Ho ucciso Destinee

ritratto di Gerardo Spirito
 
HO UCCISO DESTINEE
 
 
Destinee mi guarda, le lentiggini spolverate sul suo naso sottile, la pelle color miele. È il giorno del nostro secondo anniversario di fidanzamento, un giorno triste, un giorno di metà Settembre.
“Perché mi tratti così? Lo fai sempre, mi hai sempre trattata così.” biascica le parole. Il jukebox erutta Help Me di Sonny Boy Williamson, chitarra, batteria e armonica a bocca. Degli uomini mezzi ubriachi, in fondo al bancone, si raccontano ad alta voce barzellette e storielle inventate. Fuori sta piovendo, dal retro del locale arriva il rumore della pioggia che tamburella sulla tettoia di metallo. L'aria nel bar è viziata da una coltre sbiadita di fumo. Sigari e tabacco, anche se su un davanzale dietro al bancone una targhetta recita VIETATO FUMARE.
Destinee ha il viso rigato dalle lacrime. Mi fissa con i suoi occhioni turchesi, sfrontata, come se sapesse tutto di me. Questo mi imbestialisce.
Dice che mi vuole lasciare, che non ce la fa più a stare con me.
“L'alcol è un tuo problema.” insiste. È una storia che ho sentito un milione di volte.
Non rispondo. Lei lo sa cosa potrei rispondere. Ma rimango zitto. Meglio per me, meglio per lei.
“Perché non dici niente?”
Silenzio.
Buttò giù una sorsata di birra. Inspiro. Espiro. Sento che i miei occhi si restringono, non posso farne a meno. Mi stacco dalla birra, mi asciugo con il dorso della mano le labbra e agito la bottiglia osservando la schiuma smuoversi dentro il vetro marroncino. Penso a Lisa, poi a Meg. Dissolvenza. Meg, che scopata mi sono fatta con Meg. Eravamo in macchina, proprio la Ford parcheggiata fuori da questo locale, e l'abbiamo fatto sul sedile davanti, quello del passeggero, quello su cui si siede sempre Destinee. I vetri che si appannano, il sedile che crepita a ogni spinta. “Promettimi che lascerai Destinee”, è la voce di Meg, un'eco ridondante nei miei pensieri. Ma io non amo promettere, questo glielo dico. Altroché se glielo dico.
“Chiedo il conto, mi sono scocciata. Accompagnami da mia mamma.” dice Destinee. Assolvenza. Ha un'aria drammatica. Il tono della sua voce è risoluto.
Io non rispondo. Sto ancora, vagamente, pensando a Meg.
Dopo un attimo Destinee chiama il barman. Con le sue dita sottili mima il gesto del conto. Il barman annuisce e sorride. Che cazzo sorride. Sorride alla mia Destinee? Fottuto barista. Io amo Destinee. La amo. I suoi occhi sono due smeraldi. Il suo profumo per me è una sete irresistibile, ineffabile.
Dimentico Meg. Ho, di nuovo, solo Destinee in testa. Un ricordo, la prima notte che abbiamo trascorso insieme: lei è alla finestra con addosso la mia camicia. Lo scenario è una stanza d'albergo. Destinee profuma di sapone, anzi di miele, come il colore della sua pelle, e se ne sta in silenzio appoggiata al ripiano della finestra a fumare una sigaretta. Io sono disteso sul letto, sopra il copriletto di ciniglia, e ho i piedi leggermente intirizziti. Si sente, in strada, il richiamo di una madre, un cane che mugola e il gracchiare di alcune cornacchie appollaiate sugli eucalipti. Il cielo fuori è ribollente, color prugna, contaminato dai gas di scarico delle fabbriche sulle sponde del bayou. Mi tiro su a fatica, stremato dall'eccitazione, e mi avvicino a lei con passo dinoccolato, le gambe nude, i piedi nudi. Mi accosto a lei, la mia bocca sulla sua guancia: “Non fumare.” le sussurro. Ma lei non mi ascolta. Sorride dolcemente, mi prende la mano e se la tiene stretta fra le sue accarezzandomi le vene del dorso.
Io amo Destinee, anche se dice che mi vuole lasciare, che non ce la fa più a stare con me.
Il conto è di cinque dollari. Pago il cameriere, gli dico di tenersi il resto, ci alziamo dalle sedie, lei indossa un soprabito in gabardina di cotone, bluette, io la mia giacca cashmere a due bottoni, beige. Gli uomini in fondo al bancone ci lanciano gli ultimi sguardi con occhi da ubriachi, anche il barman ci guarda per l'ultima volta: “Vai a fare in culo stronzo” vorrei dirgli, ma non lo faccio.
