L'uomo del fiume

ritratto di Gerardo Spirito
 
L'UOMO DEL FIUME
 
 
 
1.
15 Maggio 1927.
Sentiva il sangue scorrere dentro di sé e il cuore battere forte nel suo giovane petto, in quella notte fredda sotto la luce del Capricorno. Aveva sette anni e quella notte vide per l'ultima volta sua padre, Elmore, ansante nel letto all'ultimo piano della palazzina che occupava con la zia e con la sorella Gloria; i resti di una famiglia di minatori e cercatori d'argento, lì, a Tombstone su Allen Street, nella contea di Cochise.
Il paese si svegliò già dall'alba immerso in un limbo senza sole di nebbie vorticanti, grida disperate, cani randagi e affamati che guaivano e azzannavano qualunque cosa si muovesse, qualunque cosa strisciasse.
“Niente di buono.”, era il presagio degli indiani Navajo; le loro voci si disperdevano come echi nell'aria tumultuosa, carica del fetore di muffa rancida. “Una maledizione. É una maledizione!”
Nel pomeriggio Russell osservò seduto tra le braccia di zia Mary Gee una sfilata di uomini e di ombre salire e poi discendere la scalinata che portava dritto fino alla stanza di suo padre: orrende megere messicane che sorridevano con le gengive messe a nudo, pifferai che suonavano pifferi d'ossa, il dottor McLowery e il suo compare Bill Thomas e due vecchi chiromanti Navajo; i loro capelli sembravano un cumulo di sterpaglia su un terreno bruciato, gli occhi due pianeti di tenebra, la pelle di terracotta. Con sé avevano i loro oggetti rituali: amuleti di latta e di bronzo, le collane fatte di vecchi denti gialli appartenuti alle antilopi cacciate, costole d'avorio ricurve, ossa di rospo, frammenti della pelle essiccata di un serpente, bacchette con degli strani simboli disegnati con l'argilla incrostata; erbe e incensi provenienti dalle colline settentrionali concimate dai canti e dai riti dei loro mistici sabba.
Russell guardò sua sorella Gloria, seduta di fronte a lui su una sedia impagliata con indosso un abito di pizzo inglese a balze alla luce gialla di una lampada a petrolio. Aveva lo sguardo perso sul niente, i suoi grandi occhioni turchesi stampati sul viso di porcellana rosata.
“Andrà tutto bene, ragazzi. Andrà tutto bene.” disse zia Mary Gee.
Russell sentì fino al tramonto grida sovrumane provenire dalla stanza al piano di sopra, dove quegli sciocchi manichini entravano e poi uscivano, esterrefatti e raccapricciati; suoni che a Russell sembrarono non appartenere a questa Terra, perversità acustiche totalmente estranee agli organi dell'uomo.
Alla sera discese dalla stanza il dottor McLowery. Si fermò in soggiorno davanti a zia Mary Gee, il suo volto era una maschera gialla nell'oscurità, e la fissò con due occhi schiumosi, le rughe e il sudore sulla fronte, le labbra sottili corrugate sotto i baffi neri: “Ha la febbre.” disse, “Deve restare sotto le coperte, al caldo.”
“Cos'ha?”
“Non ho mai visto nulla del genere da queste parti.”
“Cos'ha, Doc?”
“Ha la peste.”
Il dottore disse che non poteva in alcun modo praticare un salasso, non aveva i mezzi ma soprattutto il tempo neppure per prepararlo. Disse che gli aveva fatto inghiottire con l'aiuto dei due chiromanti Navajo infusioni bollenti di menta e di sassofrasso e che, purtroppo, non poteva fare nient'altro.
“Sta morendo Mary Gee, tuo fratello sta morendo.” disse il dottor McLowery.
I visitatori uscirono tutti dalla casa come un branco di condannati. Le megere, a testa bassa e claudicanti sull'assito, bisbigliavano qualcosa fra di loro come quando si prega, ma quelle non erano preghiere, bensì erano benedizioni: “Dios està aquì, està contigo.”
Russell guardò fuori la finestra, i campi fuori Tombstone a est, sempre più freddi, acacie e creosoto che spuntavano dal terreno ghiaioso dove la terra non era battuta. Il mulino vecchio e cigolante con annessa cisterna metallica marchiata F.W. Axtell. Osservò un corvo uscire da un falceto e spiccare in volo controvento sotto la luce madreperlacea della luna. Russell, già allora, guardò il mondo senza capirlo.
Poi, dopo cena, salì l'angusta e crepante scalinata con il candeliere in mano, l'olio grigiastro della cera che si raddensava sul fondo del piattino, col sudore freddo che gli scendeva dalla fronte per poi sgocciolare dalla mandibola sul pavimento scricchiolante. Attraversò il corridoio fino alla stanza del suo vecchio, costeggiando pareti rivestite di legno a cui erano appesi ritratti e vecchie fotografie color seppia di parenti che non aveva mai conosciuto; passi lenti e respiro affannato. Sentì già fuori la porta l'odore nauseabondo come di tomba profanata.
Papà, cos'hai papà?
L'aria della stanza era viziata e il puzzo di escrementi era insopportabile. Russell si avvicinò al letto con cautela, la lampada sempre stretta fra le sue mani di ragno, l'orecchio teso e l'occhio attento sulla pelle del viso incartapecorita, rinsecchita, disseminata da lividi e rigonfiamenti agghiaccianti da cui fuoriuscivano scorie di pus e sangue infetto, il cranio ridotto a una vaga peluria; il buio che avvolgeva quelle tristi mura ripugnanti e il volto del suo vecchio che sotto le luride coperte di seta si affannava a sussurrargli qualcosa che lui non riusciva a capire.
Questo non sei tu, papà.
Non lo aveva mai visto in quelle condizioni; nella sua giovane memoria, Russell, aveva sempre avuto un'immagine prestante e totalitaria di Elmore, un padre sempiterno; fiero lavoratore che frantumava le rocce sotto il sole cocente, il viso sudato, gli occhi puntuti, le unghie sporche e il solito sigaro Camacho tra i denti bianchi come zucchero.
“Il mondo è un posto sinistro, figliolo.” gli diceva sempre. “Imparalo in fretta.”
Russell fu sopraffatto, per la prima volta – e fantasticamente, vista l'età – da un'improvvisa e cupa comprensione della certezza matematica della morte. Qualcosa che non conosco, qualcosa di oscuro, qualcosa che nessuno può conoscere. Vedere il suo vecchio in quello stato cambiò gli ingranaggi che muovevano il suo cuore; quel viso turgido, la pelle spaccata in larghe ragadi da cui colava un liquido violaceo, fu un dolore profondissimo e così cominciò a piangere. Pianse e bofonchiò in cupi lamenti che aveva ancora bisogni di lui, che Gloria, che zia Mary Gee, avevano ancora bisogno di lui.
Non mi abbandonare, papà.
A quel punto però Elmore gli fece un gesto vago con un mano. Lo richiamò a sé e Russell si chinò dolcemente sul viso prostrato; gli occhi acquosi del figlio contro i desolati del padre, pieni di morte e di vana speranza.
Il vecchio sussurrò: “Non piangere, Russell. Non piangere. Pensi che io sia immortale?”
 
