SOGNO DI SESSO

ritratto di Re matto

 

Ti ho sognata sai, i tuoi capelli lunghi, appena lavati, lucenti e profumati di miele e di bosco;  qualche ciocca che ti scendeva sui fianchi del volto, tracciando curve di seta, a cingerti il collo. Un collo piccolo, quasi minuto direi, dannatamente delicato, femminile ed indifeso. Il riflesso purpureo dei capelli brillava sullo sfondo della tua pelle non più giovanissima, ma ancora morbida e dolce; capace di sprigionare, fingendo, un non so che di verginità carnale. Avevo voglia di cingerlo questo maledetto collo, di premere forzando delicatamente le mie dita, avvolgere la mia mano tra le tue vertebre cervicali e sentirmi padrone, destino e salvatore della tua vita.  Qualcosa cominciava ad accendersi in me, a violentare il mio senso estetico. Man mano che la mia attenzione si fissava su ogni piccolo particolare del tuo viso, le piccole irregolarità brunastre, alcune tracce, qualche neo, testimoni della bellezza, signori della perfezione disomogenea, vedevo emergere il profilo delle tue labbra dai tre quarti del tuo volto nascosto: eri bellissima, i miei occhi ti vedevano, ti idolatravano senza guardarti realmente, o quantomeno non completamente. La mancanza di questa osservazione frontale, nitida e totalizzante gli permetteva di costruirti a loro piacere e godimento… E mentre loro godevano e si crogiolavano nella tua immaginazione prospettica, saliva dentro di me un’irrefrenabile voglia di piegarti; si, spingerti la testa in avanti, alla base del collo, toccare l’attaccatura ispida dei capelli, sentirmi pungere quasi il palmo della mano, da quelli naturalmente più corti; forzarti con piccoli strattoni per fare in modo che le ciocche residue cadessero ai lati della faccia fino a nasconderti. La tua schiena liscia e vissuta, di donna, si snodava sinuosa formando anse, porti sicuri e caldi erano i tuoi fianchi, dove attraccare le mie mani: da lì facendo forza, trovando il fulcro perfetto feci leva un po’ più sotto…

La tua schiena tesissima, le cosce larghe, di carne allargata in equilibrio come funamboli sui tuoi tacchi da otto, di scarpe sensuali, bianchissime: fibbia in metallo ed esperienza da puttana. Cominciai a spingere il mio piacere, duro e caldo nel tuo letto bagnato. Fintanto che spingevo e mi ritraevo con un ritmo quasi compulsivo, ti martellavo tra le pieghe della pelle, affondavo senza nessuna fatica nella tua fica perfettamente sincrona al mio respirare; nostro il sudore, quello del mio petto ti bagnava la chioma ormai impregnata, inzuppata di uomo, persa qualsiasi traccia di poesia. Il resto del sale, misto al calore scendeva giù per il mio culo, ti colava fiero lungo gli adduttori; qualche goccia si spingeva ormai gelida, quasi cristallina fino alle tue caviglie…


Improvvisamente mi sono svegliato stanco e arrapato, nel letto da solo; le tue scarpe in bella mostra di sé, allineate sul tappeto, bianchissime, continuavano a guardarmi…

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