Mantengo la porta per far uscire prima la mia Destinee, lei ha gli occhi bassi, non mi guarda neppure. Nelle piccole cose sono un galantuomo, è una virtù ma è anche, temo, una bugia. Voglio credere che, da qualche parte dentro di me, un bagliore di galanteria esiste ancora.
La porta sbatte richiudendosi alle mie spalle.
È il crepuscolo, piove, le ombre sono allungate, stormi di foglie ingiallite sul ciglio della strada svolazzano e girano su se stesse come alla deriva, l'acqua fuoriesce da un condotto di ferro e si accumula in una pozza. I pali della luce, ancora spenti, sono croci.
Camminiamo affiancati, regna il silenzio, meno che i nostri passi sull'acciottolato bagnato e le pozzanghere e il fruscio acquoso della pioggia. La bruma ci turbina attorno. I capelli si bagnano perché non ci siamo portati, dietro, nessun ombrello. Più in là, la mia Ford parcheggiata. Più in là ancora, i sobborghi della città, cantine umide e polverose, vicoli nascosti, soffitte e auto abbandonate: l'autostrada, la silhouette delle montagne a nord sovrastate da un cielo color cenere. Poi le nuvole, e ancora oltre, altre vite, altre storie.
Mentre ci avviciniamo alla macchina, infilo una mano nella tasca del soprabito: il portafogli, uno stuzzicadenti spezzato, un pacchetto vuoto di Lucky Strike, due monetine da dieci centesimi e le chiavi dell'auto. Un tizio in quel momento ci sfreccia a fianco, si tiene coperto dalla pioggia con un giornale ed è diretto al bar; mi saluta, “Ehi Tom, già te ne vai?” mi dice.
Chi cazzo è Tom? Per chi diavolo mi ha scambiato questo figlio di puttana?
Non gli rispondo. Lo guardo stranito correre verso il locale, è giovane, i capelli castani corti tenuti a posto da un impacco di gelatina. Indossa una camicia bianca formale, con gemelli d'oro, ma senza cravatta, scarpe nere con la punta tonda che spuntano da sotto i risvolti del pantalone gabardine grigio. Il pioggia s'intensifica, l'uomo si ferma sotto il porticato del bar, si gira e mi guarda; strizza gli occhi per vedere meglio, e in quell'istante si rende conto di aver preso un abbaglio. Apre la porta del locale e scompare.
Sfilo le chiavi e un attimo dopo sono già sprofondato nel posto del guidatore, il posto che mi spetta. Giro la chiave nello starter e il motore rimbomba sotto il mio culo e il culo di Destinee, seduta al mio fianco, la mia amata Destinee.
Rilascio lentamente la frizione ed esco dal parcheggio immettendomi in strada, le mani sono sul volante, le pupille ondeggiano nell'oscurità crescente, la gomma del tergicristalli emette un sibilo fastidioso.
“Accompagnami da mia mamma.” è la voce sottile di Destinee. Insiste. Mi ricorda che non vuole più stare con me. Ha il respiro affaticato, gli occhi chiusi, sbarrati.
Io annuisco infastidito.
Ecco quello che vediamo mentre attraversiamo Napoleon Avenue: insegne al neon dei locali, una Toyota rosso corallo che transita nella corsia opposta, minimarket, vagabondi, vagabondi ubriachi e cartelloni pubblicitari. La striscia d'asfalto è una lastra nera di carbone lucido, gli edifici bassi e tarchiati della città, zona aereoporto, sembrano usciti da una fiaba dei fratelli Grimm.
Al rosso di un semaforo accendo la radio: c'è Pink Anderson, ma la canzone non la conosco. Spengo la radio. Il mio occhio cade sullo specchietto retrovisore. Vedo me stesso, e nel mio riflesso ci vedo tre storie diverse, separate, inscindibili. Nella prima ci sono io che guido la mia Ford e sto portando Destinee a casa di sua madre.
Nella seconda storia io l'ho tradita e adesso lei se ne stata in silenzio sul sedile del passeggero perché mi odia, perché si è scocciata delle mie bugie. Ah, anche per quel problema con l'alcol. E i lividi.
In ogni caso, la terza e ultima storia è differente, in un certo senso remota, rispetto alle altre. Nel riflesso ci vedo un viso stanco, prostrato, che alle spalle si porta il fardello di una fattoria di campagna circondata da colline rocciose, brulle, e laghi d'acqua salata; non c'è pane perché il mais lì non cresce e mai crescerà. Papà lavora la terra e mamma un giorno si sveglia, prende un biglietto per l'autobus e scompare chissà dove, per sempre. In questa terza storia, dopo la scuola, sono un assicuratore, dice il mio biglietto da visita, ma anche un truffatore, asserisce l'ultimo briciolo di coscienza che mi è rimasto. Ho trentacinque anni e il mio metodo per fottere la gente è semplice: gonfio le perizie di falsi incidenti e incasso i premi. Ho molti amici in giro, sono cresciuto con ragazzi che non hanno mai avuto nulla, proprio come me, senza scrupoli, che per un paio di centoni si venderebbero persino la sorella. Ora fate voi: due più due, se sapete contare.
