La vendetta non aiuta

ritratto di Gerardo Spirito
LA VENDETTA NON AIUTA
 
 
 
1.
Città rattristata, fredda e sonnolenta sotto un'alba di piombo. Le luci al neon dei locali notturni che sanguinano nelle strade. Vicoli di mattoni anneriti dal fumo. Macchie di tubature e grondaie arrugginite. Rugiada sugli alberi secchi e rachitici nelle piantagioni fuori Clarksdale.
Blake Maggard uscì di casa con le chiavi del suo pick-up nella destra e la sua carabina nella sinistra. Un cane sbucò da dietro un vicolo, il manto spelacchiato e incrostato, alzò il muso e si avvicinò alla macchina con passo rigido e zoppicante. Blake era già a bordo, sistemò l'arma sul sedile del passeggero, accese il motore e vide dallo specchietto retrovisore che l'animale aveva cominciato a fiutare l'odore acre del tubo di scappamento. Sbuffò, innestò la marcia e partì.
Uscì da Clarksdale e imboccò una vecchia strada industriale dove battevano nella luce incerta come lucciole sfocate, i lampioni della fonderia e della segheria. Le ciminiere svettavano sul cielo di piombo come canne di un organo gotico. Si accese una sigaretta e avviò la radio, già sintonizzata su RIVERBLUES, e ascoltò le note finali di Good Morning Little Schoolgirl di Sonny Boy Williamson. Proseguì per un breve tratto e poi svoltò per i campi, percorrendo una stradina ghiaiosa tutta sassi e cunette. Passò vicino a un granaio e una stalla, alcuni cavalli erano rinchiusi in un recinto di legno, e a una lunga fila di baracche nelle quali erano alloggiati i braccianti. Nei campi di cotone, un po' più avanti, i negri erano già a lavoro a zappare la terra intorno alle giovani piantine, mentre gli schiavi più anziani ispezionavano con attenzione i fusti per evitare che i parassiti distruggessero, terminata la fioritura, il raccolto. Gli uomini erano vestiti di camicia di tela grezza e di calzoni sfrangiati, chini già a quell'ora del mattino sotto cappelli fatti di paglia scolorita. Le donne invece, bustino aperto, avevano i capelli ispidi legati da uno straccio annodato e le gambe nude e magre come ramoscelli carbonizzati.
Blake passò oltre, diretto a una campagna vicino la cittadina di Stovall, con lo sguardo disteso e la figura di alcuni monti, lì davanti a lui sul filo dell'orizzonte, adesso assorti in una gradazione infinita di arancione, mentre le stelle impallidivano a vista d'occhio. Arrivò davanti a un boschetto di querce e carrubi e tagliò fuori strada fino a fermare l'auto sotto a un intrico di arbusti umidicci. Tolse la marcia, prese il fucile, e uscì nel terreno aspro, cosparso alla base dei tronchi da erbacce. Si accese un'altra sigaretta e fumò con lunghe boccate. Poi la gettò e la calpestò che ancora ne restava la metà. Tuo padre è morto di cancro brutto figlio di puttana. Sollevò la carabina in verticale poggiandosela contro la spalla e s'inoltrò nel boschetto. Nell'aria odore di fumo.
Pochi minuti dopo raggiunse una piccola fattoria al cui fianco si stendeva un campo di granoturco, gli steli inclinati dal vento, una stalla, un pollaio, una casetta fatta in legno e argilla con annesso porticato e il fazzolettino di terra del cortile. Le imposte delle finestre erano chiuse e dal comignolo usciva del fumo.
Blake scavalcò la staccionata di legno che confinava la proprietà e arrivò fino a fermarsi sullo spazio di terra battuta davanti alla sagoma quadra della casa. Alzò il fucile e lo puntò sulla porta d'ingresso, il pollice deposto al cane dell'arma.
“Anse.” chiamò “Anse Long. Vieni fuori.”
Il vento spirava e i galli adesso avevano cominciato a cantare i loro inni mattutini.
“Anse Long, vengo da parte del signor Owens.”
In quel momento si udì un rumore dentro la casa. Forse passi, poi una voce, decisa e gutturale: “Fuori dalla mia proprietà.” gridò il vecchio Anse.
“Sono passate due settimane, Anse, il debito ora è salito a duemila verdoni. Il signor Owens sta perdendo la pazienza...”
“Fuori dalla mia proprietà.”
“Anse è meglio che ti procuri i soldi. E in fretta.”
“Via dalla mia proprietà brutto figlio di puttana.”
“Devo sentirtelo dire, Anse, poi potrò andarmene. Il signor Owens ha detto che ti da ancora due giorni o...”
“O cosa?”
“Lo sai Anse.”
“O cosa?” ripeté il vecchio.
“Oppure può accadere qualcosa di spiacevole. A te o a tua moglie.”
A quel punto ci fu un lieve schiocco, la serratura scattò e la canna di un grosso fucile sparò un colpo che rimbalzò sulla tettoia di latta del pollaio. Blake si lanciò a terra aizzando un nugolo di polvere e non appena vide la sagoma del vecchio Anse sull'uscio, intento a ricaricare, sparò centrandolo proprio in mezzo agli occhi.
“Accidenti.” grugnì Blake da terra. “Accidenti.”
Mary Helen balzò in quell'istante fuori, a piedi nudi, dall'ombra della casa. Indossava un leggero indumento in cotonina, leggermente sbrindellato. Il viso pieno di lacrime e la voce che riecheggiava di là dei campi: “Mio dio! Che cos'hai fatto! Mio dio!”
S'inginocchiò sul marito e gli prese la testa fra le mani. “Me l'hai ammazzato.” disse. Gli occhi straziati dall'odio e dal terrore. Il buio e la disperazione.
Blake si sentì il sangue raggelare nelle vene. Si tirò su e armò di nuovo il fucile. Fece due passi in avanti. La donna adesso piangeva e lui rimase per pochi istanti ad ascoltare quel pianto miscelarsi al fruscio intenso del vento, finché tutto non fu come interrotto da un nuovo schianto. Il fumo dalla canna del fucile di Blake rimase sospeso nell'aria. Mary Helen si distese sopra il corpo del marito, la veste sul davanti macchiata da sangue nero e denso, perché il proiettile le aveva trapassato il torace. Inspirò, gemette, disse qualcosa che Blake però non riuscì a capire. Respirava sangue, cominciava a sentire freddo, ma non morì subito; i suoi occhi si spensero lentamente fissando quell'alba di piombo che incatenava ogni cosa nella sua luce incerta.
Poi morì.
 
