Il rumore dei magli - di Monidol e Rubrus

ritratto di Rubrus
«Dobbiamo far qualcosa per Camillo».
«Perché?».
Graziano posò il bianchino sul tavolo, proprio accanto a una mosca che, infastidita, ronzò via per posarsi poco lontano, su un altro riquadro della cerata bianca e rossa.
«Passa quasi tutto il tempo alla fabbrica di flange, ormai».
«Ma se è chiusa».
«Appunto. Si intrufola...».
Il vecchio si interruppe di colpo e si guardò in giro in cerca del nipote: Kevin stava seduto al tavolo accanto, intento in qualche misterioso gioco con un mazzo di carte dai colori cangianti che dovevano essere l’ultima generazione dell'antica e nobile schiatta delle figurine.
Si frugò nel taschino della camicia e allungò a Kevin qualche spicciolo. «Tieni – gli disse – vai a prendere un gelato nel frigor e poi vai al banco a pagarlo».
Kevin notò che il nonno, come al solito, non l’aveva chiamato per nome. Non gli piacevano le parole straniere e soprattutto avversava qualsiasi cosa in cui la mamma c'entrasse in qualche modo, anche se era il suo nome.
Il bambino si diresse verso l’interno del bar poi, all'ultimo momento, scartò a sinistra.
«S’intrufola attraverso il cancello» riprese il nonno «tanto la recinzione è già mezzo andata, si piazza davanti alle macchine, si siede su una pila di vecchi bancali e si mette a guardare per aria senza far altro. Dice che sente battere i magli».
«Diosanto!» commentò Bortolo che si era aggiunto al gruppo trascinando la sedia da un altro tavolo. «Alura l'è mat!».
«Può darsi che sia andato fuori di testa» disse Tonio. «È sempre stato un po’ strano e da quando gli è morta la moglie non è certo migliorato».
«Be'» – intervenne Giovanni – «e noi che cosa ci possiamo fare? Insomma … è vero che non ha parenti, ma forse ci dovrebbe pensare l’ASL o l’assistente sociale».
«Ah sì?» disse Graziano, «E che cosa dovrebbero fare l’ASL, secondo te? Metterlo nell'ospizio? O magari far riaprire il manicomio per lui?».
«Oh, insomma» sbottò Tonio «mica è pericoloso».
Graziano mosse appena la testa. Se voleva essere un cenno d’assenso, non gli era riuscito molto bene.
«Però dobbiamo fare qualcosa» concluse e subito dopo girò la testa in cerca del nipote.
Lo intravide dietro la siepe che circondava i tavolini del bar: «Ma guarda te, cosa fai lì?».
Kevin avanzò lentamente stringendo le monete nel pugno.
« … E il gelato?».
Kevin non rispose.
«Lo mangerai domani, così impari a origliare i discorsi dei grandi. Ora lascia i soldi sul tavolo e va a casa che il nonno ha da fare».
I vecchi seguirono il bambino con lo sguardo finché non lo videro scomparire nel buio dell'androne della palazzina di fronte al bar.
 
Kevin s'incamminò su per le scale. Abitava all'ultimo piano, ma dopo la prima rampa si bloccò, riconobbe le urla dei suoi genitori che litigavano: come al solito l’argomento erano i soldi che mancavano.
Gli insulti sembravano rimbalzare da un pianerottolo all'altro. Kevin si voltò, scese le scale a due a due, girò intorno alla casa e corse via con le mani sulle orecchie. Rallentò solo quando fu fuori dal paese, dove cominciava la zona industriale.
A quell'ora non c'era mai nessuno: dopo le cinque, le poche fabbriche che ancora lavoravano chiudevano i cancelli, era già tanto fare le otto ore. Fino al giorno dopo tra i capannoni regnava soltanto l'inquietante silenzio delle cose.
I respiri di Kevin ansimante per la corsa si quietarono, e finalmente, seduto su di un marciapiede decise di togliere le mani dalle orecchie. A quel punto sentì le voci del nonno e dei suoi compari provenire da poco lontano.
 
