L'incontro (parte 2/2)

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Non c’era più nessuno. Il piazzale, ora, era semideserto. Gli studenti s’erano involati come uno stormo di piccioni una volta spazzolato il cibo. Ma Alice non si diede per vinta: aveva visto Daniele, l’amico di Marco, andare verso l’edificio che si trovava sul lato opposto a quello dove si sarebbe dovuto svolgere l’esame. Attraversò il piazzale, percorse il corridoio guardando dentro le aule, finché, in una delle prime, lo scorse attraverso la porta semiaperta, seduto nella seconda fila in basso a sinistra, nel terzo sedile vicino al corridoio centrale.

Ancora molto sicura di sé per come Marco, contrariamente alle sue attese, l’aveva accolta, si sedette in fondo all’aula. Due docenti, un uomo anziano e una donna abbastanza giovane, stavano tenendo una lezione. L’uomo anziano parlava, mentre la donna, seduta alla sua sinistra, lo ascoltava volgendo lo sguardo ora a lui, ora all’uditorio. Quando Alice entrò, la donna la guardò con un sorriso incerto, facendole un cenno con il capo.

Dopo un po’ Alice si alzò e andò a sedersi accanto a Daniele. Non le passò nemmeno per l’anticamera del cervello che così l’avrebbe messo in imbarazzo, ancora sovreccitata com’era dall’incontro con Marco e dalla sua insperata accoglienza. «Miiiinchia! » esclamò Daniele sottovoce, girando la faccia dall’altra parte, le mani tra i capelli, quando lei gli si presentò. Le si gelò il sangue: Daniele l’aveva fatta scendere bruscamente con i piedi per terra.

«Sono venuta per vedere Marco” disse Alice, ostentando un tono sereno e disinvolto.

«E lui… lui… ti ha visto? » chiese Daniele, allarmatissimo.

«Sì, certo».

«E che ha detto? » chiese, ancora più agitato.

«Ma nulla! Era tranquillo, sorrideva. Sono io che me ne sono andata».

«Meglio così» disse Daniele, «Meglio così». E poi, dopo una pausa: «Aspetta, ora gli mando un messaggio per dirgli che sei qui». Alice non ebbe il tempo di fermarlo, e nemmeno quello di pensare che non sarebbe stata una buona idea.  

Daniele disse che, per una mezzoretta, non poteva muoversi, ma poi ci sarebbe stata una pausa, e avrebbero parlato. Alice uscì dall’aula e tornò dopo un po’, di nuovo infischiandosene altamente di poter dare qualche disturbo alla lezione, perché il suo scopo, cercare di rivedere Marco, era tanto importante da annullare qualsiasi altro pensiero o riguardo. E poi si sentiva incredibilmente sicura di sé, dopo che Marco le aveva dimostrato, con il suo modo di fare, che non solo non la odiava, ma accanto a lei si sentiva bene, a parte un po’d’imbarazzo: più o meno allo stesso modo in cui lei si sentiva con lui.

Di tutt’altro genere era stata la reazione di Daniele: lui sì, che era saltato sulla sedia, si era allontanato con tutto il busto, pur rimanendo seduto, e addirittura si era girato dall’altra parte, lasciandosi scappare quella così eloquente esclamazione. Sempre più imbarazzato, a testa bassa, mangiucchiando il cappuccio della penna e tormentando le maniche del maglione blu scuro, con le punte dei piedi piantate a terra, il migliore amico di Marco faceva vibrare vistosamente le gambe. La pausa finalmente arrivò, e i due uscirono dall’aula.

«Vedi, lui è un tipo particolarissimo. Sì, molto particolare. È molto, molto strano: cambia idea da un momento all’altro, ti spiazza. E non c’è niente da fare». Alice, per quel che poteva conoscere Marco, non poteva che condividere il giudizio. Eppure fino a poco prima si era illusa che Daniele avrebbe rintracciato Marco e avrebbero magari mangiato qualcosa insieme.

