La fabbrica, l’Argenta e altre piccole storie

ritratto di ivan bui

Questi fatti, sono tratti da un libro che probabilmente non verrà mai pubblicato, ho manipolato qualche capitolo per delineare il contesto e favorire la lettura. I ricordi sono sempre viziati dai sentimenti, dagli stati d’animo, ci sono emozioni da cui non ti separi mai, momenti che a distanza di decenni ti restano appiccicati. La raccomandazione: un racconto non è quasi mai un documento storico nemmeno quando sembra aderire perfettamente alla realtà.

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Alla fine dei mitici anni sessanta, mese più mese meno, iniziarono i lavori per la costruzione di una fabbrica per la produzione di elettrodomestici. Un evento destinato a mutare l’economia, la composizione sociale, la mentalità stessa di queste comunità. Il cartello giallo con la scritta ZONA DEPRESSA faceva bella vista insieme ai picchetti che delimitavano l’area del cantiere. Cartelli famigliari per chi percorreva quelle strade, seguendoli si poteva raggiungere il mare, l’ultimo tratto percorrendo l’argine del Po. Territori poveri quanto affascinanti, selvaggi. Flora incontaminata che unisce l’Emilia Romagna al Veneto.

Quando parliamo di territori svantaggiati bisogna sempre avere l’avvertenza di non scadere nella superficialità o peggio ancora nella malafede. Queste realtà non potevano essere paragonate ad altre ben più difficili anche se il modello emiliano a quei tempi era ancora qualcosa di indefinito. E’ una precisazione dovuta, molti infatti hanno tentato di  paragonare Ferrara al sud. Era una stupidaggine allora ed è rimasta tale.

Per scrivere di queste terre non basta averci vissuto oltre mezzo secolo, bisogna indagare, rintracciare testimonianze, scoprire come si viveva prima delle bonifiche. La ricostruzione dopo la guerra non era stata uguale dappertutto e, come ovvio, anche gli anni del boom economico avevano prodotto situazioni diverse.

L’agricoltura era l’unica possibilità e le molte contraddizioni condizionavano pesantemente crescita e rapporti. Le poche alternative erano le botteghe artigiane, i mestieri e lo zuccherificio. Meglio dire gli zuccherifici, una realtà che negli anni sarebbe poi stata smantellata. La bonifica del Mezzano che era stata oggetto di forti lacerazioni, soprattutto per i criteri di assegnazione dei terreni, aveva creato reddito e occasioni di lavoro ma restando dentro quel contesto che  generava poche speranze. Il futuro per i giovani era quello di prendere il posto dei genitori e quando le esigenze della famiglia non potevano essere soddisfatte dal reddito del fondo si cercava lavoro altrove.

In questo quadro parlare di cultura è quasi un azzardo ma va dato il giusto merito a chi non si era rassegnato. Molti avevano sopperito alla mancanza di scolarità con la partecipazione, l’orgoglio, la voglia di  uscire da quella condizione di povertà che metteva in discussione la dignità stessa. I giovani che sceglievano lo studio non erano più un’eccezione e anche se troppi si perdevano per strada non riuscendo a ribellarsi a una realtà povera ma conosciuta, qualcun altro riusciva a conseguire un diploma se non addirittura la laurea. Il pezzo di carta rappresentava un elemento di rottura ma il contesto restava lo stesso. Tanti altri sceglievano di migrare, un mezzo per evadere da un futuro con pochi sbocchi. Le mete erano Torino, Milano, Bologna dove la manovalanza era ricercata, edilizia e catene di montaggio.

L’agricoltura non faceva sognare.

La fabbrica aveva invaso quello spazio e non poteva essere ignorata anche se si trattava sempre di manovalanza, pochissima manodopera specializzata. Uno dei motivi principali dell’insediamento era proprio la grande abbondanza di personale poco qualificato e senza grandi pretese. Il mutamento fu immediato, palpabile, lento ma inarrestabile. Un luogo di lavoro è sempre per sua natura un punto di incontro ma in questo caso era diverso, l’interesse comune era vissuto quasi come una scoperta. Idee politiche per la prima volta messe a confronto con la realtà, quella che ti cade addosso che ti cambia la vita, la sua prospettiva. Convinzioni obbligate a confrontarsi con la quotidianità, non quelle astratte delle discussioni interminabili dove tutti tentano di imporre la loro ragione quasi senza ascoltare.