«Guardate che vi dicevo? Eccolo lì».
«Si è messo il grembiule blu degli operai, l'è prope dientat mat!».
Graziano e Bortolo erano sulla porta, lo guardavano senza decidersi ad entrare mentre Tonio e Giovanni osservavano la scena attraverso la finestra.
«Ohi!... Camillo! Cosa fai lì? Vieni via dai, Andiamo a casa ...».
Lo sguardo di Camillo era fisso sulle presse, solo a tratti arricciava un po' gli occhi come se gli rimbombasse in testa un forte rumore, o un forte dolore.
Inaspettatamente rispose: «Non posso tornare a casa, stasera c'è da fare gli straordinari per una commessa urgente».
Graziano e Bortolo entrarono e si avvicinarono. Graziano gli mise il braccio sulla spalla. Camillo non reagì. Tonio e Giovanni, come rassicurati, avanzarono anche loro, incerti, trascinando i piedi sul pavimento polveroso.
«Camillo... non c'è nessuno qui, le macchine sono spente. Ci siamo solo noi, i tuoi amici, fa mia ol bambo».
«Amici... non ne ho di amici io. Quando ti scadono le cambiali e non hai i soldi per pagarle gli amici ti stanno alla larga». Ci fu un attimo di silenzio.
Tonio si voltò a guardare la finestra, come aspettasse qualcuno, mentre Giovanni si mise a togliere la polvere che non c’era sulla manica del golf.
«Andate via tutti! Fora di bal che go de laurà». I quattro sobbalzarono, il tono di Camillo stava diventando ostile.
«Non fare così, su, vieni con noi, andiamo a fare una scopa al bar che ci beviamo un goccetto in compagnia!».
«Andate voi a buttare i soldi al bar, devo pagare gli operai io! Sono tre mesi che non gli do lo stipendio!».
«Eh, lo so bene», intervenne Bortolo, «mio figlio per portare a casa da mangiare va a scaricare la frutta al mercato perché se aspetta te che invece di andare a riscuotere stai qui a piangere sulle tue macchine!».
«Sta' buono Bortolo, così non risolvi niente» disse Tonio parlando per la prima volta. «Su, Camillo, lo vedi che non è rimasto più niente, no? Dai, andiamo». Allungò la mano, come per prenderlo per un braccio, ma Camillo si rannicchiò su stesso, premendo le mani ai lati della testa.
 
Anche Kevin era giunto alla vecchia fabbrica di flange, aveva sollevato la rete di recinzione ed ora, nascosto dietro un grumo di fili di ferro che arrugginivano silenziosi, osservava la scena.
 