 
2.
15 Maggio 1948.
Sognò sua sorella Gloria morta di polmonite quindici anni prima e sua zia Mary Gee, morta di cancro, che lo ricucivano in pieno deserto, alla luce del fuoco di un bivacco, dalle ferite apprese da una sparatoria. Nell'aria senza vento, domandò alle sue donne se nella morte erano riuscite a trovare la pace, ma la risposta non arrivò; lo ricucirono come un cane con del filo di tela per i tendaggi, in silenzio, fasciandogli i segni più evidenti con garze luride e ingiallite. Di tanto in tanto, nel sogno, gettavano occhiate fugaci alle scintille del fuoco e alle crepe rossastre nei carboni di legna che si articolavano lungo venature roventi. Quando ebbero finito gli dissero che si sarebbe rimesso ma che avrebbe dovuto fare attenzione perché le ferite potevano riaprirsi. Russell annuì, guardando di sottocchio i capelli color cenere raccolti sulla nuca della zia, e poi disse che non si sarebbero dovute preoccupare di lui perché, se sapeva fare una cosa al mondo, quella cosa era il suo mestiere. Disse che nessun proiettile lo aveva mai colpito, neppure di striscio, ma loro non annuirono, restarono ammutolite e avvolte come fantasmi nelle loro camicette bianche plissè, con gli occhi cupi e vuoti come scorie di piombo. Poi si fece scuro ovunque e nel silenzio si sentì il rintocco di una campana a morto. Alla fine tutto tacque e Russell si svegliò.
Era mattino e una luce indifferente penetrava dal quadrato della finestra. Russell si alzò dal letto, s'infilò i vestiti e si accese una sigaretta. Era a Tucson, in un motel da cinque dollari a notte su Lincoln Street, per terminare un lavoro. Dopo la guerra era ritornato in Arizona ed era diventato un sicario per un organizzazione privata di Santa Clara. Lo pagavano bene, molto bene a dire la verità. Il colpo lì a Tucson gli avrebbe fruttato settemila dollari, puliti puliti - si fa per dire. Aveva scoperto che uccidere era la cosa che gli riusciva meglio. A quei tempi era matto come un cavallo e molti da quelle parti lo conoscevano con il soprannome di El Loco. E lo temevano, altroché, perché sapevano che per lui la vita aveva lo stesso valore di “una meada” - una pisciata - come dicevano i trincatori e i tabagisti di Santa Cruz che bazzicavano le sue stesse taverne o i suoi stessi bordelli. Ma anche lui, El Loco, doveva stare a delle regole, e la regola più importante imponeva che: non si ammazzano gli innocenti.
Ma chi lo è, in fondo?
“Viviamo su un filo sottile noi sicari, in bilico, come acrobati del circo. Il cammino è impervio e la caduta è a solo un centimetro da te. Imparalo in fretta, perché sarà sempre così.” gli aveva detto una volta un vecchio collega, morto a Sierra Vista per mano di un bandido che lo voleva derubare.
“Fare il sicario è come andare a pesca.”, diceva sempre Russell, invece. Stare a mollo su una chiatta, la lenza tirata, il sole che ti cuoce e le zanzare che ti ronzano fastidiosamente nelle orecchie. Devi saper aspettare, devi essere calmo, concentrato. Non devi mai perdere la pazienza perché sennò finisce tutto. E finisce male.
Guardò dalla finestra le vetrine della gioielleria inzaccherate di polvere giù in strada e un conservificio dall'altro lato del marciapiede dove due messicani stavano scaricando roba dal retro di un furgone. Alcuni piccioni zampettavano e cacavano da un palo della luce.
Tornò con lo sguardo alla stanza. Prese dall'armadio un borsone scuro di pelle e lo aprì sul letto, ingombro dalle coperte. Sfilò un giornale cittadino abbastanza vecchio. Era ripiegato. Lo aprì e osservò per la centesima volta, almeno, il viso in bianco e nero dell'uomo che avrebbe dovuto ammazzare, un messicano residente negli Stati Uniti di nome Guillermo Ocampos; uno speculatore edilizio, secondo la stampa, un jefe criminale, secondo le leggi della strada. Strozzinaggio, prostituzione, importazione di cannabis; a Tucson e dintorni, Ocampos era un capo, e questo evidentemente a qualcuno seccava.
Ripiegò il giornale e lo risistemò nel borsone. Tirò fuori a quel punto una bottiglia di whisky scozzese, svitò avidamente il tappo scanalato e buttò giù una grande sorsata.
“Ahi iai iai.” disse scuotendo il capo. “Dio onnipotente.”
L'alcol gli aveva penetrato il cervello.
È forte, dannatamente forte, pensò.
Ingollò di nuovo il liquido, gli occhi si restrinsero nelle orbite. Occhi acquosi.
Basta così.
Chiuse il tappo e posò la bottiglia con cura sul comodino. Un cane abbaiò in strada. Rumore di auto. Qualche voce. Sfilò dal borsone la sua carabina Springfield calibro .42. La smontò e la rimontò pezzo per pezzo due volte. Passò in rassegna i pallettoni e sistemò tutto di nuovo dentro il borsone. Serrò la lampo e uscì dalla stanza.
Pochi minuti dopo era seduto a un tavolo in un bar in fondo a Columbus Street. Fece un cenno col capo a dei ragazzi seduti al tavolo accanto al suo che mangiavano uova e bacon, e ordinò all'oste una tazza di caffè nero e amaro. L'uomo tornò due minuti dopo con il caffè e un piatto con del pane tostato coperto da un tovagliolo di lino e del burro. Russell lo ringraziò. Prese una fetta e vi spalmò sopra il burro con un coltello d'acciaio. Finito di mangiare, si alzò, prese il borsone e portò il piatto vuoto sulla tavola di servizio.
“Grazie, signore.” disse l'oste.
“Quanto le devo?”
“Ottanta centesimi.”
“Tenga il resto.” disse Russell porgendo nelle mani del barman una banconota da un dollaro.
Guidò fino alle cinque e mezzo del pomeriggio in lungo e in largo per il distretto di Eastside, costeggiando sempre con maggior frequenza l'abitazione di Ocampos. Per strada, sui marciapiedi, superò una triste macelleria dall'insegna crepante, una pescheria, una farmacia, due ferramenta e un paio di spacci di tabacco improvvisati su carretti di legno e metallo, presidiati da ambulanti taciturni dal viso avido, facce gozzute e deformate, messicani coi denti anneriti dalle carie, e ancora; carri che vendevano polli e lepri uccise chissà quanto tempo prima, barboni ciechi che ostentavano pietà e disonestà.
Russell ripassò nella sua mente il piano d'attacco. Un piano semplice; Ocampos sarebbe rientrato a casa intorno alle sette, e visto che abitava in fondo a un viale desolato, dominato da cassoni dell'immondizia, caditoie e cocci frantumati di bottiglie scaricate dai senzatetto, decise che l'avrebbe sorpreso e poi colpito proprio lì; un piano semplice, partorito dalla mente di un uomo che si muove con l'istinto anziché con la ragione.
Alle sei e trenta fermò l'auto sul ciglio della strada, accanto al vicolo di Ocampos. Caricò il fucile, si fumò una sigaretta e lasciò cadere la cicca sull'asfalto.
I minuti colarono lenti, apatici. Discese l'ombra e le luci della città si accesero: lampioni, finestre, i neon dei locali notturni e le insegne color verde acido delle farmacie cominciarono ad oscillare nell'aria tiepida di un giorno come un altro di metà maggio.
Russell si fece nervoso. Le sue mascelle si contraevano e si distendevano come se stesse masticando qualcosa, ma non stava masticando niente.
È in ritardo.
Guardò la carabina con il cane abbassato sulle sue ginocchia, pronta a fare fuoco. Guardò dallo specchietto retrovisore la desolazione di Tucson, una, due, tre volte insistentemente. Guardò l'orologio al suo polso: le sette e quaranta.
Nei successivi dieci minuti non passò nessuno per la strada, tranne che un paio di vagabondi che gli supplicarono dal finestrino qualche spicciolo per mangiare. Russell li respinse infastidito con la mano. “Via di qui. E trovatevi un fottuto lavoro.”
Poi sentì lo scoppiettio cadenzato del tubo di scappamento di un Ford Coupe del '47. I vortici dei fanali che dal lato opposto della strada si facevano sempre più grandi e fastidiosi, fino a fermarsi e poi svanire. Il motore si spense. Una voce.
Ci siamo.
Ocampos scese dall'auto: indossava un cappello di pelle marrone a tesa larga marca Stetson Diaz, una camicia color cachi infilata nei jeans leggermente sbrindellati e scarpe nere.
Russell aprì lo sportello e un attimo dopo era già in strada, col fucile piantato in avanti come una canna da pesca e i bulbi freddi iniettati di sangue. Sentì in quell'istante, però, la voce di un bambino, poi un'altra. I due piccoli sbucarono dal sedile di dietro della Ford fino a fermarsi sulla strada, accanto alla sagoma solenne del padre.
“Quién es, papà?” domandò il più piccolo dei due, vedendo Russell avvicinarsi con il fucile tra le mani. Ocampos si girò di scatto e guardò in faccia l'uomo che l'avrebbe ammazzato. Russell lo guardò di rimando: guardò l'orrore impresso nei suoi occhi sotto la tesa del cappello marrone, le labbra sottili come carta che si contorcevano in una smorfia infausta, crudele, fatale.
“Correte!” gridò il messicano ai suoi bambini.
Il più grande cominciò a correre mentre l'altro si sorbì una pallottola come il padre; il primo colpo partì risucchiando l'aria come un bisbiglio proveniente dal nulla, penetrando nel cervello del piccolo. Ocampos lo guardò morire, inerme come una statua di cera, mentre lui non sentì neppure il secondo sparo, il cui eco svanì immediatamente nell'aria rarefatta, adesso faticosa da respirare, dritto nel suo cuore messicano.
I bossoli caddero in successione sull'asfalto. Sfrigolio di metallo. Russell li prese e se li mise in tasca. Si guardò intorno e si fermò ad ascoltare: sirene lontane, i passi e il fiato del figlio più grande di Ocampos che fuggiva ad est, direzione Craycroft Road.
Sei un coglione, Russell, un coglione. Cosa cazzo hai nel cervello? Non si ammazzano gli innocenti. Non-si-ammazzano-gli-innocenti. Al diavolo tutto.
Fece ritorno alla sua macchina, la testa gli rombava e batteva come un martello pneumatico, sembrava un dannato in fuga dalle terre pestilenziali di Gomorra. Riusciva a sentire il sangue scorrere dentro di sé e i suoi organi in attività. Sentiva l'odore disgustoso del suo alito, la bile che risaliva l'esofago.
Sto per vomitare.
Ma non vomitò.
Ripartì qualche attimo dopo, annaspando alla cieca con le luci dei fanali spenti, sgommando e superando più volte la linea che delimita la carreggiata.
Stai calmo. Non mandare tutto a puttane per uno stupido ragazzino. Per un ragazzino messicano.
Guidò verso sud, svoltò a una biforcazione e si ritrovò a percorrere d'istinto l'interstatale 19, quella che converge verticalmente Tucson a Sahuarita, Green Valley, Rio Rico e il confine con il Messico.
Alla dogana la guardia messicana lo guardò con occhi assonnati, fermo sulla porta, nel riquadro del finestrino. Russell sorrise, stentato. Alla fine la guardia gli fece un cenno con il capo e disse: “Bienvenido en México, señor.”
Superò il confine e scrutò in lontananza la geometria luminosa di Nogales stagliata nel buio. Vide Orione sollevarsi nell'oscurità sopra il mondo trascinando dietro di sé uno sciame diafano di stelle. Continuò a guidare in silenzio, attento, incollerito e arruffato come un fuggitivo; proprio quello che adesso era diventato.
Diede la colpa al suo stramaledettissimo istinto. Sapeva che gli avrebbero messo una taglia molto alta sulla testa e che lo avrebbero cercato dappertutto: i tagliagole della frontera, i sicari, i messicani che appartenevano agli Ocampos. Magari un giorno l'avrebbe cercato anche quel bambino, quel figlio di Dio che aveva perso per mano sua, oltre che il padre, anche un fratello.
Ma lui continuò a guidare, sempre più a sud, dove l'aria odorava di muschio e di sporcizia, e dove i profili delle montagne balenavano all'orizzonte, illividiti dai lampi che tracciavano archi elettrici nell'aria vibrante.
 
