Lo straniero

ritratto di Gerardo Spirito
LO STRANIERO
 
 
A nove anni la sovrintendente dell'orfanotrofio gli dice che è venuto al mondo all'alba, “quando il sole che sorge ha lo stesso colore dell'acciaio”. Sembra una fiaba, il prologo di un racconto senza né capo né coda. Forse lo dice per rincuorarlo, per farlo sentire meno solo, ma lui sa che è una bugia. Il ragazzo lo ha sempre saputo. Ad ogni modo, quel pomeriggio la sovraintendente non gli menziona né un giorno né un anno, e mai lo farà. Sembra incredibile, ma è così.
Non ha mai conosciuto i suoi genitori, mi hanno abbandonato, pensa, anche se i suoi compagni in orfanotrofio gli ripetono che è nato bastardo; “nato dal seme di uno sconosciuto che ha ingravidato una puttana presa a caso.”
Se non fosse per un'anziana badante di nome Dallas, come la città, forse adesso il ragazzo non saprebbe neppure che esiste, al mondo, il termine umanità: “Lasciali perdere, Ewell, lo dicono solo per farti arrabbiare.”, ma non basta.
L'unica cosa di cui è certo è che il suo nome è Ewell, il suo cognome da trovatello è Johnson, e che Houma, Louisiana, è la sua città.
Nel tempo, crescendo, coltiva solo alcuni ricordi degli anni in orfanotrofio; tutto il resto diventa oblio. Ricorda che fuori la finestra della camerata riusciva a scorgere i tetti a garretti delle case popolari e l'edificio Rue des Fleurs, all'angolo di Abraham Street, del sindaco di Houma, Boyd Webster, una squallida imitazione dello stile vittoriano del diciassettesimo secolo. Ricorda Joe il negro, quello strano bambino che credeva di essere John Wayne, anche se Ewell non sapeva neppure chi fosse John Wayne. Ricorda il reverendo dell'istituto, ma non il suo nome, e ricorda i globi torvi delle fornaci della fonderia oltre i campi, a nord. Le ciminiere fumose di Terrebonne Parish. Il cielo livido, le stelle sconosciute. Ewell di quei tempi ricorda principalmente i silenzi.
Fugge via quando ha, forse, quindici anni e come un randagio vaga in lungo e in largo per la contea. Dorme sotto i ponti, vagabondo fra i vagabondi, poi trova una piccola baracca abbandonata sulle sponde del lago Hackberry. Argini popolati dai kudzu, acqua torbida di crepe venose, l'aria che odora di catrame. Dio santo, quel lago si gonfiava e frusciava cupamente lungo la battigia che sembrava una cosa viva.
Appoggiato al montante del suo nuovo portico Ewell fissa l'orizzonte; i caprimulgi che zigzagano in alto, le tavole di legno con le schegge in agguato ad infilarsi sotto le suole in basso. La baracca è un'orgia di chiodi sporgenti mentre la notte, gli alberi di palude intorno alla struttura, riposano sinistri e ostili e le loro ombre di piombo riflettono nell'aria grumosa di umidità come grossi robot di metallo rugginoso. Fanno quasi paura.
Ewell, adesso che ha un posto stabile in cui dormire, comincia anche a rubare e quando lo scoprono nega di averlo fatto. A cinque anni dalla sua fuga dall'orfanotrofio ha già scontato novantaquattro giorni di carcere per piccoli furti. Prima Forcht-Wade e poi il penitenziario Dixon.
Ora bisogna cambiare. Ma non sa se in meglio o in peggio, questo non gli interessa. Gli interessa fare solo quello che la sua testa gli dice di fare.
Quando esce dalla prigione ritorna nella contea di Terrebonne; cerca un lavoro e lo trova all'emporio del vecchio Durand a Gibson, una piccola e isolata cittadina a sud di Houma. Venti centesimi a commissione, questa è la paga.
In giro per le viuzze di Gibson, nei giorni delle consegne, conosce Sue Ellen. La ragazza ha quindici anni. Con lei scopre la sessualità, il piacere, e sempre con lei emancipa le sue più remote repressioni, finalmente. Una violenza senza senso. Senza scopo. E non lo fa per l'eccitazione, non lo fa in nome di Dio, neppure perché è egli stesso a sentirsi un Dio; lo fa perché crede che sia nato per questo, perché è questa la sua natura, perché ha sempre ritenuto che una vita scaturita dal caso fosse incondizionatamente destinata al caos.
12 Agosto dell'anno del Signore 1983. Ewell conduce Sue Ellen in un campo, fra la vegetazione, vicino alla sua baracca e ad uno stagno in asciutta dove non c'è neppure l'ombra di un pozzetto d'acqua. Solo sabbia umida. Forse se avessi scavato con le dita ne avrei trovata un po', di acqua.
Lei pensa che avrebbero fatto l'amore, ma lui questo non lo pensa. Nasconde un piccolo coltello a serramanico nella tasca posteriore del suo jeans scucito, il suo unico jeans, e sa che tra poco l'avrebbe ammazzata.
Mentre si baciano, con una cautela inumana, sfila dalla tasca la piccola lama e le taglia la gola. Un taglio netto. Il sangue rosso porpora zampilla a fiotti. Poi la guarda negli occhi. Lei non sa cosa pensare. Non lo sa, sente solo dolore. Il suo primo amore l'ha tradita; Ewell Johnson, il suo primo e ultimo amore.
Sue Ellen grida, i suoi occhi lacrimano, ma lui le dice di stare zitta: “Qualcuno ti potrebbe sentire. Fa' silenzio.”
La osserva dissanguarsi. Impallidirsi. Adesso da sotto il vestito di lino bianco, riesce a vederle i capezzoli duri e bluastri per il freddo. La guarda contorcersi. Una mano insanguinata schiaccia la ferita profonda sulla gola, l'altra invece graffia la terra e l'erba secca. Non vuole morire, nessun quindicenne vorrebbe morire. Sue Ellen però muore nel giro di un'ora.
Il cielo diventa stanco, s'incupisce, mentre Ewell grondante di sudore scarica quel cadavere irrigidito nelle acque del lago. E mentre torna verso casa ode un rumore, rami che si spezzano; un gatto sbuca fra i cespugli, il pelo grigio fumo, fissa trasognato il ragazzo nella sua tenuta arrangiata, visto che sembra uno gnomo uscito da qualche fiaba spaventosa, e poi scappa via.
Quando scende la notte la Lira nel cielo è solo un bagliore di occhi ardenti e l'aria intorno alla baracca è fredda e trasparente. Gli uccelli non cantano. Tutto tace.
 