«Lascia perdere...» disse Giovanni «ormai è partito. Andiamocene, va'» e si girò verso la porta, continuando però a guardare l'ex imprenditore da sopra la spalla.
«Ma sì... andiamocene» rincalzò Bortolo «Non è affar nostro. È lui l'imprenditore, no?».
Graziano si voltò verso l’amico «Come se anche tu non ci avessi passato la vita, in questa fabbrica … Mi sembri l'impiegato del comune quando mi lamento per la pensione: «“non è di mia competenza... ” ma non ti ricordi quando...».
«No, non mi ricordo» ribatté Bortolo «Ormai non resta che pensare ognuno agli affari suoi se si vuole sopravvivere... io mica voglio diventare matto come quello lì».
«Allora, vogliamo darci da fare!?» urlò Camillo «Non li sentite i magli?».
«Eh, lo vedi? L’è ndacc!» disse Giovanni.
«Sicuro, è matto» ripeté Bortolo « magari ci fa, così almeno nessuno gli rompe più i ...».
Camillo si alzò di scatto e prese per la camicia Bortolo: «Sono contento io secondo te?! Eh... dimmelo testa di cavolo! Dobbiamo recuperare!».
Bortolo lo spinse lontano da se con sufficienza : «Se se recuperare, ma va a cagà... falit! Sente i magli sì sì …».
Da lì in poi furono solo urla: Camillo gli sferrò un pugno, l'altro reagì, gli altri a turno cercarono di calmarli rimediando qualche goffo scappellotto fino a che l'ex imprenditore corse al banco degli attrezzi e tornò, paonazzo, avanzando lentamente con in mano una chiave inglese.
Nel vederlo i vecchi si pietrificarono, i visi sbiancati dal terrore, bianchi come i loro capelli: sembravano delle statue scolpite nel marmo.
Per una lunghissima manciata di secondi si sentì solo il respiro grosso di Camillo, che tremava, poi il silenzio fu interrotto dalla timida voce di Kevin: «Anche io li sento …».
Camillo lasciò cadere a terra l’attrezzo. Tutti volsero la testa verso il bambino senza lasciare la propria posizione.
Graziano si mosse a grandi passi verso il nipote. Lì per lì sembrò volesse rimproverarlo perché, ancora una volta, aveva spiato gli adulti, invece gli si accucciò davanti e lo guardò negli occhi: «Kevin, cos’è che senti?».
«I magli …».
Giovanni tese il capo: «Sì è il rumore dei magli».
Gli altri si guardarono sbigottiti poi si girarono verso le presse immobili. Si avvertì un lieve soffio di vento... ma poteva essere uno spostamento d’aria come quello di una pressione che spinge, che mette in movimento dei pesi.
«Ma non li sentite?» insistette il bambino “BOM, e poi BOM, BOM!».
Camillo sorrise. Gli occhi luccicanti e la bocca spalancata gli toglievano decine di anni e lo rendevano simile al bambino che era lì accanto. «I magli» disse piano.
«Certo!» disse Tonio facendosi avanti. A Graziano parve di vedere una strizzatina d'occhio da parte dell'amico, ma quando guardò meglio vide che Tonio aveva gli occhi umidi e poteva essere anche una lacrima. «I magli!» Ripeté.
«I magli» saltò su Giovanni. «Bom! Bom! Come quando la pressa funzionava! Si sente! Un rumore che rimbomba nel petto!».
Bortolo esitò, poi, più forte di tutti, gridò: «BOM!... BOM!... BOM!... BOM!... BOM!...i magli! BOM! BOM!».
Camillo si accasciò e restò seduto a terra, come svuotato. Graziano cinse le spalle del nipote e insieme si avvicinarono all’imprenditore. Gli altri a uno a uno fecero lo stesso.
Poco alla volta, come se avesse atteso che il rumore dei magli cessasse, sgorgò il pianto sommesso di Camillo.
Tonio e Giovanni fecero alzare da terra l’amico e si diressero verso l’uscita seguiti da Bortolo. Graziano prese per mano Kevin e s'incamminò dietro gli altri tirando un sospiro di sollievo. 
E' andato tutto bene, pensò. Sicuramente né lui né i suoi amici avrebbero mai ammesso di avere davvero sentito il rumore dei magli. Al limite, se la sarebbero cavata dicendo che ai matti bisogna dare sempre ragione.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di oissela

Non so il perché, sarà l'età,

Non so il perché, sarà l'età, ma mi sono commosso nel leggere questa storia.

È una pagina di letteratura sociale e di notevole livello artistico.

Oissela

ritratto di monidol

No non è a causa dell'età

è quello che mangi Alessio (Max docet: http://www.neteditor.it/node/218572 )

Scherzo, l'argomento è molto drammatico e abbiamo voluto proprio mettere in risalto come la "crisi" oltre a ridurre sul lastrico molte persone cambi la personalità di chi ne viene colpito, infici i rapporti umani e imbruttisca tutta la società.

Abbiamo cercato di finirlo non con un lieto fine ma con un filo di speranza almeno per quanto riguarda i rapporti umani.

Grazie della lettura e della tua commozione.

moni

 

ritratto di ale gale

buon racconto

e c'è già intrinseco ma io a quel punto avrei dato più importanza al ruolo del bambino... l'unico con la sua ingenuità in grado di fare uscire tutti dalla situazione difficile che s'era creata. voi avete scelto però così ed allora ripeto un buon racconto che tiene incollati alla pagina ed incuriosisce sempre più man mano che dipana.

un saluto.

mirco

ritratto di monidol

In effetti avevamo

scritto più paragrafi dedicati a Kevin ma poi ci siamo accorti che rischiavamo di spostare il fuoco su una cosa diversa dal tema che volevamo affrontare e allora abbiamo deciso di eliminarli. Io credo che abbiamo fatto bene... è rimasta in ogni caso la sua presenza ingenuo anche se ahimè non immune agli effetti...

Lieta che ti sia comunque piaciuto, grazie.

ritratto di Blue

Ha ragione...