Un luogo di lavoro si diceva, è sempre un punto di incontro, la giovane età, quasi nessuno aveva superato i vent’anni, dimostrò quanto fosse vero. Pubblicazioni, fedi, nastri rosa, nastri azzurri. Per un periodo i cuoricini surclassarono le cucine.

Queste nuove famiglie rompevano il cerchio, mutavano le gerarchie. In una realtà dove i cambiamenti avvenivano molto lentamente, tutto questo era quasi una rivoluzione.

Raccontate oggi, sembrano piccole cose, rimpianti, nostalgie, in realtà era molto di più. La fabbrica c’è ancora, anche se molto ridimensionata, ad essere cambiato è il contesto. La globalizzazione ha cambiato il mondo anche se non sempre l’ha reso migliore.

Le mezze stagioni erano di sinistra? Non ci sono più le mezze stagioni.

Anche chi non ha mai lavorato in quella fabbrica non può dire di non essere stato coinvolto.

Qualcuno più di altri.

L’Argenta, l’articolo è d’obbligo, era una bracciante agricola di mezza età che divideva quasi tutto il suo tempo tra Camera del Lavoro e sezione. Sindacato e partito. Per lei l’autonomia era una scemenza ma non c’era di che preoccuparsi, le cose di cui si occupava non generavano conflitti e l’idea di convincerla era un’impresa che nessuno aveva nemmeno preso in considerazione. Spaziava dagli inviti, spesso consegnati direttamente agli interessati per risparmiare “i frambol i costa car” n.1, agli adempimenti burocratici, permessi, tasse, ecc.

Il sindacalista se la trovava al mattino seduta in ufficio, con la lista dei problemi che aveva raccolto in campagna, alla casa del popolo, o semplicemente per strada. Interpretava quel ruolo con piglio militaresco, la difficoltà stava nel farle accettare il fatto che molte delle questioni che poneva erano irrisolvibili. Il dramma era il lavoro e l’ufficio di collocamento era un campo di battaglia.

Macinava chilometri in bicicletta, facendo il verso a tutti quelli che incontrava.

Non è facile tracciarne il profilo, era orgogliosa di essere comunista ma senza conoscerne bene le ragioni, dura, incontentabile. Generosa fino all’eccesso, poco avvezza a qualsiasi tipo di mediazione. Alle riunioni non parlava mai, non perdeva un intervento e se ne andava solo dopo aver fatto le pulizie. Almeno il grosso, diceva svuotando posacenere e cestino.

Una vita vissuta in pochi metri quadrati, una monotonia rotta soltanto da … Berlinguer.

Per raccontare questo episodio bisogna ripartire dalla fabbrica che nel frattempo era cresciuta, aveva conosciuto la cassa integrazione, le prime lotte, la paura.

A metà degli anni settanta, sulla scorta di altre esperienze, si inaugurò la sezione operaia del PCI, una discussione accesissima tra chi pensava ci si dovesse limitare al momento organizzativo, lasciando alle sezioni territoriali il compito dell’iniziativa politica e chi, al contrario, pensava fosse necessario dare un connotato politico all’esperienza. Molti anni dopo quel periodo veniva individuato come l’inizio di un conflitto tra generazioni, uno scontro culturale in un ambito, quello locale, dove le trasformazioni erano quasi impercettibili. Non posso frenare un sorriso pensando alla partecipazione di questi ultimi anni. Non posso frenare un senso di nausea quando sento nominare Berlinguer da persone che lo vedevano come una sorta di ostacolo. La nostra diversità, la “sua” diversità era considerata un impedimento.  

La discussione non impediva l’attività di proselitismo, anzi si era trasformata in una vera e propria competizione tra gli attivisti che produsse un risultato così clamoroso che il telegramma di felicitazioni, firmato Enrico Berlinguer, comprendeva un soggiorno di dieci giorni a Mosca.

Se prima il confronto era caldo, dopo diventò torrido e per evitare conseguenze negative si stava decidendo di rinunciare al viaggio. A quel punto qualcuno, forse Franco, ebbe l’idea “E se ci mandassimo l’Argenta, ci ha sempre aiutati …”. Furono subito tutti d’accordo. Della fase che precedette la partenza ricordo solo le sue lacrime, trattenute con grande sforzo, al momento della proposta.

