L'America è una stupida carezza

ritratto di voceperduta

 

 

Non le sembrò più la stessa vetrina, quella che faticava a osservare nei giorni di sole, che la consolava all'accenno delle prime piogge. Era un progetto di liberazione.

«Emy, finisci tu con con gli ultimi pezzi?».

«Si, non preoccuparti. Raccontami tutto, poi».

Attraversò Viale Europa e il maestoso carrubo che la sormontava tutte le mattine.

«Buon giorno Corrado. Più tardi le saldo il conto...».

«Quando le viene comodo, signorina...».

Indugiò trafelata dinanzi alla sbiadita bottega del rigattiere.

«Signorina Malemi, sono pronti i candelabri per sua madre...».

«Non oggi, Mario, vado di fretta».

Raggiungere il Duomo di San Giorgio, fermarsi a un bar e aspettarlo.

E se lui, all'ultimo, non arrivasse? O se la trovasse di poco interesse?

Ordinò un succo di pompelmo, ma cambiò idea non appena vide avvicinarsi della gente.

«Aspetto qualcuno. Non tarderà ancora».

Conclusa la sosta da sola, il cameriere le offrì quel succo che aveva richiesto timidamente.

«Arriverà...il suo volo è atterrato ieri».

Provò a chiamarlo, ma il numero risultava inesistente. Si accorse che più di un cliente aveva continuato a fissarla. Alzandosi, tentò di dirigersi sordamente verso la piazza.

«Agata?», la sorprese una voce dagli ultimi tavolini.

«Si? Evan?».

Si ammirarono a lungo, sfidando gli anziani del quartiere, sempre fermi come patroni a cui nulla deve sfuggire.

                                                                            *

«Mi prenderai per pazzo, non è così?».

Agata gli sorrise lentamente, prendendosi il tempo per misurare una risposta.

«Stamattina mi sono chiesta la stessa cosa; vuoi davvero incontrarlo? O sei già fuori di testa?».

Riscoprì un sorriso che definiva di colpo la sua gioia.

«Dovevo partire, Agata; la tua foto non bastava più».

Passeggiarono per i giardini iblei, sotto le complici palme che definivano il percorso.

«Adesso mi hai vista. Forse mi preferivi come voce al telefono...».

Evan propose di camminare fino all'accogliente balconata. L'avvicinò a sé, accarezzandole la curva di capelli indorati.

«Voglio che partiamo per Albany insieme. Il biglietto è per domani».

Agata restò in silenzio, come se le fosse esplosa la vallata attorno ai piedi.

«Non deve impaurirti la lontananza. La mia famiglia è di Sampieri, ricordi? In fondo non sarai mai distante».

Cercò un rifugio segnato dall'orizzonte, in quella stretta di ulivi che coinvolgevano i pensieri.

Avrebbe dimenticato la boutique, i conti avanzati ai commercianti, i candelabri curvi della madre.

«Puoi rispondere con calma. Stasera, se sei pronta».

Dietro la distesa di carrubi secolari, sporgeva il castello di Donnafugata, in cui la regina Bianca di Navarra aveva vissuto la sua giovinezza da prigioniera. Agata ne riconobbe il lamento, le sue inclinazioni solitarie.

                                                                            *

In contrada Torrenuova tutti volevano informazioni, tentavano di sapere se era giunto “l'Americano”.

«Chi lo sa, Saruzza! Mezz'ora, torna Agata e ti dico...».

La madre aveva agganciata al collo la medaglia di San Vittorio, martire degli amori sventurati.

«Veneranda, le fave s'abbruciano! Non ci pensi?».

«Tua figlia doveva pensarci».

«È al pozzo! Smonta 'sta scodella».

Agata aveva incontrato sulle scale la sorella; entrambe avevano finto di sembrare tranquille.

«È già finita l'acqua?».

«Si...allora? Com'è andata?».

Comunicò alla famiglia l'intenzione di andare a vivere in America con Evan.

«È sciroccata, ti dico! Questo l'ha vista in foto, e le ha promesso la luna!».

«Non mi ha promesso nulla».

«Ah, no? E che ti ha fatto?».

«Mi ha accarezzata».

La madre si voltò estenuata verso la zia Veneranda.

«Una stupida carezza! E si è fatta fregare! Vai, fai come tuo padre; parti e non tornare».

«Felicina, vieni, non ci pensare. Ricomincia Montalbano...».

Agata rimase da sola in camera, a ripiegare i vestiti; Ragusa le sembrava così incapace di vedere oltre se stessa, sfilacciata come una veste da sera che non invoglia a camminare. Guardò la foto dei suoi quarant'anni, la gente che si affollava al tavolo per una foto; lei era l'unica che non sorrideva.