 
Tre giorni dopo Ewell è a Donner, in un bar. È sabato sera. Mentre beve uno dei tre bicchieri di whisky della serata, da una tasca della camicia caccia del tabacco e una busta di stoffa che contiene cartine ritagliate da cartocci di granoturco; cartocci e tabacco rubati all'emporio del vecchio Durand. Mette il tabacco in una cartina e arrotola il tutto avanti e indietro. Poi, quando ha finito, si accende con un fiammifero la sigaretta e la fuma insieme ad un tipo di Morgan City, e sempre insieme al tipo di Morgan City, poggiato al bancone di legno scheggiato, assiste ad una rissa tra due carpentieri di Galveston, ubriachi.
Quei due texani si muovono come orsi.
I carpentieri si spaccano due, tre, forse quattro bottiglie in testa finché uno dei due fra le grida, le imprecazioni e i vetri rotti si lascia cadere a terra. È svenuto. Ha le tempie lustre di sangue e si è pisciato addosso. L'urina infatti gli ha chiazzato sul davanti di scuro il pantalone. Qualcuno ride. Qualcun altro lascia il locale, Ewell compreso e con lui c'è il tipo di Morgan City, ubriaco marcio.
Ewell gli dice di seguirlo nei campi perché sa che lì c'è una baracca piena zeppa delle riserve di whisky di un vecchio avvocato della contea. Sta mentendo, è una trappola. Ma il tipo di Morgan City non lo sa, non può saperlo, e così abbocca come un pesce.
Fuori la notte porta pioggia e vento, un vento tagliente, e mentre le due sagome avanzano nella boscaglia fitta e acquitrinosa, Ewell comincia a percepire nella sua bocca il sapore ferroso del sangue. Lo brama. La sua voglia di uccidere cresce ogni istante che passa.
Si gira di scatto e infilza il suo coltello nel fianco sinistro del tipo di Morgan City. La carne è morbida. Riesce a sentire le costole incrinarsi e poi spezzarsi.
“Che cazzo fai. Fermati! Ti prego, fermati!”
“Non è un mio problema.” è l'unica cosa che Ewell gli sussurra. Non è un mio problema.
Il secondo colpo lo sferra nell'occhio destro. Gli scortica l'osso zigomatico e forse anche quello lacrimale mentre la pupilla si lacera come gelatina.
La pioggia continua a cadere copiosa e le gocce che cadono sul volto del tipo di Morgan City si mischiano al sangue che sgocciola nero e denso lungo il viso. Avviene tutto in pochi istanti, il tipo si accascia fra la vegetazione e rimane lì, fermo, irrigidito, morto, sotto la pioggia, perché questa volta Ewell non ha neppure voglia di gettare il corpo nel lago, o quantomeno, di nasconderlo da qualche altra parte. Ha solo voglia di ritornare a casa, nella sua baracca fatiscente, e addormentarsi vicino alla sua nuova piccola stufetta rubata a casa di un'anziana vedova in Caroll Street, giù a Gibson, durante una consegna.
 
