Dishi Jong – Il bambino in scatola di Max Pagani e Monidol

ritratto di monidol

 

 

con Max abbiamo deciso di ripubblicare oggi la storia di Dishi Jong, un bambino speciale, che ha dovuto morire per rinascere,  e allora ci sembrava giusto trovargli un  posto nel presepe di Net.

 

Ora

Mi osservano in silenzio, devoti,  rispettosi del peso che grava su colui che ora deve decidere; nella stanza dei bottoni, solo il ronzio delle circonvoluzioni di bit che elaborano dati.

Giganteschi monitor occupano le pareti, proiettano immagini di carte geografiche e zone colorate, sembrano disegni di bambini. Linee e colori innocenti che rappresentano città, fabbriche, scuole, supermercati: mamme che vanno a fare la spesa e figli che giocano a palla. Esseri umani, la cui sorte dipenderà dalla mia scelta.

La mia gente, la mia terra d’origine, il mio amato paese, con le sue usanze e contraddizioni, con secoli che lo intridono di storia e saturo di storie, che altri popoli non riescono, nemmeno lontanamente, a percepire.

Avverto la tensione dei miei uomini, lo sbigottimento, ma anche il sollievo di non essere loro a dover scegliere; sento la loro fiducia e la riconoscenza verso la mia autorità.

Sarò quindi adesso io a dover rifare la storia? Ora, assorbito dal silenzio di questa stanza illuminata, linda e asettica, che è l’esatto opposto del luogo in cui… la mente di colpo mi proietta immagini che credevo dimenticate, mi rivedo bambino, minuto e ripiegato su me stesso, nel piccolo villaggio di contadini dove vivevo con i nonni, sento la loro voce.

Ora sembro più alto e meno curvo in questa divisa impeccabile, medaglie e lustrini paiono splendere grazie alle vibrazioni emanate dalla mia persona.

Respiro lentamente, devo prendere il mio tempo. "Lasciatemi solo ora. "

 

I ricordi

Quando i temporali si abbattevano sul nostro villaggio, durante la stagione delle grandi piogge, nonna sedeva sulla stuoia, accanto a me, e mi raccontava della mamma e di quanto lei avesse pregato il Grande Drago, proprio quello che in quel momento stava facendo baccano nel cielo, per farle avere un figlio maschio e di quanto fosse felice ora, di avere me, il suo piccolo Dishi Jong, il suo piccolo “uomo dalla virtù splendente”.

Io mia madre non la ricordavo neppure, sapevo che viveva in un posto lontano e che lavorava con papà in una grande fabbrica; mi era stato detto che un giorno avrebbero aperto un ristorante e che allora avrei potuto raggiungerli, vivere in una grande casa con la ceramica sul pavimento e dormire in letti morbidi alzati da terra; soprattutto avrei potuto studiare in scuole bellissime, dove mi avrebbero insegnato a diventare una persona importante e molto rispettata.

Ma per ora devi studiare ed essere il migliore alla scuola di Shentao”, ci raggiungeva la voce severa del nonno dal patio dove, insieme ad altri anziani del villaggio, era intento a giocare a wéiqí, che  è il nome tradizionale cinese del Go.

Ha solo cinque anni ed è il migliore di tutti gli studenti di Shentao, anche di quelli più grandi di lui, tuo nipote è il più intelligente di tutti” ribatteva la nonna, difendendomi con la sua voce secca e affettuosa.
Moglie, non si discute la perla del drago. Dishi Jong deve allenare ancora molto il suo cervello se vuole riuscire a battere il suo vecchio nonno!”

La nonna sbuffava abbassando la testa più per abitudine che per vera sottomissione e se ne andava a preparare la zuppa, trascinando le pantofole. Ma il nonno aveva ragione, non ero mai riuscito a batterlo.

Lui giocava da quando era piccolo ed era considerato il migliore giocatore di Go di tutta la zona. In pubblico mi permetteva solo di osservare, e in assoluto silenzio, ma dopo cena, quando io e lui restavamo soli, tirava fuori un piccolo goban, sette per sette, e mi concedeva di perdere qualche partita. A volte lo incalzavo con alcune domande che mettevano in discussione certe sue mosse, secondo me “inopportune”.

Lui faceva finta di arrabbiarsi: Piccolo presuntuoso! Credi di vedere il sole e non ti accorgi che è solo la luce di una candela. Tra poco, quando sarai pronto, io e te ce ne andremo in un posto speciale, e se avrai la forza e la costanza di sfidare il nonno nella Grande Partita, la partita più lunga della tua vita, allora ti saranno svelati tutti i segreti del gioco più antico del mondo”.

