Dove finisce la strada

ritratto di Gerardo Spirito
Nota: è un racconto abbastanza lungo, quindi ringrazio in anticipo tutti coloro che lo leggeranno.
 
 
 
DOVE FINISCE LA STRADA
 
 
1. La notte più lunga
L'oscurità in cui si risvegliò era cieca e impenetrabile, e la strada sopra il viadotto era muta e deserta. Sentiva però il respiro affannato del fratello, Lloyd, disteso sul sedile del passeggero tirato indietro e la coperta di lana rimboccata fino al mento; allungò una mano e gli toccò con il dorso la fronte: era calda e sudata. Ed era scosso dai brividi.
Dan digrignò sottovoce, a denti stretti, che “Così non andava” e uscì lentamente dall'auto cercando di non fare rumore. L'aria era umida e la vegetazione ai bordi della strada sterrata in cui si erano fermati era disseminata da cianfrusaglie di ogni genere: arnesi, pneumatici sventrati di camion, taniche di plastica, barili vuoti e buste frustate dal vento e lattine schiacciate.
S'incamminò per un breve tratto nel buio, con l'orecchio teso a ascoltare il nulla fino a un rialzo fra gli alberi morti. Neanche una bava di vento. Silenzio di tomba. Lontano dalle grandi città, il Texas si riversava in deserti color sabbia e distese verdeggianti, all'apparenza senza fine, dominati dall'assordante spietatezza del silenzio.
Guardò il cielo ma il cielo era sgombro di stelle. Con un gemito si prese la testa fra le mani e si accucciò sul terreno. Pianse in silenzio e tossì, poi si asciugò con la manica della felpa che indossava, gli occhi, il naso e la bocca e s'inginocchiò; alzò il viso verso l'oscurità amorfa di quella notte nuvolosa e tentò di parlare a Dio, ma dalla gola non gli uscì neppure un gorgoglio strozzato. Pensò che sarebbe stato tutto inutile perché Dio, con lui, si era sempre saziato di silenzi e incomprensioni. Detestava ammetterlo, in fondo un tempo aveva praticato il Suo verbo frequentando la chiesa evangelica del reverendo West, nelle campagne intorno Algerita; aveva partecipato ai sermoni e a tutto il resto, anche se era solo un ragazzino, e Lloyd non aveva più di cinque o sei anni. Alla fine, quindi, pensò che era meglio non parlarci, e così fece. Si tirò su e si strofinò il davanti del jeans annerito dal sangue e dalla polvere.
Mentre ritornava verso la macchina tossì di nuovo.
 
 
Fu la notte più lunga che riuscisse a ricordare. Uscì di nuovo dalla macchina ai primi chiarori dell'alba, quando il sole caricava il cielo di colori allucinati, rosso e viola e verde e arancione, colori accesi, irreali, mentre le poche nuvole nel cielo si muovevano lente, e sembravano isole imbiancate dalla neve.
Sentì il riverbero di un grosso camion sulla strada sopra il viadotto, poi nulla più. Risalì la collinetta che si ampliava oltre lo sterrato e raccolse fra gli alberi morti un po' di legna secca. Ritornò alla macchina che aveva la fronte imperlata di sudore e gli occhi che si muovevano pallidi e smarriti nella luce crescente. Accese con l'accendino un fuoco davanti alla Camaro, all'ombra del viadotto. Attizzò le fiamme con la felpa che si era sfilato di dosso, e aggiunse altra legna. Tornò alla macchina, aprì lo sportello e fissò suo fratello che dormiva ancora.
“Lloyd.” chiamò, “Lloyd svegliati. Lloyd, apri gli occhi e piscia, il mondo sta andando a fuoco.” rise.
Lloyd aprì gli occhi e sorrise. “Vaffanculo, Dan.”
“Tirati su, avanti.”
“Ok.”
“Ti fa' male?”
“Un po'.”
“Andiamo, ti aiuto a uscire.”
“Ce la faccio. Aspetta.”
“Appoggiati a me.”
“Va bene.”
La gamba di Lloyd aveva smesso di sanguinare ma adesso la pelle era diventata di un blu violaceo che non prometteva niente di buono. Dan accompagnò il fratello fino al fuoco acceso e lo lasciò lì per terra. Poi ritorno alla macchina, aprì il cruscotto e sfilò una bottiglietta d'acqua, il coltello e la pistola di Lloyd, una Colt Python .357 nichelata, e tornò accanto alle fiamme.
Lloyd lo fissava incerto, intimorito.
“Andrà tutto bene.” disse Dan. Un luogo comune che detestava.
“Ok.” rispose Lloyd.
“Credi che in quel macello qualcun altro abbia potuto sentire il tuo nome?”
“Accidenti. Non lo so. Il vecchio l'ha gridato.”
“Già.”
“Era lì da solo? Insomma, hai visto qualcuno dei suoi?”
“No. Voglio dire, non lo so.”
A quel punto Dan tolse il tamburo della pistola e se lo infilò in una tasca, poi prese il coltello e svitò l'impugnatura rigata e le viti, e se le mise nell'altra. Attizzò le braci ancora per un po', infine le radunò con un bastoncino più lungo degli altri e ci infilò dentro la canna della pistola.
Lloyd si voltò per un attimo a sputare.
“Non ti preoccupare.” disse Dan abbassandosi per fissare meglio la ferita del fratello, il proiettile aveva trapassato la gamba di Lloyd da parte a parte, lacerando la carne.
Era uno spettacolo orribile.
Dan bagnò con l'acqua della bottiglia la felpa e ripulì la ferita del sangue coagulato. Ci soffiò leggermente sopra e poi tornò ad attizzare il fuoco.
“Dobbiamo sbrigarci.” disse.
“Sì, lo so.”
“Ti farà un po' male.”
“So anche questo.”
Dan estrasse un paio di volte la pistola dal fuoco, finché non vide la canna incandescente.
“Stringi la maglia fra i denti, Lloyd.”
“Cosa?”
“Stringi la maglietta fra i denti. Non devi urlare.”
Lloyd esitò, infine annuì.
Dan allora afferrò il calcio della Colt con la felpa bagnata e infilò, rapido come un fulmine, la canna rovente sulla ferita di Lloyd. Gli occhi del ragazzo si fecero rossi, i capillari si allargavano, mentre il metallo cominciò a sfrigolare nella carne. Disse qualcosa, forse bestemmiò, ma Dan non riusciva a capirlo per via della maglietta stretta fra i denti. Arrivò addirittura ad accasciarsi su un fianco per il dolore, ma Dan lo risollevò con la mano libera. “È quasi finita.” disse riprendendo fiato.
Tirò via la canna rovente e girò la gamba del fratello. Sfrigolò la carne dell'altro foro del buco nella gamba. Poteva sentire la pelle sibilare come uno spiedino, e i lamenti sommessi e coraggiosi di Lloyd.
“Bravo. Così. Ci siamo quasi.”
Il ragazzo era sconquassato dal dolore, e ansimava. Ogni tanto cercava con lo sguardo Dan, adesso madido di sudore, ma, per la sofferenza, distoglieva immediatamente gli occhi.
“Ecco fatto.” disse Dan lasciando la pistola cadere per terra, accanto al fuoco – ormai quasi spento.
Lloyd sputò la maglietta che aveva fra i denti e lanciò un urlo che coprì per un secondo tutti i richiami delle creature del mattino. La gamba era color porpora, e una chiazza ancora più scura indicava il punto delle bruciature.
“Sei un gran figlio di puttana, Dan. Un terribile rottinculo. Cazzo, cazzo. Che dolore!” disse Lloyd alzandosi in piedi.
“Torna giù. Siediti un secondo.”
“Cazzo.”
“Siediti un secondo. Ripartiamo fra poco, non aver paura.”
“Non ho paura.”
“Bene.”
Lloyd si accasciò di nuovo a terra. Riprese fiato.
“L'acqua è finita?” chiese.
“No.”
“Passami la bottiglia.”
Dan ubbidì.
“Accidenti.” disse Lloyd dopo aver fatto una lunga sorsata. Poi sorrise, sardonico, e guardando il viso pallido e teso di Dan, aggiunse: “Siamo in un mare di merda, vero fratellone?”
 
