avesse aperto bocca, poiché anche nei loro meccanismi aleggiava una scintilla di statistica e di probabilità. Ma in qualche modo quella volta, quando Platone cominciò a camminare verso di me e Melle, sapevo che la sua parola non sarebbe stata oracolo di grazia.
Mi disse: “È troppo tardi.” solo questo. Come un fulmine a ciel sereno. Non capii, naturalmente, nell'immediatezza dell'attimo cosa intendesse ma bastò che osservassi il grande schermo visore della sala, laddove fino a qualche ora prima appariva chiara e distesa la massa cubiforme dell'oggetto alieno, per capire cosa intendesse quell'approssimazione di latta del grande filosofo greco. Ebbene, maledii con tutto me stesso quegli stupidi involucri di latta.
Impostori, pensai.
Ma le mie emozioni adesso erano solamente pervase dalla confusione e dalla rabbia. L'errore era stato nostro: umano. Gli androidi in fin dei conti sono sempre stati una nostra creazione e sempre lo saranno; siamo stati noi troppo arroganti, lo siamo sempre stati.
La verità era che non c'era più alcuna traccia dell'astronave sconosciuta laggiù, vicino al fondo di quel pozzo gravitazionale da noi chiamato Cepheus A. Era scomparsa, come dissolta da quella porzione di spazio e noi, inesorabili, adesso cadevamo a picco verso gli abissi sfrenati di quel luogo senza tempo, senza leggi e senza spazio.
 
