La cantina

ritratto di Gerardo Spirito
LA CANTINA
 
 
1.
“Ricordi quella filastrocca? Quella che quando eri piccolo dicevi di detestare tanto, anche se alla fine non riuscivi più a togliertela dalla testa?”
“No. Non me la ricordo più.”
Lo psicologo mi guarda imperturbabile, lo sguardo rigido, e alla fine mi pone l'esiziale domanda, quella che tanto temevo: “Di cosa hai paura, Joyce?”
 
2.
Quando mi trasferii in quella casa ad Ogden, nello Utah, avevo compiuto da poche settimane ventinove anni. Arrivai subito dopo l'estate, il dodici di Settembre, insomma qualche giorno dopo aver avuto la lieta notizia di un importante impiego presso una banca del luogo.
Al tempo c'era ancora la neve e faceva molto freddo, ma ciononostante a me non dispiaceva affatto vivere tra le montagne, benché fossi nato a Tempe, in Arizona, dove il clima di certo non era impettito come quello di Ogden.
All'inizio in città non conoscevo nessuno, ero infatti come si suol dire uno straniero in una terra straniera, ma non passò molto prima di fare la conoscenza – inevitabile – coi miei nuovi colleghi di lavoro, e lo sceriffo del posto.
Il suo nome era Carlisle Benson.
Ricordo che giunsi in città alle prime luci dell'alba, quando le pietre ai bordi della strada cominciavano a proiettare ombre lunghe sull'asfalto brinato. I boschi grigi che attraversai erano duri e freddi come metallo, e i filari di pini sprigionavano sottili nastri di bruma.
Intravidi, avvicinandomi alla casa, il signor Applecott – il mio nuovo vicino – che distava dalla mia abitazione all'incirca due miglia; la sua casa sorgeva alla gola della montagna e della foresta, laddove si avviava la zona periferica gli adiacenti e districati graticci stradali, e dove gli alberi neri erano conficcati come coltelli nella perpetua foschia che imbrattava l'area.
Io, d'altro canto, era l'unico ad abitare in calco al monte, ma al lavoro, già dal mio arrivo, mi dissero che la stalla del vecchio Mitchell non era completamente disabitata; dicevano che laggiù, a qualche miglio nel bel mezzo della nebbia e della vegetazione, tra fossi e campi congelati di roveti spinosi, ci viveva ancora il fratello del compianto signor Mitchell, Eliah. Ma queste, mi avvertii poco più tardi lo sceriffo Benson, erano solamente prette fandonie locali.
“La tenutadei Mitchell è abbandonata da molti anni.” mi disse lo sceriffo. Mi raccontò che una volta, dentro la stalla, ci aveva persino ritrovato una coppia di fidanzatini e che si era preso un gran bello spavento, tanto che i due stavano per lasciarci la pelle e lui il suo vecchio e stanco cuore.
Sorrisi quando vidi per la prima volta la mia nuova casa spuntare fra le curve braccate da tronchi e ripidi burroni. Era stata costruita in legno a tronchi, e proprio questa particolarità, ai miei occhi, gli donava quel tocco agreste che ben si completava con l'ambiente e le montagne dattorno Ogden.
Fatto sta che le prime notti furono molto tranquille; non v'erano rumori insoliti e lì, sopra al monte, il bosco era anche incredibilmente quieto. Non sentii neppure i lupi ululare, nonostante sapessi che quelle montagne erano pullulanti di randagi, soprattutto nelle notti di luna piena. Sapete, io fin da piccolo per addormentarmi avevo come sperimentato un metodo: ascoltavo ogni minimo suono che emergeva nel silenzio, prima di crollare nel reame dei sogni. Non contavo di certo le pecore, ma il mio vizio era debito ad alcuni traumi adolescenziali; a quel tempo, infatti, avevo un gran terrore del buio e così cominciai a soffrire d'insonnia – per ragioni di completezza, vi svelo, che il mio medico la definì cronica – ed è proprio per questo motivo che con l'aiuto di vari specialisti collaudai nuove terapie di assopimento, e quella dei suoni, alla fine, risultò essere la più efficace.
Le mie giornate ad Ogden divennero molto presto serve della routine. Al mattino lasciavo la casa alle otto, per entrare in banca alle otto e mezzo circa. La pausa pranzo a lavoro giungeva di consuetudine per le dodici e trenta, e intorno alle cinque facevo finalmente ritorno dove, sfinito, mi concedevo alla veduta di qualche film o alla lettura di qualche libro – la linea della connessione internet mi dava molto spesso delle noie e quindi molte sere rimanevo isolato a guardare sciocchi programmi televisivi, senza poter usare il portatile che mi ero portato dietro.
Al secondo sabato trascorso ad Ogden uscii per la prima volta. Andai in un locale, il Banshee, con alcuni miei colleghi della banca: Vanessa Franklin, il suo fidanzato, Jordy Maier, Frankie Goyer e un'amica di Vanessa di nome Chloe. Con quest'ultima, in particolare, ci trascorsi l'intera serata – e anche nottata – visto che finii a casa sua.
Tornai così alle prime luci dell'alba a casa mia, con l'intenzione di farmi una doccia e poi correre dritto al lavoro. Sarebbe stata una giornata molto dura, di questo n'ero consapevole, proprio perché non avevo chiuso neppure per un minuto occhio. Ma la storia iniziò quando giunsi sulla veranda di casa; la porta era spalancata e il chiavistello, rotto, riversava sul pavimento, come se qualcuno l'avesse aperta con un calcio. Corsi dentro come un forsennato, con la fatua speranza che non m'avessero derubato.
Tutt'altro. Sul pavimento di pino grezzo, nel salotto, c'era un caos inumano; i libri era strappati, il televisore e il mio portatile fracassati sul pavimento. Avevano deturpato il divano, come sfregiato da una lama, tanto che le sue imbottiture di cotone se ne stavano tutte sparpagliate per terra. C'erano vetri dispersi dappertutto, i vetri delle cornici dei quadri e di un lampadario in vetro soffiato prima appoggiato su una mensola.
Passai oltre. Arrivai nella mia stanza, iroso e atterrito come mai nella mia vita, ma tutto, lì, era in perfetto ordine, nulla fuori posto, neppure una manciata di banconote da venti dollari che avevo lasciato in bella mostra sul comodino di fianco al letto.
Terribile.
Controllai in preda al nervosismo un borsone risposto nel mio armadio dove custodivo quattromila dollari e alcuni orologi, ma tutto, nella mia camera, era incredibilmente al suo posto.
Andai alla finestra e guardai fuori. Aveva cominciato a nevicare e i fiocchi, fitti, cadevano adagio coprendo ogni cosa con un debole eco nell'immenso silenzio bianco.
Tutto era immobile. Tutti gli animali tacevano.
Ritornai così nel salone e confuso cominciai a rimettere in ordine alcuni libri sparsi al suolo, gli unici salvi, mentre gli altri li buttai nella spazzatura della cucina, anch'essa immacolata come la mia stanza.
Maledissi tutto e tutti.
Come avrei affrontato la giornata di lavoro?
Mi sedetti sul divano con la testa fra le mani, e meditai sul da farsi. I vandali che mi avevano fatto questo la dovevano pagare, perciò digitai immediatamente il numero di telefono dello sceriffo Benson, che mi ero dimenticato di salvare nella rubrica del mio cellulare, ma che mi ero annotato su di un foglietto custodito all'interno del mio portafogli, e lo chiamai.
Mentre camminavano nervosamente nel salotto, avanti e indietro, con il cellulare che squillava sulla linea dello sceriffo, fu a quel punto che feci la bizzarra scoperta; celato al di sotto del divano deturpato, che inizia lentamente a scostare per rialzare dei piccoli brandelli di vetro, c'era una botola. Chiusi la chiamata non appena la voce dello sceriffo attaccò a parlare. Una botola nascosta fra il pavimento di pino e l'ingombrante ossatura del vecchio divano.