Scatta il verde. Torno a fissare la strada. Stormi di uccelli si disperdono nel cielo cupo come una colonia di gorgonie. Destinee ha gli occhi bassi, le mani le tremano, pallide, affusolate, non mi guarda, fra le gambe ha la borsa di pelle scura marca Armani da duecentoventi dollari (spedizione compresa) acquistata online dall'Italia. “È un regalo di mia madre.” mi aveva detto. Perché non crederle?
Sul cruscotto si accende una spia gialla, è quella della benzina. Non dico nulla a Destinee. Mi fermo al primo distributore che incontriamo. Ha smesso di piovere. Fermo l'auto, spengo le luci, tolgo le chiave del motorino di accensione, apro lo sportello e mi fiondo nel chiosco per pagare: il pieno, venti dollari. Un attimo dopo ho già immesso la pompa nel bocchettone della macchina e lì, l'odore acuto, cancerogeno, ma anche piacevole della benzina arriva fino al mio naso.
Mentre aspetto il rifornimento vado a pisciare nel pisciatoio dietro il chiosco. Quando ho finito non mi pulisco neppure le mani; torno fuori, il crepuscolo è scomparso, la notte è fredda, umida, carica di nuvole minacciose. Il mio respiro è un vapore bianco. Mi sfilo da una tasca una sigaretta e me la fumo fissando dietro il finestrino la mia lei che se ne sta tutta sola, triste, corrucciata, a braccia incrociate in auto; vorrebbe sputarmi addosso tutto il male che le ho fatto, ne sono certo, vorrebbe prendermi a calci, vorrebbe, vorrebbe... ma non fa nulla perché, in fondo in fondo, Destinee è una debole.
Aspiro la sigaretta, il rosso della brace si ravviva e si affievolisce quando soffio il fumo dalle narici. In strada passa un camion, l'asfalto vibra. Più in là, un palo della luce fa corto circuito, si accende e si spegne come un segnale d'allarme. Mi strofino il naso, una boccata dalla sigaretta, strizzo gli occhi, alla fine del vialone c'è una casa in stile ranch, felci e palme nane, un pick-up color limone parcheggiato sul vialetto. Le luci dalle finestre a libro sono spente, ma da un muro sulla facciata della casa riesco a scorgere dei blocchi incuneati di arenaria rossa. Sputo a terra. La benzina del distributore fa tac. Con un colpo del dito getto il mozzicone della sigaretta in una pozzanghera in cui affogano altri mozziconi. Stacco la pompa dal bocchettone della macchina e la risistemo lentamente nel distributore, cercando di non sporcarmi le mani. Mentre rientro in macchina fisso per un secondo Destinee, a cosa starà pensando? Magari al viaggio che, a Marzo, abbiamo fatto a Balì o forse a quando, tre settimane fa, sono rientrato a casa ubriaco marcio e, visto che non aveva ancora preparato la cena, ho cominciato a prenderla a pugni, a calci, l'ho scaraventata contro il muro e gettata a terra; il suo occhio sinistro era pesto e blu come una prugna, la mascella era gonfia, illividita. Ero arrabbiato, lo ammetto. Deluso. Poi mi sono calmato, l'ho stretta fra le mie braccia e le ho ripetuto “Ti amo.”
Sì, perché io la mia Destinee la amo più di ogni altra cosa al mondo, anche se alcune volte mi fa davvero incazzare.
“Ti amo.” le sussurro, adesso. La mia mano si allunga per toccarle il viso ma lei si ritrae con un gesto rapido, chiaro.
Non mi risponde.
Accidenti.