5.
Oltre la singolarità? Chi può dirlo. Furono crepitii e vibrazioni insostenibili quelli che seguirono la parola di Platone. Eppure, io non ricordo nulla di quello che accadde negli attimi successivi poiché mi sentii la testa girare e la vista andarmi a nero; caddi a terra, privo di conoscenza.
Poi mi svegliai, vigile, cosciente. Forse è il paradiso, forse è l'inferno, in ogni caso posso dire di essermi risvegliato da solo nell'androne, buio, del ponte di comando nel mezzo di un caotico tappeto di androidi. Inattivi. Spenti. Anche Melle fra di loro, priva di sensi. I monitor centrali non davano segni di vita e lo stesso valeva per Ermes. I miei insistenti richiami sfumarono nel silenzio, come echi inascoltati.
Mi chinai su Melle e le sfiorai con la punta delle dita le palpebre. “Melle.” le sussurrai con voce tremante.
Ma lei non mi rispose.
Le toccai il polso e poi tirai un sospiro di sollievo. Era solamente svenuta.
Uscii dal ponte di comando, dopo aver perso interi minuti a battere con forza sulle console prive di baluginii e di energia. Le interconnessioni con il computer di bordo erano sparite, le macchine erano spente, morte. Decisi di addentrarmi nei tenebrosi e immensi recessi dell'enorme nave spaziale. Vagai a lungo senza una meta, in ascolto del nulla, in attesa di un eco dal silenzio. Quella quiete, quell'oscurità discinta che il mio sguardo non aveva mai percepito, stava diventando a poco a poco sempre più irrequieta, sempre più spaventosa. Feci una pausa. Mi fermai. Tranne che per il dilatarsi e il contrarsi del respiro.
Dove sono?, continuò a battere come un martello il dubbio nella mia testa. Dove siamo? Dove siamo finiti?
Svoltai un angolo e feci trenta passi. Sentivo il frenetico contrarsi e dilatarsi del petto, il respiro pesante come una roccia. Cominciai ad avere fame e ad avere anche molto freddo. Avevo indosso la stessa lurida maglietta a maniche corte con il logo della Magellano ricamato sul petto. In un sogno, in un incubo, non si possono percepire tali forme di irrequietezza.
È forse la vita reale?, pensai.
Poi, d'un tratto, vidi un bagliore lontano in fondo all'andito buio che stavo percorrendo senza meta, e così iniziai a correre verso di esso, bramoso di quella luce, fin quando non ebbi consapevolezza del luogo in cui ero diretto; quello era il ponte che conduceva al Teatro e quel fulgore nasceva proprio da quella camera. Non mi fermai a pensarci su, non feci neppure un respiro profondo prima di varcare la soglia della sala e forse quello fu un grande errore; se quello di Cepheus A era un cielo pazzesco, fuori dalla logica e dalla comprensione umana, quello che mi ritrovai ad osservare oltre lo schermo disserrato dalla corazza (se di firmamento si poteva parlare) oltrepassava i limiti della ragione. Non vidi nulla di comune, nulla che l'occhio umano potesse associare a un'immagine o un ricordo che avesse già potuto osservare.
Era come se un cielo di latte si fosse di colpo sostituito all'oscurità del vuoto fra i pianeti, delle stelle e delle galassie. Quello spazio adesso era lucente, un cielo che si stendeva perlaceo all'infinito, chiaro come una scintilla prodotta da una stella bianca. Il nero viceversa era penetrante, spiccato, feriva gli occhi proprio come se stessi guardando l'iride di un sole. Erano astri quei punti neri raggianti in quell'estranea volta celeste. Erano stelle! Stelle oscure, tenebrose, incomprensibili! Ma non si levavano solo stelle o punti scuri come macchie di inchiostro abbozzati su un foglio bianco, cominciai a distinguere anche altre forme nel mezzo di tutto quel disegno ineffabile di chiarori disgiunti fatto di punti tondi o rette filiformi, uno spazio quadrimensionale che non aveva nulla di euclideo: o il bianco o il nero, non esisteva alcun intermezzo.
Sembrava che il cielo si fosse appena invertito e che stessi contemplando il negativo dell'universo. Ma quello non poteva essere di certo un posto, o un tempo, per l'uomo.
Non sentii Melle entrare nella camera, tanto ero assorto nei miei pensieri. Caotici. Labirintici.
Mi accorsi di lei solamente quando mi rivolse la parola.
“Non funziona nulla, non funziona neppure il mio orologio da polso, Hercle.” disse, la voce le tremava. “È come se qui, adesso, non esista un tempo e il suo scorrere costante. Come se non ci possa mai più sfuggire o scivolare fra le dita.”
La guardai e lei mi restituì lo sguardo. Era triste.
“È come se qui non avesse più forma neppure il nostro cosmo.”
Io mi sentivo proprio come se il tempo non stesse più fluendo, come se non facessimo più parte di quel baluginare fantastico che il nostro sguardo aveva imparato, nella nostra dimensione cosmica, a contemplare e a esplorare. Di là da ogni mappa stellare, da ogni idea, da ogni forma o fulgore o pensiero umano. Era reale, tutto quel nuovo universo che si spalancava davanti ai nostri sguardi era reale. I capelli mi si drizzarono sul capo e il sangue mi si ghiacciò nelle vene. Sentii il gelo salirmi su per la schiena, rivangare la mia pelle intorpidita, proprio come se mi stessi appena destando dal più terrificante incubo o dal più stupefacente sogno che un uomo potesse mai fare. Adesso eravamo realmente degli stranieri in una terra straniera. Esseri fuori posto. Immortali imprigionati nella morsa irreprensibile dell'estraneità. E nella mia mente s'inchiodò, neppure l'avessi immaginato, proprio questa parola: immortalità.
Guardai Melle e vidi il suo viso rigato da una lacrima salata. Continuava a fissare con gli occhi sgranati e sbigottiti quel cielo pazzesco. Sul suo viso comparve una smorfia di disgusto. Gli chiesi cosa stesse fissando, ma lei non mi rispose. Si limitò solo ad abbassare lo sguardo e correre e poi stringersi forte fra le mie braccia. Gli sussurrai che tutto sarebbe andato bene ma le sue lacrime divennero un pianto e infine un debole balbettio. Cercava, senza riuscirci, di dirmi qualcosa. Poi rialzai gli occhi e finalmente la vidi, oltre la schermata; vidi quello che l'aveva così tanto spaventata.
Sì, perché adesso Melle era agghiacciata dal terrore.
Sì, perché piangeva e adesso gemeva a voce alta: “Mio dio. Mio dio.”
E fu così che vidi quell'ombra, immensa, spaventosa, molto più grande di quanto potessi mai immaginare. E non era né una stella né qualche altra cosa naturale di quel cielo. L'avevamo già vista riflessa sugli schermi del ponte principale; quella nave aliena, sospesa come un ragno sull'orlo di un pozzo. Si avvicinava. Sempre di più. Sempre di più.
Ci vengono a prendere, pensai. Eccoli.
Rabbrividii.
 