Come potevo non averla vista prima?
Pensandoci bene, però, mi resi conto che non potevo farci concretamente nulla; quando era arrivato nella casa questa era già completamente arredata, e, inoltre, c'era il divano a nascondere la fenditura. Così, senza pensarci due volte, m'inginocchiai e tirai su il portello. Si aprì con un cigolio cupo, smorzato. Poi un altro suono, questa volta era il mio cellulare; squillò e vibrò un paio di volte, almeno, osservai di sbieco il numero della chiamata e ricomparì sul monitor il numero dello sceriffo Benson.
Risposi perché in fin dei conti era l'alba e probabilmente l'avevo anche appena destato dal sonno.
“Sceriffo, sono Joyce Rowe, il bancario. Si ricorda di me?” esordii.
“Certo mr Rowe, lei è quello della casa nel bosco. La casa sulla montagna.” mi disse con una voce percettibilmente carica di stanchezza. “Non è un po' presto?” tirò un respiro profondo.
“Sì, e mi deve scusare, ma sono appena ritornato a casa da una... una festa, ho fatto tardi e al mio rientro ho trovato la casa... insomma, il salotto tutto sottosopra. La porta era spalancata e la serratura spaccata. Qualcuno è entrato e mi ha distrutto il televisore, il computer e altre cose. Ecco, ha fatto un bel po' di danni, signore.”
Dall'altro lato sentivo il respiro rauco dello sceriffo, pesante e asmatico. “Hanno rubato qualcosa?” mi chiese.
“No, stranamente no. Tutto è al suo posto, i soldi, i miei vestiti... A quanto pare mi hanno solo dilaniato per bene il salotto. Non hanno toccato nulla nelle altre stanze.”
“Perché parla al plurale?”
“Bé, sceriffo... non lo so. Forse si è trattato solo di un pazzo o magari di un gruppetto di ragazzini.”
“E' stato tutta la notte fuori?”
“Sì.”
“Ieri quand'è uscito di casa?”
“Verso le otto, otto e mezzo.”
“Le otto, o le otto e mezzo?”
“Le otto e mezzo.”
“Ok. Mi ascolti. Che ore sono adesso?”
Guardai l'orologio che portavo al polso. Poi l'oscurità che proveniva dalla botola. “Sono le sei e trenta.” dissi.
“Ok. Io apro la stazione tra due ore. Venga per quell'ora, provvederemo a fare la denuncia. Immagino che dopo lei debba scappare a lavoro?”
“Si si. Esatto.”
“Ok. Quando viene giù mi porti anche le chiavi di casa. Ci posso dare un'occhiata in tarda mattinata. Poi le farò sapere io.”
“Le chiavi non serviranno. Il chiavistello è andato.”
“Ok. Passerò col fabbro allora. Le farò sistemare anche la porta. Poi vi farò avere il suo numero.”
“Ok. A dopo sceriffo. E grazie.”
“A dopo.” e riattaccò.
Che fottuto bastardo, pensai arrabbiato. Non poteva alzarsi dal letto e correre subito qui? Ero incazzato. Ritornai alla botola. Per quale motivo non avevo detto nulla a Benson riguardo la botola?
Tornai in camera da letto e pescai da un cassetto una torcia. Ritornai in salotto, l'accesi e la puntai al buio che interrompeva il pavimento della stanza come fosse un pozzo. C'era una rampa di scale che s'immergeva dritta nell'oscurità e così, senza paura, iniziai a discendere i gradini illuminando la tenebre che mi veniva incontro.
Quando giunsi alla fine della discesa mi ritrovai ad illuminare quattro mura intirizzite nel buio pesto. Pareti umidi costellate da muffe cancrenose. Non c'era nessun rumore, eccetto il gocciolio dell'acqua di alcune tubature. Si trattava di una cantina, isolata e nascosta sotto la mia gelida dimora. Il dubbio a quel punto prevalse su tutti i pensieri; per quale motivo i vecchi proprietari l'avevano occultata con tanta attenzione?
Al suolo si erano formate un paio di pozze stagnanti, proprio al di sotto di un pallido soffitto disseminato da grosse bolle panciute. In quella stanza umida non c'era nulla, neppure lo scheletro arrugginito di una vecchia caldaia nell'acqua nera, per dirne una.
Era una stanza vuota.
Tuttavia, non trascorsi molto tempo in quel luogo oscuro; l'aria granuloso lì sotto mi andava alla testa e in più la torcia incominciò ad attenuare la sua luce. Ritornai così su in salotto, chiusi di nuovo lo sportello della botola, e spostai il divano fino a coprire del tutto la vista del portello.
Perché lo feci?
Non lo so.
Mi gettai sotto l'acqua bollente della doccia e uscii di casa dopo aver prima sistemato e nascosto con maggiore accuratezza il borsone coi soldi e con gli orologi dietro una pila di pullover nell'armadio.
Incontrai lo sceriffo Benson e feci la denuncia. Mi diede il numero del fabbro e mi ribadì che gli avrebbe fatto aggiustare la mia porta, ma soprattutto che avrebbe dato un'occhiata in giro e forse, mi rivelò, si sarebbe diretto anche alla vecchia tenuta dei Mitchell.
“Perché, pensa che...”
“Non lo so, mr Rowe. Non si sa mai.”
Fuori aveva smesso di nevicare.
In banca incontrai il signor Applecott, che venne a fare due commissioni, e non appena lo ebbi riconosciuto, mi presentai dicendogli che avevo affittato la vecchia casa sulla montagna, e che stesso quella mattina, qualcuno era entrato e mi avevano danneggiato il salotto.
Solo il salotto, ripensai infastidito.
“Davvero le sono entrati in casa?” mi disse arruffato.
“Proprio così. Sono rientrato all'alba e ho trovato il caos, ma per qualche strano motivo non hanno rubato nulla. In ogni caso ho già denunciato l'accaduto allo sceriffo. Adesso vediamo cosa mi dice...”
“Maledizione. Lo sa, anche ai vecchi proprietari, ai signori Henderson, accadeva spesso. Lo sceriffo, non gliel'ha detto?”
Lo guardai stranito. “No, neppure accennato.” risposi.
“Bé, forse si è dimenticato.”
Questo genere di cose, in un piccolo paesino di montagna dove non succede un cazzo trecentosessantacinque giorni l'anno, non si dimenticano, pensai. “Forse.” dissi. “I signori Henderson dove sono adesso?”
“La casa non l'ha presa da loro?”
“No. L'ho affittata tramite un annuncio in internet. Ho parlato al telefono con un agente immobiliare di nome Paul... Paul Vallon, e qualche giorno prima di trasferirmici sono venuto a visitarla proprio con lui.”
“Ah. Ho capito. Bé, Carl Henderson è morto otto anni fa, mentre Clarissa non lo so, ma sai... dopo la morte del marito non usciva più tanto spesso. E sinceramente, prima di vedervi arrivare, pensavo ci vivesse ancora lei. Non lo so, non si faceva mai vedere in città. Purtroppo, a questo punto, penso che sia morta.”
“Non avevano figli?”
“No no, mai avuti. Non conosco la vera ragione. Comunque, il vecchio Carl era un tipo rigido, era un reduce, sa? Un reduce di guerra. Vietnam. Le posso dire che era una coppia molto strana, io li conoscevo ma era molto raro scambiarci due chiacchiere. Non sono mai andato oltre i tipici convenevoli...”
“Ah, mi deve scusare se le sto facendo tutte queste domande...”
“Non si deve preoccupare, signor Rowe, è lecita la sua curiosità.” m'interruppe Applecott oltre il vetro del mio sportello. In banca era l'unico cliente. “Io ora devo andare, se le serve qualcosa, passi pure da me. E' stato un piacere.”
“Anche per me. A presto. E grazie.” risposi salutandolo. Con lo sguardo lo accompagnai fino all'uscita e poi, quando ebbe lasciato la banca, ripensai ancora una volta all'effrazione. “Fottuti bastardi.” ripetei a denti stretti. “Bastardi.”
 