 
In paese la famiglia di Sue Ellen ha detto allo sceriffo che la ragazza è scomparsa, e così il lunedì mattina lo sceriffo Buchanan fa visita all'emporio del vecchio Durand, in cerca di Ewell.
“Il ragazzo è dietro gli scaffali, sta rimettendo a posto le borse della farina. Laggiù sceriffo, lo trova proprio laggiù.” indica il vecchio.
L'orfano è proprio dietro gli scaffali, indossa una camicia sbrindellata e puzzolente e ha quel viso accigliato solito di chi non ha tanta voglia di lavorare ma deve comunque farlo.
“Sei tu Ewell?”
“Sissignore.”
“Sono lo sceriffo Buchanan ragazzo. Ho un paio di domande da farti. La madre di Sue Ellen Fitzgerald mi ha detto che ti ha visto qualche volta in compagnia di sua figlia. Insomma, vi vedete, uscite insieme?”
“Nossignore, non usciamo insieme. Forse l'avrò incontrata qualche volta per la strada ma non direi proprio che usciamo insieme.”
“Non vi siete mai frequentati?”
“Direi di no, signore.”
“Quindi la signora Fitzgerald mi ha mentito, ragazzo?”
Ewell non risponde, si limita solo ad annuire.
“Pensi che sia un'idiota?” insiste lo sceriffo.
“Nossignore.”
“E allora perché mi stai mentendo?”
“Non le sto mentendo signore.”
Lo sceriffo lo fissa strizzando gli occhi. Cerca di cogliere un brillio estraneo nel suo sguardo, un segno, una confessione involontaria. Questo bastardino è furbo.
“Bé, Sue Ellen è scomparsa da cinque giorni. I signori Fitzgerald non sanno dove sia o che fine abbia fatto. Hanno paura. Tuttavia io penso, anzi, sono consapevole che da queste parti sono molti i ragazzi che scappano via, lasciano tutto e tutti perché soffocati dalla vita di campagna. Ne ho visti a decine di giovanotti in fuga. Molti dopò un po' ritornano, altri invece svaniscono per sempre.”
“Già sceriffo, è possibile che se ne sia andata.”
“Tu di dove sei ragazzo?”
“Sono cresciuto in un orfanotrofio a Houma.”
“E quanti anni hai?”
“Ventuno.”
“Ventuno. Hai qualche documento?”
“Nossignore, non ora, non con me. Li ho lasciati a casa.”
“Dove vivi?”
“In una piccola baracca vicino al lago.”
“Quale lago?”
“Il lago Hackberry.”
“Mmh. È tua la baracca?”
“Sissignore.”
Qualcuno fuori l'emporio invoca a gran voce lo sceriffo Buchanan, è il suo vice. Una voce, uno sbattere di portiere e poi il fragore di un clacson.
“Va bene ragazzo, ti lascio al tuo lavoro. Se hai notizie di Sue Ellen, se la dovessi rivedere, dille di tornare a casa o, meglio ancora, informa direttamente me. Chiama in stazione dal telefono dell'emporio.”
“Sissignore.”
“Il vecchio Durand ha il mio numero.”
“Sissignore.”
 