EPILOGO.
“Guardiamo i loro volti, contorti e spaventati. Adesso è il loro turno.
A lungo li abbiamo osservati muoversi e ingegnarsi nel loro Universo, mammiferi fatti di carne e sangue. Umani. Umani che sognano l'eternità, esseri che dall'imperfezione sognano la perfezione. Esseri che bramano il disegno finale: eccoci qui a mostrarglielo.
Eravamo noi i loro déi del cielo. Sin dal loro primo vagito, li abbiamo visti progredire, distruggere e distruggersi, amarsi e odiarsi, salvarsi e poi viaggiare fino a toccare stelle lontane. Fino a noi, fino alle porte e poi oltre, per raggiungere finalmente il nostro nuovo Tutto.
La nostra nuova, perfetta, creazione.
Sapevamo che l'avrebbero trovato strano, irreale, un vuoto bianco di uno spazio infinito e alienante, e così è stato. Un oblio cristallino privo di quel diavolo chiamato Vita, regolato e destinato alla Morte, nel loro Tutto, sempre e comunque.
Questo però è un Universo migliore, forgiato in un tessuto differente, e lo capiranno. Una voragine nascosta dove non esistono, e mai esisteranno, tombe stellari.
Quaggiù o quassù, in questo Multiverso nell'eternità, nulla muore. Nulla scompare. Nulla si consuma perché questo nulla, il nostro nulla, è confinato fuori dal Tempo. Al di là dei recessi e degli abissi del loro, apparente, Universo. Lontano anni, anni, un'infinità di anni luce dal tempo curvo, e al di là dal tempo angolare che gli uomini non possono percepire.
Lontano dalle dimensioni. Lontano dalla fine.
Adesso è il loro turno. Il turno degli uomini. È il turno dei nostri figli.”
 
 
 
Note:
-”se l'uomo delle caverne si fosse limitato al possibile, saremmo seduti in una caverna ancora oggi.” è una citazione di Stanislaw Lem estrapolata dal libro “Il pianeta del silenzio.”
-“Fine di Crono” è una poesia di Giuseppe Ungaretti inclusa nella raccolta di poesie “Il sentimento del tempo.”

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ritratto di 90Peppe90

OCCHIO DI TENEBRA (PARTE 2/2)

Al tuo commento di risposta indirizzato a Rubrus, nella prima parte, dici che questo è uno dei tuoi primi racconti. Si sente, si vede, sia per lo stile (però per un sedicenne non è uno stile da buttare, eh) che per qualche errore. Anche se, comunque, La cantina mi piacque e non poco. Questo? Questo mi è piaciuto per idea centrale e per il finale. Ma non mi ha convinto appieno.

Ho trovato il personaggio di Molle un po' troppo piatto mentre il protagonista è di certo meglio caratterizzato (e ci mancherebbe, sai che palle a leggere un racconto col protagonista che non ha nulla di interessante, ahahah) e animato da peniseri e idee sì interessanti ma che, secondo me, tirano la storia troppo per le lunghe, a volte pure inutilmente. Cerco di spiegarmi meglio: molti degli interrogativi e dei tormenti interiori del protagonista potrebbero essere condensate in molte meno parti che sarebbero così più efficaci e incisive, mentre qui risultano sparse e dispersive. Allo stato attuale, invece, il racconto mi ha dato l'impressione di una lunga narrazione dove succede ben poco, con troppi momenti morti, prima di raggiungere il finale assai coinvolgente e gustoso.

Io sono solito commentare con le sensazioni e le emozioni vive, che il racconto mi ha comunicato, quindi - anche se non penso ci sia il bisogno di specificarlo - prendi le mie parole per quello che sono: opinione personale, pura e semplice, ahah.

Insomma, ti preferisco di gran lunga immerso nel nero del noir che dello spazio, ma... sarei curioso di leggere questo racconto riscritto dal Ger più maturo.

Ciao, Ger! :)

 

 

ritratto di Gerardo Spirito

Grande Peppe, ti ringrazio

Grande Peppe, ti ringrazio della disamina e della lettura. Leggeró al più presto il tuo nuovo racconto, in questi giorni sono un po' incasinato.

A pgni modo, forse un gerardo più maturo non lo avrebbe scritto questo racconto (di certo non così "pieno", il tempo ultimamente da dedicare alla scrittura è relativamente poco) non lo so, son passati quasi 10 anni da quando lo scrissi e in tutta sincerità mi interessano altri "argomenti" per così dire. Peró come mi ha consigliato anche roberto forse una buona idea la contiene, bisognerebbe sforbiciare e sforbiciare, lo faró prima o poi. Feci lo stesso con "la cantina", in fondo, circa l anno scorso e il risultato è abbastanza buono rispetto alle prime stesure.