C’è stato un tempo in cui le lacrime non erano rivoluzionarie.

Più interessante il rientro. La sua casa non poteva contenere tutte le persone che voleva ringraziare, perciò optò per la saletta della sezione. Tavolo e sedie erano quelli utilizzati per la Festa dell’Unità, le cibarie rigorosamente preparate da lei. Facendo un po’ di conti, se si fosse pagata il viaggio e il soggiorno avrebbe sicuramente risparmiato. Il rito dei regali: matrioska per le due donne, piccoli oggetti di culto del regime per i maschietti. Un racconto circostanziato ed entusiasta delle bellezze di Mosca, il mausoleo, le sale sfarzose dei musei. Era rimasta colpita dalla cattedrale di S. Basilio, i colori, le decorazioni; la descriveva ammirata, quasi commossa e per rafforzare il racconto faceva girare cartoline che ne raffiguravano i particolari.

Il suo entusiasmo e il vino avevano trasformato la serata in un evento. A mezzanotte qualcuno propose l’ultimo brindisi e alzando il bicchiere si lasciò sfuggire “Allora Argenta? Ti piacerebbe vivere in Russia?” Il vocio cessò di colpo così che la sua risposta fu quasi un grido: “ti tiè mat. Gnanc morta …” N.2 e giù una risata che contagiò tutti. Berlinguer non seppe mai che con quel telegramma aveva acquisito una testimonianza formidabile sull’esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione di ottobre.

n. 1 – I francobolli costano cari.

n. 2 – Tu sei matto. Neanche morta.

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Argenta è morta a 79 anni, nel 2010, restando sempre fedele alle sue idee, seppure vissute in modo molto defilato. Non ci siamo mai persi di vista, le sue torte e la sua marmellata di fichi sono state una costante nella mia e nella vita di molti altri, ogni tanto passavo a trovarla, era sempre informata, alla sua maniera ma si teneva aggiornata, si lamentava, scuoteva la testa, faceva domande senza essere interessata alle risposte. Forse ne aveva paura. Non ho mai avuto il coraggio di chiederle se ne era valsa la pena, se potendo tornare indietro …. non ho mai avuto il coraggio di darmi una risposta. La sua sarebbe stata sicuramente affermativa.

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ritratto di Selly e le bebe rosse

I*

l'unica cosa che mi amareggia di questa pagina è la premessa. nella fattispecie la prima riga...

 

uno spaccato che è testimonianza viva, pulsante. l'importanza del Racconto (con la R maiuscola), le storie che hanno costruito un paese. Un Paese fatto di persone come l'Argenta (d'obbligo l'articolo eheheeh), colme di ideali e forza per portarli a segno. 

Sei riuscito ad amalgamare perfettamente i passaggi storico/politici con quel sentimento che sapeva farsi strada

 

ciao Ivan. grazie

ritratto di ivan bui

Grazie a te ...

un racconto non é mai storia ma molte di queste emozioni, sensazioni, timori, li ho vissuti direttamente, anche se molti riferimenti erano precedenti.

Grazie.

ritratto di Rubrus

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Un racconto non è mai storia altrimenti sarebbe un libro di storia. D'altra parte, da un lato, anche non volendolo, parla di eventi storici, dall'altra del modo in cui quegli eventi venivano vissuti o percepiti - modo a volte più importante della stessa, inafferrabile, realtà.

Oggi quel contesto è assai lontano e l'idea di un pellegrinaggio a Mosca - praticamente uguale a quello di un qualunque santuario - è pressochè incomprensibile. Tuttavia, c'è stato un momento storico in cui avvenivano.

Racconti come questi (me ne vengono in mente un paio di Guareschi, non a caso ambientati, se non proprio in zona, lì vicino) ne illustrano le ragioni e quindi, se non storia, rappresentano comunque un documento storico probabilmente più accurato, attendibile e veritiero - proprio perchè relativo al modo di vivere la storia - di alcune disamine puramente saggistiche. 

Piaciuto molto, ciao.  

  

ritratto di ivan bui

Una sintesi efficace di ciò ...

che ho pensato postandolo. Ci sono momenti difficili da spiegare, raccontarli attraverso episodi, aneddoti, piccole storie mi sembra il modo più incisivo e come sottolineavi tu, più veritiero.