 
3.
15 Maggio 1969.
Fuori faceva buio e freddo, non un filo di vento, e un sottile bagliore cominciava a nascere lungo il confine orientale del mondo. Russell uscì ammaccato e indolenzito, con l'odore indosso di sego, di fumo e di sudore e con una coperta avvolta intorno alle spalle, dalla baracca di canne e bastoni, mezza crepata, che si era costruito l'inverno prima fra gli intrichi di un boschetto di gracili sicomori in riva al fiume.
Ascoltò gli ultimi echi delle litanie che cantavano alcune notti gli indiani Yaqui che abitavano nelle capanne fatte di rami e fango col tetto di frasche al di là del fiume, più a nord. Sentì nel silenzio i loro cavalli, il fiato, gli zoccoli foderati di cuoio che battevano i solchi secchi e duri del terreno scavato dalle rade piogge e cosparso dalle orme di coyote, bovini e pecari.
È brava gente, pensava Russell. Esiliati con il sangue e con la morte dalle loro terre, sradicati come alberi rachitici.
Quando gli Yaqui lo vedevano pescare al fiume, gli offrivano del cibo o magari un aiuto, ma Russell rifiutava sempre. Una volta un vecchio, forse il capotribù, disse – senza che potesse in alcun modo conoscere la sua storia – che nei suoi occhi poteva scorgere un sentore di disperazione, un fumo ostile, nero, come una maledizione. Disse che così era e sempre sarebbe stato, fino alla fine dei suoi giorni. Poi se ne andò.
Nel terreno spuntavano i paletti di un recinto abbozzato con del fil di ferro. Russell lo scavalcò e trovò un punto nell'erba bassa, fra cespugli di mosquite e nopal, per sedersi. Lo sguardo sul fiume che si srotolava davanti a lui e l'orecchio teso ad ascoltare il passaggio di uno stormo di uccelli acquatici diretti al lago Santa Teresa. L'ululato di un coyote proveniente dai colli rocciosi oltre l'argine opposto del fiume.
Le stelle impallidivano, la terra si ingrigiva.
Cacciò da una tasca del pantalone una sigaretta e sa la infilò nell'angolo della bocca. L'accese e gettò via il fiammifero nella corrente. Fumò guardando il cielo ancora trapuntato di stelle e ripensò al sogno che aveva fatto la notte precedente in cui c'era suo padre. Elmore se ne stava lì, davanti a lui, seduto con le braccia incrociate sopra la stufa, nel soggiorno della vecchia casa a Tombstone. Russell poteva sentire il lento battere idraulico del cuore, alla luce del fuoco, e quegli occhi perennemente arrossati che credeva di aver dimenticato.
Cosa pensi della tua vita, figliolo?”
La mia vita?”
Sì.”
Penso che sia stata una vita sprecata.”
E di chi pensi sia la colpa?”
Credo che non ci sia una colpa. Credo che Dio sapesse già prima che nascessi cosa farsene della mia vita.”
Il padre annuì, fissando il fuoco che scoppiettava nella stufa. Poi allungò una mano, aprì lo sportello e sputò nei carboni. Rimase a guardare lo sputo friggere per un po', prima che Russell ritornasse a parlare:
Credi che un giorno tutto questo scomparirà?” domandò.
Cosa scomparirà?”
Le montagne, gli alberi, il cielo, gli uomini... insomma il mondo.”
Parli del giorno del giudizio, Russ?”
In un certo senso.”
Non so. Credo di sì.”
E secondo te quando arriverà questo giorno?”
Ti aiuterebbe saperlo?”
Non lo so.”
Tu quando credi possa arrivare?”
Quando Dio lo vorrà.”
Russell ritornò fino alla baracca. Pescò dietro un cespuglio un cesto di vimini zeppo di ramoscelli e tornò in riva al fiume. Sulle rocce sporgenti dall'acqua ondeggiavano ciuffi di muschio e le spighe villose delle gramminicee tremavano alla leggera brezza che si era levata.
Guardò ad est l'incerto chiarore del nuovo giorno che avanzava, poi cominciò ad accatastare i rami per accendere un fuoco. Li raschiò con un coltello a serramanico che si portava sempre dietro e spaccò quelli più piccoli a mani nude. Dopò un po' prese dalla tasca del pantalone l'accendino e provò ad azionare la rotellina col pollice. Ci perse due minuti e poi finalmente produsse una fiammella azzurra. A quel punto si chinò come se tra le mani avesse la più sacra reliquia rimasta al mondo e diede fuoco alla legna; guardò le fiamme alzarsi in mezzo al viluppo di sterpi, dal fuoco sprizzavano scintille che si crogiolavano in alto verso le stelle sempre più pallide, e udì il fragore pomposo e dominante di tempeste lontane. Ma non ci fece gran caso, perché sapeva che non avrebbe piovuto.
Soffiò leggermente sulla base del piccolo falò e sistemò con le mani i pezzi di legno. Intorno a lui aleggiava un intenso odore di fumo di legname e questo lo rilassava. Era come se fosse ritornato ai primordi. Come se tutto fosse solo un'indecifrabile sogno. Poi si spogliò, lasciò i vestiti accanto al fuoco ed entrò nudo nel fiume. L'acqua era tiepida e candida come la seta. Si fece il bagno sotto le Pleiadi e l'impronta di Cassiopea che nel cielo sembravano mappe di territori sconosciuti incisi su un immenso negativo. Era diventato un vecchio eremita pieno di rimpianti, che negli ultimi diciannove anni non aveva fatto altro che fuggire e vagabondare fra crepacci, caverne e vecchie baracche abbandonate nell'arida regione delle Sonora e quella di Durango; fuori dal mondo, come un'appestato o semplicemente come un vigliacco.
Arrivò l'alba. Si asciugò davanti al fuoco che aveva acceso e poi rientrò in casa – se casa si poteva chiamare. Cucinò e mangiò su un piatto di ceramica rozza tortillas in salsa piccante e bevve un caffè vecchio di una settimana, almeno.
“Cosa darei per un paio di focacce calde allo sciroppo e due uova al prosciutto.” si ripeteva. Purtroppo all'emporio dove si riforniva una volta al mese, in un paesino sperduto a poche miglia da El Nogalito, era già tanto se riusciva a trovare del caffè, per non parlare del lato economico; Russell, da quando era fuggito in Messico, campava senza un dollaro e tutto quello che riusciva a racimolare lo barattava o con la carne degli animali che catturava o con i pescegatto che pescava al fiume.