 
Ewell esce dall'emporio poco prima del crepuscolo. Nella sua testa rintronano le parole dello sceriffo. Quella visita lo ha infastidito. Vaffanculo, vaffanculo Gibson e questo lavoro del cazzo.
Così, si ritrova una volta di più a fare quello che la sua testa gli dice di fare; rientra di tutta fretta nella bottega e pesca da un davanzale basso la prima cosa che trova: un martelletto d'acciaio con il manico di legno grezzo.
“Perché sei ancora qui, ragazzo?” sono le ultime parole del vecchio Durand, adesso e per sempre destinato ad una notte eterna e senza nome.
Ewell gli fracassa il cranio con colpi secchi e precisi. Il vecchio prova a difendersi, ma non può difendersi, perché Ewell quando si tratta di uccidere ci mette tutto se stesso. E questo lo ha imparato in fretta. È un'animale dagli occhi bagnati di una luce febbrile, una bestia nera senza regole e senza ragione. È il diavolo.
Il sangue del vecchio invade gli scaffali e si allarga sul pavimento di linoleum formando una pozza. Fuori, sulla strada davanti l'emporio, transita un camioncino diretto ad est, verso Donner.
L'assassino sbuffa. Devo sbrigarmi.
Getta il martello dentro un fusto di argilla senza neppure ripulirlo dal sangue. Riempie un sacco di stoffa di carne secca e nel retro recupera due boccioni d'acqua naturale, oltre che una bottiglia di bourbon Black Maple Hill invecchiato sedici anni. S'intasca dallo “scrigno dei conti” del vecchio Durand ventisette dollari e trentacinque centesimi e le chiavi del suo furgone: uno Scottsdale del '75 verde pino parcheggiato nello spiazzale ghiaioso davanti all'emporio. Riesce persino a trovare una Colt semiautomatica con caricatore amovibile da sette colpi. La pistola però ne ha solo sei, di colpi.
Carica tutto nel vano posteriore del camioncino; lo starter ronza, il motore tossisce. Ewell spinge giù la frizione e innesta la marcia. La striscia d'asfalto sotto il veicolo scorre come nastro da un rocchetto. La strada è nera d'inchiostro.
Quando la pillola del sole è scesa nella gola della notte, Ewell ha già attraversato la contea di Lafourche in direzione nordest. Il suo fine è il Mississippi, ma laggiù non ci arriverà mai.
Quella stessa notte dorme nel furgone sotto un ponte, vicino ad una piantagione di soia. All'alba quando esce per pisciare osserva ettari di campi intrisi di rugiada e all'orizzonte alberi nudi e bianchi come ossa. Ewell mentre piscia tiene le gambe divaricate, e nel terreno scuro ha appena fatto una pozzanghera ancora più scura su cui galleggiano fili d'erba e una schiuma giallastra.
Ha l'aspetto di uno spaventapasseri.
In lontananza scorge il debole luccichio del tetto zincato di una chiesa. Il sole nel cielo è un pertugio che apre alle terre dell'inferno.
Continua a percorrere la statale 90 fino alla contea di Saint Charles senza sapere che lo sceriffo Buchanan ha già ritrovato il cadavere del povero Durand e diramato a tutta la polizia dello Stato una descrizione del furgone immatricolato a nome di Vincent Durand, adesso però in mano al pericoloso Ewell Johnson, “il mostro di Gibson”.
“È un ragazzo, ha circa vent'anni. È basso, capelli e occhi neri. Ha ucciso un uomo, il proprietario del furgone, forse due, e pensiamo possa essere armato.”
Poco prima di arrivare alla cittadina di Paradis, Ewell rallenta e poi accosta al margine della carreggiata; c'è un viaggiatore che chiede un passaggio fino a New Orleans.
“Grazie per esserti fermato amico.” ma Ewell si limita a fissarlo negli occhi, in silenzio, mentre il tipo apre lo sportello per salire a bordo.
“Che c'è? Mi dai un passaggio giusto?”
“Sì, entra.” grugnisce.
Dopo tre chilometri di strada però, Ewell si è già rotto le palle del viaggiatore. Ronza peggio di una zanzara.
“Cazzo, la società di oggi è fottutamente disturbata. E sai che cosa l'ha fottuta, amico? La tecnologia. La tecnologia è come una malattia, ci puoi giurare. E oggigiorno la nostra società del cazzo è sempre più malata, più passa il tempo e più si inguaia. Ci pensi: se Einstein fosse nato cinquant'anni più tardi probabilmente avrebbe bighellonato notte e giorno davanti ad un cazzo di televisore, rincoglionendosi peggio di un bonobo. Quindi, oggigiorno, non avremmo conosciuto la teoria della relatività o che ne so, altre cazzo di teorie. Ci credi?”
Ewell ferma di scatto il furgone e si limita a dirgli di scendere.
“Cosa? Che cazzo amico, non puoi lasciarmi qui...”
Ma Ewell non ha nessuna intenzione di lasciarlo lì.
Quando il viaggiatore ritorna con le suole sull'asfalto, e si limita a sbuffare, Ewell di nascosto ha già caricato la sua Colt con due proiettili. Con calma toglie la sicura e con la solita e insensata calma esce anche lui dal furgone. Il viaggiatore lo fissa negli occhi, perplesso, ma in quegli occhi non ci vede nulla, neppure un briciolo di umanità. Ci vede solo un vuoto nero e assoluto.
Ad ogni modo, Ewell in uno straccio di attimo prende la mira e senza pensarci due volte preme il grilletto. Due colpi. Un buco alla gola e uno alla fronte.
Rimangono quattro proiettili, è l'unica cosa che pensa mentre con calma osserva il corpo del rompicoglioni crollare come un manichino sulla ghiaia oltre il bordo dell'asfalto. Non si è mai chiesto se le persone che ha ucciso meritassero o meno di morire, e non lo fa neppure adesso che ha ucciso per la quarta volta; non è un mio problema, aveva ripetuto a denti stretti al tipo di Morgan City mentre quello lo pregava di non ammazzarlo. Non è un mio problema.
 