 
2. La famiglia Gallego e Cyrus Hill
Allen Gallego fermò la macchina con una brusca frenata nello spiazzale davanti al mattatoio. Erano le nove e trenta del mattino e il cielo perfetto, di cobalto, sopra San Saba era sorvolato da una scia puntiforme di gheppi. Spense il motore, aprì lo sportello, uscì e varcò la soglia dell'edificio, abbandonando l'aria densa di petrolio e cenere che appestava la città.
Si avvicinò a Dixie, la segretaria, che se ne stava tutta sola dietro il bancone a giocherellare con una matita, e le chiese di Senior. “Dove sta?” disse.
“È nel suo ufficio.” rispose lei.
“È da solo?”
“Non sono sicura.”
Attraversò i laboratori della lavorazione gremiti dai resti di bovini scuoiati appesi ai ganci di metallo, macchinari, tubature e uomini in grembiuli bianchi macchiati di sangue, fino ad arrivare nella sala nel retro, adibita alle riunioni di famiglia: le mattonelle di cotto del pavimento fatte a mano, le pareti in calcestruzzo, un tavolo in legno di cipresso e l'odore che si spandeva nell'aria di disinfettante e di cera per immobili.
Questa stanza è irreale, pensò Allen. La faccia stravolta, la fronte imperlata di sudore.
In fondo alla sala una scala con la balaustra di legno portava al pieno di sopra. Salì i gradini e avanzò nello stretto corridoio che portava fino all'ufficio di Senior, il capofamiglia e fondatore del mattatoio Gallego.
Fuori la porta, prima di bussare, si aggiustò i capelli e il collo della camicia che indossava sotto la giacca. Si asciugò la fronte con un fazzoletto di stoffa, tirò su con il naso, un respiro profondo e bussò; la porta era di vetro zigrinato e a grandi caratteri era stampata la scritta S. GALLEGO.
Una voce dall'altro lato rispose: “Avanti.”
Aprì il battente ed entrò. Quando lo richiuse il vetro prese per un istante a tremare. L'ufficio era all'antica, con mobili e rivestimenti di legno verniciati di scuro. Una grossa macchia di umidità violacea strisciava lungo i battiscopa della stanza, come un fastidioso carcinoma. Dietro la scrivania, sopra la tripla porta della biblioteca, c'era un grande arazzo che ritraeva un uomo a cavallo sullo sfondo di un deserto al tramonto, il blu del cielo sfumava nel grigio e nell'arancio appena accennato. Dentro la stanza, oltre Senior che se ne stava alla scrivania con delle carte fra le mani e che adesso aveva alzato lo sguardo, c'era suo cugino Alton, in piedi in un angolo e con un sigaro spento infilato nell'angolo della bocca. Indossava una maglietta nera a maniche corte e sull'avambraccio destro aveva ben visibile il tatuaggio che raffigurava un leone che si era fatto l'estate scorsa; una sbavatura blu-verdastra sotto un tappeto di peluria.
“Lupus in fabula.” disse Alton, con il sorriso, in direzione di Allen. “Stavamo proprio parlando di voi, di te e di zio Tenk” disse. “Ma... ma non eravate alla banca di Jimmy Briscoe a Brownwood?”
“Già.” disse Senior, seduto, i capelli grigio argento e gli occhi pallidi. Allen poteva sentire il forte odore della sua acqua di colonia. “Non potevate usare il cellulare? Avete avuto problemi con Jimmy?” continuò.
“Nossignore.”
“E allora... dov'è zio Tenk?”
Senior posò le carte che aveva davanti in un cassetto e poi allungò una mano e prese dei fogli pinzati da un lato della scrivania; lì risistemò con il pollice senza mai staccare gli occhi di dosso ad Allen.
“Senior, è successa una cosa.”
Senior batté il dito sul bracciolo della sedia. La sua faccia adesso si era rabbuiata e la sua voce cambiò bruscamente di tono. “Avanti, parla.”
Allen strinse le labbra a disagio, disse:
“Eravamo da poco arrivati in banca, ci hanno detto di aspettare nella hall, su una panca, e così abbiamo fatto. Dopo cinque minuti è arrivato Jimmy e ci ha detto di seguirlo ma zio Tenk è rimasto seduto lì, in attesa, perché come tu ben sai detesta la faccia di Jimmy. Insomma, dice sempre che non gli piace quella faccia e che quando vede quell'avido topo di fogna gli viene sempre voglia di spaccargliela.”
Senior restrinse gli occhi e si picchiò i denti inferiori con il dito. Alton nel frattempo aveva perso il suo stupido sorrisetto dalle labbra, si era infilato il sigaro nella tasca della giacca, e adesso fissava Allen senza fare commenti.
“Allora ho seguito Jimmy nel suo ufficio” continuò Allen, “ci siamo accomodati e ha cacciato le carte e tutto il resto. Ecco, a quel punto sono entrati due tizi dalla porta d'ingresso della banca, io non li ho visti, però potevo sentire le loro voci, le loro grida. Dicevano di stare giù, di non fare scherzi, dicevano che nessuno si sarebbe fatto del male e così via...”
Senior ascoltava senza che la minima flessione dei muscoli facciali tradissero la sua freddezza. La schiena dritta, compito, le mani giunte sul costoso tavolo di cipresso laccato.
“Che cazzo è successo, Allen?”
“Insomma, ho sentito che uno dei due ha chiesto l'incasso a un funzionario e poi ho sentito la voce di zio Tenk. Ha gridato un nome: Lloyd, Lloyd Eastman, e poi sono cominciati gli spari.”
“Gli spari?”
“Sì, insomma, la guardia deve aver fatto fuoco e quei due hanno risposto. Non lo so, forse zio Tenk li ha riconosciuti dalla voce. Non te lo so dire, Senior.”
“Va' avanti.”
“Si è scatenato l'inferno. Jimmy è sgattaiolato sotto il tavolo e si è pisciato sotto. Io sono rimasto lì, fermo, come uno stupido manichino, ad ascoltare le grida e gli spari.”
Senior sembrava prossimo a scoppiare. Il viso di porpora, il respiro che si appesantiva. Allen cominciò a balbettare.
“Quando è sceso il silenzio sono ritornato nell'atrio. Uno spettacolo orribile.” continuò Allen, “Sangue dappertutto. Proiettili dappertutto. Hanno ucciso la guardia e hanno... hanno ammazzato zio Tenk, un colpo in testa, come un'esecuzione... come una dannatissima esecuzione, Senior. Io me ne sono andato prima che arrivasse la polizia e un tizio fuori dalla banca mi ha detto di aver visto quei due scappare a bordo di una Chevrolet Camaro del '69 con la targa dello Stato, grigio cenere. Avevano i passamontagna ma erano bianchi, ha detto, e uno di loro era stato ferito a una gamba.”
Fuori la finestra, oltre la strada e gli edifici di San Saba, un paesaggio uniforme e sonnacchioso. Nel cielo non c'era nessuna nuvola.
“Cristo santo.” disse Alton.
Senior rimase fermo come una statua di fango senza dire una parola, i suoi occhi non sembravano capaci di fissare o mettere a fuoco nulla. Guardavano il vuoto con un'espressione immutabile di onirica malvagità, un'espressione corrotta dalla cattiveria e dalla crudeltà, uno sguardo che i due ragazzi, Alton e Allen, non avevano mai avuto modo di conoscere. Prima d'ora.
“Il corpo di zio Tenk, l'hai lasciato lì?” domandò Senior. La voce gutturale e decisa.
“Certo che no” disse Allen. “È in auto. Mi ha aiutato Jimmy a caricarlo... a nasconderlo nel bagagliaio.”
Senior annuì vagamente. Poi si sporse e aprì un cassetto della scrivania; ci pescò dentro un portadocumenti, lo mise sulla scrivania e lo aprì: tirò fuori delle carte, certificati di nascita, documenti relativi a certi autoveicoli, un orologio d'oro e un biglietto con sopra scritto un numero di telefono.
Passò il biglietto a Allen e richiuse il portadocumenti.
“Chiama questo numero” disse passandosi una mano fra i capelli grigi, “e fissa un incontro. Io e Alton ci occuperemo di zio Tenk.”
 
 
Allen arrivò all'appuntamento con mezz'ora di anticipo. Era quasi il crepuscolo, il cielo aveva assunto una patina azzurro bruciato, e uno stormo di gru cenerine si avviava verso sud, valicando gli spazi fra i prefabbricati della periferia di San Saba. Il locale era il bar di uno squallido motel, dalle luci soffuse e l'aria impastata dal fumo dei sigari.
Rimase in attesa su uno sgabello appoggiato al bancone, si scolò due birre e ordinò una grappa proveniente dal Kentucky. Sollevò il bicchiere servitogli dal barista con un movimento rapido. Buttò giù un piccolo sorso, gli occhi si arrossarono. Digrignò i denti, muovendo su e giù una gamba. Fece fare al bicchiere un solo lento movimento come per mescolare il liquore e poi fece un lungo e ultimo sorso. I pensieri cominciarono a ronzargli per la testa come le ali di un calabrone. Si guardò intorno, si allentò il nodo della cravatta e adocchiò accanto a un tavolo da biliardo quattro uomini dall'aria incazzata che bevevano Budweiser, e che aspettavano di essere tanto ubriachi da fare a pugni. Portavano dei cappellini da camionista calcati sulle facce piatte e ossute, gli occhi piccoli, stupidi e opachi come quelli di un pesce, e troppo vicini fra loro. Facce che Senior gli aveva insegnato a saper riconoscere, e che adesso associava agli avanzi di quei matrimoni fra bifolchi consanguinei che popolavano quelle campagne reiette.
Adesso Allen si staccava nervosamente le pellicine dalle mani. La luce pallida e polverosa del sole che tramontava, attraversava le assi delle finestre e gli arrivava addosso in strisce rosse come le ombre delle sbarre di una vecchia prigione. Sentiva la luce sul viso e poi l'oscurità, come uno strobo.
Guardò per un po' il barista ciabattare con uno strofinaccio stretto fra le mani, come se dovesse pulire qualunque cosa cadesse sotto il suo occhio, e raccogliere le carte e i bicchieri vuoti lasciati sui tavoli. L'uomo, in maniche di camicia, indossava uno di quei fermamaniche pinzati che si portavano nell'Ottocento. Allen gli restituì il bicchiere facendolo scivolare sul bancone e pagò il conto con degli spiccioli che si cacciò dalla tasca.
Nell'attesa si accese anche una sigaretta, sebbene non fumasse da un po'. Il fatto era che si portava sempre dietro un pacchetto per le “occasioni speciali”, e questa lo era.
Soffiò il fumo sopra il banco in mogano liscio e appoggiò l'accendino sopra il pacchetto, accanto al posacenere di rame. Ogni tanto si girava sullo sgabello per vedere se qualcuno entrava dalla porta, ma per un po' non vide nessuno. Pensò e ripensò a zio Tenk, poi sentì la porta sbattere, le campanelle tintinnare, e lo vide; non lo aveva mai visto prima d'ora, però capì immediatamente che quell'uomo era Cyrus Hill. Indossava un vestito elegante, bianco come il cotone, in pura lana vergine, stivali Jalisco, neri, da trecento dollari in pelle bovina e la suola in cuoio, e una cintura dalla fibbia d'ottone intarsiato. Doveva aver su per giù una quarantina di anni: il viso asimmetrico, pieno di solchi e cicatrici, la barba ben curata, gli occhi blu, freddi come il ghiaccio, e il ciuffo dei capelli lunghi in stile pompadour.
Nel complesso, un'aria da duro.
Allen gli fece un cenno con il capo e aspirò a fondo dalla sigaretta, avvelenandosi con lentezza. Espirò e infine tirò un'ultima boccata giusto prima di schiacciare il mozzicone nel posacenere.
Cyrus attraversò il caleidoscopio di luce che pioveva flebile dal lampadario e sedette sullo sgabello accanto al suo.
“Io sono Allen Gallego. Abbiamo parlato al telefono.”
“Lo so.”
“Sono arrivato un po' in anticipo. Vuole qualcosa da bere, mr Hill?”
“No.”
“Ok. Allora. Lei trova le persone, mi ha detto Senior.”
Cyrus lo guardò in cagnesco. “Non mi limito solo a trovarle.” disse.
“Beh, ecco, noi abbiamo bisogno di trovare due uomini, due fratelli, Dan e Lloyd Eastman. Non sappiamo da dove vengono, ma vivono a San Saba. In passato hanno fatto un paio di lavoretti per la famiglia, sette anni fa hanno ripulito a Lampasas un concessionario che ci dava dei problemi per tirare su qualche spicciolo. Un colpetto anche a un autolavaggio, per nostro conto, e Dan, il maggiore, ha anche fatto da palo a un paio di pestaggi. Ora Dan lavora al cementificio mentre Lloyd, il più giovane, lavora come meccanico in una stazione di servizio della città.”
Solo quando finì di parlare, Allen si accorse che Cyrus non lo stava guardando, fissava senza espressione le bottiglie al di là del banco.
“Non vuole sapere il perché li stiamo cercando?” chiese.
“Senti ragazzo, mi sembri nuovo in questo genere di cose. Cosa cazzo hanno combinato questi due non sono affari miei. Il mio compito è un altro, chiaro?”
“Chiaro.”
“E li troverò, stanne pur certo.”
“Come fa a saperlo? Insomma, potrebbero essere già in fuga, potrebbero aver preso un aereo per chissà dove. Per le Bahamas, che ne so, qualche landa sperduta in Canada. Potrebbero già essere scomparsi, per sempre.”
Cyrus si mosse sullo sgabello, si guardò la punta dello stivale, tirò giù una gamba e strusciò la punta della scarpa contro il retro del pantalone per ripulirlo dalla polvere. Sembrò infastidito nel rispondere.
“Lo so perché è il mio mestiere trovare le persone, ragazzo.”
A quel punto Allen annuì, timidamente, tirò fuori dalla tasca della giacca una busta sigillata e gliela porse.
“Qui trova l'indirizzo dei fratelli e un piccolo anticipo, mr Hill. Uno dei due è stato ferito. Senior mi ha detto di dirle che se li riesce a prendere vivi, entrambi, ha diritto a un extra. Diecimila dollari in più. Cinquemila a testa. In caso contrario, il prezzo è quello di sempre, ha detto.”
Cyrus annuì, prese la busta e sa la infilò nella tasca interna della giacca. Ritornò con entrambi i gomiti appoggiati sul bancone. L'espressione sul viso di uno che pesca nel mare più torbido del mondo. L'ombra di un demone nero che brucia in fondo agli occhi. Allen si rese finalmente conto che quel tizio lo faceva letteralmente rabbrividire. Forse, pensò, quella sua paranoia era dovuta alla facilità con cui quel volto gli comunicava rabbia e sofferenza.
Cyrus Hill ne doveva aver viste di cose, nella sua vita.
Rimasero in silenzio per un po', fuori un clacson risuonò un paio di volte e se si prestava maggiore attenzione si poteva sentire il fruscio delle auto che transitavano in direzioni opposte lungo la statale a due corsie. Nel cielo scaglie di nuvole rosso fuoco preannunciavano all'orizzonte la frescura della notte in arrivo.
“Lei crede alle coincidenze mr Hill?” domandò Allen rompendo il silenzio.
Cyrus lo fulminò con uno sguardo in tralice, ostile, e poi rispose:
“No. Se fai il mio mestiere non puoi credere alle coincidenze.”
“Perché?”
Cyrus sbuffò, picchiettò le dita sul bancone e disse:
“Perché il mondo è come un'enorme bilancia, ragazzo, dove tutto ha un suo peso e ogni cosa ha un suo prezzo.”
“Non capisco.”
“Capirai col tempo.”
“E non ha paura della morte?”
La voce di Cyrus a quel punto calò di tono, divenne più bassa e più cupa. Lo sguardo gelido e sentenzioso. “Un vecchio amico mi diceva sempre che non aver paura della morte non aiuta a vivere. Ci ho convissuto per un po'. Però alla fine ho capito.”
“Cosa?”
“Sai qual è il più grande vantaggio che hanno gli uomini come me, rispetto alle persone come te, ragazzo?”
“Nossignore.”
“Noi sappiamo già di essere morti.”
 