                                                                             *

Emy aprì il negozio alle otto e trenta in punto. Il proprietario della boutique domandò se Agata si era fatta viva.

«Ancora no. Forse un contrattempo».

Continuò a impreziosire la vetrina, ridendo dei tentativi a vuoto di contattare Agata.

 

La zia Veneranda si era alzata all'alba per ricamare. Aveva osservato la nipote prendere l'autobus per l'aeroporto. Le aveva affidato la sua benedizione, ed era tornata al suo paramento.
 

«Sei felice? Vuoi che scendiamo?».

Agata si consegnò alle prime nuvole che si avvicinavano. Non era certa di quello che avrebbe trovato, ma il carrubo che le faceva ombra tutte le mattine, non era altro che un cumulo sparso.

 

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ritratto di Elisabeth

Ciao. L'ho trovato un

Ciao. L'ho trovato un racconto di amore e di riscatto molto delicato. C'è anche uno spaccato di modernità (forse forzata) di un incontro nell'etere e pure una messa a fuoco su un contesto familiare e sociale se vogliamo. L'ho apprezzato. Un saluto.

ritratto di voceperduta

Ciao Elisabeth

Ciao Elisabeth, ho letto con piacere il tuo giudizio. La modernità non appare in realtà con eccessiva insistenza, se non per riportare tracce dell'originaria conoscenza tra i due protagonisti. Grazie, e a presto, Francesco.

ritratto di monidol

Probabilmente è

andata più o meno così anche alle spose di guerra del dopoguerra della  seconda guerra mondiale. Donne che avevano voglia di partire, di uscire, forse non necessariamente dal proprio paese, ma dai meccanismi e dagli ambienti che le relegavano in ruoli che gli stavano ormai stretti, donne coraggiose che hanno saputo cogliere l'occasione di una svolta, oggi come allora non importa se il pretesto durerà fino a che morte non li separi...

Molto piaciuto, per il detto e  per il non detto.

ciao

moni

 

 

ritratto di voceperduta

Osservazione

Osservazione accurata, la tua. In determinate realtà, la possibilità di un cambiamento rilevante fa ancora una certa paura, forse perché sottintende la necessità di oltrepassare certi confini, fisici e mentali, di cui non tutti si avvedono. Grazie per il commento. A rileggerci, Francesco.

 

ritratto di Smart88

Ciao

La struttura con cui hai deciso di caratterizzare il testo (che è un po' tua in generale) impreziosisce a mio parere l'atmosfera che sei riuscito a creare. Sembrano tutte delle piccole diapositive, una dietro l'altra, manca solo il click del proiettore. Un filtro seppia come contorno. Tanta luce.

Mi ha fatto piacere leggerti, Francesco.

ritratto di voceperduta

Allora

Allora proverò a cimentarmi con la fotografia, chissà che non riesca a raffigurare qualche parola. Grazie per il variegato commento. Il piacere è lo stesso per me. Ciao Martina, Francesco.

ritratto di BRUTTOMABUONO

*Ciao Francesco*

 
Mi piace lo stile con cui hai raccontato questa bella storia. Ci hai fatto entrare in punta di piedi, attraverso i dialoghi, in una realtà familiare e sociale che sembra un po’ lontana dai nostri tempi, che sa di anche un po’ di nostalgia (o per lo meno è ciò che ha ispirato a me leggendolo).
Bello e delicato (ma questo te l’hanno già detto anche altri). Ti rinnovo i complimenti.
 
Un caro saluto.
ritratto di voceperduta

Ciao Tony

 

Mi fa piacere che ti abbia suscitato un soffio di nostalgia per il passato; è la stessa che coinvolge alcuni luoghi, in cui la vita scorre a metà tra il quotidiano e il sogno. Ricambio i saluti, a presto, Francesco.

ritratto di ivan bui

Mi è piaciuto molto.

Si respira aria pulita, voglia di evadere.

Stile e ritmo di assoluto pregio.

ritratto di voceperduta

Grazie Ivan

Mi fa piacere che tu ti sia soffermato a leggerlo. Molto graditi i tuoi apprezzamenti. Un saluto, a rileggerci, Francesco.

ritratto di Claudio Di Trapani

Una storia

romantica, di altri tempi, di quando i carrubi erano alberi veri.

Apprezzata. Bravo.

 

Un saluto

Claudio

ritratto di voceperduta

Ciao Claudio

Ciao Claudio, lieto del tuo gradimento. Ricambio i saluti. A rileggerci, Francesco.