Ricordo che quella notizia mi riempì di orgoglio, mi sentii diventato grande e pronto, pronto per qualsiasi cosa pur di accedere a quel mondo in cui tecnica e tattica trovano ragione e armonia nel piacere della sfida. Forse gli altri bambini provavano la stessa cosa per il wushu, ma il mio fisico non era adatto, sentivo che la mia vera forza era nel cervello.

Quando nonno?”
"E dov'è quel posto speciale?”

Per la prima volta un'espressione di apprensione prese il posto della sua solita maschera severa e imperscrutabile, chinò leggermente il capo, e restò così, per alcuni lunghissimi minuti. Poi mi guardò e mi disse di andare a dormire, mentre si avviava dietro casa per entrare nella casetta degli attrezzi dove, da molti giorni, si rintanava, chiudendo la porta a chiave.

Qualcosa era nell’aria, lo sentivo, come quando cambia il vento e ti accorgi che il salmastro arriva a sfiorare le montagne.
 
 
Io, Dishi Jong
 
Da cosa si riconosce l’aura dell’autorità? Dell’autorità’ di fatto, quella non costituita?
Dalla postura? Da occhi vispi e attenti? Dallo sguardo torvo e severo? Se così fosse, allora io sarei stato un bimbo già pronto per essere mera forza lavoro: campi, terra, sudore e schiena a urlare riposo sin dall’inizio del giorno.

Da cosa si percepisce l’innata capacità decisionale di un individuo?

Forse dalle enormi orecchie a sventola? Se la dimensione delle orecchie e la loro apertura alare fossero intimamente connesse alle doti di leader carismatico, allora sì, io, il piccolo Dishi Jong, avrei potuto scalzare dalla croce anche quel povero cristo morto per i popoli occidentali.

Forse le mie doti altro non erano che sinapsi inferocite, un trionfo di ipotenuse che miravano sempre dritto alla via più facile, dove prendere tutto, subito e con poche perdite alle spalle, era l'obiettivo primario. Un gioco, alla fine era tutto un gioco, e per giocare io avevo mani delicate, dita eleganti che facevano scorrere pedine, scacchi o qualsiasi altra cosa somigliasse ad un gioco da tavolo. Non avevo limiti, specie se i giochi, i limiti li imponevano.

Ero Dishi Jong - L'uomo della Virtù Splendente - non ancora propriamente un uomo, ma splendente un po' mi sentivo. Io, con i miei occhi un po’ calati, le mie orecchie staccate dalla testa, il portamento già un po’ curvo su me stesso, quasi  a proteggermi invece di espormi, io,  l’immagine del nulla in evoluzione.

Col tempo mi accorsi che anche per gli altri, per quelli che avevano occhi sensibili a qualcosa di diverso dall’aspetto estetico,  il mio essere splendente era di un’evidenza tale da lasciarli spiazzati.

Forse non servono occhi, forse l’essenza della superiorità la puoi annusare.

La nonna con tanti capelli e pochi denti sembrava cibarsi dell'aria che avevo intorno, una strana nonna, che invece di baciare e abbracciare un nipote, lo inspirava a fondo, girandogli intorno blaterando litanie complicate.

"Resistere è un difetto; attaccare, un eccesso", lo ripeteva spesso mentre orbitava attorno al mio asse: un’orbita non definita, ovunque mi girassi lei era li, a proteggermi con quel suo recinto speciale. Era La massima di Sun Tzu, riferita alla folle magia del gioco del Go, “Il gioco di strategia più difficile al mondo”, sosteneva mio nonno, “e tu ne sei già intriso a soli cinque anni, ma sei ancora bambino nel cuore”, ed io non sapevo e non capivo cosa volesse dire.

Avevo sei anni, quando lei mi baciò in fronte, come imprimendomi un marchio indelebile, il suo unico bacio al nipote, poi mi diede una strana tisana da bere, e non la rividi più.
 
 
La Grande Partita del Bambino in Scatola

Mi svegliai nel buio, con un senso di nausea, l’unica luce che vedevo era quella negli occhi del nonno, che mi stava vegliando seduto sullo stesso vecchio tatami su cui ero sdraiato. Accese una lampada ad olio che illuminò il suo viso rugoso; davanti a lui era posizionata una grande scacchiera il cui odore di legno, intagliato da poco, si mischiava a quello di aria stantia di quella stanza senza finestre.

Ebbi un  giramento di testa, che mi fece ricadere in un lieve torpore.