3.
Lo sceriffo mi portò le nuove chiavi di casa, poco prima che terminassi di lavorare. Arrivò con il fabbro, un tizio esile, sulla sessantina, i capelli color piombo e il naso piccolo e a scivolo. Si presentò, mi disse che aveva sostituito la porta e che, in sostanza, gli dovevo centocinquanta dollari.
Lo pagai in contanti, senza farmi troppe noie.
Lo sceriffo poi mi disse che aveva setacciato per qualche ora la zona confinante la mia abitazione, ma che alle fine non aveva trovato nulla, neppure la benché minima traccia di una misera impronta sulla neve.
Mi ripeté quello che già mi aveva detto a telefono e in stazione.
In più, non mi disse nulla in merito alla scoperta di una botola, né io lo avvertii di quello strano ritrovamento.
“La contatterò se ci saranno novità.” fece lo sceriffo. “Nel frattempo, se ha altri problemi, mi faccia una chiamata, mr Rowe.” concluse uscendo dalla banca.
 
Non tornai subito a casa. M'incontrai con Chloe in una caffè lungo la strada fino a quando, intorno alle sette e trenta, non la riaccompagnai da lei.
La strada che portava sopra la montagna era ghiacciata e sdrucciolevole. Ricordo che guidai molto piano, prestando la massima attenzione. Il mio piede spingeva adagio il pedale dell'acceleratore e poi del freno per affrontare quelle curve cieche bordate da una striscia di pini e abeti neri e spogli, che conducevano in cima alla collina. La neve ai bordi della carreggiata era merlettata, macchiata di fuliggine. Fuori batteva l'ombra del crepuscolo e la luna spaesata annaspava lungo la superficie del firmamento.
Da occidente sorsero i succiacapre, un drappello minaccioso dalle ali aguzze che sorvolarono da un lato all'altro il cielo di piombo. La casa la ritrovai come l'avevo lasciata – eccetto la nuova porta – e così, trascorsi la sera a sistemare e a ripulire il salotto dalle macerie; spazzai in profondo silenzio, con l'orecchio teso ad ascoltare solamente lo schianto dei vetri che precipitavano su altri vetri. Poi, raccolsi tutti i detriti in un sacchetto di plastica e lo misi vicino alla porta.
A quel punto tornai in salotto e, pensieroso, scostai il divano e riaprii la botola, scendendo nuovamente in quella cantina buia e fredda, giusto dopo aver cambiato le pile alla mia torcia.
Illuminai la stanza e rimasi ad ascoltare, per qualche secondo, lo sgocciolio dell'acqua dalle fradicie tubature.
Poi risalii in casa e richiusi, sotto di me, il portello della botola, questa volta senza celarla sotto l'intelaiatura sfregiata del mio divano.
 