«Ascolta: lui non potrà mai venire da te, perché non ha una lira. E tu… tu non puoi trasferirti qui: hai un figlio, se non sbaglio». Alice restò confusa. «Ma io… Io ho sempre saputo che non potevamo stare insieme, solo che… lo conosco da due anni, ci scriviamo da mesi… volevo vederlo dal vivo, parlare con lui, almeno una volta!».

In realtà Alice non si era mai chiesta cosa volesse veramente fare con Marco. Quel che era certo, era che dopo tanto tempo una persona per lei più importante di tutti gli amici reali, bisognava almeno conoscerla di persona.

Quello che Marco non capiva era che, se lei si era fissata con lui, era proprio perché, dopo averle detto che l’avrebbe voluta tra le sue braccia e tante altre cose, rifiutava di incontrarla e perfino di parlarle al telefono. C’era sotto qualcosa, e lei voleva scoprire come Marco si sarebbe comportato di fronte a lei, senza la difesa di uno schermo. Non si era chiesta come lui l’avrebbe presa. Forse lui non aveva mai voluto incontrarla per paura che l’idea che si era creata di lei crollasse come un castello di carte, o forse per il timore di non essere all’altezza delle sue attese. Al contrario, Alice non aveva paura di mostrarsi e, pur sapendo di non essere niente di speciale, aveva corso il rischio di deluderlo pur di poterlo toccare e guardare negli occhi e sentire la sua voce.

Era passato tanto di quel tempo dal loro primo “incontro” virtuale, aveva attraversato tante illusioni e delusioni, che, vedendolo, non solo non era rimasta delusa, ma aveva capito che, pur essendo diverso dalle foto, Marco era esattamente la persona che si aspettava: e aveva provato per lui un grande affetto, una tenerezza incontenibile, e insieme un senso di pace, come se fosse finalmente nell’unico luogo al mondo che potesse accoglierla. L’emozione provata nel vederlo e la bellezza dell’incontro avevano superato ogni sua attesa. Meglio ancora, qualsiasi aspetto avesse avuto Marco, non sarebbe stato importante, perché quello che lei voleva incontrare non era un involucro, ma il nocciolo, il cuore di Marco che aveva intravisto dietro tanti suoi scritti e comportamenti. Alice riconosceva in quella figura tutto l’essere profondo che aveva intravisto in lui, attraverso il suo comportamento caldo all’inizio della loro relazione; riconosceva la sua timidezza, la debolezza e la dolcezza che per tutto quel tempo, dopo che avevano litigato, lui aveva mascherato dietro un atteggiamento duro, scostante, scontroso. L’aveva visto sorridente e buono, e le era apparso evidente che tutto il resto era solo una maschera, una corazza che indossava per difendersi e per mostrare un’indifferenza e una superiorità che non gli appartenevano.

Ma lui, ora, sfuggendole, non le aveva dato il tempo di superare l’emozione forte, che l’aveva lasciata col fiato sospeso, le ginocchia tremanti e la bocca secca. E poi, in mezzo a tutta quella gente, non avrebbe certo potuto abbracciarlo come avrebbe voluto. Sfuggendole si era anche tutelato, però, dal rischio di deluderla. Avendo capito di esserle piaciuto almeno nel suo aspetto esteriore (o forse non sapeva convincersi nemmeno di questo, insicuro com’era), aveva forse pensato di fuggire in tempo, prima che lei capisse che lui non era in grado di darle nulla; non aveva neanche il coraggio di guardarla in faccia, figuriamoci di sostenere una conversazione o peggio ancora un incontro amoroso. O, ancora, vedendo che lei se n’era andata e non lo aveva aspettato o invitato a seguirla, si era sentito di nuovo inadeguato. Chissà.

Quel giorno, inoltre, Alice non aveva previsto che l’esame sarebbe stato annullato: pensava che sarebbe già stato tanto se l’avesse visto, Marco, sempre che lui non l’avesse cacciata via a male parole. Nella sua immaginazione, nella più rosea delle ipotesi, avrebbe forse assistito all’esame e poi l’avrebbe salutato e se ne sarebbe andata. Ma ora tutto era cambiato. Alice non aveva un piano di riserva, non era preparata all’inaspettata piega che avevano preso le cose: per questo, forse, nel piazzale, l’aveva salutato e se n’era andata. Aveva bisogno di ritrovare un po’ di lucidità. Ma un piano, poi, non l’aveva fatto. 