Dopo colazione tornò all'aperto, il viso in ombra da un cappello da cowboy rubato da qualche parte, e nel cinturino una pistola che aveva scambiato con un pacchetto di Lucky Strikes in un bordello di Trincheras quattro anni prima. Il sole sorto era giallo urina e occhieggiava fra strati di nuvole le cordilleras messicane che segnavano il limite dell'orizzonte sfumando dal chiaro dell'alba al grigio piombo fino a svanire del tutto. Sedette all'ombra fioca della ramada di canne, scrutando il paesaggio come se si aspettasse, ben presto, di vedere arrivare qualcuno. Tossì, mangiucchiò un po' di tabacco e cacciò la pistola, una vecchia Colt di metallo con l'impugnatura di guttaperca. Tirò dietro il cane, lo abbassò, fece girare il tamburo, aprì l'arma e guardò le camere a scoppio. Quindi la richiuse, con il pollice riabbassò il cane e se la rigirò tra le mani per leggere i numeretti – quasi del tutto sbiaditi – di serie sull'intelaiatura.
Rimase in riva al fiume a far niente fino a quando il sole non si piantò allo zenit, così bianco e abbagliante da riuscire ad infastidirlo anche da sotto la tesa del cappello. Guardò volare un airone, uno stormo di cenerini e anche un falco pellegrino. Prese una sigaretta, la batté sulla scatola di fiammiferi, se la mise in bocca e la fumò pensando a cosa cucinarsi per il pranzo, ma per qualche ragione non aveva molta fame perciò decise di andare a caccia verso sudovest, con tutta calma, e battere i boschetti delle colline in cui erano soliti cacciare gli indiani Yaqui al di là del fiume.
Rientrò in casa e ammucchiò in un sacco di tela grezza l'occorrente: una borraccia di zinco con dell'acqua, il coltello a serramanico, l'esigua scorta di pallottole, una coperta e del tabacco da masticare. Partì trascinandosi sulla pianura rovente disseminata d'avena selvatica ed enormi esemplari di cactus saguaro che spuntavano dal terreno come osceni simboli fallici. Gli abitanti di quel deserto erano per lo più viscidi rettili striscianti, come i serpenti o le lucertole velenose di Gila, ma c'erano anche gli scorpioni: un'infinità di scorpioni.
Attraversò un tratto di deserto lungo due miglia e poi si ritrovò sulle alture punteggiate dai cedri e macchie di asettica vegetazione. Nelle gole rocciose crescevano diospiri e frassini sempreverdi. Scorse persino la carcassa arrugginita e indefinita di un antico avamposto militare. Ma si mantenne alla larga. Potrebbe esserci qualche mina, pensò.
Si acquattò fra gli ocotillos, la faccia ramata dal sole sotto la tesa del cappello, e rimase ad ascoltare: vento e richiami ovattati dei colombi selvatici. La terra era bruciata dal sole. Continuò, inerpicandosi fino a un plateau appena sotto la cima superiore. Nulla si muoveva in quel deserto, come se il tempo del mondo si fosse fermato oppure come se un mondo, oltre quei confini, proprio non ci fosse.
Poi d'un tratto, mentre scoraggiato scendeva verso valle, scorse una lepre fra degli arbusti spinosi. Russell non rimuginò molto sul da farsi; d'istinto cacciò la pistola dalla cintura e fece risuonare due colpi: bam bam. Il primo colpì un sasso ma il secondo centrò in pieno la preda.
La fame lo aveva colpito all'improvviso, perciò decise di cucinarsi stesso su quelle alture il pasto guadagnato. Accatastò dei rametti recuperati da alcuni cedri morti e contorti e accese il fuoco sotto una scarpata rocciosa. Appoggiò la lepre su una roccia e la sventrò con il coltello a serramanico prima di arrostirla sul fuoco. La mangiò con gusto, nonostante quella carne avesse un sapore decisamente stopposo.
S'incamminò verso casa poco prima dell'imbrunire e, all'imbrunire, poté scorgere il profilo sbiadito del fiume, in lontananza, sotto la luce tenue della luna. Sembrava metallo fuso.
Il cielo settentrionale si scurì e apparvero le prime stelle; il diamante di Orione e le Pleiadi al gran completo. Costeggiò per un breve tratto il fiume e notò, con sorpresa, che l'acqua scorreva pastosa, densa, arrossata dal fango. Non era mai capitato da quando viveva laggiù.
S'addentrò nella boscaglia di sicomori, in ascolto dei cinguettii notturni degli uccelli rintanati nel groviglio di rovi, fino a tagliare dritto per la sua baracca. E fu lì che udì un nitrito di un cavallo nel buio. Chiaro e incessante nella notte crescente. Sfilò la Colt dalla cintura, lasciò scivolare il borsone a terra e continuò fino alla capanna con passo circospetto e un nodo di inquietudine alla gola. Adesso avvertiva una tensione palpabile, come se l'aria fosse di colpo diventata elettrica. Un grosso baio era legato con una corda alla staccionata in fil di ferro e una luce, nella casa, era accesa; la finestra era illuminata e la porta di assi inchiodate era aperta. Si fermò, pietrificato, la camicia madida di sudore e il viso impallidito dalla polvere del deserto.
Chi cazzo c'è?
Gettò il cappello a terra e abbassò il cane della pistola. Rimase in ascolto. Silenzio di tomba.
“Chi c'è?” disse dopo un po'. Eccetto il cavallo, nell'oscurità del paesaggio, nulla si muoveva.
Insistette, inutilmente. Nel cielo Venere era sopra la luna e il vento frusciava fra gli alberi. Il cavallo legato aveva un lungo muso andaluso e lo fissava con occhi torvi. Russell continuò con fare furtivo fino alla porta e poi, di scatto, si affacciò a guardare; nella baracca vide soltanto la sua lampada a petrolio accesa sul pavimento e poi, alle sue spalle, sentì dal nulla un lieve crepitio, il colpo in canna di un grosso fucile.
“Sta' tranquillo.” esordì una voce roca dietro di lui. Il terrore lo prese alla gola. “Scarica la pistola e gettala a terra. Non ti girare. Sta' tranquillo.”
Era un americano.
Russell ubbidì, senza dire una parola, poi il tizio gli disse di entrare nella baracca e di sedersi su uno sgabello. “Niente trucchetti, Russ.”
Conosce il mio nome.
Ubbidì una seconda volta, e quando ebbe l'opportunità di guardare finalmente il viso dell'intruso capì come stavano le cose. “Cole.” ripeté Russell a denti stretti. “Da quanto tempo.”
Quando era scappato in Messico, Cole Dodd era un sicario alle prime armi che tutti conoscevano con il soprannome di El Niño, il bambino. Insomma, pensò Russell, deve averne fatta di strada.