Il riferimento a Guareschi (ci dividono distanze siderali nell'arte del narrare ma solo un centinaio di chilometri in linea d'aria) lo ritengo un regalo.

Grazie Rubrus.

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Ivan*

 
Una bella storia, molto ben raccontata.
Alcune tue considerazioni mi hanno fatto venire in mente ciò che è successo qui da noi, in quella che una volta era la Campania Felix e che disgraziate amministrazioni locali hanno permesso che diventasse, a partire dagli anni ’70, uno dei più grandi agglomerati industriali di tutt’Europa. Con le conseguenze disastrose che oggi sono sotto gli occhi di tutti, per un territorio che è stato snaturato e violentato, spogliato della sua originale e meravigliosa produttività agricola e trasformato nella tristemente famosa “Terra dei Fuochi”.
Chissà, forse qui ci sarebbero volute centinaia di persone con la tenacia e la determinazione dell’Argenta, a contrastare certa delinquenziale politica che ha svenduto un territorio bellissimo e straordinariamente fertile come questo, ma ho idea che contro certi interessi la lotta sarebbe stata comunque dura.
Piaciuto.
 
 
ritratto di ivan bui

Grazie ..

Argenta era una delle tante di cui nessuno si ricorderà. Una delle tante che sognavano un futuro diverso ... come tanti di noi. Il racconto però vuole sottolineare (grazie di averlo colto) come la testardaggine, la volontà, l'umiltà spesso faccia miracoli. Un racconto di "cronaca locale" o quasi.

ritratto di monidol

Un racconto con due cuori,

con due registri, con due protagonisti. L'ho letto un po' di volte qui e altrove ma, troppo famelicamente, con due fami diverse,  e non riuscivo a coordinare le idee per un commento decente.  Il primo è la storia di una rivoluzione, intesa come cambiamento, un cambiamento che porta con sé la nascita di una coscienza collettiva. Una parte che è documento storico a tutti gli effetti. Non sono daccordo con la tua premessa, la storia è scritta dagli uomini, il racconto di chi c'era, è "fonte storica primaria". Sentimenti e  opinioni personali viziano qualsiasi cosa che passi attraverso l'umano, dai libri scritti dagli storici blasonati (sorvolando sui sussidiari scolastici) al racconto in prima persona di un'esperienza vissuta. Questa parte l'ho trovata chiara,  interessante e anche  coinvolgente,  avrei voluto che questa parte avesse più  respiro, più spazio, insomma fa l'effetto di un antipasto, apre lo stomaco. Credo sia servita a te per contestualizzare. (ma pensi davvero che l'Argenta non sarebbe bastata a sé stessa?)

Poi d'improvviso zummi su l'Argenta, e diventa una storia d'amore, romantico, appassioanto. La storia diventa carne,  cuore,  sudore e diventa fragile, fallibile, calda e si vive la passione, quella di un vero innamoramento, della protagonista e forse dell'autore. :-)

Mi sono piaciute tantissimo tutte e due le parti, ma le ho sentite  divise e in qualche modo, entrambe castrate dalla copresenza dell'altra. Insomma avrei voglia di leggere più di una e più dell'altra, quindi sarebbe meglio che tu facessi in modo che quel libro, in cui sono sicura trovano entrambe ampio spazio non rimanga nel cassetto.

sempre bravo bravo bravo

ciao

moni

 

 

 

 

ritratto di ivan bui

Il racconto é un riassunto di più capitoli ...

e probabilmente esce un po' spezzettato. Argenta sapeva badare a se stessa ma spesso se ne dimenticava perché troppo indaffarata a badare (accezione nobile del termine) agli altri. Nella prima parte forse andava marcata la pulsione di quegli anni, quelli del sessantanove, e prima ancora le condizioni di vita di queste terre negli anni cinquanta, gli anni della ricostruzione. Le due parti, nella realtà, erano unite dal contesto comune, dove la fabbrica rappresentava il cambiamento. Le condizioni di vita erano accettabili, non si trattava solo di un'occasione di miglioramento sul piano economico. La politica era vissuta in modo assai diverso, non importa se migliore o peggiore. Erano anni in cui a sinistra molti tifavano per l'Urss, la consideravano un riferimento, quasi un atto di fede, altri, molti altri al contrario erano convinti che quella fase andava chiusa. Nel racconto dedico poche righe a questo argomento ma chi ha vissuto quel periodo da militante sa quanto la battuta finale del racconto (Non vivrei in Russia neanche morta) abbia pesato nei desini della sinistra. E il fatto che a farla fosse una bracciante che aveva dedicato tutta la vita al partito ne raddoppiava il significato. Un racconto non é storia, ma serve a comprendere come la storia che qualcuno tramanda è stata vissuta dalle persone. In questo caso il racconnto riporta fedelmente un pezzetto di quei momenti.