Mi svegliai d'un tratto che l'orologio digitale sopra il comodino segnava le tre e cinquantadue. Non avevo freddo e non dovevo neppure andare in bagno.
Cosa mi ha svegliato, allora?, mi dissi.
Fuori, un buio spettrale e sfitto di stelle.
Trascorsi un paio di minuti disteso nel letto, sotto le coperte, alla ricerca del sonno perduto, fin quando non sentii un lamento fragile, come di un pianto. Poi, di colpo, tornò il silenzio finché certi rumori bassi e indefiniti salirono, di nuovo, da un luogo che non riuscivo a definire.
Annusai l'aria e mi misi a sedere, tirando giù le coperte. Udii in quell'istante due colpi provenire dalla porta d'ingresso. Poi, scese ancora il silenzio.
Rimasi in ascolto, il battito del cuore che aumentava, e accesi la luce di una lampada e mi smarcai sedendomi ai piedi del letto, sempre in ascolto.
Udii ancora i picchiettii alla porta, ma questa volta mi alzai e feci una corsa in salotto verso la stessa.
Ero spaventato.
Urlai: “Chi cazzo è?”
Ma la risposta fu, ancora una volta, il silenzio.
Osservai dallo spioncino e vidi che di fuori, effettivamente, non c'era l'ombra di nessuno. Ma il sangue mi si raggelò non appena risentii quei due battiti rinascere dal nulla. Terrificanti e rintronanti. Provenivano dalla cantina, dalla botola alle mie spalle. Mi girai e osservai la fenditura lugubre nel pavimento. Mi mossi rapido e accesi tutte le luci del salotto. Mi diressi in cucina, non perdendo mai di vista il portello, e presi il cordless e un coltello, il più affilato e pesante che avevo. Mi avvicinai con fare furtivo alla botola, scostai ancora un po' il divano e... udii di nuovo i due battiti, questa volta però più intensi e agghiaccianti. E provenivano proprio da lì sotto. C'era qualcuno in cantina.
“Ti ho sentito.” mormorai. Poi il tono della mia voce aumentò: “Fottuto bastardo, ti ho sentito!” gridai come un pazzo furioso. Ma nulla si mosse. Ancora. Ancora. Fino a quando non tirai su lo sportello della botola in un colpo solo, netto, che produsse un tonfo sordo e improvviso.
Dalla botola solo oscurità, fitta e profonda, senza forma e dimensione.
Sobbalzai e feci due passi indietro. Le tempie mi pulsavano, tanto che per un attimo ebbi come l'impressione che il cervello fosse pronto ad esplodere, e il cuore martellava nel petto.
Avevo paura. Mi andava di scappare, ma non trovavo le forze.
 
Dalla botola non uscì nulla; nessun odore, nessun altro suono, niente. E dopo essere rimasto per altri, interminabili, minuti impietrito davanti a quel tombino terrificante al centro del mio salotto, decisi di agire; composi il numero dello sceriffo e lo chiamai.
Benson però non rispose e così mi sistemai il cordless in una tasca del pigiama e balzai urlante all'interno della botola, con il coltello proteso in avanti.
Fu un'errore grandissimo, ad ora mi viene da dire.
Scesi le scale come una furia e rimasi a districarmi e a gridare “Chi c'è” nella mezza oscurità della cantina, visto che l'unica fonte luminosa proveniva dalla luce del salotto. Ma non vidi nulla, e non c'era nessuno.
Poi, tutto accadde come un battito di ciglia; la botola si chiuse con il solito e sinistro tonfo sordo. L'oscurità calò come una sentenza. Rimasi impietrito, almeno all'inizio, frastornato, col cuore in gola. Imprigionato, con il coltello puntato a bucare l'oscurità che mi avvolgeva da ogni lato. Un buio viscido e autoritario come dentro una bara.
Poi reagii; risalii le scale e cominciai, al limite dell'equilibrio, a spingere con tutte le mie forze il boccaporto, per riaprirlo.
Ma qualcosa, dall'altro lato, arginava la botola. Come se qualcuno ci stesse seduto sopra. Spinsi e urlai parole incomprensibili con gli ultimi residui che avevo in corpo, ma non la scostai neppure di un centimetro.
Udii poi di nuovo quei due battiti, questa volta però dall'altro lato del portello, tanto che, dallo spavento, caddi giù per le scale per poi ritrovarmi intriso e lurido nell'acqua stagnate d'una gelida pozza che si era formata al suolo. Udii il suono metallico del coltello scivolare via nell'oscurità, e il cordless, con un colpo sordo, frantumarsi rovinosamente.
Rimasi inorridito.
“Chi sei? Che cosa vuoi?” strillai, ma non ci fu risposta.
Il silenzio divenne ben presto insopportabile. Ultraterreno.
Cercai il coltello a tentoni e dopo un po' lo ritrovai; mi rialzai e mi fermai ad ascoltare la quiete in un angolo dell'interrato. Con la schiena appoggiata alle pareti fredde. Il buio. Le tenebre.
La mente piena di ragnatele.
A un certo punto udii da qualche parte dei passi, forse vicino a me, forse sopra di me. Di colpo una schiarita: provenivano dal salotto. C'era qualcuno – adesso lo sapevo – c'era qualcuno in casa.
Incominciai a tremare, non di freddo però, fino a quando non risentii ancora una volta i due picchiettii sulla superficie di legno della botola. Non sapevo cosa fare. Tornai sulle scale e riprovai a spingere il portello, ma fu tutto, ancora, inutile.
Quell'oscurità odorava di muffa.
Tornai giù e calpestai il cordless, mi abbassai e pescai quello che ne rimaneva; si era diviso in cinque piccoli pezzettini, e una delle due pile era affogata nella lurida pozza.
Mi guardai intorno, ancora una volta: vuoto, buio, silenzio. L'acqua non gocciolava più dalle tubature. Potevo sentire il mio respiro.
Trascorsero minuti, forse di più; arrivai al punto che l'agitazione e la disperazione, cominciarono a soffocare la mia percezione del tempo. Urlai, imprecai a gran voce l'uomo, o gli uomini, che mi teneva prigioniero e non mi mossi; rimasi fermo in un angolo con il coltello innestato in avanti fra tutto quel buio.
A un certo punto percepii un odore nauseabondo, ributtante. Lo sentii crescere e diventare insopportabile, tanto che arrivai a vomitare dal disgusto.
Poi, così come era arrivato, svanì.
Sopra, in salotto, udivo di tanto in tanto alcuni passi, e ogni qualvolta li avvertivo, nel pugno della tenebra, mi mettevo ad urlare con tutto il fiato che avevo in gola. Il coltello sempre vigile nel buio. Nel buio della cantina.
Sentii a un certo punto, addirittura, il rodio dei tarli tra parete a parete. Poi nulla più. Mi avvicinai di nuovo alla botola, salii con la massima allerta le scale e cercai invano di aprire il portello. Non riuscii a smuoverlo, di nuovo, neppure di un misero centimetro.
Pazzesco.
Mi sedetti così su alcuni scalini, con la testa accostata alla botola, in attesa. Attesi ancora, forse minuti, forse ore. Cominciai a percepire il tempo a scatti, di nuovo. Forse era trascorso un intero giorno, non potevo saperlo.
Non potevo fare nulla.
Attesi ancora, nel buio; discesi le scale e udii il loro sinistro cigolio sotto i miei piedi. Il loro lamento. Attraversai a piedi nudi la lurida pozza e calpestai i resti di plastica del telefono frantumato. Mi sedetti a un angolo fradicio e umido; il coltello – insisto – sempre puntato nel vuoto.
Rimasi ancora, imperturbabile, in ascolto.
Dopo un po' udii altri battiti sulla botola. Chiunque fosse si stava prendendo pesantemente gioco di me; ero furioso, cominciai ad avere sete e anche fame. Ma il sonno non mi colpii, almeno all'inizio.
Non accadde nulla nelle ore (?) successive. Piansi. Ero disperato, e cercai – non so perché – di non farmi sentire. Attenuai i miei lamenti, portandomi più volte una mano sulle labbra.
Ma non bastò.
Pensai allo sceriffo, poi ai miei colleghi di lavoro; prima o poi si sarebbero chiesti che fine avessi fatto. Lo speravo. Lo speravo con tutto il cuore.
L'aria cominciava a mancarmi e la fame e la sete crescevano sempre di più. Arrivai al punto di soffocare. Soffocare nel buio. Soffocato dall'oscurità. Non ce la facevo più. Volgevo fra la rabbia e l'angoscia, soffermandomi, alcuni momenti, a spingere con forza il portello che mi recludeva in quello spazio. Poi, come la quiete dopo la tempesta, tutti i brontolii e i cigolii, su in casa, parvero scomparire. Chiusi fatalmente gli occhi. Quel silenzio in qualche modo mi calmò ed io mi lasciai scivolare, lentamente, come cullato, nell'oblio dei sogni. Mi addormentai come prigioniero di una mente sconosciuta e fu, per me, quasi la salvezza.
 