 
Arrivò all'indirizzo che gli avevano indicato, quando l'ultimo colore del cielo era già morto, da un paio d'ore, a occidente. Era buio e faceva umido. Fermò l'auto tre isolati più avanti, sul ciglio della strada, accanto a una palma scorticata che si incurva verso terra, piegata su un mucchietto di tralci carbonizzate, e s'incamminò a piedi. La sua Colt con il mirino limato infilata sotto la cintura, nascosta dalla giacca. Nella tasca il tirapugni d'acciaio e il coltello a serramanico.
I fratelli vivevano insieme, al secondo piano di una palazzina cadente di miniappartamenti: muri di mattoni, graffiti, erbacce alte ai margini del parcheggio confuso da buste di plastica e cumuli di spazzatura e volantini gettati via e scheletri incrostati di ruggine di automobili abbandonate.
Questo posto è un vero letamaio, pensò Cyrus guardandosi intorno. Puzza di birra e piscio.
Girò intorno alla struttura per ben due volte. Non c'era nessuno in giro. Era quasi mezzanotte. Nel parcheggio era ferma solo una station wagon nera con le rifiniture arrugginite e all'incrocio un po' più avanti c'era un semaforo lampeggiante sempre fisso sul giallo. Da qualche parte si sentiva provenire il rumore di una TV o di una radio. Accanto al marciapiede due sacchetti della spazzatura, come in attesa dell'autobus.
Salì la rampa di scale del palazzo e arrivò sul ballatoio. Passò per ben tre volte davanti l'interno ventuno, quello degli Eastman. La terza volta si fermò a controllare per bene le finestre, per vedere se riusciva a vederci dentro, ma l'unica cosa che vedeva erano le tende e il buio dietro di esse. Era tutto tranquillo. Sembrava tutto abbandonato.
Bussò alla porta e rimase in attesa. Bussò di nuovo. Nulla si mosse. Le tende, il vento. Nulla. Sentì solamente il rumore di una moto, crescente, che sfrecciò giù per la strada scomparendo nella notte. Poi cacciò dalla tasca il coltello a serramanico e cominciò a incidere il telaio intorno alla serratura. L'aveva già fatto un centinaio di volte, almeno. Fu rapido; il legno da due soldi si frantumò come niente e sgattaiolò nell'appartamento chiudendosi la porta alle spalle. Tutto era ben ordinato e profumato, nel soggiorno c'erano un paio di mobili, il pavimento in moquette beige, due poltrone, una TV e un ripiano pieno zeppo di bottiglie di vodka e gin e bourbon di marca. Su un davanzale basso tre lattine di birra marca Lone Star vuote e accartocciate.
Cyrus camminò piano fra le stanze, tranquillo, con la pistola al suo posto, come se già sapesse che non l'avrebbe dovuta usare. Il rumore sordo dei suoi stivali sulla moquette pareva il suono ovattato e profondo del battito di un cuore. Nella prima camera da letto il materasso era un groviglio di lenzuola e un poster inchiodato sul muro davanti all'armadio ritraeva John Bonham. Nella seconda stanza da letto, il materasso era in perfetto ordine, sul muro era esposto un crocifisso in legno e sopra un cassetto c'erano due foto incorniciate. In una di queste ci riconobbe uno dei fratelli, il maggiore, Dan, nella foto però non doveva avere più di dieci o undici anni; era abbracciato a una donna, occhi chiari, la pelle di porcellana tanto chiara da sembrare quella di un fantasma, e i capelli rossi e lunghi. Nella foto se ne stavano abbracciati e sorridenti in quello che sembrava un luna park, visto che alle loro spalle s'intravedeva la sagoma di una ruota panoramica. Fissò ancora un po' quell'istantanea con sguardo rigido, alieno, occhi che non restituivano né luce né profondità.
Le fotografie cercano di rendere a un uomo una piccola dose di immortalità, pensò. Ma in fondo, non è possibile fermare la morte.
Passò in cucina, un tritarifiuti era incorporato nel lavandino e sui fornelli, spenti, c'era una tinozza di acciaio inox vuota ma che profumava ancora di caffè. Aprì il freezer e poi il frigorifero. Ci guardò dentro, tirò fuori un recipiente in plastica pieno di succo di pesca, ne sentì l'odore e lo rimise al suo posto, quindi richiuse lo sportello del frigo.
Qualcosa non lo convinceva, qualcosa metteva in discussione il suo istinto, anche se alla fine l'avrebbe comunque seguito. Perciò, ritornò nella stanza da letto più ordinata e cominciò a disfare rapidamente le coperte. Tirò tutto via, poi cacciò dalla tasca il coltello e cominciò anche a sviscerare la stoffa. Sventrò l'imbottitura in lattice, da un lato, da parte a parte finché dall'interno non ne tirò fuori un sacchetto di plastica che conteneva una cosa come cinque mila dollari in pezzi da cinquanta e da cento.
Cyrus non ne rimase sorpreso. In fondo i fratelli erano pur sempre due piccoli bifolchi di campagna. E lui ne aveva conosciute a bizzeffe di persone così. Ragazzi messi al mondo da rapporti occasionali, magari dopo il ballo della scuola, da genitori sempliciotti. Gente che tortura gli animali, che si sposa cugine, che frequenta bordelli, che da adulti picchia i figli e che a cinquant'anni trova la Grazia del Signore, come spiraglio o come redenzione, mentre continua ad andare a puttane.
Ci nasci e ci muori, così.
Rimase in casa altri pochi minuti, a respirare silenzio, a riflettere, con la busta dei soldi fra le mani. Poi la rigettò sul letto – perché in fondo quelli non erano soldi suoi – e su un davanzale alto in salotto rovistò fra alcune carte: numeri di telefono, un notes vuoto, alcune bollette. Queste ultime se le passò in rassegna una a una, finché il suo occhio non ricadde su una bolletta che portava l'indirizzo di una strada di Sterling City. In calce un nome: Chloe Eastman.
Sbuffò, posò le carte e uscì dall'appartamento.
Il suo istinto martellava come il segnale di un ripetitore audio. L'avrebbe seguito, però sapeva che c'era un problema, anche se forse, pensò, non un problema irrisolvibile.
Pensò che trovare i fratelli, ora come ora, sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio. Ma se il suo istinto aveva ragione, bé, a quel punto il problema sarebbe solamente stato il loro.
 