 
A tre miglia da Boutte c'è una piccola stazione di rifornimento gestita da un'intera famiglia: il padre, la madre e i tre figli poco più che adolescenti. Ad oggi sarebbero tutti morti se con loro, per uno strano caso del destino, non ci fosse stato l'agente fuori servizio Mack Columbine, di Baton Rouge, impegnato a rifornire la sua Impala del '67.
Mack è diretto a New Orleans per incontrare suo padre, un veterano del Vietnam, nono squadrone del reggimento cavalleria impiegato nella valle di Ia Drang sotto il comando del tenente colonnello John B. Stockton.
Mack ha appena pagato alla cassa quattro dollari e trenta centesimi per il pieno benzina. Ritorna fuori e i suoi occhi per un'istante cadono su un campo ad est dove spiccano gli intrichi di un bosco vecchio e folto. Una macchia di querce centenarie grondanti di muschio spagnolo. Poi, poco prima di tornare all'erogatore, si ferma a bere un sorso d'acqua ad una fontanella con la scritta BIANCHI, adagiata nello spiazzale di rifornimento.
Ewell arriva in quell'istante da ovest, ferma il furgone e scende sbattendo sonoramente lo sportello. Guarda Mack con disprezzo. Sputa a terra. Che cazzo guardi, pensa. È nervoso e sotto la camicia ha la pistola foderata tra la biancheria sudicia e il jeans scucito. È diretto verso il chiosco.
Mack dal canto suo è sconcertato. Quell'individuo è piccolo e sporco, e ha l'aria di chi è appena uscito da un manicomio o di chi in un manicomio dovrebbe stare. Poggia la pompa sull'erogatore e continua a seguirlo con lo sguardo. C'è qualcosa che non va, fiuta nell'aria. Odore di sangue e di cenere.
“Ehi. Ehi, proprio tu. Ragazzo vieni qui un secondo.” Mack Columbine il ficcanaso. Sia lodato il cielo.
Il ragazzo si ferma e ci pensa un po' su. A cosa pensa?
Caccia l'arma e comincia a fare fuoco, aveva quattro colpi, adesso ne ha uno solo. Ha ferito Mack ad una gamba, gli altri due proiettili sono andati a vuoto.
L'agente è coperto dietro la sua auto. Grida: “Maledizione! Che cazzo vuoi fare, ragazzo?”
Ma Ewell non ha neppure il tempo di rispondere che Mack schizza fuori e gli spara due proiettili con la sua Dan Wasson calibro .375: il primo vaga senza destinazione mentre l'altro gli trapassa da parte a parte una spalla.
Ewell cade a terra. Vaffanculo. È un'agonia di dolore, ma il suo istinto lo porta a premere ancora il grilletto della Colt. Il suo ultimo colpo questa volta è impeccabile; un buco in fronte a Mack Columbine, di Baton Rouge, prima impegnato a rifornire la sua Impala del '67, e in viaggio per incontrare suo padre.
Il ragazzo ora ha paura. Comincia a correre verso i campi, non pensa neppure di ritornare nel furgone e innestare la marcia. Non sa dove andare. Non ha mai saputo dove andare.
Corre verso il bosco vecchio e folto, lui, esemplare di una razza oscura di storpi e di folli. Esseri senz'anima. Mostri senza cuore.
Sguazza fra gli alberi neri e solenni e un intrico di rovi ed erbacce. Della luce del sole gli arriva solo un pallido e sottile residuo. Il cuore gli pesa come un macigno e il sangue nero e denso che fuoriesce dal buco sulla spalla gli ha incollato la camicia sulla pelle. Impreca e bestemmia, lo fa fino a strozzarsi, mentre avanza verso il nulla fra gli alberi, traballando per lo sforzo.
Dopo un po' crolla nel fango, con la schiena accostata al tronco di una grossa quercia. Si stringe le narici con due dita e spruzza uno schizzo di muco sul terreno nero.
Al diavolo tutto.
Poco prima di svenire per il dolore sente un fischio, ma non sa se è un parto della sua mente o qualcosa di reale. L'ultima cosa che pensa, prima di perdere conoscenza, è che non è un suo problema.
 