Daniele si appoggiò alla balaustra, pensoso. Poi si girò di scatto e andò verso Alice: «Senti» continuò, «Ora voglio dirti tutto. Io una volta gli ho suggerito: Incontrala, fai quello che devi fare, e fottitene. Ma lui ha risposto che non vuole venire a letto con te, perché non ti ama».

«Ho capito» rispose Alice. Non era una novità: Marco stesso le aveva detto la stessa cosa, una volta. Ma lei non ci aveva mai creduto. La verità, pensava Alice, era che lui la sentiva così appassionata che aveva paura di innamorarsi a sua volta e di soffrire. Sapeva che poi le sarebbe tornata a casa sua e alla sua vita di sempre, e lui sarebbe rimasto solo. Ma così avevano finito per soffrire entrambi.

«Era con Monica, vero? » chiese Daniele. «Ora gli starà facendo il terzo grado».

«Lei a lui? » chiese Alice, meravigliata. «Sì, sì, ma non preoccuparti… è la sua amica del cuore».

Si allontanò un attimo, col cellulare in mano. Poi tornò verso Alice.

«Non vuole vederti” disse Daniele, “Guarda": e le mostrò lo schermo del cellulare, leggendo ad alta voce il messaggio di Marco: “Già mi ha visto”.

«Già. Non vuole…» mormorò Alice, mortificata ma in fondo non sorpresa, chinando il capo.

«Non dovevi venire senza dirglielo. Lui non ama le sorprese. E poi non si spendono i soldi così, non si perdono giorni di lavoro.».

«Ma che dici? Sono questi i soldi e il tempo meglio spesi, per conoscere le persone che amiamo, anche se non dovesse finire bene. Se non lo avessi fatto avrei rimpianto per sempre la mia vigliaccheria, la mia occasione mancata: questa era la mia unica occasione per vederlo. Lo conosco da due anni… ci scriviamo quasi tutti i giorni… Volevo solo conoscerlo. Questa era l’unica possibilità. Che m’importa dei soldi e del tempo.».

«Allora hai fatto bene» ripetè Daniele. «Vedi, ora io so che lui è incazzato nero, e lo sarà ancora di più per giorni e giorni».

Poi, vedendo l’espressione mortificata di Alice:

«Ma non perché ha visto te! Perché non aveva il controllo della situazione».

Alice sospirò, abbassando gli occhi a terra. «Ma lui non era arrabbiato… lui… era solo imbarazzato… lui… sorrideva! Si è chinato verso di me e sembrava stesse per baciarmi. Non ha reagito come te, che hai fatto un balzo sulla sedia.»

«Comunque ora non posso dire nulla di certo. Stasera, forse, me ne parlerà».

«E’ inutile che ti chieda di riferirmi qualcosa».

 «Scordatelo» disse Daniele. «Lui è mio amico, ha fatto per me molto più di quanto io abbia fatto per lui. E tu non sei un’amica, sei solo una conoscente. Non lo tradirei mai». Ma tradirlo per cosa? Quale sarebbe stato il “tradimento”? 

«Buona permanenza a Padova», aggiunse Daniele, prima di rientrare in aula, mentre Alice si allontanava lungo il corridoio.

«Grazie» rispose gelida. E se ne andò a testa alta, senza voltarsi indietro.

***

La giornata era ancora lunga: l’aereo sarebbe partito alle nove di sera. Alice s’incamminò, sconfitta, ma ancora confusa per tutte quelle emozioni contrastanti.

Scese lungo il viale, sedette al tavolo di bar all’aperto, provò a mangiare qualcosa. Provò poi a incamminarsi verso il centro. Ma si sentì, improvvisamente, sfinita: era come se la sua testa fosse stata svuotata, e nemmeno una goccia di sangue sembrava scorrerle nelle vene. Le gambe cedevano. Non poteva passeggiare per la città in quello stato.