Rilascio la frizione e ripartiamo. Il motore grugnisce, le luci dei fari guizzano disegnando nel buio fasci gialli e verticali. Continuo a guidare verso ovest, un disc jockey della radio ronfa il risultato di una partita di basket. Parla dei play-out e dei play-off, è amareggiato perché la squadra per cui tifa ha perso. Cambio stazione con la rotellina, ci trovo i Pink Floyd, il brano si chiama Mother. Alzo il volume, questa canzone mi piace un sacco. Per qualche ragione la chitarra di Gilmour e la voce di Waters, mi riportano alla mente mio padre; qualcosa che lui diceva che ha a che fare con le brutte abitudini e i desideri. Sì, ecco, il vecchio diceva sempre che bisogna allontanarsi dai desideri, che bisogna farlo il più presto possibile, perché il muro che separa i desideri dalle ossessioni è molto fragile, è molto sottile. Le ossessioni portano alle delusioni, e un uomo ossessionato e deluso, alla fine della storia, non farà altro che distruggere se stesso e chiunque gli gira intorno. “L'ossessione è come un fottuto buco nero.” diceva. “Risucchia tutto e non risputa nulla.”
Bé, io sono ossessionato da Destinee. Questo lo so. Cosa c'è di male? In fondo l'amore è anche ossessione.
Cinque minuti dopo arriviamo a circa cinquanta metri dalla deviazione con la Roosvelt e lì, se dovessi decidere di girare a destra – dove un grosso cartellone verde dice RIVER RIDGE – ci ritroveremmo a percorrere la statale che ci porta giù fino alla casa di mia suocera.
Io alzo il piede dall'acceleratore, schiaccio la frizione e scalo dalla quarta alla terza, la lancetta del tachimetro adesso punta alle quaranta miglia orarie. Getto lo sguardo a destra, oltre Destinee e il finestrino, le luci in lontananza di River Ridge brillano nel loro fitto reticolato come piccoli diamanti; mancano venti metri, quindici, poi dieci, cinque, alla fine quelle luci scivolano via nella notte, svaniscono. Destinee mi guarda, i suoi occhioni azzurri come lapislazzuli sembrano dirmi “Che fai, perché non hai girato?” e in effetti l'impressione che ho è corretta, perché dopo un secondo dice:
“Non mi fare questo, no...” biascica le parole, Destinee, la voce impaurita, il viso pallido come quello di un fantasma.
Alzo di nuovo il piede dall'acceleratore, schiaccio con forza la frizione e ritorno in quarta marcia, il motore scoppietta con rabbia sotto il culo. “Tu sei mia.”, vorrei dirle ma non lo faccio, non ne ho il tempo; inchiodo di colpo, fischio di ruote sull'asfalto scivoloso, l'auto sobbalza, finisce fuori strada e sbatte contro un cassonetto della spazzatura. La mia testa picchia sul volante perché non mi sono allacciato la cintura di sicurezza - a differenza di Destinee.
Tutto si ferma, dopo il frastuono discende un silenzio di tomba, eccetto il sibilo del fumo che fuoriesce dal motore. Il parabrezza si è incrinato, è disseminato da piccole crepe che sembrano mappe su una superficie di vetro.
Quando mi tiro su, la vista mi va quasi a nero, la testa mi vibra, e sento un dolore lancinante al petto, tremendo. Abbasso lo sguardo e vedo che ho un coltello conficcato sotto la clavicola sinistra, appena sopra il cuore.
Un coltello?
La camicia è macchiata di sangue, e il sangue sgorga, goccia a goccia, dalla mia bocca. È stata Destinee, la mia Destinee.
I miei occhi a quel punto si arroventano e con un balzo di dolore mi scaravento su di lei: urlo, bestemmio, le stringo le mani intorno al collo e fisso i suoi occhi fuori dalle orbite, un big bang di capillari esplosi, la lingua livida, il viso pallido. Ma le forze mi mancano, mi sento come svenire, lei mi respinge, si toglie abilmente la cintura e mi stacca dal petto il coltello. Il dolore raddoppia.
Mentre mi tagliuzza l'addome, mi scortica a morsi uno zigomo, un orecchio e mi trapassa il fianco sinistro, non sembra lei; sembra un diavolo, Destinee, un demone che ha assunto un aspetto attraente. Sulle sue ciglia risplendono le lacrime, risplende il delirio, la sconfitta; sul suo dolce e fragile visino non ha più quel sorriso, come impresso con lo stampo, che un tempo scoppiava come coriandoli; non ha più, indosso, quell'inconfondibile profumo di sapone o di miele, no; ora ha indosso quell'odore metallico, mortifero, del male. Il male più buio e profondo.
Adesso la mia lei è l'ombra di qualcosa di oscuro, indecifrabile, qualcosa evocato dal nulla e destinato al nulla, qualcosa di vivido e inaspettato proprio come un'apparizione o come la morte. E sono stato io a ridurla così, l'ho uccisa io a Destinee, la mia Destinee. I suoi occhi non mentono.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Rubrus