...oissela: è un racconto molto malinconico, si attende sempre che accada qualcosa di sorprendente e poi... non accade niente. E forse è proprio questa, la cosa che sorprende di più.
Un piccolo appunto: ho provato a rileggere due o tre volte il finale, ma sinceramente a me non rimane molto chiaro: ma le ultimissime frasi - quelle in prima persona - a chi sono riferite? A Camillo? O a Graziano? Propendo per il secondo, perchè è l'ultimo nome che viene citato, però non ne sono sicura...

ritratto di Rubrus

***

deduzione corretta e correzione / chiarimento apportata di comune accordo. 

ritratto di Eli Arrow

È vero, è un racconto

È vero, è un racconto commovente e purtroppo molto attuale. Anch'io non riesco a capire bene chi tira il sospiro di sollievo, alla fine, forse Bortolo? Non so se era nelle intenzioni, ma il rumore dei magli mi ha ricordato molto quello del cuore.

Bel racconto.

ritratto di Rubrus

***

correzione / chiarimento apportato di comune accordo con moni. Grazie, ciao.

ritratto di monidol

In un certo senso lo è

come un grido del cuore...

Ciao ELi

bello ed evocativo. L'uso del

bello ed evocativo. L'uso del dialetto contribuisce a tridimensionare i personaggi, allontanando la storia dalla "carta" per portarla nel vissuto reale.
 

ritratto di Rubrus

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grazie. vuol dire che la resa è plausibile - persino troppo ovvio aggiungere "purtroppo"

ritratto di Kore

Mi è piaciuto come racconto,

Mi è piaciuto come racconto, che voi siate molto bravi si sa...

La cosa bella è che ho anche "visto" tutto: questo è un ottimo soggetto/sceneggiatura per un film, spero che qualcuno che è del campo lo colga! In bocca al lupo e complimenti! smiley

ritratto di Rubrus

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grazie. Vuol dire che siamo riusciti a trasmettere la visualità di una realtà che, purtroppo, si vede anche troppo spesso.

ritratto di hank88

La figura di Kevin, pur

La figura di Kevin, pur restando in secondo piano, sullo sfondo per quasi tutto il racconto, mi sembra avere una grande importanza in questo racconto. In ogni scena in cui è presente è un po' fuori luogo: in mezzo ai discorsi degli adulti, nella fabbrica abbandonata. Eppure, nel paragrafo interamente dedicatogli, è come se prendesse una decisione importante, decisione che poi lo porterà nel posto giusto al momento giusto per evitare quella che sarebbe potuta essere una tragedia.

Molto bello, affrontate tematiche importanti, spesso bistrattate. Complimenti a entrambi.

Ciao!

ritratto di Rubrus

***

d'accordo con Moni abbiamo deciso di "confinarne" il ruolo nelle frasi che si leggono. Peraltro se, come dice AleGale, viene il desiderio di "saperne di più" o ci si sofferma su esso, vuol dire che come personaggio è efficace. Grazie.

ritratto di Full

**

I brani sopra le 1000 parole li metto via per l’inverno del giorno dopo :-))
Cosa c’è di più triste di un reparto fermo senza lavoro? Supera lo squallore dello stabilimento abbandonato dell’immagine. Bene espresso con “l’inquietante silenzio delle cose”.

Una sorta di deserto dei tartari, questo. Anche il rumore dei magli mi riporta antiche reminescenze letterarie. La crisi cambia le persone nel profondo. Non in meglio. Dio, quei litigi per i soldi, sempre per i soldi. Litigi che coinvolgono e intristiscono tutti, grandi e piccoli, come ci fate “vedere”. Sempre valida l’idea del bambino a fare da collante.
Lo trovo un buon lavoro e maledettamente adatto ai tempi.

ritratto di Rubrus

***

sappiamo che - come molti della tua generazione - hai lavorato in fabbrica (verrebbe da dire "quando le fabbriche erano fabbriche") e il tuo gradimento è particolarmente apprezzato.

ritratto di Giulia75

un

racconto che commuove raccontando i nostri tempi, la crisi, la perdita di lavoro e tutto ciò che ne consegue.

Bel lavoro, bravi entrambi.

ritratto di Rubrus

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grazie Giù.