 
2.
Io e Hazel abbiamo fatto le scuole insieme. Abbiamo frequentato la Kirkpatrick su Smith Street e poi la scuola statale su Wildcat Drive. Insomma, lo conosco da quando ero poco più che un moccioso sbavante.
In quegli anni passavamo molto del nostro tempo nei campi, molte volte andavo nella sua fattoria e aiutavo lui e il suo vecchio col raccolto del mais. I Long erano delle brave persone. Anse si spaccava la schiena per dare da mangiare alla sua famiglia, per non fargli mai mancare niente. Erano amati da tutta la comunità. Poi è arrivata la guerra, la leva obbligatoria. Siamo dovuti partire. Ci siamo divisi e non l'ho mai più rivisto, Hazel intendo. Insomma, io sono stato assegnato per un solo turno lungo le coste di Da Nang, in Marina, e non al fronte. In Vietnam a dirla tutta io non ho mai neppure sparato un colpo di fucile. Scaricavo merci, proprio così. Scaricavo riviste, cibo, barili di carburante, insomma tutto quello che arrivava dall'America fino a Da Nang, e che serviva ai nostri ragazzi a bordo delle unità navali, passava fra le mie mani. Ad Hazel invece è toccata la prima linea. Io a confronto sono stato l'uomo più fortunato del mondo. Decisamente.
Ho sentito che è stato lì due turni... a casa però, prima che lo riassegnassero, non c'è mai tornato. Non so il perché. Io credo che se lo dovessi rincontrare oggi mi troverei davanti una persona diversa. La guerra ti cambia, altroché. Anse mi disse era stato due mesi in Cina, ad Hong Kong e che poi l'avevano richiamato. Anzi no, ora che ci penso non l'avevano richiamato, mi disse che era ritornato al fronte come volontario. Questa volta però ai reparti speciali. Proprio così. Pensa che s'è fatto il massacro di My Lai, mi ha detto suo padre. La vicenda, ad oggi, non è ancora uscita fuori. La stampa non ha ancora scritto nulla, però fra di noi parliamo, fra noi reduci, perciò sappiamo cos'è successo. In quel villaggio, sotto il comando del tenente Calley, i nostri hanno fatto una strage. Donne, bambini. Una carneficina. E Hazel era lì. Hazel ha vissuto gli orrori della guerra. Ha sparato, ha ucciso. Ha guardato negli occhi Charlie e ha premuto il grilletto. È sopravvissuto. E ti dico che dev'essere la cosa più brutta del mondo sopravvivere agli orrori di una guerra, tornare a casa, e scoprire che il tuo mondo, la tua famiglia, non esiste più. Per cosa poi? Sempre per i dannatissimi soldi. Il vecchio Anse giocava, questo sì, ha sempre avuto questo vizio. Il vizio è una malattia, non puoi farci nulla. Non beveva, non fumava, non picchiava sua moglie, ma gli piaceva giocare. Tutti possono sbagliare, tutti hanno i loro vizi, però morire così, in quel modo truce sui gradini della veranda... questo no.
Tu lo sai che l'usuraio che li ha fatti ammazzare, perché lui le sue mani non ha avuto neanche il coraggio di sporcarsele, è fuggito? Proprio così, Tyrell Owens, quel figlio di puttana codardo è sparito. Lui e la sua banda. Bé, se Hazel un giorno dovesse ritornare da quell'inferno verde, spero possa vincere il suo nuovo Vietnam, perché è così che dovrà sentirsi: ancora in guerra.
Mio dio, non vorrei mai essere al suo posto.
 
 
3.
Quando seppe che i suoi genitori erano morti era già sulla via del ritorno. Un C130 da carico lo aveva condotto coi suoi compagni di reparto rimasti, a bordo di una delle navi della Marina che avanzava fino alle coste di Dana Point, in California. Il viaggio durò tre settimane. Settimane fatte di silenzi, di spazi vuoti, compensate in giornate di rabbia.
Il comando gli aveva consegnato una lettera da parte dello sceriffo della contea di Coahoma, River Whitaker, e a lui indirizzato; in qualche modo Hazel capì subito che qualcosa non andava. Nella lettera, datata 19 Ottobre 1970 - esattamente quattro mesi prima - lo sceriffo spiegava che suo padre e sua madre erano morti, uccisi a colpi di fucile sulla veranda di casa, come cani, pensò Hazel quando lesse quel passaggio. Le indagini portavano a un uomo e alla sua piccola banda, un usuraio di bassa tacca di nome Tyrell Owens che, poco tempo prima, aveva prestato dei soldi a suo padre. Insomma, senza grandi giri di parole, lo sceriffo scrisse che Owens era scomparso già da qualche mese, “probabilmente, per paura di essere catturato, ha cambiato aria.”
Spiegava che la fattoria e tutto, la stava mantenendo come meglio poteva Finn Parks, uno dei custodi della piantagione Arceneaux, lì a fianco, aspettando che lui ritornasse. Alla fine del messaggio lo sceriffo scriveva che i suoi genitori erano stati seppelliti in cortile “in due buche dietro la casa sotto un cumulo di pietrisco. Siamo stati io, Bill Olsen e il pastore Hill a organizzare tutto. Al funerale è arrivata gente da tutta la contea, pure da quelle di Bolivar e Tunica. Mi dispiace che tu l'abbia saputo così.”
Hazel lesse e rilesse quella lettera fino a quando non fu sbarcato sulla terra ferma. Poi la strappò, gettando quello che ne rimaneva nelle acque del Pacifico. Ritornò in Mississippi esattamente quattro giorni dopo, due dei quali passati a bordo di un treno merci che lo condusse fino in Texas, esattamente fino a Fort Worth. Lì acquistò, per duecentocinquanta dollari in contanti, una vecchia Bel Air del '64 arrugginita, che lo avrebbe potuto lasciare a piedi da un momento all'altro lungo i margini dell'interstatale 30 fino a Hope, in Arkansas, una piccola cittadina dove trascorse la notte del terzo giorno. Si fermò in uno squallido motel da undici dollari a notte: un bagno in ceramica bianca, un letto, una TV a cui mancavano le pile del telecomando e una bibbia rilegata in pelle sul comodino. Non riuscì a dormire neppure un minuto; rivisse gli orrori della guerra le orecchie tese ad ascoltare il mortaio sulle colline, l'occhio sui volti pallidi dei morti. La puzza di merda. Due giorni inchiodato a pancia in giù, sul terreno vischioso e sull'erba di palude. Le facce tirate degli anziani e quelle spaventate dei compagni più giovani. “Ho paura, voglio rivedere mio padre”, disse Tenk Collins. Occhi vuoti come pupazzi. Gente che corre, barelle portate in spalla. “Amico”, disse Bloom, “ti è rimasta una sigaretta?” Ma ecco i rinforzi, gli elicotteri scuotono il tramonto aranciato come una flotta di calabroni, sollevano nuvole di polvere color cremisi e si posano mollemente al suolo: scaricano plotoni e caricano su i feriti. Si allontanano e poi ritornano i caccia per scaricare napalm, una nuova miscela però, dove al posto della benzina viene usata una mistura di polistirene con aggiunta di fosforo bianco che ne amplifica catastroficamente gli effetti. E così ecco che l'aria si arroventa, come se tutta la zona fosse stata inghiottita da un forno gigantesco. I morti sono morti, alcuni sopravvissuti vagano come zombie sussurrando nella loro lingua aiuto. Vecchie del posto vestite di stracci di garza camminano agitando felci gialle per purificare le anime dei caduti, americani e vietnamiti, distesi su scomodi pagliericci di canna. La morte è l'unica cosa che accomuna tutti gli uomini e immaginò la desolazione spiazzante che avrebbe trovato nella sua fattoria a Clarksdale mia madre che mi chiama per la colazione, uova, pancetta e pane tostato, e la voce roca di papà che mi chiede di aiutarlo al campo a strappare le foglie di granoturco appassite.
Da Hope, Hazel, imboccò la statale 278 che tagliava dritto fino alla sua città. Partì all'alba e nel tardo pomeriggio vide il lungofiume scorrere lento davanti ai suoi occhi. Arzigogolato e infinito.
Proseguì, le colline erbose nell'ombra del crepuscolo cominciarono a distendersi sotto un cielo dove mantelli di pioggia si ampliavano scuri come fuliggine lungo tutto il quadrante. Il paesaggio si contornò ben presto di campi di cotone e macchie di boschi di ginepri. Arrivò alla sua fattoria che erano le nove della sera. Pioveva. Parcheggiò l'auto alla fine del viale e forzò il chiavistello della porta. Casa sua gli sembrò un mausoleo colmo di ricordi, colmo di nostalgie. Gli scese anche una lacrima quando vide le due piccole tombe in cortile, scavate sul terreno secco, adesso impastato dal pietrisco fangoso portato dalla pioggia.
 