4.
Mi svegliai nel mio letto, nella casa ad Ogden. L'orologio digitale sul comodino dettava le diciannove e trentacinque. Dalla finestra della camera riuscivo appena a scorgere un cielo assonnato, terso come in sogno, e tinto all'orizzonte dalle silhoutte dentellate delle montagne ricoperte di neve. I pini, rachitici, erano piegati. Un grillo frinì da qualche parte. Tirava un gran vento e una bufera era in arrivo. Le nubi nel cielo erano intrise fino all'osso di pioggia e quelle montagne in lontananza fremevano balenando nel frastuono del tuono di tempeste non più tanto remote.
Mi destai dal sonno e corsi subito nel salotto.
La casa era così come l'avevo lasciata. La botola era chiusa. Ritornai nella stanza da letto e presi il coltello che avevo individuato sul comodino. Attraversai ogni stanza furibondo come un toro, in solerte omertà, e con la lama sempre tesa in avanti. Ero pronto all'azione.
Aprii la botola e osservai la solita accecante oscurità e discesi appena due gradini. Accesi la torcia che mi ero portato dietro e incominciai ad illuminare l'intera cantina. Nella stanza segreta c'erano le solite tubature pioventi. L'umidità impregnava i muri e il soffitto era rigonfio. Poi, aguzzando gli occhi nell'ascosa lividura, scorsi al suolo fradicio dell'interrato la solita pozza acquitrinosa e... e il cordless frantumato! Vidi anche una pozza più chiara ad un angolo della cantina e capii che era il vomito poltrito che avevo lasciato in terra.
Allora non è stato un sogno?, pensai. Avvilito e agghiacciato. Un brivido mi trapassò la schiena.
Ricorsi fuori dalla cantina come una scheggia e mi diressi, senza neppure pensarci troppo, in camera da letto. Tirai fuori le mie cose, i miei vestiti, i soldi che avevo nascosto e conservato con cura in uno scatolone dentro l'armadio e gonfiai in tutta fretta la mia valigia. Corsi di fuori, lanciando per un ultima volta l'occhio alla botola. Sul campo davanti alla casa si erano formati alti cumuli di neve che rendevano difficile il cammino. Da lì riuscivo a scorgere gli alberi spogli e neri in contrasto al bianco latteo dei campi. La neve asciutta mi si attaccava ai pantaloni come polvere di marmo, e a ogni passo affondavo gli stivali incespicando e bestemmiando. Nell'aria fumo di legna.
Poi arrivai alla macchina, con il fiato ridotto all'osso e la violenta accelerazione del sangue nelle tempie debito dalla disperazione. Aprii lo sportello e accessi l'auto. Il motore gracchiava e piangeva, vibrava e borbottava, mi chiedeva di aspettare prima che ne lasciassi andare la frizione. Ma io partii, senza pensarci due volte. Attraversai i passi di montagna innevati e scorsi la casa solitaria del signor Applecott, una volta disceso dalla boscaglia e dal monte. Non ne potevo più. Non sarei resistito molto a lungo in quella casa.
Fuggii via, letteralmente, e mentre mi allontanavo sempre più, guardavo di sbieco e sott'occhio le luci della città di Ogden estranee e pulsanti, il pallido grigiore dei viticci di fumo che salivano dalle fumarole nell'aria inferma, i tetti coperti di neve con all'orizzonte la vista di una bufera che man mano, con le sue nubi rilucenti, andava a nascondere le vette più alte delle montagne rocciose e la carica della luna. E proprio la pozzanghera bianca della luna mi parve spostarsi insieme a me, fuggire via da quel posto, fissarmi mentre io la fissavo.
Ritornai a Tempe, nella mia vecchia e malandata casa e giunsi alle prime luci dell'alba, dopo aver guidato per l'intera notte. Attesi in macchina le nove del mattino e non feci neppure colazione. Non mi fermai nemmeno a casa. Il motore si spense in uno spastico rumore di risucchio. Rimasi seduto al volante dell'auto. Attesi in un angolo di strada l'arrivo del dottor Quarry nel suo studio e, non appena lo vidi attraversare il marciapiede al lato opposto del viale, gli corsi incontro sperando che mi potesse concedere qualche minuto; avevo bisogno di parlare con il mio psicologo.
 