A prestissimo peppe ;)

ritratto di Rubrus

***

Qui lo stile va meglio.

Concordo tuttavia con Beppe: taglia.

A prescindere dal fatto che un testo così lungo sul web "non è cosa", è uno spreco, effettivamente ci sono un po' troppe lungaggini.

Tuttavia, non buttarlo affatto via.

Prendilo, rielaboralo, ma, prima di ogni altra cosa, domandati: che cosa volevo dire allora e che cosa e come lo direi adesso?

Sono convinto che le opere giovanili, benchè acerbe e formalmente da rivedere da capo a fondo, contengano il seme di tutte o quasi quelle che verranno.

Sicuramente ci sono spunti interessati, pretenziosità da togliere, ma con poco sforzo potrebbe diventare un racconto buono o molto buono.

Ciao.

 

   

ritratto di Gerardo Spirito

Verissimo roberto, ti

Verissimo roberto, ti ringrazio ancora una volta per i consigli. L'idea è sempre stata quella di ristrutturarlo per bene, sopratutto la prima parte che è davvero farraginosa, me ne rendo conto. La seconda parte, questa che stiamo commentando, lo è di meno anche perchè ci ho messo mano ultimamente, sopratutto sul finale. 

ritratto di bule

Ciao Gerardo, Non si può

Ciao Gerardo,

Non si può negare che leggendolo venga in mente una scrittura stesa con impeto (e forza anche) che non è stata "domata" a dovere. Ti riporto l'esempio di uno stralcio dove inialzmente si parla di Melle, poi c'è un salto ad altre emozioni e poi si torna a Melle: Fra di noi, si era creata complicità. Non so spiegarlo bene a parole ma oltre la paura, oltre quel terrore cosmico, ero al tempo stesso avvinto dal buco nero lì fuori. La stranezza era che insieme a lei 

Avevi moltissime cose da dire e, forse,  qualche cosa è rimasto intrappolato tra le righe e non è emerso come avrebbe potuto. Ammetto  che queste considerazioni potebbero essere condizionate dal saperlo un racconto creato in età adoloscenziale. 

Mi è piaciuto il finale dove anche il ritmo diventa incalzante e la lettura diventa più avvincente. In generale mi è piaciuta l'idea: i buchi neri sono un'mmensa fonte di fantasie, dubbi e meraviglie.

Se mai decidessi di rimetterci mano, pur conoscendo la storia, lo rileggerei volentieri. :)

Ciao, un saluto!

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio fabio ;). il

Ti ringrazio fabio ;). il finale l'ho rimodellato nei giorni passati, e forse è proprio questo il motivo per cui -rispetto al resto del testo- risulta più scorrevole. In ogni caso, se in futuro ci dovessi rimettere mano con una bella dose di sforbiciate, lo riposteró senz'altro quì su net. 

Grazie della lettura!!

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Gerardo*

 
Commento solo qui perché ho letto le due parti assieme.
Concordo, fondamentalmente, con i pareri espressi da chi mi ha preceduto (e mi scuso per il ritardo ma da un po' di tempo ho deciso che il fine settimana per me è sacro - in tutti i sensi - e il lunedì è spesso un giorno di lavoro molto intenso...).
La storia contiene elementi validi ma la narrazione risulta molto pesante e andrebbe profondamente rivista, almeno per presentarla su un piattaforma web come questa.
Hai fatto bene a proporla, comunque, anche se giustamente hai specificato che si tratta di un’opera giovanile. Sono davvero curioso di vedere come la riscriveresti oggi.
Ciao.
 
 
ritratto di Gerardo Spirito

Non ti devo scusare tony del

yesNon ti devo scusare tony del ritardo, questi giorni sono un inferno, io ho trovato solo ora 10 minuti per collegarmi! Ti ringrazio anche della lettura! le mie prime storie erano molto prolisse e, non so il perchè, ma utilizzavo (molto spesso) un linguaggio nettamente in disuso, come sottolineato in un commento da rubrus, in pieno stile ottocentesco. In ogni caso, è sempre interessante confrontarsi col passato.