 
Quando lo catturano, ferito, nel bosco ha l'aspetto di un troll cencioso. Gli occhi due antri scuri e profondi. Le mani sporche di sangue rappreso e il sudore che scorre lungo la testa fino a sgocciolargli sulla mandibola. È l'alba del 19 agosto dell'anno del Signore 1983.
Lo conducono a bordo di un'ambulanza a New Orleans e, dopo una notte trascorsa in ospedale, lo trasferiscono alla centrale di polizia. Lì, due detective dello Stato della Louisiana tentano di ripulire una volta per tutte la “scia di morte” che il mostro ha disseminato nella contea di Terrebonne. Ma Ewell non è mai stato un chiacchierone; lui – sapete come si dice – uccide e basta. Il suo movente è l'istinto, il caso, perché il cosa lo spingesse a compiere tutto quel male nessuno è mai riuscito a immaginarlo, figurarsi a capirlo.
E così eccolo lì, Ewell Johnson, nel braccio della morte nel carcere duro di Angola. Ufficialmente viene imputato per quattro omicidi, visto che il corpo di Sue Ellen non verrà mai ritrovato.
Alcune guardie lo chiamano microbo bastardo, altre topo di fogna, mentre gli anni passano e lui, in isolamento, aspetta l'estrema unzione. Iniezione letale, è già deciso.
Ogni giorno ascolta rinchiuso nella sua lurida cella l'eco di una radio che arriva dal corridoio, sempre sintonizzata sulla frequenza di una stazione cristiana e conservatrice. Ogni tanto la radio trasmette musica gospel, altre volte scorci del blues di Floyd Council o Bukka White. Ewell ha sempre odiato la musica.
In carcere tentano di avvicinarlo alla fede, ma a lui non interessa. I sacerdoti di Angola guidano i prigionieri nella loro riabilitazione morale verso Dio, dicono: “O sei con Lui o rimarrai per sempre un predatore. Sta a te scegliere.”
Ma Ewell non sceglie. È – e morirà – predatore.
Dalla finestra della sua cella riesce a scorgere delle colline dove pascola del bestiame, mucche e cavalli per lo più, e degli alberi che si ergono al di sopra dei campi con una sorta di inesorabile austerità, imprigionati e stagliati contro il cielo livido degli anni. Estati e inverni. Inverni ed estati.
Continua a non sentire nulla, né amore né paura. Ricorda di aver conosciuto John Wayne in orfanotrofio, da bambino. Chi è John Wayne?
È il 1989. Non ha timore della morte. Nemmeno un po'. È un uomo fatto di niente, Ewell Johnson, un uomo alieno, un uomo diverso; uno straniero, direbbe qualcuno, magari in visita sulla Terra da un pianeta molto lontano.
Gli altri detenuti lavorano nei campi cinque giorni alla settimana, sette ore al giorno, su migliaia di ettari coltivati di granoturco, soia e cotone. Tutto viene raccolto a mano e venduto da una società delle carceri della Louisiana. Tutti tranne quelli destinati alla pena di morte.
Poi, per cinque domeniche all'anno viene organizzato il rodeo, un'antica tradizione della prigione, una fiera che attira migliaia di visitatori da tutta la nazione che siedono in un'arena da diecimila posti, costruita dai detenuti, per vedere i criminali di Angola battersi proprio come i gladiatori dell'antica Roma in gare feroci. I detenuti che vi partecipano possono vincere premi in denaro, anche se prima di gareggiare nessuno di loro ha alcuna possibilità di allenarsi in un rodeo. E l'intero ricavato dell'evento viene speso per le necessità degli stessi internati, come un paio di occhiali o un apparecchio acustico per quelli più anziani. Ewell sente le grida, la vita dagli spalti, ma non ha mai visto il rodeo. E questo non gli importa.
Le notti sono piene di silenzio, come le notti che ha trascorso in orfanotrofio. Che coincidenza, osserva.
Poi arriva il gran giorno: è il 6 Giugno del 1992. La fine della storia è vicina.
Al mattino riceve la visita del medico di Angola e del cappellano Irving, che tenta di confessarlo e di impartirgli la comunione. Niente da fare. Ewell gli dice che si sarebbero visti all'inferno.
Fuori il sole ha lo stesso colore dell'acciaio, e uno stormo di caprimulgi è in dolce attesa sul tetto della prigione.
Per pranzo ha ordinato una costina di maiale cotta alla griglia in salsa barbecue e una bottiglia di Port Ellen, un whisky torbato proveniente dall'Inghilterra. Ma l'alcol non è ammesso, così i secondini ripiegano su una bottiglia di coca-cola. A Ewell non fa né caldo né freddo.
Si arrotola una sigaretta e se l'accende con un fiammifero. Sono le sedici del pomeriggio. Resta lì seduto sul materasso duro e freddo su cui ha riposato per nove lunghi anni con lo sguardo perso nel nulla, inspirando il fumo e soffiandolo fuori a cerchi e volute dalla bocca e dal naso. Scuote pigramente la cenere con il mignolo e, sempre in perfetto silenzio, la guarda cadere sull'impiantito di cemento grigio che i suoi piedi hanno imparato a detestare. “È arrivato il momento.” gli comunica una guardia.
“Eccolo che passa...”, “Ci vediamo molto presto, bello!”, “Bon Voyage!”, “Dio è misericordioso, Dio ci salva, Dio salva tutti!” sono le voci degli altri prigionieri dell'ala ovest al passaggio di Ewell Johnson scortato da quattro poliziotti e dal direttore dell'apparato carcerario della Louisiana. Qualcuno lo chiama Cerbero, parente stretto del diavolo, ma ad Ewell quelle chiacchiere non interessano. Gli scivolano di dosso come il vento.
Sulle pareti del corridoio che porta alla stanza delle esecuzioni ci sono due murales: Daniele nella fossa dei leoni ed Elia che sale in paradiso. Dentro la stanza della morte, oltre le vetrate ci sono quattordici testimoni fra giornalisti e politici, compreso il governatore dello Stato.
Mentre un tale con un camice bianco gli stringe i lacci di pelle alle spalle, al torso, alle braccia e alle gambe sulla scomoda poltrona, Ewell con un sorriso a trentadue denti dice alle guardie di sbrigarsi. Ha fretta di morire. La vera tortura è l'attesa.
Detto fatto.
“Signor Johnson, ha un'ultima cosa da dire? È ancora in tempo per redimersi dai suoi peccati.” dice un uomo in maschera, il boia, adesso sono rimasti da soli nella stanza. Solo loro due. La vita e la morte. Il caso è svanito oramai, evaporato.
“Vaffanculo. Non è un mio problema.”
Il primo ago che gli buca la pelle sul braccio inietta un anestetico, il midazolam, che nell'arco di tre minuti gli fa perdere i sensi. La testa comincia a ronzargli, a vibrargli; la vista si assottiglia e il mondo reale sfuma, perde consistenza, forma.
Poi comincia la somministrazione endovenosa dei due farmaci letali: bromuro di rocuronio come agente chimico paralizzante, e cloruro di potassio per bloccare il battito cardiaco. Il processo comincia alle venti e trentotto, e la morte di Ewell Johnson viene ufficializzata undici minuti più tardi, proprio quando nel cielo lo stormo di caprimulgi del tetto si alza in volo urlante e gaudente, e gli occhi delle Pleiadi che ardono nella notte vengono eclissate da una nuvola nera come la pece, apparsa – come in una fiaba – dal nulla.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Gibbì

OK, avatar con Howlin' Wolf,

OK, avatar con Howlin' Wolf, racconto ambientato in Louisiana (dove  Chester Burnette accompagnava Charley Patton prima di spostarsi a Memphis e poi a Chicago, risalendo il Mississippi...)… già sono bendisposto .