Quando di nuovo aprii gli occhi, la nausea era scomparsa e il nonno stava scaldando il the su un fornellino da campo. Mi scrutò apprensivo, poi mi salutò con un inchino, portandosi le mani al petto, come facevano fra loro gli adulti; ricambiai, sbalordito e onorato da quel segno di rispetto nei miei confronti e i miei occhi caddero di nuovo su quello splendido goban, diciannove per diciannove: era bellissimo e capii che l'aveva costruito con le sue mani, durante le notti che passava da solo e in segreto, chiuso nella casa degli attrezzi.

Gli chiesi: “Dove siamo, nonno?”
Nel luogo in cui giocherai la tua partita più importante, nipote.”

Il senso di disagio mi abbandonò immediatamente, riuscii anche a non pensare a che fine avesse fatto la nonna, in quel momento, forse, l’aria sapeva anche di buono. Risposi fiero di essere pronto e incrociai le gambe, mettendomi davanti alla scacchiera.

Sorrise calmo.
Non devi avere fretta piccolo uomo, il Go è shibumi e la fretta non può essere shibumi”
Cosa c'entra ora lo shibuni onorevole nonno, non voglio imparare a fare giardini...”
Lo spirito shibuni è in tutte le cose, nell'arte, come nel gioco, è la raffinatezza nella modestia senza sottomissione, esso rappresenta l'essere, senza l'angoscia del divenire… ma ora è il momento di bere un the insieme al tuo vecchio nonno”.
Così dicendo mi porse una tazza bollente di keemun che profumò l’aria di rose.
 
Bevevo il mio the, cercando di controllare il respiro, ma dentro di me fremevo, non vedevo l’ora di cominciare la partita e di apprendere finalmente tutti i segreti di quello che, per me, era il gioco più bello del mondo.Mi trattenevo dal pronunciare le domande che premevano nella mia testa: “Dov’era la nonna? Dove eravamo noi?”
 
Il nonno sorseggiava la bevanda in silenzio, rabboccando ogni volta la tazza mezza piena; il suo sguardo era lieve e mai si fissava in un punto, tanto meno incrociava i miei occhi.

Più il tempo passava più l’attesa faceva crescere il mio nervosismo, sentivo i muscoli irrigidirsi nonostante fossi fermo nella posizione del Loto, le giunture mi dolevano, ma sapevo di dover aspettare e aspettai. Se il nonno non rispondeva, era come chiedere all’acqua di essere asciutta, sì, lei si può asciugare , ma ci vuole il suo tempo, e io sapevo di doverglielo dare.

Non so dopo quanto, forse qualche ora, forse qualche giorno, la stanza era sempre buia e non aveva finestre, perdetti di nuovo la cognizione del tempo.

L’attesa indebolì la mia eccitazione, logorò la mia inquietudine, fino a farla scomparire fino a che, stremato, mi accorsi che il mio cuore aveva di nuovo cominciato a battere lentamente.
Il mio corpo non avvertiva più nessuna tensione e l’aria fluiva ritmica nei polmoni, portandosi via ogni tensione. Solo allora il nonno mi consegnò la ciotola con le pietre nere: significava che la mossa di apertura spettava a me.

Posi la mia prima pietra nell'intersezione in alto a destra più vicina al centro, il nonno mise la sua nell'intersezione opposta. Collocai la successiva due incroci a lato della bianca e lui fece altrettanto con la successiva, in modo che le quattro pedine si fronteggiassero in perfetto equilibrio.

Iniziai la mia partita attaccando; in poche mosse il nonno mi accerchiò, fece prigioniere molte mie pedine e finì la partita con un vantaggio enorme. Rise come un bambino e mi schernì: “Piccolo uomo, se attacchi il tuo avversario, devi prestare attenzione alle tue spalle. Chi non rispetta l'equilibrio ne paga le conseguenze".

Capii, o almeno ci provai, feci mie quelle parole: non è la potenza, l’irruenza o il fervore, è la misura. Cercai l' equilibrio all'interno di me, forse sarebbe servito a tenere a bada quel senso di claustrofobia che ogni tanto mi assaliva, insieme alla nausea, in quella stanza che, a volte, mi sembrava una prigione.
Mangiammo una ciotola di riso e ci coricammo.

Dormii di un sonno agitato, sognai di condurre una piccola barca lungo un fiume impetuoso, affrontando rapide pericolose. Mi svegliai più stanco di prima, accanto a me, la scacchiera era già in posizione vicino a una tazza di the, insieme a un mucchietto di biscotti, che di sicuro aveva fatto la nonna. Fu come ricevere una sua carezza.