5.
E adesso sono qui, dinnanzi al dottor Quarry. Lui mi osserva su di una sedia di finta pelle, a fuoco davanti una biblioteca di libri, pomposa alle sue spalle. Enciclopedie, Jung, un'intera pila di classici di psicoanalisi e una bibbia, il cui titolo iscritto in caratteri dorati è imperlato su di una rilegatura scura, forse marrone bistro.
Egli ha la sua solita aria arruffata, e con uno sguardo rigido ma interessato, adesso, attende la mia risposta.
“Il sonno va bene.” gli dico. “Siamo riusciti a risolvere questo mio problema in passato, non ricorda?”
“Certo certo.” mi dice annuendo con il capo.
Poi continuo titubante: “Ma il punto, dottore... il punto è che... che il passato possa ritornare. Sì, il passato.”
 
6.
Rientro a casa e trascorro l'intero pomeriggio davanti al televisore, in soggiorno.
Il mio cellulare squilla, mi cercano alcuni colleghi di Ogden, fra cui Jordy Maier e il mio capo, il signor Cobbs. Mi chiama anche Chloe, ma, come per gli altri, lascio il telefono squillare.
Quando scende la notte mi accorgo di non aver toccato cibo; sento brontolare il mio stomaco ma non ho tanta voglia di uscire per trovarmi qualcosa da mangiare, visto che il mio frigo è totalmente vuoto.
Cambio spesso canale al televisore, disinteressato; vanno in onda i soliti notiziari e i soliti, vecchi, film western. La spengo, e compongo sul mio cellulare il numero dello sceriffo Benson.
Squilla.
“Signor Rowe, dove si trova?” mi chiede, ha la voce sorpresa. “Sono passato a casa sua nel pomeriggio, la porta era aperta...”
Lo interrompo: “Sceriffo, sono ritornato a Tempo, sono ripartito la scorsa notte, e non so quando potrò ritornare. Senta, le volevo chiedere appunto se era entrato in casa...”
“Nella sua casa? Sì, questo pomeriggio...”
“Bene, ecco, ha trovato qualcosa, non so... in salotto, tipo una botola sotto al divano? Un ripostiglio segreto...”
“Un ripostiglio segreto?”
“Sì, esattamente. L'ha visto?”
“No. Non so di cosa sta parlando, signor Rowe. Di che sta parlando?”
“Una botola.” insisto. “Non l'ha vista a terra nel salotto, sotto al divano? Il divano verdognolo, quello rivolto verso la porta.”
“Sono certo di non aver visto nessuna botola. E nessun ripostiglio segreto. Non c'è nulla.”
“E' impossibile.”
“Signor Rowe, mi spieghi meglio...”
“Lasci perdere, sceriffo. Senta, le volevo domandare anche un'altra cosa. Ho incontrato qualche giorno fa, in banca, il signor Applecott. Abbiamo parlato un po', e mi ha detto dei coniugi Henderson, Clarissa e il marito... adesso mi sfugge il nome. Lei ne sa qualcosa?”
“Brutta storia, signor Rowe. Carlisle Henderson è venuto a mancare molti anni fa, oramai. Cause naturali. Mentre la signora... bé, la signora...” lo sceriffo cambia di tono. “Nessuno le ha raccontato cosa le è successo?”
“No. Cosa le è successo?”
Lo sceriffo fa un sospiro profondo. “E' stata ritrovata murata in quella casa qualche anno più tardi. Un mistero, un totale mistero. Abbiamo cercato di tenere all'oscuro della vicenda tutti i cittadini, anche la stampa locale, quantomeno quella locale. E a quanto pare la cosa ha funzionato, per un po', anche se la gente comunque sa, ho finge di non sapere... La nostra è una piccola contea, signor Rowe.”
“Murata?”
“Sì. Il caso venne affidato ad un sezione speciale proveniente da Seattle. Molto inconsueto, lo so, ma io cosa ci posso fare?”
“E' stata murata nella casa in cui... in cui ho vissuto?”
“Sì, esattamente, signor Rowe.”
Sono sbigottito. Non so che dire.
“E' ancora qui?” mi fa lo sceriffo ad un certo punto.
“Sì.”
“Sì, signor Rowe, io pensavo che glielo avessero detto al momento della firma del contratto.”
“Quale contratto?”
“Insomma, per acquistare quella casa deve pur aver firmato un contratto, o mi sbaglio?”
“Si sbaglia, sceriffo. Non l'ho acquistata quella casa, l'ho affittata all'agenzia Vallon, a casa è loro e... non mi hanno mai detto della storia dei coniugi Henderson.”
“Forse non lo sapevano neppure loro. Tutto è probabile.”
“Forse, ma... dov'è stata murata la signora?”
“In salotto, ma in passato ricordo che c'era un muro che cingeva quello odierno, lo divideva. Non c'è più quel muro, adesso, si può dire che è diventato parte integrante delle indagini. Gli uomini di quella sezione lo hanno rimosso.”
“Chi è stato? Intendo a... murare la signora... che lei sa, sceriffo, qualcuno è indagato?”
“Non lo so, signor Rowe. Non mi dicono nulla, insomma... non mi hanno mai detto nulla. Però una cosa posso dirgliela.”
“Cosa.”
“Deve sapere che siamo risaliti a quella terrificante scoperta solo grazie a una chiamata. Una chiamata effettuata proprio dalla signora Henderson.”
“Si spieghi meglio, la prego.”
“Rispose al centralino un novellino, un tale di Little Rock che rimase nella mia squadra giusto qualche mese, prima di essere ritrasferito da qualche parte. Forse ad ovest, ora non ricordo. Insomma, quella sera chiamò in stazione una signora, tutta agitata, delirante. Bestemmiava e gridava parole illogiche. Mi passò la chiamata e la riconobbi quasi subito dalla voce. Ripeteva qualcosa, tipo una cantilena, e poi ricominciava a maledire tutto e tutti. Cercai invano di calmarla, finché non si calmò da sola. Cadde il silenzio e cominciai a udire strani rumori, come dei picchiettii, insomma, come se qualcuno stesse bussando a una porta. Battiti sempre più insistenti, sempre più...”
Lo sceriffo continua a parlare ed io distolgo l'attenzione, atterrito. Sento un suono provenire dalla stanza, un suono a me familiare. La voce dello sceriffo adesso m'ingarbuglia e per questo stacco la chiamata. Di punto in bianco. Mi alzo dalla poltrona e nella mezzombra incomincio ad esaminare la camera. Lo scaffale dei libri, una copia inchiodata al muro del Planetoide Tetraedrico di Escher e una seconda mensola a supporto di alcune fotografie, che mi ritraggono al tempo del college, e un posacenere che non ho mai usato.
Sento poi di nuovo quel suono, una seconda volta, ma adesso il mio cervello lo analizza e lo rielabora, fin quando non mi rendo conto che proviene proprio da qui, dalla mia stanza.
Giro su me stesso, all'impazzata, e finalmente la vedo; c'è una porta nel muro, proprio sulla parete cinta alle spalle della mia poltrona. E quello strepitio terrificante, mi rendo conto, proviene proprio da quella, quella nuova e soprannaturale porta impressa sulla parete del soggiorno.
La testa mi pulsa, non so cosa fare e mi sento di nuovo quella terrificante sensazione di oppressione.
Mi sento soffocare.
Che cazzo devo fare?
Inizio a sentire uno strano odore, un'afrore che per un nulla non mi manda a dare di stomaco.
Anche questo riconosco, questo orribile lezzo. L'ho già sentito, l'ho sentito ad Ogden, nel buio, in quel covo tenebroso che un tempo doveva essere stata una cantina.
La porta è nera come la pece e ha una maniglia. Mi avvicino. Sfioro la maniglia sperando fosse tutto, solo, una terribile illusione. Ma la maniglia è vera ed è fredda al tatto.
Respiro. Chiudo gli occhi, li riapro. Giro la maniglia, deciso, folle, come un battito di ciglia. Noncurante.
La porta si schiude e l'aria si smuove.
Arretro di due passi, poi mi fermo; sono paralizzato, come una statua. Impotente. Inanimato.
Davanti a me, oltre l'uscio di tenebra di quella fantomatica stanza, c'è una donna: ha la testa china e completamente discinta, nuda. Riesco a distinguerle perfettamente le ossa corrotte sotto la sua pallida e sottile pelle. Ossa innestate tra i filamenti aguzzi e screpolati delle sue vene purpuree. Ha l'aspetto di un fantasma, e da subito noto che si mantiene in piedi a stento, vacillante, quasi non riuscisse a rimanere perfettamente immobile.
L'ombra che si posa dinanzi alla mia figura impietrita, ha pochi capelli grigi sul capo e non parla, ma è come se fosse in attesa di qualcosa.
Ma in attesa di cosa?
I suoi occhi sono due buchi neri, rivoltanti, profondi. Ha gli angoli della bocca sollevati in un ghigno macabro e grottesco.
Io ho voglia di fuggire.
Non è reale, non può essere reale!
Le grido, terrorizzato: “Chi sei?”
Nessuna risposta.
Insisto, arretrando di un altro passo. “Chi sei?”, adesso la mia voce viene fuori come un sussurro.
L'ombra alza lentamente il capo, mostrandosi in tutta la sua sozzura – emana un odore insopportabile, e continua a oscillare al suo posto; sembra fluttuare nel buio.
Poi parla, finalmente. Anche la sua voce è orripilante, e rauca, quasi provenisse da un altro universo di suoni. “Sei mio. Sei mio adesso.” mi dice. Dalla bocca le escono fili di bava bianca. “E' inutile ribellarsi. Sei mio. Vieni qui.” mi strilla acida, giusto l'attimo prima di saltarmi addosso, e di trascinarmi con sé in quella stanza buia.
Adesso sono da solo, di nuovo, nell'oscurità.
 