Il protagonista va sulla route 90 e si ferma a Gibson, mica un nome come un altro: se invece che Sue Ellen avesse incontrato Lucille…

Poi l'entusiasmo si smorza, dati i fatti, e la storia si fa dura sul serio, durissima. Non basta Bukka White (che pure di galera ne sapeva) a rincuorare.

Non c'è redenzione. Il racconto ferisce.

https://youtu.be/ya0-afQSnbw

 

ritratto di Gerardo Spirito

Grande Gibbi

l'aura di quelle terre è magica, l'ho sempre pensato. Ci sono stato in vacanza due settimane qualche anno fa tra louisiana e mississippi, e mi sono fatto una bella "scorpacciata" di blues. Ho visitato la piccolissima White Station dove Chester Burnett è nato, ma non ne è rimasto granché, ovviamente; solo campi e tranquillità. 

Una tranquillità che ho cercato di evitare in questo breve racconto. A presto!

ritratto di Rubrus

***

un gran bel noir coi controfiocchi, che richiama atmosfere di McCarthy, o Lansdale, o Elmore Leonard.

Un road-movie sudista che ha come tema centrale il "non è un mio problema" del protagonista, cuore di ogni psicopatologia che si esprime attraverso l'assenza di emaptia. Il protagonista è straniero perchè non partecipa a questo mondo, nè alle vite degli altri. L'unica ipotesi di partecipazione che gli è concessa è il piacere che potrebbe trarre dai delitti. Ma anche quello è presentato come assai scarso.  

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio rubrus. Proprio

Ti ringrazio rubrus.

Proprio come hai detto tu, ho cercato di immaginare le gesta di un'estraneo, un'alienato che si muove sospinto da una violenza che può sembrare senza senso; un male che non ha motivi di esistere.

Questo tema mi ha sempre interessato, anche perché, ritengo, che una malvagità di tale spessore "nichilista" possa essere davvero terrificante.

A presto!

...bravo....

...un racconto toccante, con personaggi ben descritti e trama che ricalca, purtroppo, il mondo reale.

Il protagonista scava dentro di sè e obbliga anche il lettore a farlo.

E a scoprire che, forse, la malvagità non fa sempre parte di noi stessi ma ci viene appiccicata da un destino infame.

Piaciuto.

 

 

ritratto di Gerardo Spirito

Paolo non posso fare altro

Paolo non posso fare altro che ringraziarti di aver letto il mio racconto. Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto, davvero! 

Buona scrittura

ritratto di Blue

Un racconto che...

...colpisce chi legge, ma lo fa in modo asettico: il narratore non si schiera, non dà giudizi, si limita a registrare freddamente gli avvenimenti e le azioni che si susseguono, in una cronaca priva di sentimento, proprio come il protagonista. Un po' Bret Easton Ellis, insomma, e un po' Kerouac.
Normalmente mi piacciono poco i ritmi sincopati, l'abuso delle frasi brevi e secche, che si concludono quasi sempre con un punto, come se fosse l'unico segno di punteggiatura esistente... ma tu sei proprio bravo, devo dirlo.

ritratto di Gerardo Spirito

Blue ti ringrazio! Si, devo

Blue ti ringrazio!

Si, devo ammetterlo, faccio molto uso di frasi brevi e di una punteggiatura decisamente scarna di segni. Cerco di usare punti e virgola o i due punti il meno possibile, è una scelta voluta, al limite li riservo per descrivere una lista di cose o un'insieme di ragioni atte a spiegare un determinato avvenimento nella storia.

In più questo è il mio primo racconto in assoluto scritto al presente, e ti dico che è stata una faticaccia scriverlo, non ero per nulla abituato a questo tempo nella narrazione. Però è stato divertente!

Grazie ancora per la lettura

ritratto di BRUTTOMABUONO

Mi unisco al coro...

...degli apprezzamenti per una storia terribile nella sua crudezza. Nessun movente dietro gli omicidi, nessuna emozione nel protagonista. Alienazione totale che culmina con disarmante naturalezza nella distruzione di sé e degli altri.
Mi è piaciuta l'ambientazione e ancor di più il tuo stile, perfetto per il soggetto trattato.
Bravissimo.
 
Tony.
ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio tony! hai

Ti ringrazio tony! hai riassunto perfettamente quello che ho cercato di rendere con questo racconto.

A presto!

 

ritratto di Elisabeth

E' martellante e senza via di

E' martellante e senza via di scampo per nessuno. Difficile da scrivere tutto al presente, richiede un gran controllo del rigo e delle parole. C'è dentro roba che ci si può scrivere un intero romanzo, studio e disciplina. Ho apprezzato  Ewell  J. e il suo naturale modo di pensare "non è un mio problema", la chiave per una mente malata. Mi genera sconforto la sua morte con il volo dei caprimulgi sullo sfondo. Il che va bene. Significa che tutto funziona. Complimenti. Sinceri. 