Decise di tornare alla pensione, e chiese di potersi coricare ancora nella sua stanza. Il ragazzo alla reception forse capì, dal suo aspetto dimesso, che qualcosa non andava, e le mise a disposizione una piccola cameretta, triste e spoglia, con un letto singolo appoggiato alla parete. Si chiuse la porta alle spalle, gettò la valigia in un angolo, si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto. Respirava appena, oppressa da un’ansia insopportabile. Dietro i vetri, di fronte a lei, nient’altro che uno scalcinato muro. Sembrava passato un secolo dal giorno prima, quando la ragazza gentile le aveva mostrato la camera, luminosa e accogliente, affacciata su un poggiolo che guardava sulla strada costeggiata dalle larghe chiome dei platani. Ora, tutto sembrava complottare contro di lei: la stanzetta chiusa e triste le toglieva il fiato, e al posto del poggiolo c’era una semplice finestra che guardava su uno squallido cortile.

Quando Alice lasciò la pensione, verso le cinque del pomeriggio, il tempo era cambiato: il cielo era coperto e si era alzato il vento. Cercò d’ingannare il tempo, ma nulla poteva distrarla dalla sua disperazione. Sedette al tavolo di un bar all’aperto e ordinò un caffè caldo. Ma il vento era fastidioso, e lei rabbrividiva, per la stanchezza e per tutto il resto. Bighellonò ancora per un po’ per la città, poi salì in anticipo sull’autobus che portava all’aeroporto. Telefonò a casa.

L’aeroporto, ora, le sembrò tristissimo. Tutti stavano seduti in silenzio, a capo chino, guardando i loro cellulari o leggendo. L’atmosfera era carica di oppressione, le luci fredde, metalliche. Sedette e provò a leggere, ma non riusciva a concentrarsi. Fu una lunga, tristissima attesa. Durante il viaggio nessuno le rivolse la parola. Tentò di riposare, ma, oppressa dalla stanchezza e dallo stordimento, non riuscì ad addormentarsi. Il rombo dell’aereo l’avvolgeva in una nube di paura.

L’aereo atterrò all’una di notte. Trascinandosi dietro il bagaglio a mano, s’incamminò fino al parcheggio, nella notte umida e fredda. Salì in macchina e guidò fino all’imbocco dell’autostrada. Piovigginava. Accelerò sempre più forte. Le lacrime l’accecavano. Fu uno schianto fortissimo. Quando l’ambulanza arrivò, non c’era più nulla da fare.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di New kid in town

Inquietante...

...è l'aggettivo che mi è venuto in mente leggendo il tuo racconto, la storia di una donna che si scontra con qualcuno di incomprensibile. Non so cosa pensare dei lunghi monologhi interiori della protagonista: molto, forse troppo logici per come poi la storia andrà a finire. Da una parte, si può anche leggere il racconto così: la logica di Alice che si infrange contro l'irrazionalità di Marco; dall'altra Alice è senza dubbio vittima di un'ossessione, perciò forse i suoi ragionamenti dovrebbero riflettere di più il suo stato mentale.

Grazie mille! Il personaggio

Grazie mille! Il personaggio di Alice è proprio così, come dici tu, lucido e razionale. Ma la logica non può nulla quando ci si scontra con persone totalmente irrazionali, che cambiano da un momento all'altro. 

Quanto ai lunghi monloghi interiori: in effetti, come mi è stato fatto notare, i rimuginii sono troppi rispetto alle azioni; sono anche inutili, perché quel che è appena successo il lettore lo sa già.Tra l’altro, tutta la parte del rimuginare in camera non c’era nella versione originale, ma è stata aggiunta su suggerimento di una persona che aveva trovato troppo brusco il passaggio verso il finale e voleva sapere cosa aveva pensato la protagonista in quelle ore. Però, alla luce dei commenti, penso che in effetti, in quel frangente, la protagonista poteva essere probabilmente molto confusa e triste, “stordita” e un po’ scioccata.

ritratto di bule

Povera Alice ....che

Povera Alice

....che fosse ossessionata e un po' paranoica lo si intuisce dai suoi pensieri; il continuare a rivedere le scene appena vissute cercando una conferma su cui poggiare uno stato di motivo; i repentini  cambi di umore e i dubbi cognitivi. Forse, in effetti, anche un po' labile in questi  flussi di coscienza.  