Cole rimase sulla linea d'ombra dello stipite con il fucile piantato in avanti, il respiro lento e costante e i denti aguzzi inchiodati in un sorriso sibillino. Indossava degli stivali con la punta affilata, un pantalone di tessuto blu e un poncho color cioccolato che gli scendeva fino alla vita. Russell dal lato opposto aveva la camicia chiazzata dal sudore e si sentiva stordito e strano. Fece per abbassare gli occhi ma si trattenne; tutta la sua vita gli sfrecciò davanti come una scheggia d'ossidiana. Percepì l'oscura comprensione della certezza della morte, sempre più vicina, un sentimento che aveva già provato, a Tombstone, l'ultima volta che aveva visto suo padre. Qualcosa che non conosco, qualcosa di oscuro, qualcosa che nessuno può conoscere. Era terrorizzato, ma non poteva fare nulla. Poteva solo accettare quello che andava accettato: la fine.
“Te ne saresti potuto andare da un altra parte.” disse Cole. “Più lontano.”
L'uomo aveva sulla guancia destra una cicatrice che tagliava fino all'angolo dell'occhio, traslucida alla luce fievole della lampada a petrolio, il marchio lasciatogli da un femore appuntito giusto otto anni prima.
“Il Messico non è un paese piccolo.” disse Russell.
“Sei sempre stato qui, sulle sponde di questo fiume?”
“No.”
“E in quali altri posti sei stato?”
“Adesso che importanza ha in quali altri posti sono stato?”
“Credevi che avresti vissuto così per sempre, come un fuggiasco? Credevi che nessuno ti avrebbe mai trovato?”
“Non lo so. Mai è tantissimo tempo.”
Fuori era buio come l'intestino di un cervo perché una schiera minacciosa di nuvole aveva eclissato la luna. Si sentì, distante, il volo alto delle gru, sopra le nuvole, in bilico sulla linea della curvatura terrestre. Solcavano i sentieri che Dio aveva tracciato per loro.
Russell si passò una mano tra i capelli sudati. Pareva un prigioniero cencioso che attendeva solo di essere processato.
“Non puoi aver scelto questa vita.” continuò Cole. “Un uomo che fa il nostro mestiere non può averlo fatto. Non era questo il tuo futuro, Russ.”
Russell si grattò la mascella interamente coperta da una barba ispida e bianca e disse: “Il futuro non esiste. Ogni giorno è fatto dei giorni che l'hanno preceduto.”
Cole stralunò gli occhi e lo fissò intensamente, come se cercasse di scorgere una scintilla o una debolezza. “Non ti credo.” disse.
“Quaggiù ho tutto quello che mi serve. Un tetto, la legna per il fuoco, l'acqua del fiume e la mia Colt per cacciare.”
“Qualcosa ti manca.”
“Cosa?”
“Non lo so. Ma ad un uomo manca sempre qualcosa.”
“Tu cosa credi che mi manchi?”
Cole lo guardò con il labbro superiore appoggiato ai denti inferiori, bianchi, perfetti, alla luce della lampada. Rimase in silenzio per un minuto come per cercare le parole e poi disse:
“Una donna. E forse anche una bella bottiglia di whisky, e quando dico whisky intendo quello vero. Non il veleno che gira in questo dannato paese come il mescal.”
“Donne” ripeté il vecchio con un sorriso freddo, “ho avuto molte donne nella mia vita, Niño, e ti dico che portano solo guai.”
Cole annuì con il fucile sempre puntato in avanti. “Allora la libertà.” disse.
“La libertà.” ripeté Russell.
“Proprio quella.”
“Io sono un uomo libero.”
“No. Non lo sei mai stato.”
“Ti sbagli.”
“Soprattutto negli ultimi ventun anni. E ahimè... non potrai mai più esserlo.”
“Vaffanculo Cole.”
Cole studiò l'espressione sul volto di Russell. Ci leggeva terrore e confusione. Poi disse che se voleva poteva accendersi una sigaretta e così Russell ne cacciò dalla tasca una già fatta: fumò pensieroso, sputando e spostando nervosamente, ad ogni boccata, la cicca di tabacco all'angolo delle labbra. Domandò di quanto fosse la taglia che aveva sulla testa e Cole rispose di trentamila verdoni, vivo o morto, ma entrambi sapevano che Russell non si sarebbe mai fatto consegnare vivo al figlio di Ocampos o a chiunque lo cercasse.
Un branco di coyote cominciò ad ululare, poi si fermò e si sentì il grido straziato di un lupo. Verso est, a cinquanta miglia di distanza, si scorgevano i bagliori striati dei lampi, ma neppure un sottile riverbero ad accompagnarli.
Cole disse che ai vecchi tempi gli uomini erano soliti seguire alcune regole; si fermavano davanti al mondo e onoravano la promessa che avevano in fondo al cuore. Disse che il presente però era diverso. Disse che le promesse, oggi, erano soltanto menzogne, e che lui, quel vecchio quasi irriconoscibile che una volta veniva chiamato El Loco, non sembrava provenire dai vecchi tempi.
Russell espirò un sottile filo di fumo, infine gettò la cicca rimasta e chiese: “Perché?”
“Perché tu non hai nessuna promessa in fondo al cuore.” disse Cole. “Come se una maledizione ti avesse prosciugato di tutto l'onore e la dignità che spetta a ogni uomo di Dio.”
Russell restò immobile, in silenzio.
“Sai Russ, gli effetti di un atto o di una scelta sono spesso imprevedibili e il cuore di un uomo dev'essere tanto forte da poter accettare le delusioni, gli errori, senza che possa cominciare a sanguinare. Ma tu non sei un uomo forte, e adesso è troppo tardi. È arrivato il momento.”
Russell lo guardò, poi distolse lo sguardo e allungò il collo fino a scorgere coi suoi occhi perduti, vitrei, oltre la finestra il fiume per l'ultima volta. Osservò l'acqua arrossata dal fango e le montagne come incappucciate alla fine del deserto. L'arida vegetazione, alberelli di Giosuè, il forte ki-ki-ki di una scia di gheppi che planava verso occidente da buio a buio. Russell guardò il mondo senza capirlo.
Cole fece fuoco e lo sparo risuonò piatto nel vuoto, la lieve vibrazione stridula dell'onda d'urto, il bagliore improvviso della camera a scoppio. Un istante dopo sul petto della camicia di Russell comparì una macchia rossa che si allargava sempre di più e un buco così grande che ci si poteva mettere un braccio. Cadde a terra e lo sgabello si rovesciò. Un tonfo sordo. Russell sentì il mondo perdere consistenza, svanire, e poi niente.
 