Consumai la mia colazione scambiando le prime mosse della nuova partita, che aprì il nonno. Giocai prudentemente ma ero ancora intontito. Il nonno mi ammoniva: “Non vagare senza criterio qua e là sul goban, se il tuo avversario è forte, proteggiti!"
Ero confuso e andai nel panico. Il nonno m'incalzava: "Non bisogna aver paura di morire", mi mancava l'aria, riuscii a difendermi ma durò poco, persi di nuovo con un grande svantaggio.

Continuammo così per non so quanto tempo: giocavamo, riposavamo quanto la mia testa mi permetteva, ci nutrivamo il minimo indispensabile e ci garantivamo piccole e semplici abluzioni. Il nonno aveva predisposto un piccolo angolo, dietro una pila di scatoloni, con alcune taniche d'acqua e un secchio nel quale facevamo i nostri bisogni, appesantendo ancora di più l’aria già greve.

Ogni volta era un piccolo dramma, mi nascondevo nell’angolo cercando di scordare per pochi minuti la vergogna. Il nonno, invece, non lo vedevo mai , evidentemente sfruttava i miei momenti di sonno per le sue cose, la mattina, poi, non trovavo più nulla (mattina…, non esisteva più la mattina, a ben pensarci).

Non sapevo che giorno fosse, né quanto tempo fosse trascorso. Continuavo a perdere, ma mi accorgevo che il nonno doveva metterci sempre più impegno.
Mai una partita assomigliava all'altra. I buoni consigli ricevuti durante una partita sembravano cattivi suggerimenti per la successiva. "Se necessario, rendi colpo per colpo."
"Lascia che il piccolo cada, concentrati sul grosso."
"Se il tuo gruppo è isolato al centro di un'influenza avversa, scegli la via pacifica."

Miglioravo, ma lentamente; le mie gambe da bambino in crescita iniziavano a sentire il bisogno di correre, i miei occhi avevano voglia di spaziare sulle vette delle montagne e la mia mente di pensare a cose stupide, come gli scherzi idioti che i maschi facevamo alle bambine durante la lezione di ginnastica.

A volte quelle pareti grigie mi opprimevano, allora il nonno mi diceva di camminare e respirare profondamente, ma lo spazio era poco e anche i piedi sul pavimento parevano fare fatica a mantenere la direzione.
"Un muro non serve a fare territorio, ma nemmeno una prigione" cercava di tranquillizzarmi.
 
Una volta mi svegliai con la febbre alta e pensai di dover abbandonare, sapevo però che se volevo imparare non dovevo mollare. Il nonno mi dava da bere una tisana amara che mi intontiva ancora di più, ma che mi alleviava i dolori e mi conciliava il sonno.
"Nonno sto male, dov’e’ la nonna?"
"Un drago non può attaccare senza attraversare le nuvole."
Chiedevo gemendo: «Stiamo sempre parlando del Go, nonno?»
"Sì figliolo, e della sua ombra: la vita."
 
Dopo un po' di tempo, la temperatura si abbassò e stetti meglio. Ripresi a mangiare e ricominciarono le nostre partite. L'aver resistito a quel brutto momento mi fece sentire più forte, mi donò coraggio e serenità, anche nel gioco. Qualcosa era cambiato.
Iniziai a vincere qualche partita e a riconoscere l'eleganza e la logica racchiusa in ogni mossa. Compresi l'armonia a cui le proprie pietre dovevano tendere, in concerto con quelle dell'avversario.
 
Ogni partita era come intraprendere un viaggio meraviglioso, e più sentivo il gusto di questo viaggio più vincevo. Ormai mi trattava come un avversario alla pari; mi permetteva di scherzare con lui , come facevano i suoi vecchi amici di Shentao, se mi mangiava una pedina, lo ammonivo: “La gola non porta alla vittoria!”
Lui sorrideva, orgoglioso del suo discepolo e confermava: "Evita il bottino facile, e combatti per l'iniziativa"
Allora io, atteggiandomi a maestro ribattevo: "Si penetra la sfera avversaria gentilmente e semplicemente e se sei pericolo, abbandona qualcosa!"
 
Un giorno sentimmo una scossa che fece traballare tutta la stanza, pensai subito al terremoto. Gridai: ”Nonno usciamo di qui scappiamo, ho paura!”. Corsi verso la porta ma era chiusa dall'esterno, ero terrorizzato.
Lui appoggiò il nostro tatami contro la parete, per appoggiare la schiena e mi fece sedere accanto a lui. Tremavo, le scosse non finivano, ma lui mi disse di stare calmo che non era niente, che sarebbe finito presto e mi tenne stretto, accarezzandomi, fino a che, di colpo, sentimmo aprire la porta.