 
3. La fuga
Percorsero la I-84 fino a Santa Anna. Lì, si fermarono alla rampa d'imbocco di accesso alla superstrada 67, sul ciglio della carreggiata, nei pressi di un pergolato di querce e cipressi spezzati che chiazzavano di ombre l'asfalto e a un cartello verde che oltre a indicare il numero dell'interstatale, recitava la scritta IL DIAVOLO SEI TU.
A sudest fra gli intrichi di un boschetto di farnie, due sparuti comignoli si stagliavano contro l'alba indifferente, il giorno che si stava già assestando.
Rimasero in silenzio per un po', Dan alla guida con il volante ben stretto fra le mani, e Lloyd con lo sguardo sofferente e paranoico inciso sul volto. Il rumore bianco del grasso dei tubi di scappamento e i fumi della benzina sotto la luce del sole che pioveva obliqua sulla terra. Le macchine che sfilavano producevano un fragore che lasciava immaginare al battito cardiaco di un essere ultradimensionale che poteva aver inghiottito l'universo intero.
“Non possiamo fermarci in un motel. Daremmo nell'occhio e poi i soldi ci servono.” disse Dan, fissando l'erbaccia cresciuta sul ciglio della strada che veniva scossa dal vento. “Sarà solo per stanotte. Ho pensato alla vecchia casa di mamma, a Sterling City. E poi ripartiremo domani, prima dell'alba.”
“Perché... perché proprio lì?”
“Conosci un posto migliore? Non possiamo starcene un'altra notte in macchina, sotto un ponte. Tu ti devi riposare.”
“Io sto bene.”
“Puoi stare meglio.”
Lloyd fece a quel punto un vago cenno d'assenso. Guardò fuori il finestrino ma si rese subito conto che non c'era molto da vedere.
“Non possiamo tornare indietro, a San Saba, Lloyd. Ascoltami, ci sono scelte che un uomo non può ignorare. Non può escludere. Certe scelte un uomo le deve fare e basta.”
“Ma...”
“Non possiamo rischiare.”
“Di chi hai paura?”
“Non lo so. Di chiunque. Accidenti, il vecchio ha gridato il tuo nome.”
Lloyd annuì e poi fece un sospiro, stanco, triste.
Dan diede un colpo al volante rendendosi conto di quanto fosse incazzato. “Diavolo, cosa ci faceva lì?” disse. “Era Tenk, cazzarola, se qualcuno lo ha sentito, insomma, non ci metteranno molto a arrivare a noi. Voglio dire, dobbiamo dimenticarci San Saba. Porca troia, abbiamo ammazzato uno della Famiglia. Capisci?”
Rimasero in silenzio per un po', per la strada si cominciava a vedere qualche veicolo in più. Camion, pick-up, macchine e furgoni. Le cromature scintillavano, i motori scoppiettavano e ronzavano come mosche. Lo sguardo di Dan rimbalzava da Lloyd alla strada al retrovisore.
Poi Lloyd ridacchiò.
“Che c'è?” disse Dan.
“No, mi fa strano pensare che siamo diventati due fuorilegge.”
“Noi non siamo diventati due fuorilegge.”
“Bé, non ancora perlomeno.”
“Cosa dovremmo fare? Dannazione, guarda in faccia la realtà.”
Lloyd rimase in silenzio.
“Tu sei qui con me, fratellino, e se ti dovesse succedere qualcosa non me lo perdonerei mai.”
Continuarono percorrendo la 67, Lloyd aveva la gola secca, i crampi agli occhi e la gamba ferita gli pulsava come un martello pneumatico. Nonostante questo cercò per tutto il tempo di non lamentarsi, ma sopratutto di non darlo a vedere. Il suo occhio spaziava fuori il finestrino, dove si stendeva un mondo fatto di pali del telefono e erba morta. Pioppeti bianchi. Un edificio solitario costruito in lunghi tronchi di cipresso. Qualche stalla e qualche pascolo su cui ruminavano le vacche. Più in là, residui di palude. Sembrava che il tempo, in quei recessi nel cuore del Texas, si fosse fermato, e che l'auto su cui viaggiavano e quell'autostrada fossero solamente gli strascichi di un sogno.
Trafficò con la radio per un po', ma il segnale laggiù era scarso e quindi si stufò molto presto.
A Valera si fermarono nel parcheggio di una stazione di servizio, dove nel retro era stato allestito una specie di chioschetto in legno, con tanto di panche e tavoloni, in cui i bifolchi del posto s'incontravano e cuocevano su braci a carbone la carne che loro stessi avevano allevato. Lloyd rimase in auto mentre Dan scese per prendere da mangiare. Era mezzogiorno e a nord, nei campi, colonie di creosoto si ergevano solenni e incolte come macchie di rada peluria.
“Rimani qui, ti porto qualcosa.” disse Dan, richiudendo lo sportello della Camaro.
“Porta dell'acqua.”
“Sì, non ti preoccupare.”
“Dan.”
“Che c'è?”
“Ma stiamo senza un soldo.”
“Ho qualcosina.”
“Quanto?”
“Circa trenta dollari.”
“Accidenti.”
“Non ti preoccupare.”
Dietro al banco, nella stazione, c'era una vecchietta che, per un secondo, lo squadrò disinteressata. Dan la vide attraverso una finestra barrata, che aveva un angolo rotto. Il viso rugoso e avvizzito, che fissava con i suoi occhi pieni di cataratte una piccola TV il cui audio era disturbato dal ronzio di scariche statiche.
Continuò fino al retro. Nell'aria si spandeva un fumo grasso e speziato, proveniente da tre grossi barbecue a carbone, oltre che un vago olezzo di spazzatura calda. Qualcuno lo guardò, molti altri lo ignorarono. I più erano anziani contadini dalle facce rozze e spigolose che masticavano tabacco naturale, donne in jeans e stivali che sfoggiavano capigliature voluminose alla texana; gli altri erano semplici perditempo che nascondevano i loro volti sotto cappellini da baseball e che quando parlavano borbottavano e sputacchiavano, fastidiosi come una vescica sotto al piede.
Dan si avvicinò a un tavolo dove sporgeva un cartoncino che recitava 1 DOLLARO: UN HAMBURGER E UNA BIRRA dove un tizio grassoccio e dal viso gozzuto, la pelle color fango, probabilmente messicano, ti lasciava un fogliettino colorato col numero per la fila. L'uomo sorrise quando vide Dan.
“Ciao amico, cosa ti serve?”
“Due hamburger.”
“Da bere vuoi due birre?”
“Puoi farmi una birra e una bottiglietta d'acqua?”
“Certo.”
Dan pagò due dollari in pezzi da uno e il tizio staccò, con le sue dita simili a wurstel di tacchino, due fogliettini verde acido dal notes.
“Ecco a te.” disse.
Dan annuì e salutò.
Attese davanti al barbecue più grande cinque minuti. Un vecchio dai capelli lunghi e bianchi e la pelle abbronzata punzecchiava hamburger e salsicce e costine di maiale, e il fumo si alzava verso l'azzurro infinito del cielo come i vapori incandescenti di un vulcano. Nessuno gli rivolse la parola finché non arrivò il suo turno.
“Numero ventuno.”
“Sono io.” disse Dan facendosi avanti.
“Cosa vuoi, figliolo?”
“Due hamburger, una birra e un'acqua naturale.”
Ritornò poco dopo alla macchina con gli hamburger innaffiati dalla birra e distesi su un piatto di carta e dei tovaglioli. Una bottiglia d'acqua e una Budweiser in lattina. Mangiarono a mani nude e in silenzio e alla fine, prima di ripartire, Dan si mise a rovistare nel cruscotto, cacciando fuori il coltello.
“Che vuoi fare?” chiese Lloyd.
“Se viene qualcuno fammi un fischio.” rispose Dan uscendo dall'auto e richiudendo la portiera. “Mi è venuta un'idea.”
Lloyd guardò il fratello avvicinarsi a una Toyota Corolla posteggiata fra un pick-up della Ford e un furgoncino con il logo, su una fiancata, del numero di telefono di un'autofficina. Si accovacciò e svitò prima la targa posteriore e poi quella anteriore della Toyota, rapido come una lepre.
Tornò a quel punto sorridendo verso la macchina.
“Ottima idea.” disse Lloyd. “Non le vuoi montare adesso?”
“Non qui.” rispose Dan accendendo il motore e innestando la prima con la leva del cambio. “Meglio se lo facciamo un po' più avanti, lungo la strada.”
Poco prima di arrivare a Talpa incrociarono una volante della polizia, a sirene spiegate, e per un momento si ritrovarono il cuore che batteva a un ritmo ossessivo, come se stesse per schizzare fuori dal torace. Ma quando la pattuglia proseguì, ignorandoli, fu quasi come se avessero appena sbancato il jackpot.
La gioia e la distensione scoppiò come fuochi d'artificio.
“Porca puttana” disse Lloyd “ho sentito il cuore in gola.”
“Anch'io.” disse Dan.
A Ballinger, contea di Runnels, si fermarono in una drogheria. Dan scese da solo e comprò frutta secca, fagioli in scatola, una caraffa d'acqua, sigarette e una scatola di fiammiferi. Avevano deciso che si sarebbero fermati, solo per quella notte, nel vecchio appartamento della madre, a Sterling City, per rifocillarsi. Una piccola cittadina di mille anime, un cimiciaio di stazioni di servizio, serbatoi dell'acqua, taverne per stupidi ubriaconi, torri di trivellazione che facevano su e giù come altalene e campi di niente. Il giorno dopo avrebbero lasciato lo Stato e con molta probabilità avrebbero anche dovuto cambiare auto, taglio di capelli e identità. Avrebbero dovuto trovare anche un nuovo lavoro, laddove si sarebbero fermati, per tirare avanti, per sopravvivere. Per sempre.
Avevano appena imboccato la 158 verso Sterling City e il motore della Camaro brontolava. C'erano poche auto per la strada, e quelle poche erano vecchi pick-up dalle portiere ammaccate.
“È tutto più grande. Accidenti. È tutto più grande di noi.” disse Lloyd. La gamba gli faceva un male cane e la fronte aveva preso a sudargli.
“Non pensarci.”
“Mi sento soffocare.”
“Sta' tranquillo. Andrà tutto bene.” disse Dan, e questo lo disse soltanto perché era quello che bisognava dire.
“Questi non possiamo essere noi, Dan. Per quale cazzo di motivo non ci siamo fatti bastare quello che avevamo? È tutta una grande stronzata. Siamo due idioti.”
“Sì, lo siamo. Però è questo quello che facciamo, fratellino. Noi sopravviviamo. E sì, sbagliamo anche.”
“Spiegati meglio.”
“Gli uomini sopravvivono, e questo quello che fanno, e alle volte mi dico che è questo il terribile segreto della vita. Come se fossimo stati creati per inseguire una speranza che in realtà non esiste, come se fossimo dentro a un videogioco che non scorre mai di livello. Sono poche, insomma, io credo siano davvero poche le persone che vivono. Io non ne ho mai conosciuta una, però mi piace pensare che dei tizi così esistono.”
“Perché ti piace pensarlo?”
“Non lo so. Forse per la speranza di un futuro migliore. Cazzo, non lo so. In ogni caso, non pensare che ti stia dicendo una stronzata, perché non lo è.”
Lloyd tossì, un rumore secco. “Dan?” chiamò.
“Che cosa.”
“Noi sopravviviamo, Dan?”
“Sì. Noi sopravviviamo. E non stiamo fuggendo, Lloyd. Sopravviviamo e lottiamo. Facciamo questo da quando siamo nati e lo faremo fino alla fine. Hai capito? Si vince e si perde quando lotti, noi però non perdiamo, fratellino. Noi non perderemo.”
 