 
EPILOGO.
Il gerente Mendoza, della miniera di rame di Tubutama, entrò nello studio dell'alguacil – lo sceriffo delle Sonora – con il fiatone. L'uomo era seduto alla sua scrivania di cipresso, giacca, cravatta e panciotto, indaffarato a compilare permessi e documenti vari, ma quando vide Mendoza si fermò, si appoggiò allo schienale e con l'indice prese a darsi colpetti sul labbro inferiore.
“Qué es?” domandò.
“El rìo. Encontraron un cuerpo en el rìo. Muerto. Un hombre americano.”
L'alguacil annuì, pinzò le carte a cui stava lavorando, le piegò e le sistemò in un cassetto della scrivania. Alzò di nuovo lo sguardo su Mendoza, corrugò le labbra sottili, afferrò i braccioli della sedia e si alzò. “Vamonos” disse.
Al trotto del suo splendido roano dagli occhi metallici e i quarti posteriori robustissimi, l'alguacil seguì Mendoza e la sua semplice giumenta fino a un arroyos fra carici e pruni selvatici fuori il paese fumando pensieroso un sigaro Ornelas, sotto il sole di fine luglio. Cavalcò eretto e altero come un cavaliere valoroso che aveva combattuto più di mille battaglie, e poi arrivarono dove dovevano arrivare; l'alguacil smontò da cavallo e lasciò le redini a una guardia. In spalla aveva un rotolo di corda da lazo e nella cintura una Colt calibro .45 semiautomatica. Si fece largo tra una folla di contadini e minatori e poi si fermò a guardare; avrebbe voluto che non fosse vero, ma purtroppo era vero. Il cadavere era lì, un corpo nudo, i capillari nei pozzi degli occhi scoppiati, il cranio liscio annerito dal sole e liso dall'acqua, la schiena scuoiata per il contatto con le rocce del basso fondale. Ossa, legamenti, costole e sotto la pelle strappata e consumata si vedevano, scure, le ombre marcite degli organi interni.
Era uno spettacolo orribile.
L'alguacil guardò Mendoza che lo sogguardò di rimando. “È stato scalpato.” disse.
“Como?”
“Mira la cabeza.”
Mendoza annuì, inorridito.
Guardarono il cadavere ancora un po'. Alla fine l'alguacil disse che era opera degli indiani Yaqui ma non sapeva il perché lo avessero fatto, e disse che quell'uomo lui lo conosceva, “Cole Dodd era su nombre” e un tempo faceva il sicario.