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio di averlo letto,

Ti ringrazio di averlo letto, elisabeth. Come già scrissi in qualche commento, questo è stato il mio primo racconto scritto al presente, è stato un bel esperimento, difficile non lo nego (almeno per me). Tra qualche giorno spero di pubblicarne uno nuovo dall'ambientazione molto simile, ma dai contenuti decisamente meno "nichilisti". 

A presto!

ritratto di bule

Ciao Gerardo,Ti hanno già

Ciao Gerardo,

Ti hanno già detto tutto, ma aggiungo comunque anche la mia impressione. Racconto davvero gelido e protagonista che mi ha ricordato in parte Bateman per l'assenza di emozioni  o motivazioni nell'uccidere (fatte salvo le eccezioni). 

Premesso che non sono un esperto di noir, questo racconto richiama l'archetipo per cui una persona con il suo passato altro non avrebbe potuto diventare, che male. Forse in questo fuori dagli schemi più contemporanei; chi ha sofferto per l'abbandono, in genere, compensa la grande insicurezza circondandosi di persone e cercando di stringere amicizie e consolidare affetti.

 

Un saluto. 

 

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ciao Bule! Grazie di essere

Ciao Bule! Grazie di essere passato!

Che dire, hai citato American Psycho, quando lessi quel libro rimasi scioccato oltre che dalla psicosi di Bateman anche -e direi sopratutto- dalla prosa rindondante che Ellis mise in scena. Vado a memoria, ma un intero capitolo del libro l'autore lo riservò alla recensione dell'intera discografia di una delle band preferite del protagonista (!!!) -forse erano i Genesis o i Talking Heads, non ricordo; ne rimasi affascinato. 

Tuttavia, ad onor di cronaca, quando scrissi questo racconto avevo nella mente la figura dell'assassino gelido e disumano de "No country for old men" di Mccarthy, ossia Anton Chirurgh. Le differenze in ogni caso sono molte, tra cui una fondamentale che tu sottolinei perfettamente: il passato. Mccarthy nel suo libro non ci dice nulla sul passato di Chirugh, lascia il lettore interdetto sulla figura di questo personaggio, sospeso, cosa che invece io non ho fatto con il mio prtagonista.

Grazie ancora, a presto!

ritratto di 90Peppe90

Lo Straniero

Un capolavoro. Per me di questo si tratta. Un capolavoro della narrativa breve e, senza dubbio, uno dei migliori racconti mai letti qui su Neteditor, al di là dei generi. La narrazione è straordinaria, perfetta come persona e tempi utilizzati e infarcita di immagini stupende, e l'ambientazione non calza a pennello, di più!

Il protagonista è quel tipo di personaggio che io adoro (ovviamente nelle opere di finzione, nella vita reale generalmente non stravedo per i maniaci assassini, eh): spietato, freddo, folle. Le parole che impieghi per descriverlo, per descrivere il suo caotico vuoto interiore, per tratteggiare le sue azioni, sono dure e gelide come devono giustamente essere.

La storia di Ewell finisce nell'unico modo in cui poteva andare a finire e penso che, in fondo, per quanto provasse a fuggire, anche lui lo sapeva. D'altronde, lui sapeva molte cose. L'inizio e la fine della sua vita sembrano una fiaba, invece sono l'intro e l'outro di una brutale storia dell'orrore.

Cinque stelle. Bravissimo.

 

(Solo una cosa, non per rompere le palle, ma semplicemente come consiglio: con la combinazione Alt+0200 dal tastierino numerico, esce la "È", senza bisogno di scriverla con l'apostrofo al posto dell'accento; ma è una piccolezza, figurati ahahah).

Ciao, Ger, alla prossima... grandissimo!

ritratto di Gerardo Spirito

Caro Peppe sei troppo buono,

Caro Peppe sei troppo buono, ti ringrazio dei complimenti! 

Lo straniero lo scrissi in poco tempo, un paio di notti (non mi è mai successo di scrivere una storia tanto velocemente) mi uscii di getto, ed è l'unico mio racconto di cui sono veramente soddisfatto. L'idea era quella di descrivere il male più nichilista di tutti, è un tema che anche a me affascina molto, spero presto di tornare ad affrontare l'argomento perché, a mio modesto parere, ci si può davvero sbizzarrire. yes

Ah, ecco, ti ringrazio del consiglio sulla E con l'accento, utilizzo l'apostrofo perché -sinceramente- non sapevo dove andare a recuperare il carattere ahah! 

ritratto di 90Peppe90

Lo Straniero

Troppo buono? No, caro Ger: dico sempre quel che penso, esprimendo le emozioni che i vari racconti che leggo qui mi trasmettono! :)

Ah. Ieri ho visto Ballata Macabra, il film che mi hai consigliato tra i commenti a La Cantina. A parte qualcosa che non mi ha convinto, la storia è sinistra e coinvolgente. Un horror onesto. Vecchio, sì, e di sicuro meglio della maggior parte di roba che esce oggigiorno.

Ciao! :)