Moni

Moni e Rubrus: vi ringrazio sentitamente per questa bella, coinvolgente e toccante lettura che mi avete regalato. Anche in prosa ci possono essere sentimento e poesia e quando vengono proposti così bene il "gusto" della lettura (almeno per me) diventa lungo lungo!!! Complimenti!

ritratto di monidol

Grazie Crema

lieti di averti coinvolto e di non averti annoiato nonostante il taglio lunghino.

ciao
moni

ritratto di Massimo Bianco

AFFASCINANTE. I nuovi

AFFASCINANTE. I nuovi fantasmi della nostra moderna era tecnologica. Dalle case infestate e dalle atmosfere gotiche dei racconti dell'800 e del '900 alle fabbriche infestate del XXI secolo, perchè in esse albergano i dolori, le rovine e gli orrori moderni. Grandissima, giustissima, idea, realizzazione brillantissima, bravissimi, tutto issimo qui, per me, davvero, sono ammirato.

ritratto di Rubrus

***

grazie. Qui il soprannaturale, l'uncanny è suggerito, come crediamo si confaccia ad un racconto breve, è una possibilità... ma pur sempre una possibilità.

Ti lascio questa citazione «Avete mai visto un fantasma, signorina Millick?». E lei aveva riso nervosamente e replicato: «Quando ero bambina e dormivo in solaio, vedevo sempre una cosa bianca e gemente uscire dall'armadio. Ovviamente era solo la mia fantasia. Avevo paura di molte cose allora». Ed egli aveva detto: «Non intendevo quel tipo di fantasmi, ma i fantasmi del mondo di oggi, con la fuliggine delle fabbriche sulla faccia e il frastuono delle macchine nell'anima». (Fritz Leiber “Fantasma di fumo” – 1941).

ritratto di Milli per sempre

E' davvero e incredibilmente

E' davvero e incredibilmente bellissimo. visivo. 

Io a Rubrus non gli ho mai dato nemmeno del Lei per rispetto sacro, ma con Monica ho lavorato e pure ho avuto un ruolo da segnalata...troppo divertente, nessuno mi aveva mai chiamato cosi'.

Ma qui mi sa che l'accoppiata e' andata oltre e spero davvero che lo presentiate qui o li', magari anche a qualche concorso di corto teatrale.

 

i miei rispetti, davvero

rita

 

 
ritratto di Rubrus

***

ohibò, milli... mica mordo eh? smiley ci mancherebbe!

Lieto che ti sia piaciuto e grazie che tu abbia apprezzato la cooperazione.

A presto.

 

ritratto di Smart88

Vedo..

..direttemente tante delle cose che avete descritto, negli occhi di mio padre quando fa riferimento alla "sua" raffineria, ora che è in cassa. E quindi vabbè. Non è certo un commento oggettivo il mio. Ma mi è piaciuto molto. Molto.

Bravi tutti e due.

ritratto di monidol

Il commento oggettivo

Smart, dal punto di vista dei contenuti, il tuo commento è il più oggettivo di tutti; un racconto come questo se suona finto o fazioso a chi "c'è passato" o "ci sta passando"  (era la mia paura nello scriverlo) significa che è "fufa", roba da buttare.

Anche se di sti tempi, in un modo o in un altro, con questi temi si gioca tutti in casa.

(l'altro giorno a mio figlio è uscito un dente da latte e i cinque euro della fata dentina a fine mese erano troppo preziosi. Meno male che eravamo ad Halloween e me la sono cavata con una letterina con cui la fata rimandava la sua venuta a causa dei mostri (e che mostri!)  e delle streghe che svolazzavano in giro nel periodo. :-)

un commento prezioso, grazie da parte di tutti e due

moni

 

moni e rob

sono giorni che cerco di trovare il tempo per dire qualcosa su questo vostro racconto, bello, ma ancor di più necessario. 

sono giorni terribili, questi, e chi può dovrebbe raccontarli, ma il peso della realtà schiaccia e lo rende difficile. si rischia la banalizzazione, il ricorso ai facili sentimentalismi, agli stereotipi. qui c'è di più: c'è quel suono, quel cuore che batte e alla fine, grazie al bambino, viene sentito da tutti (a questo proposito, toglierei la frase in cui si dice che nessuno lo ammetterà mai, di averli sentiti: lasciamo che la magia sia). cosa abbiamo perso, e come potremo ritrovarlo? forse proprio tornando a sentire il rumore dei magli: ciò che il lavoro rappresenta davvero. non un "posto", nemmeno semplicemente il pane a fine mese, ma ciò che scadisce la nostra vita e le dà dignità. 