 
4. La verità è che non ti abitui mai al dolore
Certi uomini sopravvivono più tempo di altri perché capiscono che il segreto sta tutto nel movimento. Se resti fermo troppo a lungo, prima o poi, finisci per estraniarti. Il ritmo del mondo diventa insostenibile e tu diventi insopportabile. Ti lasci sorprendere dalle vacuità, ignorando per la prima volta e per sempre, così, le fatalità. Insomma, quello che veramente conta. Alla lunga finisci per detestarti – e finisci sul serio – perché non esiste cosa più brutta che odiare se stessi. Cyrus Hill fermò l'auto in un parcheggio cementato davanti a una tavola calda di Bronte, lungo la 158, accanto all'edificio bianco di una chiesa cattolica. Diversi pick-up erano posteggiati in posizioni bizzarre davanti al locale. Sull'asfalto screpolato una busta svolazzava smossa a mezz'aria dal vento, tappi di bottiglia, mozziconi di sigarette. Sotto lo scarico di una Ford Bronco una pozza d'olio scuro. Un profilattico.
Cyrus spinse la porta e entrò. La zanzariera e le campanelle sul basso soffitto tintinnarono. Un vecchio seduto al bancone si girò a guardarlo, poi tornò con la testa sul giornale che stava leggendo. Una cameriera molto giovane gli fece un cenno col capo e lo seguì con gli occhi mentre lui sgattaiolava e s'infilava in un sèparè. Era vestito elegante, come al solito, Cyrus. E agli occhi di quella gente doveva avere l'aria di un uomo importante, come uno sceriffo o come un avvocato.
Guardò l'orologio appeso al muro di fondo. C'era silenzio e la luce ferente del sole delle quindici filtrava attraverso le vetrate.
“È aperta la cucina?” chiese alla cameriera che nel frattempo gli aveva portato uno dei menù.
La ragazza lo guardò, occhi scuri come l'ebano. Si girò per un attimo verso la cucina e annuì. “Sì, certo.” disse.
Cyrus prese dal tavolo il menù e lo esaminò, molto rapidamente. Ordinò e mangiò un controfiletto al sangue e bevve una birra alla spina del posto.
La trovò disgustosa.
Rimase per un po' con le braccia conserte sul tavolo a fissare il paesaggio oltre le vetrate; poteva scorgere la sua auto nel parcheggio e i territori selvaggi che si stendevano oltre le casette a schiera di Bronte, coi balconi in ferro battuto. Il tronco di un cipresso solitario, incurvato come una vecchia affetta da artrosi. La superstrada e i grossi autoarticolati che s'incrociavano in direzioni opposte, lasciandosi dietro di sé scie di fumi, gonfi come nuvole nere. Verso sud, in lontananza, appollaiata su un cavalcavia, poteva scorgere anche le luci intermittenti – e deboli, vista la luce del giorno – di un'autopattuglia.
Pagò, lasciò due dollari di mancia alla cameriera, e quando tornò all'esterno vide un tizio che piangeva, un vecchio barbuto, seduto su una panchina appoggiata alle pareti della chiesa. Il jeans rattoppato alla buona e una camicia lurida chiazzata di sudore. Fra le mani stringeva un rosario e a terra, a fianco ai suoi piedi, c'era una bottiglia incartata in una busta marrone. L'uomo sentì addosso gli occhi di Cyrus, alzò lo sguardo e, asciugandosi le lacrime, con un forte accento del Sud, artificioso e scandito – fastidioso nel complesso – disse: “Non sono triste, amico. Il fatto è che sono uscito oggi di prigione.”
Arrivò a Sterling City che gli ultimi raggi del sole filtravano fra gli edifici trasformando l'aria in una cupa nebbia scarlatta e le loro ombre sulla strada apparivano come strie oblunghe.
Fermò la macchina a due isolati dal condominio indicato nella bolletta trovata a casa dei fratelli Eastman. Pescò dal cruscotto il tirapugni, il coltello a serramanico e la sua Colt. Su quest'ultima ci perse vicino un po' di tempo, visto che dovette montarci il silenziatore. Ci lavorò come se stesse operando un delicato intervento chirurgico. Alla fine se la infilò nella cintura, carica di otto colpi, pallottole modificate da sei millimetri, modello Spitzer.
Nella tasca interna del giubbotto s'infilò il resto.
Chiuse lo sportello della vettura e si ritrovò sul marciapiede. L'aria sapeva di zampironi e di motori diesel, e poteva sentire il richiamo di piccoli sciacalli che solcavano il cielo come fossero oracoli alati in attesa di una sciagura.
Si guardò intorno, spaesato, solo per un secondo però, perché si rese conto che non avrebbe potuto sentire quei richiami se non ci fosse stato un silenzio di tomba. E in effetti la cittadina pareva deserta. Una città fantasma. Foglie tremanti si staccavano da alberi dalle pose grottesche oltre i bordi della strada, e tracciavano contorni astratti nell'aria fredda. Le finestre degli appartamenti delle case erano schermate da tende color vino e i lampioni si accendevano timidamente nel pallore del cielo morente, con il buio alle porte.
Raggiunse l'edificio poco dopo, non fu difficile individuarlo anche perché la targhetta che indicava il numero del civico, in caratteri dorati, era ben visibile anche da lontano. Il condominio, mezzo crepante, era uno di quegli stabili abitati dai messicani o dai negri, appartamenti che si affittano a prezzo stracciato, fatto di cemento e tubature di plastica e compensato. Due piani. Alcune porte tenute insieme da brandelli di nastro isolante, finestre rivestite da carta stagnola, e ogni ingresso illuminato da due lampadine inserite in un portalampade in vetro soffiato. Nel complesso, un quartiere scalcinato, reso ancora più scalcinato dalla luce avara del crepuscolo.
L'appartamento che cercava se ne stava al piano terra e, davanti la porta e a una doppia vetrata coperta dai tendaggi, c'era posteggiata la Chevrolet Camaro del '69 che stava cercando. La targa non era la stessa, ma Cyrus non se ne curò di quel dettaglio.
Sapeva di averli trovati.
Rimase appostato per un po' dietro un muro, dall'altro lato della strada. Non passò alcuna auto e non vide nessuno per la strada. Fissava l'ingresso dell'appartamento, la luce sul muro si accendeva e si spegneva e nell'ombra, riusciva a scorgere un sottile filo di luce trapelare dallo zoccolo della porta.
Sono lì, pensò Cyrus, magari stesi sul divano a guardare la TV. Inconsapevoli. Stupidi.
Passò in rassegna la situazione, cercò d'immaginare nella sua mente vari scenari d'azione. Azzardò gli effetti. I danni. I possibili risultati.
Capì in quel momento che la metà dei soldi gli potevano bastare. La sua non era paura, in fin dei conti uccidere era la cosa per cui era nato, o semplicemente, la cosa per cui adesso era ancora vivo. Gli sembrò solo insensato, stupido, lasciare questo mondo per via di due sciocchi che avevano fatto qualcosa di ancora più sciocco. Abbandonò il pensiero della cattura, soppesando il rischio; erano armati, forse incazzati, su di giri.
La ragione alle volte prevale sull'istinto. Deve farlo.
Sfilò dalla tasca la pistola e controllò il silenziatore e i proiettili. Armò il cane, si sistemò i capelli e si avviò verso l'edificio attraversando nell'ombra, lontano dalla luce dei lampioni, il parcheggio. Nello sguardo il sentore della morte. Passi ovattati sull'asfalto scricchiolante. L'ombra che si amplia sotto di lui. Brandelli di vetri rotti e gomme da masticare spiaccicate per terra. Solo allora si rese conto che la strada che aveva percorso con la macchina si fermava proprio lì e che quell'edificio, di quell'isolato, rappresentava l'ultima barriera ai confini della cittadina, prima dei campi e della radura desertica, tutta argini di rocce stratificate, serpenti e acacie che spuntavano dal terreno ghiaioso.
La strada arrivava fino a lì. Moriva proprio lì. Era quello il suo capolinea.
 