EPILOGO.
Sono a terra. Disteso e dolorante. Ho preso un colpo alla testa e comincia ad emettere gemiti di dolore.
Non c'è nessuno che mi può aiutare.
I miei occhi non vedono nulla, salvo che tenebra inanimata. Non c'è alcun bagliore ad accendere questo spazio nero. Non ci sono suoni. Non c'è logicità, in quello che mi sta accadendo.
“Chi sei?” chiamo, “Henderson. Clarissa Henderson?”
Silenzio.
Non c'è cosa più cruenta del dubbio.
Sono di nuovo in attesa, in una camera che, forse, in realtà neppure esiste.
Il tempo fugge. Scorrono minuti, o forse le solite ore, e rimango per tutto questo indefinibile tempo, fermo e intorpidito con la schiena poggiata a un muro nella mia nuova, impossibile, stanza.
E' una cantina?, mi domando.
Non ho nulla con cui proteggermi, né un arma né una coperta. Sono terrorizzato. Mi sono pisciato già due volte addosso. Non mi vergogno mentre mi piscio per la terza volta nei pantaloni.
Poi, mentre i miei pensieri sono rivolti all'espressione demoniaca e persistente, nella mia testa, di quella donna, sento dei passi allungarsi nel buio. Da qualche parte.
Mi faccio coraggio: “Che cosa vuoi?” grido, ma la giara del mio animo è quasi del tutto esaurita. “Che cosa vuoi?” mi spremo agghiacciato e dolorante. La mia testa pulsa a più non posso. Non voglio morire. Non voglio morire affatto. Sento il mio fiato nel silenzio divenire sempre più affannoso, convulso, frenetico. Cerco qualche appiglio alla parete cui poggio adesso le spalle ma non c'è nulla, assolutamente nulla fuorché l'oscurità e la mia paura.
Poi incomincio di nuovo ad udire quei battiti.
Uno.
Due.
Tre.
Un breve intervallo. Ancora silenzio.
Quattro.
Cinque.
Qualcosa mi tocca una spalla e io mi desto con rabbia e comincio ad urlare. Sono agghiacciato. Non mi controllo più.
“Basta! Ti prego! Basta...” sono esausto, indigente. Schizzo da un lato all'altro della camera. La mia nuova prigione. Urto vicino ad un muro fradicio, poi ad un altro ancora più intriso d'acqua, fin quando qualcosa non mi fa inciampare al suolo, e non scorrono molti secondi che la stessa voce orripilante inizia a cantilenare una filastrocca. Una filastrocca che io conosco; parole e immagini docili e lontane nel tempo che riemergono dagli abissi della mia mente, della mia memoria.
Parole terrificanti di anni aspri e tormentati della mia vita.
 