***

Ovviamente il nome Destinee non è casuale, anche se la storia potrebbe essere ambientata ovunque (basta sostituire gli euro ai dollari e cambiare il nome di una via) e dà all'intero racconto un senso di fatalità che pone il passato e il presente del protagonista su una stessa linea di disillusione e di morte, come se la voce narrante, quasi temendo il proprio desiderio di felicità (v. l'insegnamento paterno) per il timore di vederlo frustrato, non avesse mai fatto altro che aspettare, e forse desiderare, l'epilogo. 

Piaciuto molto.

 

ritratto di Gerardo Spirito

Eh si, caro roberto, a

Eh si, caro roberto, a differenza dell'ultimo racconto qui l'ambientazione non fa la storia, decisamente, e la cosa è voluta così come il nome Destinee che tu sottolnei.

Ti ringrazio per l'apprezzamento yes

ritratto di Antonino R. Giuffrè

Non mi sembra particolarmente

Non mi sembra particolarmente originale, e già il titolo scopre le carte prima ancora che i lettori possano sedersi per giocare. Si lascia però leggere sino in fondo: non ci sono cesure significative e la diegesi, impregnata ad imis di echi letterari (da Miller a McCarthy), procede, tra accentuati chiaroscuri, secondo un ritmo ora incalzante ora sincopato. Alcuni particolari mi sembrano francamente ridondanti, anche se, credo, funzionali al prospetto del tuo personaggio. Infine, ritengo che non sia stato sottoposto a parecchie revisioni, in quanto non sono rari refusi di vario genere: 1) che non c'è la fa più a stare con me (ripetuto per due volte) 2) Un gruppo di uomini mezzi ubriachi, in fondo al bancone, si raccontano ad alta voce, e così via.

Piaciuto, un caro saluto.

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Antonino, ti ringrazio

Ciao Antonino, ti ringrazio per la segnalazione dei refusi, rileggendo ora da capo ne ho trovati altri (alcuni orribili, subito corretti). Si i particolari ridondanti sono voluti, l'intenzione era quella di accentuare la psicosi/nevrosi del protagonista.

spoiler: col titolo non aveva intenzione di mostrare le carte, al limite "confondere", perché alla fine non è Destinee a morire ma la voce narrante, la morte richimata dal titolo è più figurata, in un certo senso, più intrinseca. 

In ogni caso ti ringrzio per il passaggio Antonino, a presto!

ritratto di Antonino R. Giuffrè

Ammetto di non aver letto

Ammetto di non aver letto proprio quel paragrafo in cui spieghi che era stata lei ad ucciderlo mortalmente (chiedo venia, ero ormai persuaso che andasse a finire in un certo modo e ho lasciato la lettura a 3/4). Ora, però, non me lo puoi più definire un "noir", altrimenti dovrei chiederti come diamine fa il protagonista a narrare la propria storia, con tanto di dettagli raccapriccianti, mentre la tizia gli scortica l'addome (!)wink

ritratto di Gerardo Spirito

con la narrazione al

con la narrazione al presente, in prima persona, ho tentato di presuppore (con questa determinata storia) uno svolgimento diretto delle azioni, come una sorta di flusso di coscienza del protagonista. Il racconto finisce quando la voce narrante muore, lui descrive quello che sente/vede poi stop, di colpo si ferma tutto. "I suoi occhi non mentono." rappresentano la fine.

