Niente sarà più lo stesso.

Aprì lo sportello della dispensa. Dal barattolo del caffè, d'improvviso, si sprigionò un effluvio pungente che, attraverso le narici, le penetrò dritto nel cervello. Fu un attimo: una nausea fortissima, un capogiro, un bisogno impellente di correre in bagno. Una vampata di calore, e ancora nausea, dal profondo. Seduta, in bagno, appoggiò la testa alla parete, poi, i gomiti sui ginocchi, si prese la testa fra le mani, e respirò a fondo. Le girava tutto. La vampata non si attenuava. E quella specie di paura, irrazionale, inspiegabile, nella pancia. Respirò ancora, si alzò e, appoggiandosi alla parete, dominata la nausea tornò in cucina.

«Oddio... Che cosa stranissima...»

Lui la guardò, interrogativo.

«Ci siamo.» gli disse.

Era aprile. Quella mattina lei si era svegliata in un diluvio di sole. In cucina una luce più tenue e azzurra avvolgeva le cose, il divano giallo, le piante dalle lunghe e larghe foglie, le tende bianche di garza leggera, il tavolino basso, il tappeto chiaro. Lui si era alzato dopo, quando lei aveva lasciato cadere il cucchiaino del caffè e l'aveva sentita correre a chiudersi in bagno. Era uscito da quella stanza di luce, un'aureola di capelli illuminati, la barba di due giorni, l'espressione felice e assonnata; sullo sfondo il letto sfatto.

«Come? Che dici?»

«Sono incinta»

«Ma dai aspetta, non illudiamoci. Magari è solo un malessere passeggero...»

«Ma che non illudiamoci... Ci siamo eccome! Accidenti...»

La nausea s'era un poco attenuata, ora. Certo, una sorpresa, ma... non ora, non ancora (ma quando, allora ?); non era pronta.

E lui era felice. Lui.

Al ritorno dalla festa, un po' brilli, si erano stesi sul letto, ancora vestiti, e avevano fatto l'amore. Doveva essere stato quella sera. Lei era particolarmente rilassata, eccitata, felice per aver vinto la borsa di studio al concorso su Buzzati. Lui l'aveva accompagnata alla premiazione, e poi c'era stata la festa. Lei si era un po' pentita di averglielo chiesto: in fondo era una cosa sua; le sembrava di essere una bambina che si fa scortare dai genitori. Ma poi, a casa, aveva deciso di non pensarci più. C'era il viaggio a Bilbao in programma, sarebbe stato un peccato perderlo. In fondo andava bene così: buona intesa, intimità, interessi in comune; c'erano i requisiti per un amore, se non romantico, almeno rassicurante.

“La gravidanza non è una malattia ” continuavano a ripetere i medici. Ma che ne potevano sapere, loro. Ogni mattina quella nausea terribile, aver fame, provare a mangiare, correre in bagno, vomitare tutto nel cesso.

Aveva cominciato a vomitare la prima sera che lui era uscito, e lei era rimasta sola nell'appartamento. Si era raggomitolata a letto, al buio. Il cuore le batteva all'impazzata. Ed ecco, lo stomaco in bocca; e tentava di rimandarlo indietro, non voleva stare male, no! Era come rifiutare quel bambino, come dire che fare un figlio non faceva per lei. Ma poi la nausea saliva e saliva, in gola, in bocca. Un balzo dal letto, fino in bagno. E giù a vomitare, finché non c'era più niente nello stomaco, e ancora acidi gastrici, e acqua, e bile. Non aveva più smesso per quattro mesi. Mattina, pomeriggio, sera.

E quella pancia che cresceva; nessuno se ne accorgeva, ma i jeans diventavano ogni giorno più stretti, fino a non allacciarsi più. Il corpo si trasformava, le sensazioni, le percezioni, tutto stava cambiando in un modo che lei non poteva controllare. Era così impaurita, smarrita, come un pesce che annaspa sulla battigia.

E sua madre. Quella madre perfetta e amorevole, che aveva tirato su tutti quei figli, li aveva nutriti e accuditi. Proprio lei, quella madre che era stata protettiva e affettuosa, e poi, improvvisamente, non c'era più stata. Era diventata distratta. Non per colpa sua, si capisce. I figli piccoli danno da fare.