è azzardato, persino insensato, abbozzare qui, in un commento, un trattatello sociologico su cosa rappresenti il produrre, per gli esseri umani. sicché non mi azzardo e mi fermo qui, ringraziandovi per quello che avete saputo dire.

un bacio a tutt'e due, franca

ps: attenti a "e da quanto" -> e da quando

ritratto di Rubrus

***

grazie. Era comune intenzione evitare i sentimentalismi e siamo contenti di avere evitato soluzioni troppo facili. O almeno ci speriamo. 

Quel pezzo lì, con l'opzione più "fantasy" è stato oggetto di revisione e discussione, ma nulla esclude che possa esserlo di nuovo. 

ritratto di Max Pagani

Arrivo per ultimo o quasi,

e sempre mezzo intontito e mezzo imbambolato. Mezzo piu' mezzo fa uno.

Questo uno che ha letto e ora scrive vi dice che hanno detto molto tutti e in modo molto molto mirato.

Nulla da dire sulla bravura di entrambi, molto da dire sull'amaro che rimane, come se al posto dell'inchiostro aveste intinto il vostro pennino dentro una bella boccia di JAGERMEISTER.

Devo dire che, con un lungo brivido ssulla schiena, anche gli uffici della mega azienda di Milano, tristemente vuoti e con i pochi superstiti rimasti che si aggirano con faccie da zombie, quall'assenza del rumore del lavoro, anche se non fatto da magli, ma solo di menti in movimento ti fa capire quanto questo racconto racconti roba che non vorremmo raccontare a nessuno.

Plotter stampanti telefoni riunioni il frullare dei server... comincia non sentirsi piu' nulla.

Bravi. Un maglio in testa per uno.

:-)

Maxunpoggiu'.

 

 

 

ritratto di Rubrus

***

sì la crisi dell'industria (che è quella che abbiamo voluto rappresentare) parte da lontano ed ha ragioni complesse. La crisi del terziario, avanzato e no, è più recente. Open space anche troppo vuoti e serrande abbassate come le palpebre sugli occhi dei morti 

ritratto di ivan bui

Racconto attuale ...

purtroppo. Una scrittura sobria, non scade mai (rischio piuttosto ricorrente con argomenti così ...) e non ricorre a effetti speciali. Un crescendo che il lettore vive aumentando l'interesse. Scrivere a più mani é difficile ma quando il risultato é questo ne vale la pena.

Bravissimi.

ritratto di monidol

Scrivere a più mani

secondo me,  non parlo ovviamente per Roberto, è molto interessante e mi piace molto perchè permette di conoscere e imparare dal  processo creativo, dalle modalità, dalle conoscenze  e dalle sensibilità altrui nonchè di condividere e confrontare le proprie ma più di tutto mi piace perchè costringe a mettersi in gioco:  può non essere facile a  volte dire non mi piace qualcosa dell'altro, né sentire giudicato o corretto il proprio lavoro ma anche questo insegna, si impara ad avere uno sguardo più oggettivo e a rinunciare e nella scrittura  è davvero importante. In un certo senso anche se l'obbiettivo è il buon risultato, come si suol dire "conta il viaggio", e per me vale la penza anche  prendersi il rischio che qualche ciambella esca senza buco. Tanto mica ci pagano ;-)

Ovviamente quando si viene apprezzati, e si ricevono le osservazioni positive che hai fatto tu la soddisfazione c'è, e molta, ci tenevo molto che tu lo leggessi, il rischio era proprio quello di essere scontati, di scadere nel banale, il tema è sotto gli occhi di tutti.

Grazie!

ritratto di Rubrus

***

scrivere a più mani è interessante anche per me; il segreto, a mio parere, è mettere la storia prima dell'autore.   

ritratto di Vecchio Mara

chissà quanti...

Camillo ha fatto dar di matto questa lunga lunga crisi, leggendolo mi sono rammentato di un imprenditore tartassato da equitalia che, intervistato, si giustificava dicendo che prima delle tasse doveva pagare gli stipendi degli operai che tenevano famiglia... e come dargli torto... guardando l'immagine a corredo del testo, poi, non ho potuto fare a meno d'immaginare i capannoni scoperchiati volutamente dai titolari di aziende ormai decotte, per non pagare l'esosa IMU su dell'archeologia industriale, monumenti funebri di un modo sbagliato d'intendere la globalizzazione... un racconto triste, che fa riflettere. Bravi!