 

 

 

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Elisabeth

Ciao Gerardo. Tutti uniti da

Ciao Gerardo. Tutti uniti da un unico destino riservato a chi la morte la concede per mestiere. Bravo. Come sempre ottime le tue descrizioni degli ambienti e della personalità dei protagonisti, degli scenari e della gente comune. Cadenzato ed equilibrato in tutto, a mio parere, nello svolgersi dei fatti, nella ricerca estrema delle parole. Un racconto che mi ha lasciato l'amaro in bocca perchè io a Russ, anche se uno che uccide gli innocenti merita di finire un metro sottoterra, mi ci ero affezionata una volta divenuto l'uomo della baracca, della colt, e del fiume. L'hai raccontato in maniera efficace, consegnando di lui il male e il bene. Di nuovo, bravo. Un saluto.

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao beth, ti

Ciao beth, ti ringrazio. "Tutti uniti da un unico destino" proprio così. Nessuno, in questo racconto, alla fine ottiene ciò che vuole: una vendetta, il compimento di un lavoro, o una "tacita" redenzione. Non c'è via di scampo, qui nessuno può scegliere come scampare alla morte.

Grazie per essere passata. A presto!

 

ritratto di Massimo Bianco

Una storia molto buona, molto

Una storia molto buona, molto ben raccontata e scritta benissimo, che si legge tutta d'un fiato senza nemmeno accorgersi della lunghezza, cosa che sul web non è cosa da poco, con un personaggio (Russel) descritto con notevole incisività. Dal mio punto di vista di italiano il tuo è un ottimo noir.

E in quest'ultima frase è nascosta l'obiezione: a meno che tu non mi dica di aver vissuto dieci anni negli Stati Uniti o nel Messico io sono abbastanza contrario che un italiano ambienti le sue storie nel Nuovo mondo, perchè si tratta inevitabilmente di storie di terza mano, ambientazioni e psicologie conosciute attraverso cinema e letteratura e non legate a una realtà conosciute di persona come accadrebbe raccontando storie di casa nostra (e che sarebebro comuqnue di seconda mano) o direttamente legate alla nostra esperienza diretta (di prima mano) e che quindi sarebbero inevitabilmente più o meno piene di errori che noi italiani non siamo in grado di riconoscere e perciò apprezziamo ma che uno statunitense proababilmente troverebbe subito stonate come io ho trovato stonate alcune storie riferite o ambientate a casa mia ma raccontate da stranieri. Perchè fare letteratura per me significa anche raccontare l'oggi, la società attraverso la nostra visione, anche attraverso il noir, naturalmente, ma coltivato grazie al nostro humus. E' per questo motivo che non avevo commentato tuoi racconti precedenti, anch'essi ambientati all'estero. Ma chissà, magari hai davvero vissuto dieci anni negli States. E in tal caso: molto bello questo racconto, complimenti. Ciao.

ritratto di Gerardo Spirito

Massimo ti ringrazio per i

Massimo ti ringrazio per i complimenti e per la lettura. Non ho vissuto negli stati uniti ma ho visitato il sud rurale americano in un paio di viaggi fatti qualche anno fa e, all'università, ho studiato letteratura angloamericana e questo mi ha influenzato molto, decisamente. Amo la letteratura statunitense, Faulkner, Twain, Emerson solo per citarne alcuni, il loro stile gotico e ornato insomma.

La tua obiezione è giustissima, la credibilità secondo me è fondamentale, perciò quando scrivo un racconto mi documento (quasi) fino alla sfinimento in internet o dove capita; insomma, mi è ben chiaro che i meccanismi sociali cambiano ambientando le storie in contesti (anche temporali) diversi da quelli in cui si vive. Con amici ho già affrontato la questione (anche perché era un mio dubbio), e sono arrivato alla conclusione che purtroppo non mi piacciono le ambientazioni nostrane o, in particolare, il contesto cittadino/sociale a me vicino (vivo a napoli e sinceramente non ho mai provato interesse per la narrativa o le storie nere della mia città) è una questione prettamente di gusti.

Naturalmente ho scritto qualcosa di diverso (nelle ambientazioni) ma sono racconti lunghi, decisamente non adatti al web (si parla anche di 30/40 pagine word per esempio eheh).

Grazie ancora per essere passato di qui, a presto Massimo!

ritratto di BRUTTOMABUONO

Un ottimo racconto...

...sotto tutti i punti di vista.
Bravo Gerardo, molto ben scritto e con un notevole scavo psicologico del protagonista. Lo scioglimento della vicenda è drammatico e lascia in bocca un sapore amaro, come deve essere con storie come questa.
Piaciuto molto.
 
Tony.
ritratto di Gerardo Spirito

ti ringrazio tony! Forse fra

ti ringrazio tony! Forse fra i pochi noir che ho pubblicato questo racconto è il più "drammatico" proprio come hai detto tu. Ancora grazie di essere passato!

ritratto di 90Peppe90

Un buon noir che si fa

Un buon noir che si fa leggere bene, suscitando un grande interesse non solo per le pieghe che prende la storia, ma anche - o forse soprattutto - per i personaggi inseriti. A parte il protagonista, per descritto e delineato, anche per i comprimari che, pur facendo brevi apparizioni, risultano assolutamente incisivi. Meritano particolare menzione i dialoghi tra Russell e suo padre.

Una vita sprecata? Una vita buttata? Una vita rovinata? Probabilmente sì. Cresciamo e diventiamo qualcuno facendoci modellare da ciò che succede attorno a noi. È inevitabile. La condizione sociale, la situazione economica, gli affetti famigliari e le amicizie... tutto questo ci rende ciò che siamo. Se suo padre non fosse morto, se il resto della sua famiglia non se ne fosse andato, se-se-se... quasi sicuramente, Russell sarebbe diventato tutt'altra persona. Magari non avrebbe fatto questa fine.

Forse, addirittura, avrebbe capito il mondo. Almeno un poco.

Ciao, alla prossima!

ritratto di Gerardo Spirito

Hey Peppe gran bel commento,

Hey Peppe gran bel commento, ti ringrazio.

Esatto, ho giocato molto sui "se" come hai notato, e la tragicità del passato di russell (in primis il primo paragrafo) alla fine lo ha condotto a vivere una vita priva di aspirazione, di traguardi, di "fuga" già alla prima difficoltà. Come un navigatore che viaggia per mari sconosciuti senza bussola: il rischio di perdersi è molto alto.

L'unico dubbio che avevo, e forse ho ancora, su questo racconticino riguarda l'ultima parte "Epilogo": non aggiunge o non toglie nulla alla vicenda, il racconto può finire già con la morte di Russell. Però non lo so, mi piaceva l'idea di inserire un paragrafo estraneo, che tende a far capire che in questa storia nessuno raggiunge quello che vuole. 

Comunque, ancora grazie.

 A presto peppe!

ritratto di Rubrus

***

Mi sembra un ottimo western crepuscolare - il cui senso hai ben riassunto nella impossibilità di salvezza.