Però non credevo meritasse la morte, mi aspettavo un diametrale cambio di prospettiva forse, oppure una più  profonda comprensione dei loro trascorsi, ma non avrei detto che sarebbe morta. 

Che poi Sciocchezze per amore ne abbiamo fatte tutti, chi più e chi meno. 

Un po' a malincuore per il misero destino di lei, ma l'ho letto con piacere!

Ciao Roberta! 

 

A dire il vero il finale di

A dire il vero il finale di questo racconto, che ho scritto circa due anni fa, era diverso, ottimista direi, aperto al futuro. Poi, recentemente, leggendo un romanzo di Carson McCullers, mi sono ispirata a uno dei personaggi che mi era particolarmente piaciuto e che si era trovato in una circostanza simile, e ho fatto morire la povera Alice. Ma non è che "meritava" la morte! 

Ciao e grazie del passaggio.

ritratto di bule

Capito! Non intendevo che lo

Capito!

Non intendevo che lo meritava letteralmente, povera ;)

Era per dire che non mi aspettavo l'avresti fatta morire. Lui è un po' antipatichino ( curiosamente proprio anche nel senso di anti-empatico)...

 

Comunque il finale originale

Comunque il finale originale era questo (ed effettivamente forse è più coerente con il personaggio di Alice):

L’aereo atterrò all’una di notte. Doveva ancora guidare per due ore, prima di arrivare a casa.

A letto, si strinse forte tra le sue stesse braccia, e dormì un sonno nero e senza sogni. «E’ stato terribile» disse tra sé, al risveglio. Ma la sera, prima di coricarsi, pensò al viso di Marco che sorrideva, alla sua figura alta e magra, e si disse che ora, almeno, aveva un ricordo vero di lui.

ritratto di Rubrus

***

Oh, mi riallaccio all'osservazione circa i soliloqui interiori di Alice; in realtà appaiono abbastanza logici - e sono molto femminili, secondo me, ma deve essere così - e partono da questo presupposto: Lei, Alice, vuol sentirsi dire "no" , ma, una volta che se l'è sentito dire, sia pure per interposta persona, non riesce a rassegnarsi. Del resto, lui oltre a essere un po' cerchiobottista, ha anche un atteggiamento, molto maschile, un po' da codardi; se ho ben capito non le ha neppure detto di avere un figlio: altro che  "non ha il controllo della situazione"; ha paura.

Partendo comunque dal fatto che lei vuol sentirsi dire "no" in faccia, ma quando se l'è sentito dire (i comportamenti di lui sono abbastanza eloquenti, anche se contraddittori, e comunque c'è la conferma espressa da parte di Daniele) non si rassegna, le azioni, le riflessioni, i discorsi, e la fine, tragica, sono congruenti.   

Va da sè, tengo a precisarlo, che questo atteggiamento non è mica solo femminile; capita assai di frequente che gli uomini non riescano a rassegnarsi a un due di picche e insistano, insistano, insistano... 

Faccio una considerazione magari un po' azzardata.

Qui abbiamo la storia di una lei che non si rassegna a un "no" reltivo a una storia non iniziata e, per l'effetto, si uccide.

Ci sono storie in cui lui non si rassegna a un "no" relativo a una storia che finisce e ammazza qualcuno.

Si direbbe, e in effetti penso che sia così, che il discrimine tra le due situazioni possa essere molto sottile.

 

Ciao Roberto, come al solito

Ciao Roberto,

come al solito i tuoi commenti sono articolati e approfonditi e riesci a dire le cose in un modo molto "pacato". Concordo sul fatto che in questo racconto la fine tragica sia congruente. Invece (non so se ho capito bene)  mi lascia perplessa la considerazione finale: è evidente che tra le due situazioni c'è molto in comune, ma tra uccidersi e ammazzare qualcuno, mi sembra che il discrimine non sia proprio sottile. Tra l'altro, guarda caso, la donna uccide se stessa, l'uomo uccide la donna.

ps: sul figlio hai fatto confusione!

ritratto di Rubrus

***

Be', in fondo il suicidio è pur sempre un assassinio, anche se cambia la vittima e spesso, in casi di omicidi legati a una relazione, spesso, all'omocidio del partner segue il sucidio dell'autore - nche se va precisato che l'omicido-suicidio del partner è commesso soprattutto da uomini.  

ritratto di 90Peppe90

Il racconto, scritto bene, mi

Il racconto, scritto bene, mi è piaciuto - forse anche perché, in parte, mi riguarda da vicino.