Giancarlo

P.S. il testo si legge senza premere sul link, ma poi per commentare si deve cliccare sul  link.

ritratto di Rubrus

***

Dicono che la crisi sia finita o stia finendo... boh.

Certo è che il nostro tessuto produttivo è cambiato irrimediabimente. 

 

ritratto di Selly e le bebe rosse

m-r*

 

 

basta ascoltare il cuore BOM BOM BOM... e, se riuscissimo a conservare intatto l'orecchio del bambino, ...eh allora sì che si potrebbero affrontare molte tragedie con un animo diverso!

realistico, a tratti commovente. assai cinematografico, pure

L'ho riletto con piacere trovando le vostre penne sempre in perfetta sintonia. Con quel giusto mescolarsi di sentimento e vita da affrontare

 

 

ritratto di Rubrus

***

In effetti, da un po' i racconti scritti a 4 mani sono rari.

Sarebbe il caso di rimediare.

 

Leggendo questo racconto.....

.....di riflessioni se ne possono fare tante.

Non le elenco tutte, ma una mi è rimasta particolarmente impressa: di fronte all'inevitabile (ma è davvero inevitabile??) perdita di valori e punti solidi di riferimento, ma anche di qualcosa di più materiale come i soldi a fine mese, ecco che ognuno di noi mette in atto qualcosa per ripararsi. Si crea un mondo dove si è protetti e dove va sempre tutto bene e dove, soprattutto, i magli non giacciono polverosi ed arrugginiti ma continuano alacremente a lavorare.

Sul racconto non aggiungo altro. Il marchio di fabbrica (....appunto.....) c'è e si vede. E questo basta e spiega tutto.

 

(p.s. il dialetto mi pare tendente al bergamasco.... o sbaglio...?)

 

ritratto di Rubrus

***

Direi che in questo racconto ci sono due atteggiamenti: negazione della realtà e superamento della realtà. 

ritratto di monidol

In effetti in questo

testo i valori importanti sono  difesi disperatamente da Camillo, che si crea un mondo in cui,  è ancora possibile FARE la cosa giusta.

Il problema è quando ti accorgi che le possibilità di fare la cosa giusta sono finite, che devi solo sopravvivere accettando anche che le tue azioni mettano seriamente in difficoltà persone che in qualche modo dipendano da te: dipendenti, soci, coniugi, figli... lì allora ti senti davvero una cacca...e ti sembra di impazzire...

ritratto di Bebo60

Uno sguardo...

Uno sguardo sul nostro futuro, visto che la desertificazione industriale continuerà ad avanzare tanto lenta quanto indefessa.

E quindi un racconto giustamente triste perché è il tema ad essere infinitamente triste.

Personalmente a me fa venire su anche una fortissima incazzatura, perché noi siamo una società che possiede tutte le potenzialità per vivere con un livello di benessere elevatissimo, TUTTI, e invece per inedia e imbecillità ci condanniamo alla povertà crescente e diffusa.

Sulla scrittura mi incuriosisce sopprattutto una cosa: come vi siete organizzati la stesura del testo a quattro mani?
Bravissimi comunque, perché non si avvertono fratture o disomogeneità nel racconto.

Ciao,
Roberto

ritratto di Rubrus

***

Be', prima che sul futuro, sul presente e sul passato più che prossimo. 

Personalmente non credo che questa società sia fatta per consentire un elevatissimo grado di benesere a tutti poichè ritengo che (senza toccare il tema della giustizia sociale che è troppo vasto e troppo complesso e sulla quale ognuno ha le proprie idee) questa società si basi sul progresso e il progresso c'è se c'è insoddisfazione dell'esistente. Se uno sta bene come sta, perchè dovrebbe progredire?  

ritratto di Bebo60

Non sono molto d'accordo Rubrus

Non vedo per quale motivo debba essere una insoddisfazione a creare il presupposto del progresso.

La mia idea è che si può essere soddisfatti del presente e malgrado ciò credere in un progresso che ci possa far stare meglio. Perché no?