Forse però dovevo lavorarci meglio yes Grazie ancora antonino

ritratto di Antonino R. Giuffrè

Secondo me, se tu avessi

Secondo me, se tu avessi messo alla fine la frase "e mi trapassa mortalmente il fianco sinistro", non ci sarebbe stato nulla da obiettare. Ma, se appunto viene trapassato mortalmente, uno non si aspetta che continui a parlare... Comunque, Gerardo, mi scuso se oggi ti ho rotto le palle in continuazionesmiley Spero non te la sia presa, non era mia intenzione. Ancora un caro saluto.

ritratto di Gerardo Spirito

ma quando mai antonino hai

ma quando mai antonino hai fatto benissimo anzi, meglio così. E' tutto bagaglio, mi aiuti a migliorare!

Ora che ci penso hai ragione, quel mortalmente stona un po'. Si si, quando lo scrissi mi piaceva molto il suono che riempiva in quella frase, ma in effetti è meglio senza yes

ritratto di monidol

Personaggi e ambientazione

perfettamente centrati, nei minimi particolari, molto gradite anche le piccole disgressioni descrittive, più o meno poetiche, confermo anche io che  si sente forte l'influenza di una certa  letteratura o cinematografia americana.

La storia la sento quasi un pretesto per raccontare l' america di un certo tipo...  e in una maniera o nell'altra male doveva finire ma non credo sia importante.

Un lavoro molto coerente, un buon lavoro.

ciao

monica

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Monica, ti ringrazio del

Ciao Monica, ti ringrazio del commento e della lettura.

Più che un america di un certo tipo (ci possono comunque essere diverse chiavi di lettura a mio avviso del racconto, anche perché come dice rubrus questa storia potrebbe essere ambientata anche in Italia se si cambiano alcuni particolari) l'idea iniziale era quella raccontare una personalità di un certo tipo; insomma, un uomo che non ci sta tanto con la testa - visto come tratta la sua donna.

Ancora grazie, monica, a presto!yes 

ritratto di 90Peppe90

Letto nel primo pomeriggio,

Letto nel primo pomeriggio, ma avevo avuto solo il tempo di inserire il voto cheeky

Quindi eccomi qui, adesso.

Bella l'atmosfera americana che riesci ad evocare nei tuoi racconti (almeno, fin qui ho letto soltanto questo e L'uomo del fiume, ma conto di recuperare anche gli altri), anche se qui - per ovvi motivi - è più abbozzata rispetto alle descrizioni più dettagliate fornite nel racconto precedente. Un'atmosfera che, comunque, si fa sentire e io apprezzo moltissimo.

Tratteggi bene la psicologia del protagonista, impiegando un linguaggio duro e sporco, di quelli che piacciono tanto a me, soprattutto quando si tratta di noir. Il nostro amico non solo ha "ucciso" Destinee, ma ha pure cambiato il suo, di destino. O era già segnato dall'inizio?

La parte finale è particolarmente riuscita, sia a livello narrativo che descrittivo. 

I refusi ti sono già stati segnalati, quindi non mi resta che rinnovarti i complimenti e porgerti un caro saluto, Ger. Alla prossima! :)

ritratto di Gerardo Spirito

Hey peppe,  è stata una

Hey peppe, 

è stata una piccola odissea sai questo racconticino? L'ho scritto per ben due volte, ci avrò messo nel complesso un paio di giorni, ma terminata la prima stesura il computer mi si è spento (pensavo stesse in carica invece no, toh!) e ho rovinato il file di excel. Ergo: si ricomincia daccapo.

In ogni caso, ti ringrazio dei commenti. Descrittivo, come dici, non potevo esserlo più di tanto anche per via dell'io narrante e anche perché volevo che l'ambientazione non prevalesse sulla storia - cosa diversa rispetto agli altri pochi racconti che ho pubblicato sul sito. 