 
Il giorno dopo vagò per la città, in auto, con un cappello in feltro per non farsi riconoscere. Fuori la chiesa però il pastore Hill lo vide passare, lo riconobbe, e lo chiamò a gran voce: “Hazel. Hazel Long!”
Hazel fermò l'auto sul ciglio della strada e scese sul marciapiede. Un abbraccio e un sorriso pieno di tenerezza.
“Sono felice che tu sia tornato.” disse il pastore. “Io ho sempre pregato per i Long, e continuerò sempre a farlo. Quello che è successo ai tuoi è stata una disgrazia. Io ci sono per qualunque cosa, figliolo.”
Hazel annuì stancamente. Gli occhi vuoti, densi di collera. Guardò il pastore senza interesse.
“Adesso che sei tornato cosa farai?”
“Non lo so. Non penso di restare a lungo. Insomma, ho da sbrigare alcune cose.” disse Hazel.
Il pastore Hill non era uno stupido, e lo sguardo che Hazel aveva inciso sul volto non era difficile da interpretare.
“La vendetta non aiuta.” disse il pastore “Non è mai la risposta. Credimi figliolo, credimi. Tu sei un uomo buono, io ti conosco.”
Ma Hazel sapeva di non essere più quello di un tempo. No, io non sono un uomo buono. Non più.
Questo però non lo disse.
 
 
4.
Io e mia moglie Shelby ci siamo sposati nel quarantasette. Lei era di qui, famiglia di nativi Choctaw, mentre io sono arrivato su dal Kansas. Ero solo di passaggio all'inizio, un viaggiatore come un altro. Ricordo che tornato dalla guerra del Pacifico scesi in Mississippi per andare a trovare mio zio Fred a Cleveland. Avevo una vecchia Ford del trentasette, un gioiellino. Ad ogni modo, quando passai per Clarksdale arrivò un temporale e mi rinchiusi dentro una piccola taverna giù in fondo a Page Avenue, nell'edificio dove adesso c'è il mattatoio. Bé, quella fu la prima volta che vidi Shelby. La mia vita cambiò. Mi sposai e aprii l'emporio, a dirla tutta all'inizio vendevo poca roba, sugli scaffali impacchi di melassa, zucchero proveniente dall'Alabama, farina di frumento e granoturco di queste terre, che mi forniva proprio Anse Long, a quel tempo un ragazzotto poco più che trentenne che sgobbava appresso a suo padre Boone. Il vecchio Boone, grande uomo...
Insomma, io e Anse siamo diventati subito buoni amici, pranzavamo alcune domeniche da me, altre nella sua fattoria con entrambe le nostre famiglie, Shelby, Mary Helen, il piccolo Hazel e mio figlio Myles. Sì, insomma, Anse era un grande lavoratore, un tipo quadrato, intelligente. Dicevano avesse il vizio del gioco e forse era vero, sì, insomma, quaggiù giochiamo tutti d'azzardo. In verità non c'è molto altro da fare. Fumi, giochi, ti ubriachi. La vita è questa. Clarksdale è una città di contadini e di negri che lavorano ai campi, il cittadino medio non fa l'avvocato, insomma, non è benestante. Si spacca la schiena sotto il sole. Sissignore. Ci conosciamo quasi tutti, e molti sono parenti fra loro. Insomma, quaggiù c'è chi ha sposato una cugina, chi addirittura una sorella, e se cerchi puoi trovare anche doppi cugini primi. In passato accadeva di più, mi raccontava mia moglie, però anche oggi ci sono famiglie così. Ad ogni modo, questa comunità non si distingue dalle altre nelle terre del sud. E così come nelle altre comunità sudiste, anche noi abbiamo le nostre le mele marce, quelle sono dappertutto, è inevitabile. La nostra si chiama Tyrell Owens, anche se dicono che non sia nato qui, in Mississippi intendo. Dicono sia un mormone, dicono provenga dal Colorado, non lo so, io credo che sia solo uno sporco bastardo. L'avessi qui, adesso, davanti a me gli sparerei un colpo dritto in fronte col mio fucile, e senza pensarci due volte. Ci puoi scommettere. Che Dio mi fulmini. Non avrei problemi a rovinarmi la vita, dico davvero. Tyrell prima in città faceva lo strozzino, era conosciuto per questo, adesso ho sentito dire che spaccia per le strade quel nuovo allucinogeno che va tanto di moda fra i ricchi... quella droga, cioè, che cazzo ne so come si chiama. In ogni caso, lo stronzo è sparito dalla circolazione, in giro non si vede più, però ogni tanto qualcuno della sua banda si fa vivo, segno che in fin dei conti non si è nascosto molto lontano...
Tornando ai Long, bé, per quanto ne so io Hazel non è più tornato dalla guerra. Non so cosa possa essergli accaduto. Lo sceriffo Whitaker ha scritto una lettera al suo plotone quando gli hanno ucciso i genitori. Non ha mai risposto. Suo padre, prima di essere ucciso, mi disse che era stato riassegnato come volontario, sempre al fronte. Così si è fatto due turni in quell'inferno. Hazel è sempre stato un bravo ragazzo, a dire la verità non credevo fosse tanto debito alla guerra. Non lo so, forse laggiù ha visto qualcosa che lo ha cambiato, capisci? Forse l'orrore, forse il rimorso di tutto quel male. Forse è rimasto lì, magari si è fatto una famiglia con quei selvaggi oppure adesso è solo più morto dei morti. Polvere, come si suol dire. Insomma, o l'una o l'altra, ma io non lo so. Non lo so proprio che fine abbia fatto.
 