 
Entrando nell'appartamento, Dan si guardò intorno con aria rattristata, l'aria di chi ha impresso nelle forme di un luogo un ricordo amaro, nostalgico.
La verità è che non ti abitui mai al dolore.
Attraversando la piccola cucina e la stanza da letto della madre, avvertì una fitta allo stomaco al ricordo di quando non potevano, lui e Lloyd, permettersi le medicine per curarla. Erano poco più che due adolescenti, con le spalle al muro sotto un cielo di tempesta.
Cominciarono a fare qualche lavoretto per la famiglia.
Giocare sporco a volte è l'unica cosa da fare.
Dan, a quel tempo, aveva gettato alle ortiche una borsa di studio ottenuta grazie al football al liceo, il tutto per non abbandonare sua madre e non abbandonare neppure suo fratello. Una vita di rinunce e sacrifici.
Ma anche una vita satura di errori.
Cresci troppo in fretta, cresci che sei solo un bambino perché devi farlo; gli altri giocano con le macchinine, le figurine, mentre tu devi capire al più presto come funziona un “ferro”, come stendere uno con un solo pugno, perché quell'uno è il doppio di te e se si rialza non puoi fare altro che scappare, lontano, e senza mai guardarti alle spalle. Oppure puoi scegliere di lottare – l'opzione che scelgono in pochi – rischiando di perdere. Ma perdere proprio tutto. Perché la vita è crudele, questo lo capisci in fretta, e perché per la vita sei solo un misero topo di fogna. Un debole. Un sottomesso.
Ripensò a quando nelle notti di tosse, quelle notti dolorose, rimaneva sdraiato accanto alla mamma, proprio in quella stanza. Lui raggomitolato e lei, sul letto; non si muoveva, ma respirava piano contro il suo fianco e poteva sentire il suo sospiro affannato, come un motore che arranca senza benzina. Le stringeva le mani e lei le brandiva ancora più forte.
Lei adesso era solo un ricordo.
Un ricordo lontano, quasi impalpabile.
Quello che un tempo era carne e sangue, oggi non è più che silenzio e ombra.
Lloyd si sistemò in quella che era stata la loro stanza fino a sette anni prima, sul letto, a riposare. La Colt Python sopra al comodino. La moquette logora, la tappezzeria sbiadita. Il vecchio condizionatore, lì nell'angolo, che non funziona più.
“Non hai fame?” chiese Dan, sulla soglia.
“No. Ho solo bisogno di dormire.”
“Bé, ti vengo a svegliare io.”
“Ok. 'Notte.”
“'Notte.”
Dan mangiò una scatola di fagioli che aveva comprato alla drogheria e si fumò una sigaretta, seduto sul divano rappezzato da tessuti di diversi colori, davanti alla TV. Nell'oscurità il bagliore blu del televisore svolazzava su di lui. Si stese in orizzontale, per far stendere le gambe. Il fucile appoggiato per terra, carico.
Sfarfallò da un canale a un altro per la maggior parte del tempo: pubblicità, vecchi strilloni di Dio, ancora pubblicità, un documentario sul principio di indeterminazione di Heisenberg, un altro sulle balene bianche, “Prossime all'estinzione.” annunciò la voce fuori campo.
Poi si alzò e scostò le tende dai finestroni. Guardò all'esterno. Spostò piano lo sguardo, strizzò le palpebre. Era scesa la notte, e le stelle nel cielo erano punti alla deriva, e lo spiazzale era così come l'avevano lasciato, vuoto, eccetto per la sagoma della Camaro, che in quell'oscurità pareva un calabrone deformato.
Tornò sul divano e si distese e senza rendersene conto cominciò a sonnecchiare, il ronzio statico della TV in sottofondo e la brezza soffiata dal vento che sfiorava le vetrate. Apriva e chiudeva gli occhi a intervalli sempre più distanti fra loro, ripetendosi che il panico che sentiva addosso non aveva modo di esistere, perché presto sarebbe cambiato tutto e quella vita sarebbe svanita come cenere al vento.
Poi aprì gli occhi e si destò a sedere. Con un gesto rapido prese il telecomando da terra e spense il televisore.
Qualcosa lo aveva svegliato.
Si alzò e si fermò al centro della camera semibuia. Rimase in ascolto. Adesso sentiva solamente il ticchettio delle lancette del suo orologio da polso. Regolari come un metronomo. Il resto era silenzio.
Camminò fino in un cucina e aprì il lavandino e si versò in un bicchiere di vetro un po' di acqua. Bevve e lasciò il bicchiere nell'acquaio. Mentre ritornava verso il divano gli balzò per la testa una sensazione, come un frammento di consapevolezza. Non riuscì a inquadrarla, però in qualche modo poteva avvertire un certo disagio, come se qualcosa stesse per accadere.
Qualcosa forse di inaspettato.
Fu come se una parte della porta implodesse, uno schianto sordo, infrangendosi in piccole schegge di legno e compensato. Fu come un'apparizione nel buio. Dan ci mise pochi attimi a capire che si era trattato di un colpo di pistola, anche perché percepì chiaramente la traiettoria di un proiettile smuovere l'aria accanto alla sua testa. Sfiorarlo appena.
Si gettò per terra e strisciò dietro il divano; afferrò il fucile, disteso sulla moquette, e abbassò il cane. Poteva sentire le vene sulla fronte pulsargli più del normale, i peli sulla nuca rizzarsi e la sua bocca diventare di colpo asciutta. Si sporse di lato, e riuscì a intravedere oltre le tende della finestra una sagoma, un'ombra muoversi lentamente. Poi un altro colpo, un secondo sparo, ovattato come il primo perché smorzato dal silenziatore: vetri che si frantumano, un cane che abbaia da qualche parte nella notte. Il proiettile bucò il divano e fuoriuscì dall'altra parte. Un proiettile con la coda rastremata, leggermente più piccolo rispetto a quelli tradizionali per quel calibro. Insomma, uno di quei pallettoni che vengono usati per le battute di caccia.
Bestemmiò. Poi prese la mira, un po' alla buona, e sparò un colpo in direzione della vetrata. Una frazione di secondo: il bossolo vuoto che cade sulla moquette, altri vetri che si rompono, altri latrati nella notte. E infine una voce, quella di Lloyd: “Ti hanno beccato, Dan?” chiamò.
“No. Sta' giù.”
“Dan.”
“Ho detto sta' giù. E prendi la pistola.”
All'esterno si percepivano dei rumori, forse le voci dei coinquilini degli altri appartamenti, e anche il sibilo di alcuni passi sui brandelli di vetro. Piccoli passi dietro il muro attiguo alla porta, che adesso presentava uno squarcio al centro.
“Che facciamo, Dan?”
“Esci dalla finestra. Ce la fai? Riesci a uscire dalla finestra? Lloyd... Lloyd rispondimi.”
“Sì. Ma non ti lascio da solo.”
I due si chiamavano cercando di non farsi sentire, come se fosse possibile.
“Esci dalla finestra. Io ti seguo. Tu vai però.”
“No, io non vado da nessuna parte, Dan.”
“Cazzo, ho detto che ti raggiungo. Sbrigati.”
“Dan.”
“Va'.”
Dan fece di nuovo fuoco, spostandosi rapidamente dal divano al muro basso che cintava lo spazio della cucina. L'eco del colpo sembrò far tacere, per un secondo, ogni cosa. Poi coprì con lo sguardo la soglia della stanza di Lloyd. Sentiva il fratello muoversi, una sedia, rumore di assi, poi un tonfo sordo.
È saltato, pensò.
Ma a quel pensiero seguì una nuova scarica di proiettili, tre colpi, uno dei quali riuscì addirittura a frantumare il muretto, centrandolo nello stomaco. A Dan gli si spezzò il respiro. Strinse i denti così forte fino a farli scricchiolare.
“Dio mio.” biascicò. “Accidenti.”, la sua voce era un gemito di dolore.
Si premette con una mano la pancia, poteva sentire il sangue caldo e nero colargli fra le dita, e soffiò l'aria fuori, anche se respirare era come darsi una coltellata nello stomaco. Non poteva cedere, doveva lottare. Doveva farlo per sé e per Lloyd.
Non sapeva dove potesse essere l'assalitore – magari nascosto dietro la vetrata o accanto allo stipite della porta – fatto sta che tirò giù il cane e si sporse di nuovo a sparare. Solo che questa volta dalla canna uscì uno sbuffo d'aria. E sentì il click del cane andare a vuoto. Dan rimase impalato col fucile in mano per un paio di secondi, una mano sorreggeva l'arma mentre l'altra, piena di sangue appiccicaticcio, stringeva la pancia. Aveva finito le cartucce, l'agitazione gli aveva fatto perdere il conto dei proiettili esplosi, e questo Cyrus lo capì immediatamente perché, senza cerimonie, aprì la porta con un calcio e entrò in casa. Si mosse come se già sapesse cosa sarebbe accaduto, o come se quegli attimi li avesse già vissuti in una vita precedente. Trovò Dan accucciato per terra e si scaraventò su di lui, gli occhi spiritati e dilatati, pieni di odio, il viso sfregiato, il vestito bianco elegante che si macchiava del sangue che stillava a fiotti dalla camicia di seta, che adesso pareva un cencio lurido e insanguinato. Cyrus lo colpì sul naso col manico della pistola e gli sedette sopra, a cavalcioni, le ginocchia che gli schiacciavano le braccia. Lo prese per la gola talmente forte che le sue nocche sbiancarono, e guardò gli occhi di Dan gonfiarsi e riempirsi di funesta comprensione. La pelle farsi viola e i capillari esplodere. Le gambe strisciare e arricciarsi e muoversi come i tentacoli di una medusa.
Il ragazzo spostò per un attimo lo sguardo e Cyrus lo riprese: “Guardami. Non voltarti.” disse. “Guardami, ti ho detto. Voglio che mi guardi in faccia.”
A quel punto quel viso terreo tornò a fissarlo; la lingua gonfia e asciutta come carta vetrata, la nausea e il bruciore di stomaco che attimo dopo attimo si assottigliava, come se anche quel dolore avesse capito che non c'era più nulla da fare.
Dan sentì i suoi pensieri allontanarsi gli uni dagli altri come nuvole dopo un temporale. Smise di lottare; sentì tutto diventare così dannatamente semplice.
Cyrus fece pressione con i pollici e sentì lo ioide di Dan spezzarsi. Un track netto. Rapido. E la luce nei suoi occhi svanì per sempre.
Si rialzò come se niente fosse successo, si ripulì le maniche della giacca e si tirò indietro una ciocca di capelli. S'infilò la pistola nella cintura e entrò nella camera di Lloyd. Si guardò intorno e si affacciò alla finestra. All'esterno spirava il solito vento marcio, i soliti cani latravano e le chiome rinsecchite di un giovane salice e dei falceti oltre il ciglio della strada, si piegavano alla fioca luce argentea della luna. Il cielo stellato era un tappeto di cartapesta, bellissimo, incomprensibile.
Eppure fu proprio quello spettacolo celeste, l'ultima occhiata che Cyrus Hill lanciò al mondo. Sì, perché Lloyd una volta calatosi giù dalla finestra della sua stanza aveva capito che suo fratello, sangue del suo stesso sangue, non si sarebbe mai permesso di lasciare strascichi seminati lungo la via; per l'amore che provava, non l'avrebbe mai fatto. Perché dopo averlo capito, Lloyd si era affannato a risalire all'appartamento e aveva controllato uno, due, tre volte il caricatore della sua Colt .357. Aveva occhieggiato da dietro gli squarci della porta, l'ombra grottesca dell'assassino spezzare il collo di suo fratello e tirarsi su come se fosse parte di una routine neppure troppo entusiasmante. Perché lo aveva seguito con lo sguardo in silenzio, col cuore in gola e il mondo a pezzi, e aveva sentito il suo sangue diventare veleno, la ragione mutarsi in rabbia. Il panico fluire per la mente come un gorgo impetuoso.
Sentì un dolore estraneo a questa terra, come se un orribile macigno di tormento si fosse insinuato nella sua anima. Ora e per sempre.
Gli sparò in testa, quando era ancora girato di spalle a occhieggiare il cielo stellato, di cartapesta. Forse Cyrus non lo sentì neppure arrivare, il proiettile, o forse lo stava aspettando da tutta una vita. Ma questo Lloyd non poteva saperlo.
Eppure lo lasciò fare, come se già sapesse. Come se già sapesse di essere morto.
 
 
5. Epilogo
“Sam, non ti scordare la merenda.” gridò Carol Beth dalla cucina. La sua voce si aizzava come una fastidiosa campana tra il fischio prolungato della caffettiera che ribolliva sui fornelli e il fruscio del vento gelido che batteva sull'intelaiatura delle finestre.“E sbrigati che nonno Jack ti aspettando in macchina già da un po'.”
“Sì, mamma.”
“Hai preso il cappello di lana che ti ho comprato?”
“Sì.”
“Mettitelo. E non lo perdere.”
“Sì.”
“Ok. Fai il bravo a scuola, Sam. E dì al nonno che non deve fumare quando sei con lui.”
Il piccolo sbuffò e si chiuse la porta alle spalle. Tutto infagottato per il freddo, giubbotto da sci, cappello, guanti di lana e zainetto, camminò facendo scricchiolare la neve sotto i suoi piccoli stivali fino alla fine del vialetto imbiancato dalla neve, dove il nonno lo stava aspettando in macchina. Faceva molto freddo e da est si era levata anche una leggera nebbiolina che ombreggiava le montagne stampate sullo sfondo color ocra dell'orizzonte. Adesso parevano schizzi iridescenti impressi su tela.
Sam aprì lo sportello e entrò, leggermente intirizzito. Dalle narici soffiava ancora aria fredda. Il nonno fumava, come al solito. Le dita sottili come stuzzicadenti. La pelle di cera oscenamente rugosa.
Appena il piccolo sedette a fianco a lui, il nonno gli fece un sorriso a trentadue denti pieno di premura e disse: “Figliolo, sei pronto per la scuola?”
Sam gettò lo zaino sul sedile posteriore e si sfregò le ginocchia.
“Nonno Jack, mamma ha detto che non devi fumare quando sei con me.”
A quel punto il nonno tossì, soffiò fuori un anello di fumo, e aprì in un lampo il finestrino gettando con un colpetto dalle dita la sigaretta. “Hai ragione.” disse. “Mi dispiace, figliolo.”
“A me però non dà fastidio.”
“Invece dovrebbe. Ascolta quello che ti dice tua madre.”
“Bé, mamma dice sempre che solo gli stupidi fumano.”
“Vedi? Tua madre ha ragione.”
“Quindi anche tu sei uno stupido?”
“Certo che lo sono. Io sono il nonno più stupido del mondo.”
Sam ridacchiò.
“Bé, adesso andiamo che sennò facciamo tardi.” disse il nonno.
Il pick-up partì scrollandosi come un cane bagnato e il motore prese a borbottare. Il nonno imboccò la solita scorciatoia, la stradina secondaria che passava alle spalle della fabbrica metallurgica. Le poche auto che incrociavano passavano con un fruscio ovattato sulla neve, mentre quelle parcheggiate erano già tutte imbiancate sul ciglio della strada.
“Stanotte ha nevicato. Un metro e mezzo, figliolo.”
Sam annuì, pensieroso.
“Cos'hai?” chiese il nonno.
“No. Niente.”
“Dimmi cos'hai. Avanti.”
“Il fatto è... è...”
“Cosa?”
Sam tartagliò.
“Ti piace qualche ragazzina?” aggiunse il nonno.
“No no.”
“Dimmi la verità. Hai paura di farti avanti?”
Sam arrossì. “No, davvero. Non è questo.” scosse la testa.
“E allora?”
“C'è un bambino, Sonny Grant, che a scuola mi dà rogne.”
“Rogne?”
“Sì, mi prende in giro, non mi lascia mai in pace. Roba così.”
“Roba così.” ripeté il nonno.
“Sì.”
Lo sguardo del piccolo vagava fuori il finestrino. Lì, nei cortili innevati delle case, cintate con tavole di pino, si vedevano mucchi di legna da ardere.
“E tu non reagisci?” domandò il nonno.
“Non posso. Voglio dire, Sonny è molto più grosso di me. È più forte.”
“Non è più forte di te, figliolo. Non lo è.” disse il nonno tirando un lungo respiro. Si guardò intorno, quel mattino era una pallida concrezione di vapori spettrali, luci vaghe, sfumate. Si strofinò il mento e poi disse:
“Sai Sam, quando ero ragazzo feci una cosa molto stupida con una persona. Una cosa brutta che oggi non so se rifarei, forse no... insomma una cosa che non ho mai detto a nessuno di aver fatto. Ecco, io sono cresciuto in un posto violento, non che sia diverso da oggi, la violenza è sempre la stessa, e forse è l'unica cosa che non cambierà mai. Però, già al tempo, sapevo che è meglio rendere la vita difficile agli altri prima che gli altri la rendano difficile a te. Tu questo non lo sai, tua mamma, il tuo babbo, queste cose non te le hanno mai dovute insegnare, figliolo. Grazie al cielo, dico io. Però un uomo, a un certo punto della sua vita, queste cose le deve capire. Perché la vita è spietata. La vita è meschina, figliolo. La vita ti prende a calci nel culo e ci ride sopra mentre lo fa. Mi capisci?”
Sam guardava il nonno e lo ascoltava senza dire una parola.
“Io e quella persona abbiamo fatto una cosa cattiva, molto tempo fa, tanto cattiva che ancora oggi ne pago le conseguenze. Però quella persona mi ha insegnato una cosa, mi ha insegnato una cosa che solo gli uomini forti hanno la capacità di insegnare, solo gli uomini che capiscono i loro errori, solo quelli che lottano, anche se sanno di poter perdere, possono conoscere. Una cosa che non s'impara con l'età o con l'esperienza. Ecco, Sam, se vuoi sopravvivere... se vuoi sopravvivere a Sonny Grant o allo stronzo di turno, devi lottare. Devi lottare sempre. Si vince e si perde quando lotti... si vince e si perde. Ma se non lotti, non vincerai mai, figliolo. Capito?”
Sam annuì. La macchina si fermò fuori la scuola. Cominciò a nevicare e il piccolo adesso guardava i fiocchi che s'infrangevano sul parabrezza e venivano spazzati via dal tergicristallo.