Grazie del passaggio e del contributo critico, sempre intelligente e utile.

PS. Magari serviva un ponte ... spero non quello sullo stretto riproposto in questi giorni.

l'esistenza prima della globalizzazione

Ben scritto e pur nella necessaria brevità riesce a caratterizzare bene la protagonista. Al di la dei contenuti che alimentavano le riunuioni delle sezioni di partito, bisogna riconoscere che quelli dovevano essere un'occasione di aggregazione che arricchiva le pesone e le rendeva partecipi di una comunità: oggi tutto questo si è perso, siamo capaci solo di urlare la nostra posizione e mai ascoltare altri punti di vista. 

 

ritratto di ivan bui

Concordo,

una riflessione che andrebbe approfondita. La libertà non può essere solo poter gridare ...

Grazie del passaggio.

ritratto di Diotima

scrivere un racconto seguendo

scrivere un racconto seguendo una filosofia della storia, nello scacco parziale che è la condizione stessa della vita, può essere un punto di inganno. per contro c'è un'astuzia di trascendenza che proietta un fine dato da un gioco di illusioni.

ciao, ivan

ritratto di ivan bui

il gioco delle illusioni, altro non ...

che il gioco della vita. Quando chiudi il canale delle illusioni, l'immagine sparisce.

Un piacere il tuo passaggio.

ritratto di Nulla

Bella storia di tempi che non esistono più

Bella storia di tempi per sempre passati, quando le passioni erano autentiche e c'era chi, come Argenta, per un ideale sapeva fare il "gregario". Argenta, le mille e mille argenta di ogni sponda di quelle passioni politiche, sapevano che non sarebbero mai divenute-divenuti, assessori o dirigenti, avrebbero per sempre portato le borracce, ed erano felici di farlo perché lo facevano per un ideale, per un sogno del domani. Adesso non esistono più, e non esistono più gli ideali e i sogni del domani.

ritratto di ivan bui

Forse non siamo ancora al ... nulla.

forse gli ideali sono un lusso ma si potrebbe ripartire dai valori, da quelli più elementari. Grazie per il passaggio, più che un racconto é una pagina di un vissuto a cui sono particolarmente legato. E' vero però che una delle componenti che ha caratterizzato quella fase è l'orgoglio del ruolo del gregario, la vera diffeenza tra gli obiettivi individulai e lavorare per costruire un progetto comune, non era solo umiltà ma consapevolezza, entusiasmo, voglia di esserci. Valori che oggi rischiano di essere schiacciati dal fare frettoloso, da un riformismo finto che toglie invece di dare.

Grazie mille.

ritratto di Claudio Di Trapani

Comincio col dire che quel tuo:

"C’è stato un tempo in cui le lacrime non erano rivoluzionarie" stranamente, mi ha fatto venire in mente un film del  '79 (Mosca non crede alle lacrime -strana associazione di idee, perché col tuo racconto non credo c'entri qualcosa). Comunque sia, queste "pillole di storia" le ho trovate assai interessanti e forse in molti vorremmo che Argente simili vivessero anche ai giorni nostri (fuori dalle ideologie, ma assai pieni di fervore anche per una semplice ideuzza di cambiamento sociale -magari attraverso delle semplice azioni quotidiane (come quelle di svuotare i posacenere di una sala).

Piacevolissima scrittura.

Un saluto

Claudio

ritratto di ivan bui

No, non c'entra nulla ...

mi fa piacere che tu abbia utilizzato nel commento "come quelle di svuotare i posacenere di una sala", vuol dire che sono riuscito a trasmettere esattamente ciò che volevo. Il valore di essere partecipi, la voglia di contribuire al cambiamento, quello vero, quello che migliora le condizioni di vita delle persone, senza quel protaqgonismo deleterio che contraddistingue ogni azione del nostro tempo. Soprattutto in politica. La felicità di essere utile, un gregario intelligente consapevole del suo ruolo.

Grazie del passaggio.