 
5.
Seduto su una sedia di giunco sulla veranda, Hugh fissava con i suoi occhi da sciacallo l'oscurità crescente, fumando e mangiucchiandosi nervosamente le unghie delle mani. Nella stanza della cucina invece, la luce smorta del crepuscolo proiettata dalla finestra, si allungava sulla parete scrostata accanto alla porta. Harper Moon se ne stava seduta di fronte a Tyrell, in silenzio, i gomiti appoggiati sulla tavola di legno grezzo con le gambe tornite, a fissare un fuoco acceso in una stufa di lamiera nera in cui ribolliva la teiera del caffè. Lì a fianco nel lavandino c'era un bollitore ammaccato e ossidato, un paio di piatti di porcellana sporchi di sugo e una padella di ferro.
Anche Tyrell fumava.
Dopo un po' la donna sbuffò e l'uomo, come di risposta, le fece con la mano un gesto breve, irritato. Harper Moon si alzò dalla sedia sbuffando; ciabattò fino alla stufetta e ne tirò fuori la teiera. Da un davanzale prelevò anche una tazza e, dopo essere ritornata al tavolo, cominciò a versare il caffè al suo uomo.
“Devi fare qualcosa.” disse.
Tyrell alzò lo sguardo e tirò una boccata dalla sigaretta, ormai quasi ridotta in cenere. Poi si allungò e prese la tazza e buttò giù una golata di caffè. Amaro, come piaceva a lui.
“Mi hai capito?”
“Non rompere i coglioni.”
“Non rompere i coglioni” ripeté Harper Moon come un pappagallo. Aveva le unghie rosicchiate fino alla carne viva e gli occhi lucidi. “Oramai sono le uniche quattro paroline che ti sento pronunciare.”
“Si, perché sembra che tu non voglia capire. Ti ho già detto come stanno le cose. Ti ho già detto che dobbiamo aspettare qui. Lasciare che le acque si calmino almeno un po'.”
“Non ti chiedo di ritornare a Clarksdale, Ty. No. Ti chiedo di andarcene il più lontano possibile. Andiamo ad ovest, in California, oppure in Florida...”
“Presto. Ce ne andremo presto da qui. Però in città ho degli affari, affari importanti che devo ancora concludere. Tu lo sai. Devo smaltire la roba e i ragazzi stanno facendo il possibile per fare in fretta. Lavorano in silenzio, sottobanco, perché tutti in città ci cercano e ci vuole il tempo che ci vuole per chiudere gli affari.”
Harper Moon tamburellò nervosamente le dita sul tavolo. “D'accordo.” disse.
“Non posso, insomma, non possiamo ancora allontanarci da qui.”
“Sia dannato quel povero stronzo che ci ha messi in questa situazione.”
“Parli di Blake?”
“Sì, proprio lui, Blake.” disse Harper Moon, quasi in lacrime.
Tyrell si chinò sul tavolo e spense la sigaretta in un posacenere di vetro. “Che cazzo vuoi che faccia?” chiese.
Ma Harper Moon non rispose.
“Non posso ammazzarlo.”
“Perché?”
“Perché adesso ho bisogno di quanti più uomini possibile. Capito?” disse Tyrell con le mani incrociate davanti a sé, come se non vi fosse nulla da aggiungere.
 
 
Hazel aveva conosciuto Carson Woolrich quando ancora era un bambino. Carson aveva lavorato ad una piantagione vicino Marks, nella contea di Quitman, come sovrintendente degli schiavi nei campi, e qualche volta aveva dato una mano alla sua famiglia con la piantagione di granoturco. In ogni caso, il suo lavoro alla piantagione non durò molto. Un giorno un negro fuggì e mentre Carson, a cavallo, si mise a ricercarlo nei boschi dattorno la coltivazione, quello lo sorprese da dietro un tronco di cipresso; lo spinse a terra e si rubò il ronzino per continuare la fuga. Carson si ruppe la spina dorsale ed è d'allora che vive, fra taverne e scantinati fetidi dell'olezzo del bourbon fatto in casa, su una sedia a rotelle arrangiata. Uno storpio sempre incazzato che non fa altro che sbronzarsi, visto che la bottiglia pare sia l'unica cosa che gli è rimasta al mondo. Campa di una lurida pensione di invalidità da venti dollari al mese, in un'abitazione fuori Clarksdale, lungo la 161 che passa davanti a Lyon.
Era quasi buio quando Hazel salì i gradini del portico, l'aria era fredda e la casa, almeno vista da fuori, gli sembrò tutto fuorché abitata. Le finestre erano chiuse da persiane, malandate e crepanti, mentre la vernice e l'intonaco dell'edificio si scrostavano dai muri in grossi bozzi umidi e rigonfi. Una lavagnetta inchiodata sul montante del portico recitava SCAPPA NEGRO SCAPPA.
Hazel bussò due volte, la porta si aprì e Carson gli piantò addosso i suoi occhi feriti, sempre gli stessi, sempre uguali. Cambiò espressione. Seduto sulla sua sedia a rotelle lo abbracciò all'altezza dei fianchi, le lacrime che gli deformavano la vista: “Figlio di puttana” borbottò “Brutto figlio di puttana vieni dentro!”
Si sistemarono in cucina, Carson gli offrì del caffè e poi gli chiese della guerra, ma Hazel sviò seccamente la domanda: “Sono qui perché ho bisogno di trovare un uomo.” disse.
Carson annuì: “So già chi stai cercando, Haz. Porco giuda, l'ho capito appena ti ho visto fuori la mia porta. In fondo, per quale motivo dovresti venire a trovare un vecchio storpio?” ridacchiò.
“Falla finita. Bevi sempre come una spugna?”
“Conosci già la risposta.”
“Bé, sono felice che tu non sia cambiato. Mi è sempre stato simpatico il vecchio Carson. Ad ogni modo, Tyrell Owens, dove posso trovarlo?”
Carson si spinse con la carrozzella fino ad un cassetto, sotto i fornelli, l'aprì e tirò fuori un cartoncino verde spiegazzato. Tornò al tavolo e allungò il foglio ad Hazel: c'era la foto di un uomo stampata sopra, capelli ricci, senza barba, sguardo viscido, e una scritta:
 
TYRELL OWENS-RICERCATO.
CONTEA DI COAHOMA, DIPARTIMENTO DELLO SCERIFFO R.WHITAKER.
 
Hazel guardò Carson, che adesso stava seduto con le mani incrociate davanti a se all'altezza dei polsi. Annuì e si ripiegò con cura il cartoncino in una tasca posteriore dei jeans.
“Non è qui, insomma, non è in città.” disse Carson. “Lui è scomparso, ma i suoi uomini no. Vedo spesso Byrd Coleman alla taverna di Wadsworth su Spruce Street dopo la banca. Ci passo qualche serata il mercoledì o il venerdì sera. Credo siano in affari con qualcuno, o forse stanno solo continuando a fare quello che hanno sempre fatto. In ogni caso, io certa gentaglia cerco sempre di evitarla.”
Hazel non disse nulla.
“Qualcuno dice che ha cominciato a trafficare roba proveniente da ovest, dalla California.” proseguì lo storpio, “Altri ancora dicono dai monti messicani, lì, dalle parti di Nuevo Leon. Qualche nuova droga che fa sballare come matti i contadini del posto.”
Hazel tirò un respiro profondo. Guardò fuori la finestra il buio crescente e uno spicchio di luna, bianca come ossa e priva di vita.
“Mi serve l'indirizzo di Owens.” disse dopo un po'.
“Prova a seguirlo.”
“Seguirlo?”
“Intendo Byrd. Vai da Wadsworth, fatti un goccetto, e se Byrd è lì, quando esce prova a stargli dietro con la macchina. Credo possa portarti dritto da lui.”
“Per quale motivo mi dovrebbe portare dritto da Owens? Non pensi possa ritornarsene semplicemente a casa?”
“Mmh. Dopo quanto è successo ai... insomma, credo che Owens per paura di essere catturato, adesso viva barricato da qualche parte circondato dai suoi tirapiedi. È una mia impressione, bada bene. Quaggiù lo sceriffo ce l'ha a morte con lui e scommetto che non è il solo. Owens è un criminale da quattro soldi, ma non sottovalutarlo Haz, è intelligente. Da solo è riuscito a crearsi un piccolo impero. E da solo si è creato una posizione, qui, in questa contea.”
Hazel lo fissava e non distoglieva lo sguardo. “Chi è stato a sparare, questo lo sai?” chiese.
“Bé no. No no. Credo non lo sappia neppure lo sceriffo. Insomma, di certo non è stato Tyrell, lui non è il tipo da sporcarsi le mani. Per quanto ne so io può essere stato anche Byrd.”
“Quindi uno dei suoi.”
“Sì.”
Hazel annuì. Sedeva rigido, entrambe le mani sul tavolo. Lo sguardo inquieto, lo sguardo di chi è pronto a commettere qualcosa che non si dovrebbe commettere.
“Ascolta Haz, non ti giudicherò, posso immaginare quello che stai provando...”
“Come posso riconoscerlo?” lo interruppe Hazel.
“Chi?”
“Questo tale, Byrd Coleman.”
“Bé, Byrd non passa inosservato. È biondo, capelli lunghi e barba lunga. Ha un tatuaggio sull'avambraccio destro, tipo un serpente o roba simile.”
“Che auto ha?”
“Un pick-up blu. Blu scuro. Mi pare Chevrolet.”
“Ti pare o è Chevrolet?”
“È Chevrolet.”
A quel punto Hazel bevve il caffè rimasto, si pulì la bocca con la manica della camicia e si tirò su di scatto dalla sedia.
“Già te ne vai?” chiamò lo storpio, ma la sua voce riecheggiò flebile fra gli spazi vuoti del corridoio perché Hazel era già uscito dalla cucina.
“Buonanotte Carson. E grazie per il caffè.”
 