Ecco poi come ancora dici, ho giocato sul mutamente del destino di Destinee che all'inizio della storia, forse, non era così tanto cupo, grazie per averlo notato. wink

ritratto di bule

Ciao Gerardo, Un racconto che

Ciao Gerardo,

Un racconto che sembra quasi un dipinto e che, per me che non sono ferratissimo del genere, potrebbe strizzare l'occhio al realismo sporco di Buckowski.

Una vittima diventata, per me, inaspettatamente e fortuitamente carnefice! 

Mi è piaciuto! 

Un saluto! :)

ritratto di Gerardo Spirito

ti ringrazio

ti ringrazio dell'apprezzamento bule, mi hai fatto dei bellissimi complimenti, davvero. 

Un vittima diventata fortuitamente ma io aggiungo anche "fortunatamente" carnefice. La vita non deve essere una gabbia e in questo racconticino, Destinee, per fortuna ha saputo reagire. Grazie ancora. wink

ritratto di Elisabeth

Oltre all'atmosfera ci sono

Oltre all'atmosfera ci sono dei passaggi bellissimi in questo racconto. Mi piace, anzi, mi stra-piace se si può dire (?) la figura del protagonista. Nessun debole per lui come persona, ma lo hai davvero reso vivo. Nei pensieri. Nei movimenti -il pezzo in auto mentre accompagna Destinee dalla madre, prima della svolta-, la sua voce che poi è la voce narrante, è qualcosa che "non si può spostare" dentro questo racconto. Gerardo, bravissimo secondo me. Ucciso dal suo stesso destino. Un saluto.

ritratto di Gerardo Spirito

Eli, sì, il racconto gira

Eli, sì, il racconto gira intorno al destino alla fin fine, vedi Destinee, vedi il finale. Ho tentato di attribuire al protagonista dei caratteri odiosi, mentre scrivevo odiavo io stesso tutto quello che gli facevo commettere/pensare.

All'inizio non avevo impostato il racconto come una sorta di flusso di coscienza (nella prima stesura c'erano molti più dialoghi), ppoi ho capito che forse, in questo caso, l'antipatia nei suoi confronti sarebbe stata più accentuata se raccontata in questo modo.

Ti ringrazio yes

Eh si....

.....il protagonista ha proprio ucciso Destinee....

Con il suo egoismo? Con i continui tradimenti?

Con l'incapacità di vivere o perchè schiavo di un passato che se ne sta ancora lì alla finestra?

Delizioso e profondo spaccato della società moderna, che potrebbe anche essere dietro l'angolo.

Piaciutissimo!

ritratto di Gerardo Spirito

Purtroppo hai ragione, è uno

Purtroppo hai ragione, è uno spaccato della società moderna. Io non penso che viviamo in un mondo cattivo, però c'è da dire che viviamo in un mondo dove esiste troppa cattiveria, caro Paolo. 

yes

ritratto di Massimo Bianco

Non resisto alla tentazione

Non resisto alla tentazione di dire che questo racconto, con tutti i femminicidi che ci sono in Italia, indipendentemente dal fatto che poi qui non è la donna a morire, non aveva alcun motivo di essere ambientato nell'altro continente, ma non sto a ribadire più di tanto un concetto da me già espresso in passato, se lo faccio un po' è solo per precisare che i paragoni giustificativi con Sergio Leone, fatti in precedenza da Rubrus, non mi hanno convinto per niente, solo che non ho avuto e non ho voglia di discuterne. Ma tutto ciò è secondario.

Quello che invece mi importa sottolinare è che questo l'ho comunque trovato un ottimo racconto, ben costruito, ben condotto, a cui hai saputo dare un'atmosfera e in cui il finale ha uno suo convincente perchè. Piaciuto decisamente, insomma. Ciao.

ritratto di Gerardo Spirito

E' un piacere ritrovarti

E' un piacere ritrovarti Massimo! 

Concordo, in questo caso l'ambientazione italica calzava a pennello, è solo che sin dall'inzio volevo coinvolgere nel racconto il nome Destinee - e per ovvie ragioni una donna con questo nome in Italia avrebbe stonato.

In ogni caso, ti ringrazio per la lettura, apprezzo molto yes