Sospettavo sarebbe andata a finire male ma non così male. Quindi il finale mi ha sorpreso. Sulle caratteristiche dei personaggi, gli altri hanno già detto tutto e meglio di quanto avrei fatto io. Tornando brevemente al finale, ho letto anche quello "alternativo", e devo dire che quello "definitivo" mi convince di più, risulta maggiormente incisivo.

Ciao, Roberta, alla prossima!

 

Ciao Peppe, grazie! In che

Ciao Peppe, grazie!

In che senso ti riguarda da vicino? Hai vissuto un'esperienza simile? Sono curiosa.

Sulla caratterizzazione dei personaggi devo dire che sono un po' perplessa per quello che hanno detto gli altri: non pensavo, dal modo in cui ho caratterizzato Alice, che ne uscisse una figura così terribile da suscitare l’idea che invece ne è uscita dal commento di Rubrus.  

Comunque mi ha fatto molto piacere ricevere il tuo commento. Alla prossima!

 

 

ritratto di 90Peppe90

Secondo me, più che una

Secondo me, più che una figura terribile, Alice si ostina a non voler vedere in faccia la realtà. A sperare incessantemente. E affidandosi eccessivamente alla speranza, insistendo ed insistendo ancora, si finisce per illudersi e fare del male a sé stessi e agli altri. Un male spirituale, un male all'anima, forse il male peggiore. Nel suo caso, alla fine, il male è divenuto talmente forte da spingerla verso la morte. È una persona che vorrebbe seguire la logica e il raziocinio, ma - davanti a certe situazioni - invece, si fa coinvolgere e trasportare dalle emozioni: sia quando si trova davanti a Marco (sembra che le sue azioni, più che da ragionamenti ben fatti siano dettate da ciò che prova interiormente, per certi versi è come se fosse tra le nuvole) che quando, in auto, fa per tornare a casa... 

Tutto questo, ci tengo a precisarlo, non vuole essere una critica al personaggio. 

È ciò che il personaggio ha suscitato in me, durante la lettura, tutto qui :)

E sì, ho vissuto un'esperienza simile, tranne per certi aspetti nei caratteri delle due persone coinvolte e nella città, Verona anziché Padova.

 

 

ritratto di Massimo Bianco

Beh, lui, Marco, è

Beh, lui, Marco, è chiaramente anormale nel suo modo di rapportarsi con gli altri, anche con gli amici, rispetto ai quali leggo una forte nota di ambiguità. Nemmeno lei però è normale nel suo volersi rapportare a tutti i costi con una persona mai incontrata di persona e per giunta psichicamente disturbata anziché guardarsi intorno e col suo fissarsi a interpretare sempre le sue reazioni come le faceva comodo piuttosto di ammettere la verità sul loro significato (peraltro difetto di tanti, quest'ultimo) al punto da giungere al suicidio al suo definitivo rifiuto. Due persone che avrebbero entrambe avuto bisogno di un bravo psicologo. Non sorprende quindi che la storia vada a finire male.

E il racconto? Sì, sì, piaciuto, tutto sommato. Ciao
 

Ciao Massimo. Contenta che il

Ciao Massimo. Contenta che il racconto tutto sommato ti sia piaciuto. Ciò che dici sui personaggi invece mi ricorda molto certe uscite di certi miei studenti: dopo aver letto Pace non trovo e non ho da far guerra, una tipetta annoiata se ne uscì chiedendo se Petrarca era “bipolare”. Leopardi, invece, secondo un’opinione abbastanza diffusa tra i diciottenni, è “un depresso”, quando non “un istigatore al suicidio”, e quindi andrebbe cassato dalle antologie scolastiche. Entrambi, ovviamente, avrebbero avuto bisogno di uno psicologo. Per non parlare di Pavese che si è pure suicidato davvero.