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Il tuo gradimento: Nessuno (5 voti)

ritratto di Elisabeth

Ciao Gerardo! E' un

Ciao Gerardo! E' un bellissimo racconto e un viaggio. Ho trovato le tue solite descrizioni dell'ambiente, fatte con il cesello, perfette, armoniose e intriganti. Personalmente mi sono piaciuti tantotanto i dialoghi in questo tuo racconto. Sono dialoghi che di per sé disegnano una scena, insomma la si vede e la si vive attraverso di loro e non è da poco, a mio avviso. Vorresti dirmi che Sam è Lloyd? Allora dove finisce la strada ne incomincia un'altra. Presa dalla trama: Lloyd avrebbe dovuto mirare alla testa di Cyrus mentre stringeva il collo di Dan. Forse la strada sarebbe continuata anche per Dan. Bella la tua descrizione di questi personaggi, cacciatori di soldi e cacciatore di uomini. 

ritratto di Gerardo Spirito

ciao eli, è un piacere

ciao eli, è un piacere ritrovarti. Naturalmente ti ringrazio della lettura e del commento. E' un racconto che ho scritto un po' di tempo fa, congegnaato proprio come un viaggio o meglio come una fuga, e con il solito parallelismo cacciatore/cacciato solito di racconti simile a questo. 

Ti ringrazio anche di aver menzionato i dialoghi, le svolte di trama e quant'altro girano tutto intorno ai dialoghi in questo racconto. Cosa relativamente nuova per me. yes

 

Spoilerino: nella mia testa, nell'epilogo il tempo e lo spazio (dal punto di vista oggettivo e fisico) mutano radicalmente, Lloyd è diventato un uomo adulto, in questo caso è diventato nonno Jack; insomma, ha cambiato vita, identità e a quanto pare anche convizioni, dopo tutto quello che ha passato e che ha causato. Però, sì, in effetti ognuno potrebbe leggerci qualcosa di diverso, in fondo in fondo.

 

A presto!

ritratto di Elisabeth

"Lloyd è diventato un uomo

"Lloyd è diventato un uomo adulto, in questo caso è diventato nonno Jack". Scusami Gerardo, sono io che ho confuso i nomi, ma nel rigo è tutto chiaro. Non ci si può leggere niente di diverso, nemmeno in "fondo in fondo".  Il piacere di rileggerti è anche mio. Ciao!

ritratto di Gerardo Spirito

eheh  A presto!

eheh yes A presto!

Hai detto che era un racconto lungo....

....ma ne è valsa la pena arrivare alla fine della strada.

Consueta l'ambientazione che trovo nei tuoi scritti e la descrizione di luoghi e personaggi dipinta con il pennello fine.

Poi, la trama. Già, la fine della strada....ognuno di noi sa dov'è, oppure la trova prima o poi, ma sa anche, e qui straquoto Elizabeth, che non tutto può essere perduto e che la strada può continuare sotto altre forme.

Veramente bello, mi è piaciuto tantissimo.

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio del commento ma

Ti ringrazio del commento ma sopratutto della lettura caro Paolo! Ben ritrovato! 

La forza di ricominciare, magari dopo aver commesso qualcosa di brutto, io credo sia una cosa molto difficile da conquistare, e il riuscirci sancisce una bella vittoria. Hai lottato con te stesso, con i tuoi demoni, e con il mondo che ti sta intorno, e sei sopravissuto. Come dice Dan nel racconto - io credo che l'importante sia sopravvivere e quindi, in un modo o nell'altro, andare avanti, cercando magari di creare nuove strade nel buio.

Ne ho ancora una manciata di racconti dalla simil ambientazione -  e uno lo sto scrivendo proprio in questi giorni - però nel prossimo futuro l'idea è quella di cambiare registro, magari sperimentare qualcosa di più "vicino" a me/a noi (visto che siamo italiani). 

Lieto che la lunghezza della storia non abbia pesato nella lettura. yes

ritratto di Rubrus

***

E' lungo, ma scritto molto agilmente sicchè non pesa arrivare alla fine. A parte qualche espressione valutativa che si può togliere se messa in bocca al narratore (i personaggi se le possono anche permettere, invece), difatti, ha un ottimo ritmo derivante dal fatto che non ci sono parole superflue. Tant'è vero che tutto il racconto mantiene la tensione inalterata anche se, delle azioni violente verre e proprie, la prima è raccontata in differita e la seconda alla fine.  

Anche la divisione in capitoletti aiuta.

Chiunque abbia dimestichezza con questo tipo di narrativa non ha dubbi sul fatto che sia una storia di riscatto con un contenuto, giocoforza, "sapienziale".

Per questa ragione non ho dubbi nè sulla identità del personaggio - il vecchio - che compare alla fine, nè sulla vera ragione della "distrazione" di Cyrus ("non ci sono coincidenze in queste faccende", direbbe lui).

Come appunto, evidenzierei maggiormente che trovare i due fuggitivi è, per Cyrus, facile prchè si tratta di due "pivelli".

In secondo luogo, e soprattutto, l'intero racconto - sempre per quella questione del ritmo - dà l'impressione di essere ambientato in un'epoca predigitale; quando ho visto comparire il cellulare ho avvertito una sensazione di fastidio, inoltre credo che non sia un caso se i computer non vengono neppure menzionati e, come se non bastasse, penso che oggi come oggi una "caccia all'uomo" non potrebbe prescindere da strumenti moderni quali GPS o videocamere anche se, a condurla, è un cacciatore solitario (anzi: penso che Cyrus potrebbe rifiutare espressmente l'aiuto della famiglia e dei suoi mezzi per ragioni - diciamo - di etica professionale).

Credo che in qualche modo anche tu abbia questa sensazone. A prescindere dall'identità, infatti, la scena finale dovrebbe svolgersi un bel po' dopo tutta la storia vera e propria, che si suppone verificarsi ai giorni nostri, e quindi nel futuro. Ciò, partendo dalla sensazione che il nonno e Lloyd siano la stessa persona, mi dà l'impressione di una sbavatura, anche se posso supporre voluta per confondere le carte.

Vabbè, lungo anche il commento.... 

PS: vabbè il racconto mi è piaciuto molto, ma penso che si sia capito.

            

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Roberto, felicissimo di

Ciao Roberto, felicissimo di ritrovarti! Apprezzo moltissimo la tua analisi, anche perché aiuta a crescere, senza ombra di dubbio. In primo luogo ti posso dire che le sensazioni che hai avuto sono tutte giuste; personalmente sono sempre propenso a confondere le carte e, magari, slegare il tempo della narrazione ( e dell'ambientazione) rispetto ai ritmi che può avere il mondo. In questo senso, a favorire questa cosa, è il fatto che i personaggi della storia (questa storia in particolre) possono essere classificati come "ultimi"; vivono come in una bolla, il loro mondo è crudele, la speranza è poca, e quindi non hanno il tempo e nè la voglia, forse, di mettersi in pari col mondo.

Forse è anche per questo che non ho voluto menzionare una data - insomma, la storia può essere ambientata nel 1988 come nel 2016 (anche se nell 88 i cellulari erano mattoni alquanto ingombranti per poter essere portati in giro).

E poi sì, l'ultima parte dal punto di vista temporale scomussola di gran lunga le carte. Se devo essere sincero è la parte, nella sua totalità, che mi ha sempre convinto di meno. Forse se dovessi rimetterci oggi mano (è un racconto scritto circa 2 anni fa), la escluderei, non lo so, c'è da pensarci. Tuo parere personale, mi interessa molto, il racconto ci perderebbe senza "l'epilogo" o viceversa?

 

ritratto di Rubrus

***

Ovviamente, è solo un possibile parere tra tanti. 

Comunque: rem tene verba sequentur.

Se preferisci che il lettore si orienti verso una storia di vendetta, toglilo, se invece preferisci che sia più chiaro che è una storia di riscatto, come secondo me è, lascialo.  Quindi ti direi di lasciarlo. 

Se poi vuoi rendere meno equivoco il fatto che il vecchio e Llloyd siano o possano essere la stessa persona  inserisci tra storia ed epilogo un elemento fattuale di continuità. Dico "fattuale" perchè in questo modo mostri e non spieghi. Il primo esempio che mi viene in mente è un oggetto, magari di proprietà del fratello morto, che il vecchio porta con sè.

Per quanto attiene al'epoca della storia (secondo me lo "scombinamento di carte" non è necessario) puoi usare lo stesso sistema per connotare temporalmente l'epoca in cui si svolge la storia vera e propria.

Esempio. Mentre i due fratelli sono nella stanza di albergo metti una frase tipo: "In TV, il presidente Reagan invitava Gorbacev ad abbattere il muro di Berlino. Il mondo stava cambiando. Lloyd spense il televisore e guardò fuori. Non si vedeva nessuno, soprattutto nessuno della famiglia, ma quelli di solito non si facevano vedere. Chiuse le tende e contò le banconote che rimanevano. Erano poche e spiegazzate, macchiate di unto. Forse non tutto il mondo stava cambiando. 

 

ritratto di Gerardo Spirito

L'elemento fattuale a cui hai

L'elemento fattuale a cui hai accennato mi ha aperto un mondo. Mi sono re-immaginato, daccapo, il finale del racconto.  Dannazione, ad avercene di più tempo in questi giorni...

Una critica che mi muovo riguarda "il dettaglio fondamentale". Diciamo che nel tempo ho notato che non riesco a capitalizzare al meglio alcuni elementi chiave dei miei racconti. Inverso, avendo letto parecchi tuoi scritti, so che te sei molto bravo in questo, quindi per quanto riguarda il consiglio che mi hai dato, ne farò sicuramente frutto in futuro.

E anche l'esempio del muro di Berlino è molto interessante e congegnato. 