 
Hazel dormì nella sua cameretta. Le lenzuola di raso del letto profumavano di giglio, proprio come ricordava. Mamma la mattina stendeva sempre i panni in cortile, vicino ai fiori. Adesso è tutto appassito.
Si svegliò urlando che era ancora buio. Si mise seduto e strinse la testa fra le mani. Il cuore che gli martellava nel petto. Il respiro mozzato da una stretta alla gola. Rimase lì, fermo, a piangere e a farfugliare parole sconnesse; si era risvegliato che non riusciva a ricordare il viso di suo padre. E neppure quello di sua madre. Rimase in quella posizione - fermo come un manichino - fino a quando il mondo fuori la finestra non cominciò di nuovo a ricostruirsi alla luce dell'alba.
Uscì di casa che era mezzogiorno, il sole nel cielo di cobalto lo accecò. Arrivò fino alla macchina ferma sul selciato del cortile e aprì il bagagliaio. Dentro ci sistemò il fucile del padre, una casseruola piena di pallettoni e un vecchio binocolo che aveva ritrovato in un cassetto.
Percorse la 49 in direzione sudest e si fermò a pranzare in una tavola calda a poche miglia fuori Tutwiler. Ordinò un'insalata di barbabietole, peperoncini jalapeno e pollo fritto.
Vagò per il resto della giornata in lungo e in largo per la contea. Fermò spesso l'auto sul margine della strada per fissare ettari di campi, cotone e soia, e per fumare una sigaretta. Il giorno morì in una luce magenta e cenere. Ritornò a Clarksdale e accostò la sua auto a un cassonetto dei rifiuti nello spiazzale davanti al salone di Wadsworth. Lì, fermi, c'erano cinque veicoli, fra cui un pick-up della Chevrolet blu scuro. Hazel scese dall'auto e sguazzò fino alla porta del locale, dove bussò. Un grosso tizio dall'aria minacciosa arrivò ciabattando dal corridoio, tolse il chiavistello e sbirciò fuori. Lo squadrò dalla testa ai piedi e dopo un attimo di silenzio disse: “Entra.”
Una folla di uomini era sparpagliata intorno ai tavoli e al bancone, e quando Hazel fece il suo ingresso nella sala smisero tutti, per un secondo, di parlare. Non era mai stato lì, in quella parte della città frequentata per lo più da luridi bifolchi sempre ubriachi, esponenti del Klan o fuggitivi di ogni risma. Non riconobbe nessuno di quei volti, né il profilo di un amico né di un vecchio conoscente. Avanzò con lo sguardo basso fino al bancone ricoperto di zinco, camminando sul pavimento di legno oleato che mandava cigolii a ogni passo. Ripresero tutti a parlare e a bere e a dire stronzate. Due puttane poggiate su un tavolo di marmo gli dissero qualcosa di osceno ma lui proseguì. Dal juke-box You Gotta Move di Fred McDowell. Nella stanza rumore di bicchieri e odore di tabacco. Hazel prese posto su uno sgabello.
“Cosa ti porto, figliolo?” chiese il barista avvicinandosi con uno straccio fra le mani.
“Una boccia bionda.”
“Arriva subito.”
Si guardò intorno. Vide Byrd in un angolo, su un tavolino, seduto insieme a un tipo grosso e pelato. Aveva ragione Carson, non passa inosservato. Aveva la pelle del viso talmente abbronzata che il contrasto con i suoi capelli dorati appariva grottesco.
Che faccia da stronzo.
Pagò la boccia di birra novanta centesimi, e ne bevve la metà con un solo sorso. Rimase lì, al suo posto, col dito che percorreva la pozza d'acqua lasciata sul bancone del boccale. Di tanto in tanto si girava per spiare con la coda dell'occhio Byrd e il suo amico. Alcuni uomini ridevano e bevevano, due ubriachi accennavano passi di una danza che nessuno aveva mai ballato e mai più ballerà, il barman riempiva i bicchieri, le puttane facevano le puttane. A un certo punto il tizio pelato seduto al tavolo con Byrd gridò in direzione del barista: “Quanto ci vuole per questo dannatissimo whisky?”
“Ci vuole il tempo che ci vuole Hugh.”
La serata finì un'ora più tardi, i due uscirono e Hazel li seguì nella maniera più discreta possibile. Salirono entrambi sul furgoncino blu scuro e partirono in direzione sudovest lasciando la contea per arrivare in una campagna alle porte di Mound Bayou, nella contea di Bolivar. Il faro della luna nel cielo accendeva vagamente la notte. Il Capricorno bruciava, la Lira pulsava. Hazel li seguì a debita distanza, i fasci di luce rossa dei fanali posteriori del pick-up erano grandi quanto lo schizzo di una piccola falena spiaccicata sul parabrezza. Per alcuni tratti dovette persino vagare con le luci di posizione della sua Bel Air completamente spente, per non destare sospetti, tanto che rischiò più volte di uscire di strada.
Poi il furgone svoltò in mezzo a un campo di erbe selvatiche e continuò fin dentro un boschetto di salici frondosi. Hazel li seguiva a duecento metri di distanza con le luci spente, la faccia imporporata nel buio e gli occhi rossi di rabbia. Alla fine del bosco la strada diventò uno sterrato e continuò dritta fino a una vecchia magione, stagliata fra erbacce e sbuffi di carici paludosi contro il cielo incolore.
 