Il ritmo è lento - e quindi il racconto è lungo - per un'ottima ragione e cioè che è fondamentale, nella stesura e quindi nella lettura di questo racconto, il senso della distanza, nel tempo e nello spazio.

Nel tempo perchè la vicenda si dipana nel corso delle generazioni - e non ha senso che una vicenda che parla di destino sia contratta nelle tre unità di tempo di luogo e d'azione per il semplice fatto che il destino non può essere costretto nelle famose tre unità teatrali.

Nello spazio per la stessa ragione e per il motivo - fondamentale - che è centrale nella vicenda l'elemento della frontiera e del viaggio.

Il che ci porta all'ambientazione.

Questo tipo di racconti NON PUO' essere ambientato da noi senza cadere nel ridicolo per la semplice ragione che da noi simili spazi non ci sono.

C'è una bella differenza, e non solo di atmosfera, tra il fuggire a Chiasso e il fuggire a Santa Fe'. Non puoi trasformare Livigno in Tucmcari come se nulla fosse.

Per la stessa ragione, anche se è un elemento secondario, non ci sono da noi popoli soppiantati e quasi scomparsi che possano fare da tramite per la "profezia" (espressa più attraverso l'atmosfera, che attraverso il semplice e solo vaticinio) con la quale si apre il racconto.

Se vuoi raccontare questo tipo di storia ed essere credibile devi andare altrove.

Il fatto che ci possano essere degli errori o delle incongruenze - il che evidentemente non esime l'autore dall'obbligo di documentarsi ed è quello che distingue, nella stesura di un testo, il dilettante dal professionista - è trascurabile.

Talmente trascurabile che, parlando di western, se vai a vedere la geografia dei film di Leone, la geografia è tutta sbagliata. Questo ha forse impedito ai film di Leone di diventre dei classici? Macchè. Anzi, gli americani, i primi che avebbero dovuto e potuto dolersi, li hanno copiati, mutando il modo in cui loro giravano western.

Quando sento questi discorsi, mi viene in mente un amico che era particolarmente fiero del fatto che, in un romanzo che aveva scritto, aveva rappresentato un incrocio di Cassina de' Pecchi - comune dell'hinterland milanese - esattamente com'è. Ora.... a parte il fatto che il romanzo ha altri pregi ed altri difetti, di cui non parlerò, ma secondo te glie ne frega a qualcuno del fatto che quell'incrocio fosse esattamente così? Secondo me forse, ma solo forse, ai vigili di Cassina de'Pecchi. Probabimente neppure a loro.

E' una storia, la tua, che parla di destino, di tempi e spazi dilatati, di frontiera. Puoi ambientarla in Arizona, nelle pampas, in Siberia, nel Sahara... ma non a Grottammare o Cernusco sul Naviglio! 

Personalmente, sono persuaso che il localismo (cioè il costringere  la vicenda in un contesto geografico e fare di tale costrizione un pregio) sia un difetto. Ha senso nella misura in cui quella vicenda particolare rispecchia elementi universali, altrimenti un po' è un trucchetto (ti vendo una storia "delle tue parti", così la leggi) e un po' è come costringere i vicini a vedere i filmini delle vacanze.

Comanda la storia, sia quanto a lunghezza del testo, sia quanto ad ambientazione - anche se ovviamente gli strafalcioni è bene fare il possibile per evitarli.   

     

  

ritratto di Gerardo Spirito

Hai ragione Roberto, nel caso

Hai ragione Roberto, nel caso di questo racconto molti elementi vivono proprio perché esistono in questa precisa ambientazione. L'esempio che riporti della “profezia” (grazie per averlo notato, ho giocato molto su questo punto: come se la vita del protagonista fosse anche maledetta, non per nulla le 3 vicende temporali le ho collocate sempre nello stesso giorno, ossia il 15 maggio) nella prima parte degli indiani Navajo è lampante. E' una questione interessante.

Quando affrontavo l'argomento mi veniva in mente sempre Leone (anche Shakespeare a dire la verità), che tu citi, sinceramente non sapevo che la geografia dei suoi western fosse sbagliata, mi sa che approfondirò la cosa perché mi interessa molto.

Però un bel western a Livigno è da scrivere, magari fondiamo un nuovo genere narrativo eheh. A parte gli scherzi, ti ringrazio dell'interessantissima e precisa disamina.   

ritratto di Rubrus

***

be', molte distanze tra i vari luoghi dei vari film non si possono percorrere in così breve tempo, ma forse una delle incongruenze più singolari sta all'inizio de "Per qualche dollaro in più". 

Lee Van Cleef, alias il colonnello Douglas Mortimer, fa fermare il treno a Tucumcari tirando il frendo di emergenza. Il fatto è che Tumcumari è stata fondata nel 1901, ma il film è ambientato poco dopo la guerra di Secessione, cioè negli anni '60 (al massimo '70) dell'800 (!). La cosa più divertente, però, è che Tucumcari si trova nel Nuovo Messico; ebbene, l'altro passeggero, non immaginando minimamente qello che Van Cleef sta per fare, gli suggerisce di scendere a Santa Fe (che si trova sempre nel New Mexico) e, per andare a Tucumcari, di tornare indeitro e prendere il treno per Amarillo, che però è in Texas!        

ritratto di Gerardo Spirito

 sta cosa è fantastica e

laugh sta cosa è fantastica e grottesca, anche perché tale incongruenza non ha minimamente "toccato" gli spettatori. Forse se "per qualche dollaro in più" ad esempio, fosse uscito nelle sale oggi la critica forse lo avrebbe martellato di brutto, i tempi sono decisamente cambiati. Ma il mio forse è grande come una casa.

Ecco un altro ottimo pezzo dei tuoi!

Personaggi dipinti superlativamente, dialoghi corti, serrati ed efficaci.

Ritmo lento e frasi ad effetto.

Bellissima anche la trama, con la malattia del padre e quella strana gente attorno a lui che potrebbe anche far pensare che....

....che forse erano semplici ciarlatani. Ma poi alla fine nel fiume c'è finito il sicario e allora uno fa due più due e.....

Mi complimento per la tua vasta cultura "d'oltreoceano". Leggendo il tuo racconto sembra proprio di essere là, come se quel paesaggio lo avessimo visto sempre e facesse parte di noi.

Il finale poi è fantastico.

E' Inaspettato, e lascia l'amaro in bocca per quello che poteva essere ma che non è stato.

Ed in fondo, questa potrebbe essere benissimo la nostra filosofia di vita.

ritratto di Gerardo Spirito

ti ringrazio

grande paolo. Come hai scritto il ritmo è molto lento quindi - anche per accrescere l'atmosfera spalmata nel tempo del racconto - ho preferito essere il più descrittivo possibile (tu sei molto descrittivo nei tuoi scritti quindi sai di cosa parlo). L'unico dubbio che avevo, come ho già scritto in qualche commento, riguardava l'Epilogo ma a quanto pare funzione. Mi fa piacere.

Ci si legge presto! Ciao paolo!