Eccola, ora, in piedi dietro il bancone nella grande cucina col pavimento di cotto. Era sbiancata. Le braccia le erano cadute lungo i fianchi.

«Almeno ora vi sposerete» era l'unica cosa che aveva saputo dire. Con sua cognata non aveva reagito così: aveva stappato lo spumante. 

«Incapace, incapace. Non sono all'altezza. Allora è proprio così. L'ho sempre saputo». Niente festeggiamenti, per lei. Quelli li avrebbe riservati al giorno del "matrimonio riparatore", quando finalmente la figlia degenere si sarebbe sistemata.

Ma poi era arrivata l'estate. Un torrido e splendente agosto. Ormai si era abituata al corpo che si trasformava. Era perfino diventata più bella, glielo dicevano tutti. Il viso liscio e luminoso, gli occhi brillanti, il seno turgido che si alzava e abbassava ad ogni respiro, con quelle vene azzurre che lo percorrevano come marmo. Solo il pancione era ormai evidente, mentre il resto del corpo era rimasto asciutto e snello, non era cambiato per nulla. E tutti si fermavano, per strada, a farle i complimenti per quel magnifico aspetto. Ogni mese un controllo, si sentiva coccolata da medici e infermiere, parenti, amici.

La cantina era piena di cunicoli. In alto s'intravvedeva la luce che filtrava attraverso le grate di ferro. Non trovava l'uscita: di quei cunicoli ne aveva tentati uno, due, tre, ma nessuno che avesse una via d'uscita. Il senso di soffocamento aumentava sempre più: non respirava, tentava di strapparsi di là, non ci riusciva. Come quando ti togli una camicia troppo stretta sfilandola dalla testa, e ti s'intrappola sul seno. Eppure c'era luce là in fondo. Ma ogni volta, poi, la feritoia era troppo stretta. Tentava di infilarvisi dentro, rimaneva soffocata. Era costretta e liberarsi a fatica, e arrendersi. Cunicoli pieni di stracci sporchi, macerie, ostacoli.

Si svegliò madida di sudore. Pensò a quello che le aveva raccontato sua madre. Quand'era nata, non aveva pianto subito: il cordone ombelicale attorno al collo per poco non l'aveva uccisa.

Lui non si rende conto. Non può sentire i movimenti dentro la sua pancia, quel solletico leggero, le farfalle nello stomaco. È uno di poche parole, o forse proprio di poche emozioni. Non pensa a quello che l'aspetta, quando si romperanno le acque e il dolore si farà più forte, insopportabile, eppure non sarà possibile fuggire da nessuna parte, bisognerà solo farlo nascere, quel bambino, sentirsi spaccare in due, pensare di morire in quel momento, tanto è forte il dolore e lo stupore per quel che ti sta succedendo.

Lei è seduta al computer, sta lavorando a una ricerca per l'università. Il pancione è sempre più grosso, la nausea un lontano ricordo. La radio trasmette Con parole mie. Mentre Umberto Broccoli parla di letteratura latina, le trasmissioni s'interrompono. C’è un vento freddo in quel cielo limpidissimo. È l’11 settembre del 2001. Accende la televisione. Un'enorme nuvola di polvere bianca sfascia un fianco della torre. Fumo, fuoco. Poco dopo un altro aereo trafigge la torre accanto e la trapassa; avvampa una nuvola di fuoco. Fogli di carta volano nell'aria. Fazzoletti sventolati dalle finestre, tra il fuoco e il fumo. Poi sono persone, che volano nel vuoto. Infine, la prima torre s'inginocchia avvolta da nuvole grigie e nere, sembra consumarsi in polvere rovinando al suolo. Poi la seconda. Impossibile scollarsi dalla tv, quel giorno. Impossibile fare qualsiasi cosa, che non sia fissare attoniti lo schermo. Le gambe tremano, le lacrime scorrono. Le mani sul volto a sancire l’impotenza e lo sgomento. Il bambino sta per nascere, mancano tre mesi. Il cielo è sereno quel giorno, ma l'aria è fredda, lontana.  