 
6.
Quando penso ad Hazel Long, penso a un uomo che si risveglia da un incubo per affrontare un dolore ancora più grande e profondo. È inevitabile. Come se tutto ciò che ami, di colpo, diventasse tormento. Ci pensi? Io non riuscirei a sopravvivere a lungo così, ne sono sicuro. Perderei la fede ed è difficile, ci puoi giurare, molto difficile perdere la fede, allontanarsi da Dio. Credi sia facile? Non lo è. E te lo dice uno che ha vissuto sessantadue anni della sua vita in grembo al Signore. Con la fede stretta vicino al cuore. Anche nei momenti più difficili, insomma, quelli che io definivo difficili. Devo ammetterlo però, avevo ventiquattro anni quando sono diventato sceriffo di questa contea, e in tutti questi anni non ho mai dovuto sparare a nessuno, no che non ci fossi andato vicino. In più, non ho vissuto un solo giorno della mia vita col sentimento della vendetta, magari per un torto subito o che ne so, per qualunque cosa. Quindi, a confronto di Hazel, posso dire di aver vissuto in paradiso.
Ho preso il posto di Davin Wordlaw che è nato e cresciuto qui, a differenza mia; io sono il primo sceriffo della contea di Coahoma a non esser nato neppure in Mississippi, dato che provengo dalle Smoky Mountains, Carolina del Nord. Ma delle montagne ricordo ben poco, ero poco più che un bambino quando con la mia famiglia siamo venuti ad abitare quaggiù, nella terra del lungofiume. Anse Long viveva già qui, al tempo era un ragazzotto che stava a sentire al suo vecchio, Boone Long: l'uomo più forte che io abbia mai conosciuto. Alto due metri e due spalle così larghe che le domeniche mattina riusciva a entrare dalla porta della chiesa solo di traverso. Morì di polmonite, questo lo ricordo, perché nonostante i dolori e tutto continuò fino all'ultimo a lavorare alla sua terra. Ad ogni modo, quello che è successo ad Anse e Mary Helen credo sia lo specchio del nuovo che avanza. Il mondo cambia, e che lo faccia ogni cento, duecento, mille anni, questa è l'unica verità innegabile, oltre la morte. Tutto cambia. Tutto è in movimento. La gente va e viene. La terra invece resta, ed è per la terra che lottiamo: per un piccolo spazio da lasciare ai nostri figli fatto di pace e autonomia. Ma l'inconveniente esiste, il terremoto è sempre vigile, lì, nascosto, pronto a sradicare quello che di buono e di giusto siamo riusciti a creare.
 
 
7.
Rimase fra i rami del boschetto e le siepi selvatiche, col fucile stretto in una mano e il binocolo nell'altra, fino alla levata del sole. Non dormì neppure un secondo. Gli sembrò quasi di essere tornato in guerra, se non fosse per l'edificio in stile vittoriano che spuntava fra il verde dei campi in fiore del Mississippi.
Non vide nessuno per tutta la notte entrare o uscire dalla casa, fino all'alba; la porta si aprì e spuntò fuori una donna, capelli rossi, e poi un uomo, capelli ricci, senza barba e sguardo viscido. È lui. È proprio lui.
I due si stiracchiarono e poi si abbracciarono. Li raggiunse un attimo dopo il tizio senza capelli che Hazel aveva visto la notte prima al locale di Wadsworth insieme a Byrd. In una mano aveva un fucile, calibro .44 in acciaio inossidabile, nell'altra un piccolo vassoio con due tazzine.
Caffè, presumo.
Tyrell e la sua donna bevvero insieme sulla veranda, seduti su una panca. Il fruscio del vento fra gli alberi. Il latrato lontano di alcuni cani. Hazel pensò fosse arrivato il momento, ma qualcosa o qualcuno dentro di sé gli disse che non era quello il momento giusto. Non ancora. Non ancora, Haz.
Registrò per bene il paesaggio, la casa, la strada, perfino il cielo, dove adesso a est si potevano scorgere gli ultimi grigiori dell'alba che sostituivano il buio e le stelle, e una macchia di rondoni che migrava verso sud a forma di V.
Tornò indietro.
Con l'auto lasciò la contea di Bolivar, e si fermò a mangiare poco prima delle undici in una squallida taverna in periferia, vicino la cittadina di Lera Nara, hamburger e tortillas e una birra ghiacciata. Il sole era già alto e l'aria si stava riscaldando. Da una radio Me and the Devil Blues di Robert Johnson. Nella stanza le luci erano soffuse e al bancone, più in là, era seduto un vecchio cieco col bastone che prese a parlargli. Occhi di cera scalfiti sotto contorni di rughe. Le mani grandi, callose, con unghie ancora sporche. Gli chiese se era del posto e Hazel gli rispose di sì: “Sono nato e cresciuto in una fattoria vicino Clarksdale.”
Il cieco a quel punto cominciò ad arrotolarsi una sigaretta, la saliva della lingua ne impastava i bordi: “Hai combattuto in qualche guerra ragazzo?”
“Sì. Vietnam.”
“Quanti ne hai fatti fuori?”
Hazel rimase in silenzio per un po'. Si guardò intorno con aria incerta. Gli disse che non aveva voglia di parlare della guerra e il vecchio annuì. Haz a quel punto risalì con la mano fino alla punta della bottiglia di birra, tolse il tappo e bevve. Gli chiese da quanto tempo fosse cieco, e il vecchio rispose che era nato così. Parlò dei sogni, disse che i sogni per un cieco sono la cosa più bella del mondo. Lui sognava, vedeva, cose che probabilmente neppure esistono, cose che in nessun modo un cieco come lui avrebbe potuto descrivere. Disse che la sua paura più grande era quella di smettere di sognare. Svegliarsi e ricordare che il buio assoluto è l'unica cosa che gli spetta.
Hazel soppesò la bottiglia, guardò il liquido muoversi viscosamente dietro il vetro marroncino, e chiese al vecchio cieco se fosse solo al mondo.
“Sì, vivo da solo. Ma un tempo avevo una moglie, si chiamava Gloria.”
“Ora dov'è?”
“È morta dodici anni fa. Febbre tifoide.”
“Mi dispiace.”
Il vecchio anacoreta a quel punto esitò, come se stesse cercando le parole adatte. Si accarezzò con una mano il suo rugoso pomo di Adamo e poi parlò. Disse che percepiva nella sua voce una vena di oscurità, come se non gli importasse nulla del suo futuro o del futuro degli altri. Gli disse che secondo lui non gli importava neppure il destino del mondo, e disse che se era così, purtroppo aveva raggiunto il punto di non ritorno.
Restarono seduti in silenzio. Hazel con i suoi occhi smarriti e vuoti, afflitti, nell'aria immobile della taverna semibuia. Il vecchio tossì, scosse con il dito la cenere della sigaretta quasi spenta e gli chiese dove era diretto, ma Hazel disse che non lo sapeva.
“Insomma ragazzo, che sei venuto a fare qui?” domandò il cieco.
“Io non sono venuto qui. Io sono solo di passaggio.”
Si mosse con l'auto poco dopo il crepuscolo. Era una notte splendida, Venere se ne stava sul dorso della luna rossa e Vega – a settentrione – bruciava come non faceva da anni. Attraversò la statale fino a Clarksdale incrociando con i fanali boschi di mangrovie e frutteti su cui alberi c'erano mele grosse come una nocciolina, rosse lucenti e orribilmente amare.
Fermò la Bel Air nello spiazzale davanti alla bettola di Wadsworth. Parcheggiate c'erano tre auto e il furgoncino blu scuro di Byrd Coleman. Spense il motore e rimase al volante della macchina, al buio, per un paio di minuti. Poi si arrotolò una sigaretta, l'accese e aspirò una grossa boccata di fumo. Dopo un po' si sporse in avanti e si abbassò, pescando il fucile da sotto il sediolino. Lo tenne di traverso sulle ginocchia, aperto, tirò altre cinque boccate dalla sigaretta e la spense.
Fuori tutto taceva.
Tirò dal cassetto del cruscotto una scatola di cartucce che sistemò sul sedile del passeggero. Riempì il caricatore e girò la chiave di avviamento. Il motore scoppiettò e Hazel innestò la marcia. Avanzò lentamente attraverso lo spiazzale fino alla Chevrolet. Spense il motore lì, di fianco al pick-up, e si accese, di nuovo al buio, un'altra sigaretta.
 