Ti ringrazio robertoyes

ritratto di 90Peppe90

Dove finisce la strada

Ultimamente ho ripreso ad utilizzare il sistema di valutazione delle opere, quello con le stelline; e, fra i tanti racconti letti, quelli ai quali ho dato 5/5 si contano sulle dita di una mano e questo credo sia il tuo secondo che mi spinge a dare il massimo del voto. 

Una domanda sorge spontanea: - Embè? Chi cazzo sei tu e cosa vuoi che valga un tuo voto, Peppe?

E in effetti... beh, credo che questo possa dare una prima idea su quanto mi sia piaciuto questo racconto, uno dei tuoi grandi noir, lungo e appassionante, appestato dal tanfo della morte e delle scelte sbagliate e di una redenzione che forse non può esserci e una vita che è lotta e non respiro. Chi può saperlo se non Lloyd/Jack? Ha trovato il modo per vivere? O continua tuttora a sopravvivere? Prima c'è un piccolo spiraglio di speranza ma, dinanzi al discorso che fa al nipotino, credo proprio che, anche per lui, la vita continui ad essere un incessante combattere e combattere e combattere...

Fino alla resa, alla morte. Sotto forma del proiettile che Cyrus aspettava da una vita. O almeno questa è stata la mia impressione. Sapeva di essere già morto, pur vivendo e magari, a causa di questa specie di paradosso, si sentiva un intruso: un morto tra i vivi. In quanto tale, non poteva far altro se non attendere la sua pallottola. Quella che lo avrebbe riportato al suo posto.

Solo qualche svista di battitura, sparsa qua e là; se avessi letto da PC mi sarei segnalato le varie imprecisioni per aiutarti a sistemarle ma, purtroppo, l'ho letto dal cellulare. Ad ogni modo, la lettura scorre via alla grande, parola dopo parola.

Un gran bel pezzo.

Ciao, Ger!

ritratto di Gerardo Spirito

Una domanda spontanea che non

Una domanda spontanea che non mi farei mai caro Peppe! Anzi, devo solo ringraziare chi legge i miei scritti :D. Ergo ringrazio anche te. Sono lieto di ritrovarti!

Forse ti sei reso conto quanto mi piacciono le storie senza speranza, e questa è una di quelle. La psicologia di Cyrus, in attesa della morte - o come tu dici, un intruso (accipicchia mi piace!), un morto fra i vivi - ecco, è la cosa che mi divertii di più nella stesura del racconto. La dinamicità della storia a quanto pare non appesantisce più di tanto la lettura e di questo sono felice. Purtroppo (ma non è un vero purtroppo) quando scrivo un racconto sono sempre portato ad allungare di molto il brodo perciò non ho molti racconti da presentare per il web - questo è uno dei più corti fra la sfilza di racconti lunghi che ho eheh. 

In ogni caso, attendo la tua prossima storia e - rammentando che tu sei un grande appassionato di cinema horror - l'altro ieri ho visto the witch, gran bel filmazzo yes

 

ritratto di oedipus

Non posso che concordare con

Non posso che concordare con gli altri: non esiste un racconto lungo o breve, esiste solo un racconto che per i suo linguaggio, si fa leggere o no.
Se devo fare una critica, questa, mi sembra, può essere solo di tipo di genere, nel senso che quasi tutti i bei racconti su Net sono Noir.
Non so e non ne capisco le motivazioni, forse sono io che, da vecchio decrepito, non bazzico la letteratura noir o di tipo giallo.
Allora te lo chiedo ufficialmente: misurati con un racconto drammatico.
Uno scrittore sa scrivere tutto.
Ciao.

PS:voto 5stelle!
 

ritratto di Gerardo Spirito

ti ringrazio oedipus, oltre

ti ringrazio oedipus, oltre che del commento anche della lettura!

In futuro senz'altro, sono uno a cui piace sperimentare quindi sicuramente toccherò diversi lidi, magari meno "sanguinari" di quelli a cui sono abituato! yes

Un saluto!

ritratto di oedipus

Tanto per scherzare, ma so

Tanto per scherzare, ma so quale potrebbe essere un tema congeniale alle tue parole.
Una storia d'amore a lieto fine nella notte del terremoto di Amatrice.
wink
Ciao

ritratto di oedipus

Forse la notte del terremoto

Forse la notte del terremoto è troppo banale, forse è meglio tra le macerie dopo il terremoto!

ritratto di Gerardo Spirito

Sai che l'idea non

Sai che l'idea non è male, oedipus?

Dico sul serio.

Ultimamente sto scrivendo una cosa in cui c'entra un "grosso cataclisma"; quindi la cosa mi stuzzica e non poco. Ci risentiremo presto wink 

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Gerardo*

 
Ho gustato veramente tanto questo tuo racconto, e non sto qui a ripetere quanto apprezzi queste ambientazioni perché ormai è cosa risaputa.
Parlando del senso della storia, o perlomeno di quello che ci leggo io (ma anche a giudicare da chi mi ha preceduto nei commenti è sensazione abbastanza condivisa), è uno di quegli argomenti che prediligo, fatto di dilemmi esistenziali, scelte azzardate e spesso sbagliate (giudicate col senno di poi) e di risposte incomplete, perché nessuna risposta sul senso della vita potrà mai essere completa (a meno che non ci si confronti con l’assoluto, ma quella si chiama fede ed è tutt'altra cosa).
 
Racconto, quindi, piaciutissimo (a prescindere dalla lunghezza che è funzionale ad una storia come questa).
 
E dal momento che poco potrei aggiungere alle brillanti disamine dei miei illustri predecessori (in ordine di tempo), ti segnalo qualche piccola imprecisione o errore di battitura.
 
- quando vede quell'avido topo di foglia (fogna) gli viene sempre voglia di spaccargliela
- documenti relativi (a) certi autoveicoli,
- Nell'attesa si accese anche una sigaretta, anche se non fumava da un po'. (ripetizione che potresti sostituire con… sebbene non fumasse da un po’, oppure eliminare il primo ‘anche’)
- quella sua paranoia era debita (dovuta) alla facilità con cui quel volto gli comunicava rabbia e sofferenza.
- sopra un cassetto c'era(no) due foto incorniciate.
- i fratelli erano pur sempre due piccoli bifolchi di compagna (campagna).
- Daremmo dell'occhio e poi i soldi ci servono (nell'occhio)
- distesi su un piatto di carta e di (dei?) tovaglioli.
- Il ragazzo destò (spostò?) per un attimo lo sguardo e Cyrus lo riprese
 
P.S.: … scusa per la quantità industriale di parentesi che ho inserito in questo commento (cercherò di non farlo più).
 
 
ritratto di Gerardo Spirito

  Bentornato tony, era da un

 

Bentornato tony, era da un po' che non ti leggevo qui su net. 

Urca quante disattenzioni! Grazie per la precisissima disamina tony! Alle volte scivolo proprio come un fesso in errori davvero stupidi. Topo di foglia mi ha strappato un sorrisone ahah.

Sono contento tu abbia apprezzato, e come ho già detto agli altri sono molto lieto che la lunghezza (del racconto) non sia stata un problema. 

Le parentesi non mi dispiacciono, figurati, ne faccio grande uso anche io wink.

In ogni caso, siamo/sono in attesa del tuo prossimo nuovo lavoro, quindi non farci aspettare molto. yes 

 

ritratto di bule

Ciao Gerardo,Arrivo con un

Ciao Gerardo,

Arrivo con un po' di ritardo; tra l'altro era qualche giorno che non entravo (qui all'estremo nord-est impazza il caldo umido e io ho bisogno del freddo per ragionare) perché le notifiche via mail hanno ripreso a NON funzionare.

Veniamo al racconto: l'ho vissuto come fosse un film, ha un impatto visivo e olfattivo altamente efficace e non mi ci è vuoluto molto per trovarmicisi  catapultato dentro! 

Cito: ...respirare silenzio... te la dovrò rubare prima o dopo! ;) 

Complimenti, un ottimo racconto che si apprezza anche se non si è avvezzi al genere!

Alla prossima! 

ritratto di Gerardo Spirito

ciao Fabio, è un piacere

ciao Fabio, è un piacere risentirti!

Ti ringrazio della lettura e delle belle parole, felice tu abbia apprezzato!

In attesa del tuo prossimo sci-fi! A prestissimo yes

ritratto di Massimo Bianco

Questo è stato davvero il

Questo è stato davvero il racconto ideale per tornare a leggere dopo la mia lunga pausa estiva: davvero un bello scritto, anche se molto tradizionale. Mi è piaciuto molto.

Quando un racconto è lungo (togli pure la parola "abbastanza" dalla nota iniziale) come questo, essendo come ben sai la lettura sul web più impegnativa che su carta, le prime trenta massimo quaranta righe sono fondamentali per far presa su chi ha voglia di affrontare un tale testo, o funzionano bene o con buona probabilità il lettore interromperà la lettura. Beh, l'attacco del racconto è ottimo e invoglia la lettura e poi tutto il resto è all'altezza.

Nel finale il lettore finisce inevitabilmente per presumere che nonno Jack sia Lloyd divenuto vecchio, perchè altrimenti questo epilogo risulterebbe privo di senso, tuttavia se la cosa fosse stata resa un po' più esplicita sarebbe stato preferibile. A parte ciò questo finale pur non essendo effettivamente necessario non guasta. Non concordo col botta e risposta tra te e Rubrus: in realtà si capisce da alcuni particolari che il racconto deve essere ambientato nel passato, ad esempio il fatto che un personaggio fumi tranquillo in un bar quando sappiamo bene tutti che oggi gli statunitensi sono piuttosto isterici sull'argomento fumo e una scena del genere non si svolgerebbe, oppure il fatto che l'hamburger e la birra costano un dollaro in totale non certo un prezzo odierno. Quindi io ho subito dato per scontato che l'epilogo sia invece ambientato nel 2016.

Oltre a quelli segnalati da Brutto e Buono ci sono anche altri errori, solo che io sono pigro e non ho avuto voglia di prendere appunti mentre leggevo pe rsegnalarteli e a memoria non li ricordo, scusami.

N.B. Da un po' di giorni ho seri problei di connessione, non so se per problemi sulla linea o se per problemi al mio adsl quindi non so quanti altri commenti riuscirò a mettere a racconti nedetitoriani priossimamente. Ciao.

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Massimo bentornato! Io

Ciao Massimo bentornato! 

Io ho da un po' di giorni problemi con le notifiche invece, in ogni caso ti ringrazio della lettura. Ecco è verissimo, sul web, i racconti così lunghi devono "convincerti" immediatamente proprio come dici tu, sin dalle prime battute, ergo mi fa molto piacere che sia riuscito a convincerti eheh. Non avrei mai caricato sul web un racconto tanto lungo (19 pagine sulfoglio elettronico), al limite lo avrei diviso in più parti, peró anche per via del linguaggio diciamo più "agile" rispetto a altri miei e la presenza di molti più dialoghi, mi son convinto a farlo. Il finale come già detto in qualche altro commento è la parte che ho sempre considerato più "controversa" di questa storia. In fondo la scrissi qualche mese dopo aver terminato il racconto, ad oggi sinceramente se dovessi rimetterci mano la strutturerei diversamente peró il "tempo" nella mia idea resterebbe quello.

Per gli errori non ti prepccupare eheh. Grazie ancora Massimo ;)