Insomma, non è che mi voglio paragonare a Petrarca o a Leopardi, ma liquidare così un racconto che parla dell’ostinazione di una donna verso un uomo ambiguo e sfuggente  sarebbe un po’ come recensire il Don Chisciotte dicendo che il protagonista è un povero imbecille, o La noia di Moravia osservando che Dino  è un idiota che si ostina a correr dietro a una che lo cornifica e che Cecilia è un puttanone.

La storia della letteratura è costellata di amori infelici e non corrisposti. Se Laura avesse ricambiato l’amore di Petrarca e Beatrice quello di Dante, non sarebbero nati il Canzoniere e La Vita Nuova. E che dire dell’Orlando Furioso, del povero Jacopo Ortis che si ostina a innamorarsi di una che si sta per sposare, di Madame Bovary, che ha sposato un medico e invece di essere felice e beata si getta tra le braccia di un farabutto?  Tutti dallo psicologo? Non volermene Massimo, scrivo col sorriso sulle labbra.

ritratto di Massimo Bianco

Beh, non bisognerebbe mai

Beh, non bisognerebbe mai confondere l'opera col suo autore, in questa riposta invece pare proprio che l'autrice del racconto confonda se stessa con i suoi personaggi. Io non so se Leopardi era o no depresso e non mi interessa. Quello che so e che mi interessa è che le sue operette morali sono disperatamente negative nei confronti dell'umanità e di un pessimismo assoluto ma che sono anche dei capolavori. Riferendoti a Leopardi o Pavese pare quasi che io abbia invitato te, Roberta, ad andare dallo psicologo, il che è evidentemente una sciocchezza. Come scriveva qualcuno in questo stesso sito giorni fa: "Rubrus o Massimo Bianco – per dire – non sono degli assassini solo perché, nei loro racconti, parlano continuamente di killer o di maniaci sessuali "

Ben altro discorso è quello dei personaggi. Don Chisciotte E' "un imbecille": è' un povero pazzo, un malato di mente che si lancia in una folle avventura e non si vede perchè parlando dell'opera non lo si debba rilevare. Trovo però Don Chisciotte è un personaggio credibile nella sua follia e il fatto che il protagonista sia un pazzo non impedisce certo al romanzo di essere un capolavoro, come, infatti, è. Su Moravia non posso dir nulla perchè leggendo altre opere sue ho provato noia e perciò La noia non l'ho letta, se mi scusi il gioco di parole, ma vale quanto ho detto sopra. Dante e Petrarca poi non erano innamorati di persone che non avevano mai visto e a prescindere dal fatto che non credo che Laura e Beatrice fossero delle psicolabili, di nuovo qui cadi nella confusione tra autori e personaggi. La Laura e Beatrice che conosciamo sono personaggi idealizzati, non esseri umani autentici. E' poi vero che se Laura avesse ricambiato non ci sarebbe stato il canzoniere, ma magari Petrarca avrebbe scritto un'altra opera altrettanto valida. Madame Bovary (altro capolavoro): al cuore non si comanda, è vero, però Flaubert, che in Madame Bovary esprime a sua volta un pessimismo radicale, trovo che col suo romanzo abbia costruito dei personaggi e un intreccio credibili.

Io ho scritto che il tuo racconto mi è piaciuto non senza riserve ma "tutto sommato" perchè non sono invece rimasto convinto al 100% dalla credbilità dei protagonisti, che ripeto, giustificano il proprio modo di agire solo consideandoli ENTRAMBI patologici. Il che non significa che non possano esistere in assoluto e, infatti, il racconto mi è piaciuto, solo che questo incontro tra due menti entrambe disturbate l'una in maniera diversa dall'altra ma comuqnue disturbate mi è parso una leggera forzatura che non mi ha convinto del tutto. Ecco perchè nel mio primo commento ho approfondito i due personaggi e perchè ho scritto che il racconto "tutto sommato" mi è piaciuto. I racconti SONO anche i loro personaggi, che quindi devono convincere in toto il lettore, perchè quest'ultimo sia convinto in toto dal racconto stesso. Io ero convinto solo in parte e quindi ho apprezzato, ma solo in parte, tutto lì.