 
Erano in tre questa volta, e uscirono dal locale due ore più tardi. Byrd barcollante aiutato da un tizio molto alto, che quello pelato chiamò dopo una risata asmatica con il nome di Blake.
Hazel se ne stava già da un po' nel buio, appostato dietro il pick-up di Coleman, con l'otturatore del fucile tirato indietro. Respirò lentamente, una vena cominciò a pulsargli sulla tempia. Pensò che il tempo si stesse fermando. Sii veloce. Rapido. Questa è la notte buona. La notte buona.
Si appoggiò il calcio del fucile alla guancia e rilevò con la coda dell'occhio la posizione dei tre nello spiazzo. Hazel balzò di colpo da dietro la macchina, sparò a Blake e al pelato in rapida successione, mirando in alto. Li colpì alla testa. Il crepitio delle pallottole scosse l'aria umida mentre quelli cadevano a terra come fantocci di paglia. Byrd s'immobilizzò di scatto, guardando col terrore stampato sul viso i suoi compagni morire. Bestemmiò e guardò Hazel. Balbettò qualcosa che Hazel non capì e poi alzò le mani al cielo, in segno di resa.
“Non sparare.” disse. Ma Hazel non lo sentì neppure. Sentì solamente il frammento di piombo che si era conficcato nel cervello di Byrd rimbalzare sull'asfalto davanti alla taverna di Wadsworth.
Cadde il silenzio.
Avanzò col fucile ancora fumante, si abbassò e tastò i pantaloni grigi mohair di Byrd senza trovare nulla. Sbuffò e infine pescò da una tasca interna del giubbotto del morto le chiavi del pick-up. Sentì delle voci provenire dalla locanda. Qualcuno gridò aiuto ma Hazel non ci prestò molta attenzione. Aprì il fucile, estrasse i bossoli e lo ricaricò. A quel punto s'incamminò di tutta fretta alla macchina.
 
 
Le luci delle baracche e delle case brillavano immobili in mezzo alle campagne. Hazel sfrecciò fino alla contea di Bolivar senza incrociare nessun altra macchina. Aveva il fiato corto, il viso sfibrato e di tanto in tanto sentiva delle fitte profonde allo stomaco. Le parole del pastore Hill risuonavano nella sua mente come un disco rotto, un'eco lontano e smorzato tu sei un uomo buono, io ti conosco.
La mezzanotte era passata da cinque minuti.
Tornò alla magione e fermò il pick-up nel vialetto accanto ai resti bruciacchiati di un granaio. Spense i fanali, il motore e tirò via la chiave. Rimase al buio col fucile stretto fra le mani, come una sorta di sacra reliquia, e poi si sporse sul cassetto del cruscotto. Rovistandoci dentro ci trovò dei documenti scaduti e una fiaschetta di whisky fatto in casa. Richiuse il tutto e uscì dalla vettura. Rimase un momento a gettare occhiate alle finestre buie della casa e al cielo stellato, perfetto, incolume. Armò il cane e proseguì fra le erbacce che infestavano il cortile. Salì i gradini della veranda, fece quattro passi e accostò l'orecchio alla porta chiusa, come se dovesse sentire qualcosa. Ma tutto quello che riusciva a sentire era solo il miagolio indefinito del vento. A quel punto serrò la mano sulla maniglia ricorda: è questa la notte buona e rimase ad ascoltare. Il respiro affannoso, il cuore che batteva come un martello sotto lo sterno. Questa non è vita. Non lo è.
Girò la maniglia e la porta si aprì - non era chiusa a chiave - lentamente, il fucile piantato nell'oscurità che ammantava la casa. Davanti a lui, nonostante il buio, riusciva a distinguere il profilo di una scala e la sagoma di un'enorme orologio a pendolo. Girò alla sua sinistra e si fermò sulla soglia di una stanza col soffitto basso, forse è il salotto, pensò.
Poi, di colpo, udì dei passi provenire dal piano di sopra. Dei passi e poi una voce, roca e assonnata. “Byrd?” chiamò la voce.
Hazel si pietrificò dietro il muro della stanza.
“Ragazzi, siete voi?” insistette. Adesso scendeva le scale, e Hazel infatti poteva sentire i passi incrinare le assi del pavimento. “Blake, Hugh. Siete ubriachi?”
Nessuna risposta. Hazel rimase fermo, dall'altro lato del muro, con il pollice appoggiato sul cane dell'arma e gli occhi iniettati di sangue, occhi che riflettevano il buio, occhi che ferivano, occhi che ferivano ogni cosa. Tyrell si fermò ai piedi della scalinata, fra le mani aveva una .45 semiautomatica. Sospirò e poi chiamò di nuovo i suoi compagni.
Il silenzio si prolungò per quindici secondi.
Hazel si mosse in quell'istante e fece fuoco. Lo guidò l'istinto. Un lampo e un doppio eco. Harper Moon gridò al piano di sopra. Anche Tyrell aveva sparato un colpo, la pallottola però aveva colpito il mobile del salotto ed era rimbalzata nel muro, ma ciononostante era stato centrato in pieno petto, fra il corpo dello sterno e la quinta costola sinistra. Un tonfo. Cadde all'indietro, nell'oscurità, gemendo. “Lo sapevo.” disse, “Lo sapevo che sarebbe arrivato qualcuno.”
Hazel gli montò sul torace insanguinato strappandogli la .45 di mano e assestandogli col manico del fucile un colpo in faccia. Tyrell sputò sangue. “Sto per morire.” disse.
Hazel rimase in silenzio.
“Chi sei?”
“Sono il figlio di Anse Long.”
“Il figlio di Anse Long.” ripeté Tyrell, la voce sottile e remota. “Mi dispiace.” fu l'ultima cosa che disse. Poi morì.
A quel punto le luci si accesero e sopra la scala Hazel vide Harper Moon in lacrime, i capelli rossi raccolti da un elastico, i piedi nudi, le braccia esili che tremolavano. Indossava una camicia da notte di tela bianca, ed era bellissima, lì, ferma sull'assito in legno di cipresso.
Hazel si tirò su lentamente, fissandola dai piedi delle scale. Non le disse nulla. La guardò soltanto. E lei lo stesso. Piangeva, immobile come una statua di cera o peggio, come un condannato a morte. Chiuse gli occhi mentre Hazel le puntava il fucile contro e rimasero chiusi anche quando la pallottola la uccise con un suono secco e rabbioso; si piegò di lato e crollò giù dalle scale.
Hazel la fissò cadere; gli occhi scuri e insonni, l'aria smarrita. Era diventato un uomo torvo e spettrale, un uomo che per sua stessa ammissione aveva perso l'anima. Un uomo che covava solo torto e aggressività, sfumature sadiche che irrompevano nel fluire naturale dei pensieri, adesso empi di rabbia e vuotezza. Questa non è vita. Non lo è. Le orecchie tese ad ascoltare il mortaio sulle colline. Mia madre che mi chiama per la colazione, uova, pancetta e pane tostato. “La vendetta non aiuta.” disse il pastore Hill. “Non è mai la risposta. Credimi figliolo, credimi.”
Intorno a lui era diventato tutto un vuoto infinito senza eco. Una sensazione indescrivibile, un sentimento indescrivibile che logora e consuma; più intenso del terrore, più intenso della rabbia e della delusione. Guardò le travi del soffitto e le mura imbrattate del sangue di Tyrell. Guardò il fucile di suo padre. Guardò il mondo per l'ultima volta.
Che cosa ho fatto, pensò.
Si udì uno schianto.