Non credo che benessere sia sinonimo di stagnazione. O quanto meno: la mia visione del mondo è questa, ma presumibilmente non è la concezione dominante.

 

ritratto di Rubrus

***

Se sei soddisfatto, perchè cambiare? 

Anche il solo dire "sto bene, ma potrei stare meglio" è segno di insoddisfazione. Aspiri a un benessere maggiore, che ancora non possiedi, che solo immagini e che magari non eiste, oppure che vedi nel prossimo (l'erba del vicino si sa...) e, allo stesso tempo, dai per scontato ciò che hai, sì che non basti più.

 

ritratto di monidol

Presente questo è il presente

per un sacco di persone, non imbecilli, non inette e non pazze, anche se sentono i magli
☺ Questo il mio pensiero.
Si fa un pò per uno a scrivere e si fa un pò per uno a rivedere. A pezzi mano a mano che la storia si costruisce.
Provaci!
Ciao Grazie.

ritratto di Claudio Di Trapani

Inutili le ultime righe, secondo me.

Perché scrivere che la combriccola di amici non avrebbero mai ammesso di aver sentito per davvero il rumore dei magli? Quel rumore poteva essere dannatamente reale (almeno per alcuni). Se si sente qualcosa, quello è. A parte questo, un racconto apprezzatissimo, tanto per il ritmo impresso alla narrazione quanto per le tematiche sociali a cui fate riferimento. Complimenti ad entrambi.

Saluti

 

"Guardate, che vi dicevo" (virgola)

ritratto di Rubrus

***

Ciao.

Sulla virgola hai ragione.

Be', le ultime righe spostano un bel po' l'asse del racconto, che è tendenzialmente oggettivo, con narratore esterno.

Ovviamente, non tutto quello che si sente è reale. Se in questo momento io sentissi un demone sumero che mi parla dal frigo penserei di avere le allucinazioni uditive... a meno che non fossi matto (i matti non sanno di esserlo, di solito).

Il gruppo sente dei magli che non ci sono e, senza arrivare all'estremo del demone sumero, formula lo stesso pensiero. Nessuno ammette di avere le allucinazioni. Ricordiamoci poi che i personaggi sono gente semplice, schietta, non stanno lì a fare chissà quali ragionamenti (del tipo: aver la gran fortuna di viver da matti per morire da sani, per citare Cervantes): se uno sente o vede cose che non ci sono, è matto. D'altro canto, si rendono conto, anche se sempre senza stare a fare chissà quali prfondi ragionamenti, che è una forma di follia lieve, buona, probabilmente persino necessaria e che serve a renderci umani - anche se simili persone spesso si vergognano un po' di siffatte sensibilità e quindi le definiscono, se non follie, seppur buone, almeno stramberie - il che le rende accettabili a sé e a gli altri.

Ovviamente se questo fosse un racconto fantastico, ma non lo è - anche se la frase è messa in modo che forse qualche lettore potrebbe avere il dubbio, ed è messa lì apposta - i magli, o almeno il loro rumore, potrebbe essere reale

Non so però come la pensi Moni.      

ritratto di Claudio Di Trapani

E' più che evidente

che il rumore dei magli non sia reale, e proprio per questo inutili le ultime righe; come altrettanto evidente che il protagonista principale... (non ricordo il nome, scusa) percepisca quei rumori come veri (e, quindi, definibile un po' matto dai suoi amici). Beh, è solo un mio modo di vedere la storia: non spiegare mai ciò che è già palese di per sé (anche per un narratore esterno). Personalissimo punto di vista, comunque.

ritratto di monidol

La necessità di tirare

le somme, di spiegare, in questo caso, non è del narratore nei confronti del lettore, bensì di Graziano, il nonno di Kevin, che è  la persona più razionale, meno impulsiva e  in ogni caso la persona responsabile di aver convinto gli  amici ad andare alla  fabbrica, in aiuto di Camillo.

Le frasi finali raccontano un po' il suo bisogno, il suo e quello delle altre persone che aveva coinvolto, che sono persone semplici e pratiche, di trovare un senso.  Ed è, secondo me,  nello stesso momento in cui trova una giustificazione, che fra le righe ammette a sé stesso,  che in fondo qualcosa di inspiegabile è successo ma...