Buio mi chiamo
faccio paura
e sono nero a dismisura.
 
Non mi senti la notte
mentre scendo dall'anfratto
proprio per coglierti lì sul fatto.
 
 
Tu mi hai rubato la casa
hai aperto alla luce
ma adesso è arrivato il tempo di non cercare più scuse.
 
Sei mio
oh figliolo
sei mio
fino all'infinito
sei mio
fino al tuo ultimo grido.
 
Io sono l'oscurità
la nebbia e la cantina.
Sono tutto questo tanto più che una semplice melodia!
 
Ripete la filastrocca due volte. Piango. Me la faccio di nuovo nei pantaloni.
Come fa a conoscere questa cantilena?, penso e ripenso angosciato, con la fronte imperlata di sudore. Poi s'interrompe, e dopo un po' quella stessa voce rauca e irrequieta mi dice per un ultima e dannata volta: “Ti sei preso la mia casa, Joyce Rowe, quella tra le montagne, e adesso io mi prenderò tutto quello che ti resta, tutto quello che hai, in questo lurido mondo. La quiete, Joyce Rowe. Parlo della tua quiete.”
E così il silenzio più profondo e acuto prevale, ma adesso, nell'abisso, ho una sensazione diversa dal continuo e detestabile timore; è una forma di acuta rassegnazione, l'acquiescenza che le tenebre non mi lasceranno mai più andare.
“Io ho paura del buio, dottor Quarry” ripeto nel silenzio. “Io ho paura del buio.”

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di BRUTTOMABUONO

Una scrittura...

...molto elegante e ricercata per un racconto veramente inquietante.

Come le migliori storie horror, le domande che suscita sono più delle risposte che dà.

Mi è piaciuto.

 

Tony.

ritratto di Gerardo Spirito

.

Grazie mille son contento ti sia piaciuto

ritratto di Fra_1992

Molto avvicente! Complimenti!

Molto avvicente! Complimenti!

ritratto di Gerardo Spirito

.

Ti ringrazio fra

ritratto di Rubrus

***

Benvenuto.

Un buon racconto horror (per certi versi mi ha ricordato "the tell- tale heart" , anche se qua e là un po' prolisso e con qualche sbavatura lessicale [apro una parentesi: tutti abbiamo a volte la tendenza ad usare termini desueti per accrescere il senso di arcano della storia, ma a volte può essere una trappola: la lama "desta" (cioè sveglia) quando basterebbe un "protesa" , la porta indicata con "ella" che si riferisce solo alle persone)]. 

L'aspetto più notevole è l'ambiguità della figura terrificante che non  è chiaro se sia il "classico" spettro o un'altra entità o un parto della mente forse non del tutto guarita del protagonista il quale non è affetto da chissà quale patologia ma dalla comune "paura del buio".

Piaciuto.

 

ritratto di Gerardo Spirito

Ti ringrazio

Per il benvenuto ma sopratutto per i preziosi consigli che mi hai dato. Devo migliorare in fase di revisione, ho notato qnche io che spesso (sopratutto nei miei primi racconti, "la cantina" è stato il primo che ho scritto) utilizzo termini un po troppo "articolati" che rendono una parte della lettura magari poco armoniosa.  Ciao rubrus

 

ritratto di 90Peppe90

La Cantina

Io me lo sono proprio goduto.

Il suo più evidente pregio? Il fatto di avermi inquietato. Ci riescono, ormai, ben poche storie horror.

Il finale, che si ricollega all'incipit con la poesia e il richiamo allo psicologo, mostra una situazione claustrofobica e terrificante che va al di là dello "spettro", seppure ben desritto, e la fa da padrona - nell'intero racconto - assieme alla parte della storia con il protagonista che rimane dentro la botola. Ma la storia è sinistra in ogni sua parte: dalla fine della signora Henderson, al comportamento "sospetto" dello sceriffo, passando per il metodo d'acquisizione della casa da parte del nostro Joyce.

Il registro linguistico è molto azzeccato ed elegante, piacevole e scorrevole (tranne qualche sbavatura, rara, o termine che mi stona; tipo, mi viene in mente, che "visione di un film" forse renda meglio di "veduta di un film"). 

Il mio parere è più che positivo.

Ciao, Ger!

ritratto di Gerardo Spirito

Ehi peppe, scusa per il

Ehi peppe, scusa per il ritardo, per qualche ragione non ho ricevuto la notifica del commento.

In ogni caso, ti ringrazio per aver letto questo racconto, è stato il primo che ho scritto in assoluto, circa 6 anni fa. Non è perfetto, anzi, ogni qual volta mi trovo a rileggerlo ci trovo come minimo un paio di strafalcioni linguistici davvero stupidi, dovrei revisionarlo completamente e forse un giorno lo farò. 

Mi hai detto di essere un grande appassionato di cinema, bè l'idea per questo racconto mi venne dopo aver visto "Ballata Macabra" di Dan Curtis, non so se lo conosci, film vecchiotto ma davvero inquietante. wink

ritratto di 90Peppe90

Tranquillo, Ger!

Dispiace a me di non aver ancora letto altro, ma non ne ho avuto modo. Però la promessa l'ho fatta e la volontà c'è, riuscirò a leggere gli altri tuoi scritti ;)

Mai visto... aggiunto subito alla lista di uTorrent! Grazie mille, anche perché ultimamente sono a corto di film horror da vedere, al di là di quelli veramente mediocri e di The Conjuring 2 che uscirà domani! 

Ciao!

ritratto di Gerardo Spirito

Eheh anche io sto aspettando

Eheh anche io sto aspettando di vedere L'vocazione 2, anche perché ho apprezzato molti film di questo regista, James Wan, come i primi due Insidious; lì le atmosfere, le musiche, mi hanno rievocato alcuni buoni horror del passato! ;)