Spero di aver chiarito meglio il mio pensiero. Ciao, Massimo

Ciao Massimo. Ho citato

Ciao Massimo. Ho citato Petrarca e Leopardi perché in quel caso l’io lirico coincide con l’autore, ma non per questo i miei studenti hanno il diritto di confondere la “persona fisica” e la sua vita privata con l’io lirico che esprime sentimenti che vanno al di là della sua esperienza individuale. Insomma, dare a Petrarca del “bipolare” significa affibbiare un’etichetta patologica all’uomo, quando nel sonetto Pace non trovo il poeta esprime lo stato dell’innamoramento che ci fa oscillare dall’euforia alla disperazione, dalla speranza allo sconforto, dall’illusione alla delusione  ecc.: cosa che accade ed è sempre accaduta in ogni tempo e in ogni luogo, e perciò universalmente condivisibile. Così speravo che anche il personaggio di Alice riflettesse la condizione della persona innamorata e quindi del tutto incoerente, che, alla vista di Marco, passa dalla paura alla felicità. Invece anche a lei è stata affibbiata un’etichetta patologica. Marco, dal canto suo, ha un comportamento ambiguo e stranissimo, ma ciò non vuol dire che sia sbagliato innamorarsene: anzi, spesso ci affascinano proprio le persone più strane e misteriose.  

E qui veniamo al secondo punto:  è evidente che leggendo i racconti tuoi e di Rubrus non si può pensare a nulla di autobiografico, ma questo vale solo per un certo genere di racconti, e sicuramente per i racconti di genere. In altri casi, invece, nei personaggi si rispecchia l’autore. Ciò accade in gran parte della narrativa europea, soprattutto a partire dalla nascita del romanzo psicologico (o “delle crisi” che dir si voglia). Per fare qualche esempio, la Metamorfosi di Kafka è un’allegoria della sua situazione esistenziale, in Gita al faro Virginia Woolf inverte i personaggi di se stessa e della sorella, ma la figura del padre e della madre sono autobiografiche. Non parliamo poi della Recherche e de La coscienza di Zeno. E, facendo un passo indietro, in fondo anche Flaubert ha dichiarato “Madame Bovary c'est moi”.

Dal generale al particolare, penso che anche qui su Neteditor ci siano molti autori che  raccontano se stessi, in modo più o meno mascherato. Quando in diversi racconti dello stesso autore tornano continuamente gli stessi temi, le stesse ossessioni, paure, traumi ecc., qualche sospetto c’è. Ovviamente, sta a noi commentatori avere la delicatezza di non far trapelare che lo abbiamo capito, se le questioni di origine autobiografica rivelano aspetti delicati e situazioni difficili.

Per ultimo, non mi offendo se dici che i miei personaggi non ti hanno convinto, ma io credo che il comportamento umano  spesso non sia né coerente né logico. La mia percezione era che il comportamento di Alice fosse semplicemente quello di una donna innamorata e un  po’ ingenua, quello di Marco l’atteggiamento  di un ragazzo molto insicuro che, così come prima si nascondeva dietro uno schermo, anche ora, una volta rimasto solo, mette in atto il solito meccanismo di difesa e fugge, non perché Alice non gli interessi, ma perché, come spiega Daniele, è stato colto di sorpresa, “smascherato” in tutta la sua fragilità e debolezza.  

Sicuramente, perché il racconto e i personaggi risultassero più convincenti, avrei dovuto spiegare meglio ciò che era successo prima fra i due: un mio limite, così come credo sia un mio limite quello di saper (o voler?) solo descrivere e raccontare persone e fatti  ispirati alla realtà così com’è (quasi sempre incoerente, illogica, deludente), senza curarmi delle aspettative del lettore. Non sarei mai capace di costruire racconti come fate tu, Rubrus o Bule. 

Concludendo, ti saluto e ti ringrazio: tutto ciò che ci spinge a pensare, analizzare, spiegare, mettersi in discussione,  è comunque sempre utile e stimolante.