M’investì la luce del sole e un sano sapore di mare, con gli occhi straziati mi resi conto che quella stanza grigia e senza finestre non era altro che un container in cui, io e il nonno, avevamo viaggiato per non so quanti giorni. Tra lacrime, sorrisi e urla trattenute, ci vennero incontro mamma e papà, che si presero cura di noi.

Ci portarono nella nuova casa, lontana anni luce da quel pozzo buio in cui avevo vissuto i peggiori giorni della mia vita... per certi versi, ma per altri, in quel pozzo di metallo nero, ero semplicemente diventato gran parte di ciò che sono adesso.
La mia nuova casa aveva la ceramica sul pavimento e letti morbidi alzati da terra.
Potei frequentare scuole bellissime e diventare una persona importante e molto rispettata.

 

Di nuovo, ora.

Il Go. Un gioco.

Nonostante le sue regole siano semplicissime, è in assoluto il gioco più complesso del mondo; fino a poco tempo fa, non c'era computer in grado di simularlo e se lo faceva, non superava in abilità un modesto dilettante perché, a differenza degli scacchi, il Go è un gioco di compromessi, dove l'aggressione indiscriminata non porta a nulla, né tanto meno il "pacifismo" incondizionato. Devi essere pronto a sacrificare qualcosa per avere qualcosa in più.

Eccomi qui ora, ritornato in un paese che avevo lasciato dentro una scatola; ora io sono il coperchio di quella scatola e dentro c'è la mia gente. La scatola è ancora quella di un gioco, quello della vita, e ora è di nuovo tempo di giocare.

Sì, devi essere pronto a sacrificare qualcosa per avere qualcosa in più.

Lo capii con gli anni a venire, gli anni del dopo, e lo capisco bene ora, con questo telefono in mano e un ordine preciso da dare. Tutto e tutti in stato di allerta, pronti a procedere, tutto si ripete, la storia è ciclica e l’uomo forse non riuscirà mai ad avere pace.

Il Go... era stato il mio gioco della vita, e ora, questo, è il gioco delle vite.

“Si, sono il generale Dishi Jong, procedete.”

 

FINE

 

Riproduzione di Onda 2 con uccelli di Hokusai - Acquerello di Yeeshaval (a cui rinnoviamo i complimenti e che ringraziamo per la gentile concessione)

Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

Gradimento

ritratto di Max Pagani

Il presepe di Net

Che carina come idea. sarebbe bello se ognuno ripubblicasse qualcosa del passato a cui tiene veramente.

Un bel presepe, o un bell'albero con tatti piccoli pacchetti sotto, fatti di parole alle quali si è affezionati.

Ciao Moni, ciao Dishi, buone feste a tutti e due.

mp

 

ritratto di Milli per sempre

tesoro... questo bambino è il

tesoro... questo bambino è il vostro figlioccio, n'est pas ? Un abbraccio a due grandi di Net, che nonostante tutto e tutti sono ancora qui. E per seguire il vostro esempio ( buono ...of course ) sono incerta tra le uniche due mie che ricorderò pure da anziana anziana anziana...forse... :)

ritratto di monidol

al tuo posto

avrei davvero l'imbarazzo della scelta... dai dai sono curiosa di sapere quale scegli, io ne ricordo moltissime di indimenticabili :-)  Anzi aspetta che pianto l'albero di Net nel forum così le mettiamo lì.

In merito al bambino sì, per me costruire un personaggio è uno degli atti creativi più gustosi e intensi, e in due ha anche degli ulteriori aspetti interessanti... anche io e te abbiamo tirato sù la nostra Lù, che è ormai una donna...

ritratto di ivan bui

... il personaggio di Bruno Morchio ...

un investgatore genovese, legge sempre un libro nuovo e uno già letto. Ho provato con i racconti di Net ... mi é piaciuto. Questo é un parto riuscito di due genitori ... bionici.

Moni&Max se li conosci li compri.

ritratto di monidol

Bacci Pagano

​ne lessi qualche hanno fa... Una buona pratica la sua, mantenere vivo il passato e restare vivi sul presente e aprirsi al futuro... Anche io ho ricominciato a leggere su Net... Saltellando tra archivio e home... verrà il momento di pubblicare. Di bionico tengo gran poco... ma lavorare con Max si è una specie di potenziamento della creatività. Grazie Ivan che ci sei venuto a trovare.

ritratto di Max Pagani

E il potenziamento

Della virilitá e sessualutá dove lo metti?
Insomma un potenziometro.
Grazie moni grazie Ivan grazzzieee a entrambi. Buon 2016 con tutti i miei pezzi di quore morto.