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Gradimento

ritratto di Elisabeth

Ciao! La frase "Questa non è

Ciao! La frase "Questa non è vita. Non lo è. Le orecchie tese ad ascoltare il mortaio sulle colline. Mia madre che mi chiama per la colazione, uova, bacon e pane tostato" parla da sola per questo racconto riassumendone l'alternanza di contrasti.  L'ho letto con vero piacere. Cadenzato al punto giusto, senza fretta; minuziose descrizione dei luoghi e dell'animo reso malato non solo dalla guerra, ma dal desiderio di vendetta. Ci ho trovato anche la pace, nel cielo con i grigioni che si sollevano a V nell'alba; l'attimo in cui MaryHelen muore sotto un cielo color piombo, così come HarperMoon "bellissima" anch'essa nella sua camicia bianca, chiamata a morire per vendetta. Mi dispiace, Hazel non avrebbe dovuto uccidersi.

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio elisabeth.

Ti ringrazio elisabeth. Esattamente, nell ultimo atto ho condensato tutto quello che ha portato Hazel alla "sconfitta", alla "fine". Anche se in verità non credo che in una storia di vendetta ci possano essere vincitori e vinti. Non so. Ad ogni modo, è un tema interessante, nonostante sia trito e ritrito. A presto!

E' un bel dilemma....

.....stabilire se la vendetta aiuti o meno.

E anche il protagonista se lo è chiesto e ne ha tratto le devute conclusioni.

Ciò detto, ho trovato il racconto fenomenale per come sono utilizzate le parole. Dirette, cadenzate e senza fronzoli, descrivono la situazione e cosa si dibatte nella mente del protagonista.

Un racconto molto bello che ci mette subito a nostro agio e che denota una vasta cultura dei luoghi e dei modi di oltreoceano, come nella migliore tradizione "Kinghiana".

Ecco, probabilmente tanti flashback all'inizio di ogni descrizione in un racconto possono risultare lunghi e sarebbero più idonei su un libro, ma questo non raschia via l'etichetta di un racconto pregevole.

Ottimo!

 

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio paolo. Ecco, sì,

Ti ringrazio paolo. Ecco, sì, ho insistito molto sul tema dei flashback/flusso di pensieri per ampliare il turbamento del protagonista, ed è verissimo che tale "espediente" puó essere puó idoneo su un libro, per l'appunto lo stp scrivendo adesso uno e mi sono reso conto (scrivendo in contemporanea questo racconto) che mi sono lasciato molto influenzare! 

ritratto di Rubrus

***

Il racconto ha un buon ritmo ed è molto "metaletterario" nel senso che si sente l'influsso - o l'omaggio - alla letteratura noir d'oltreoceano, in specie quella del sud (King, secondo me, no: anche se il flashback è una delle sue tecniche preferite, usa molti più strumenti retorici; più che altro penserei a Hemigway e ai suoi epigoni noir - di altri ne ho già parlato, quindi in questa scia aggiungerei Nic Pizzolato, oltre a Westlake, che sicuramente avrò già nominato).

L'aderenza ai canoni c'è tutta e insomma non mi pare sia il caso di dillungarsi oltre.

Tanto per rompere le glorie: Hazel è nome femminile (Nocciola) e curioso che non lo si faccia notare, nel testo... ma d'altronde, all'anagrafe, John Wayne si chiamava Marion (altro nome da donna) Morrison, quindi...smiley    

Piaciuto.

Ciao. 

        

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Rubrus! L'idea del

Ciao Rubrus! 

Ho estrapolato l'idea del flashback in questo caso da Faulkner, anche l'ambientazione, ho sempre desiderato ambientare un mio racconto nelle sue magnifiche terre. Per il resto, ti ringrazio di averlo letto; hai citato Pizzolatto, lessi qualche mesetto fa il libro Galveston, gran bel noir, purtroppo ancora poco conosciuto da noi.

Per quanto riguarda Hazel, spevo che era essenzialmente un nome femminile, ma a seguito di alcune ricerche fatte in internet, ho scoperto che in Mississippi è molto usato fra gli uomini. Curioso. 

A presto!

ritratto di Rubrus

***

ritratto di Gerardo Spirito

Wow grande rubrus! Quando

Wow grande rubrus! Quando torno stasera a casa dal lavoro me lo leggo meglio

ritratto di BRUTTOMABUONO

Ho letto con grande piacere...

...questo tuo lavoro, che trovo scritto in maniera assolutamente fantastica. Le descrizioni dei luoghi e, soprattutto, dei personaggi attraverso il flusso dei pensieri è affascinante e coinvolgente. Il tema è uno di quelli estremamente difficile da trattare e tu l'hai fatto tenendo la giusta distanza, lasciando che il personaggio sprofondasse in una sua lenta e inesorabile spirale di distruzione e, alla fine, auto-distruzione, rispettando così la premessa del titolo, ma senza esprimere né esplicitamente né implicitamente un giudizio sulle sue scelte.
Un gran bel pezzo, Gerardo.
 
Tony.
ritratto di Gerardo Spirito

Grande tony. Come hai detto

Grande tony. Come hai detto tu, è un tema molto difficile da trattare, proprio perchè molto abusato. Speravo di non cadere nell'ovvietà o, per l'appunto, esprimere giudizi diretti sulla scelta sanguinaria di Hazel. Ho tentato di far evolvere la rabbia e la frustazione del protagonista attraverso i gesti, tenendomi come narratore il più possibile alla larga dalla vicenda; grazie per averlo notato. Aspetto il tuo prossimo lavoro. A presto!

ritratto di New kid in town

Aggiungo

Aggiungo i miei complimenti alla lista. Uno stile molto americano che si sposa benissimo con l'ambientazione. I luoghi sono tutti realmente esistenti o inventati? Non importa, perchè sono assolutamente realistici. Complimenti ancora per lo stile. Piaciuti anche i flashback.

ritratto di Gerardo Spirito

ti ringrazio kid. I luoghi

ti ringrazio kid. I luoghi sono tutti reali, l'ambientazione nei miei racconti difficilmente è inventata, e nella fattispecie de "la vendetta non aiuta" siamo in mississippi, in una contea al confine con l'arkanso. 

Grazie del commento. A presto!