«Niente sarà più lo stesso.» Lei è in bagno. Si sta preparando. Un fiotto di liquido caldo le ha inondato le gambe, svegliandola nel cuore della notte. «Niente sarà più lo stesso.», ripetè tra sé e sé come un mantra, ma non ha paura: sa che deve andare. E la sua intera vita le passa davanti, come un film. Ma bisogna andare, ora. Lui cammina avanti e indietro, agitato. Non sa che fare. L'accompagna all'ospedale, poi torna a casa a dormire.

E' notte fonda. Lei si alza dal letto, percorre il corridoio fino alla porta a vetri che lo separa dalla nursery. Il faccino rotondo si sta facendo roseo e liscio, ora. Le manine si muovono a scatti, come percorse da scosse elettriche. Si porta il dito alla bocca. Prima non c'era, e ora c'è.

E' sabato sera. Come tutti i sabati, lui e lei, sul divano, davanti alla tv, a guardare la stessa trasmissione; ma stasera c'è una piccola culla, che il sabato prima non c'era. Ora c'è.

 

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Gradimento

ritratto di Rubrus

***

E' un buon racconto con un significato ambivalente ben trattato che ispessisce la trama e su cui non mi dilungo casomai qualcuno volesse leggere il racconto iniziando dai commenti; non è lungo, ma non si sa mai.

E' vero, da quel momento niente è stato più come prima ed è iniziato un mutamento che ancora stiamo vivendo e chissà dove ci porterà.

Quanto al "corredo emotivo" del maschio. Be'... è ovvio che di certe condizioni può avere, pur con tutta la buona volontà, solo una coscienza indiretta. Se non fosse così non sarebbe maschio - non sto facendo una comparizione nè esprimendo un giudizio di valore. Sono portato a credere però che l'evoluzione, o chi per essa, sapesse quel che stava facendo quando siam venuti fuori così.    

Perfetto, caro Roberto! Il

Perfetto, caro Roberto! Il titolo ha un duplice significato e ti ringrazio di non aver svelato in anticipo quale sia, per chi non ha ancora letto.

Per il resto, certo, hai ragione, ma purtroppo è un dato di fatto che una donna è sottoposta ancora a molti condizionamenti quando fa certe scelte. La protagonista del racconto si trova in quella condizione per cui dice a se stessa: o adesso, o mai più. Condizionamenti nel senso che pesa l'opinione comune secondo la quale una donna senza maternità è incompleta. Giunta a un certo punto della sua vita, lei si trova di fronte a un bivio, e decide di cogliere quella opportunità che la natura le ha dato e per la quale l'ha creata donna: ciò non toglie che solo quando la maternità sconvolge il suo corpo e la sua vita capisce se veramente lo vuole o se ancora non è pronta e non lo sarà mai... e allora si dice: è contento, lui, ma la sua vita e la sua carriera (dell'uomo) non subiranno modifiche consistenti, mentre la tua, di vita, e di carriera, da quel momento non sarà più la stessa, costerà un prezzo non indifferente. So che qualcuno mi giudicherà per questa affermazione, ma è la verità, e io preferisco dirla che fingere.

ritratto di bule

  Ciao Roberta. Al di là che

 

Ciao Roberta.

Al di là che è scritto in modo scorrevole, credo ti sia riuscito abbastanza bene di rendere la tempesta di emozioni che travolge una donna durante le fasi della gravidanza (io ricordo molto bene le due di mia moglie, sei e quattro anni fa). 

Forse uno di quei racconti che sono penalizzati dal formato breve che, di necessità, ne comprime lo sviluppo. 

L'ho letto volentieri.

Ciao! 

Ciao Bule, grazie!Il

Ciao Bule, grazie!

Il racconto potrebbe continuare o essere ampliato con la scena del parto e la narrazione del post partum e di tutte le implicazioni e complicazioni (allattamento, crisi & c.), ma non volevo farne una cronaca della maternità dall'A alla Z! Ho preferito fermarmi al lieto fine dell'emozione forte del "prima non c'era", che chiude felicemente l'esperienza della gravidanza, anche se nella realtà il "dopo" non è tutto rose e fiori!