ELOGIO DELLA SEMPLICITA' (da:"La tranquillità dell'animo" di Lucio Anneo Seneca)

ritratto di Carmilla

 

 

 

In  "De Tranquillitate Animi", Seneca afferma di nutrire un grande amore per la semplicità, meglio quindi un letto semplice, un abito fatto in casa e da poco prezzo, che si possa indossare e mettere via senza eccessiva preoccupazione; il cibo, poi, che non sia troppo manipolato, ma facile da preparare e facile da trovare; la tavola, che sia senza marmi variopinti e che serva solo al suo scopo.

Quando l'animo, che non é abituato agli urti, riceve dei colpi, quando sopraggiunge qualcosa di complicato, oppure quando occupazioni poco importanti, portano via più tempo del dovuto, allora il filosofo torna alla vita contemplativa.

A che pro comporre opere immortali? A che pro desiderare che la posterità parli di noi? Tanto siamo nati per morire ed un funerale che passa inosservato crea meno fastidi. Se vuoi scrivere, quindi,  scrivi qualcosa di semplice, ma solo per occupare il tempo e non per tuo vanto.

Ciò che molti di noi desiderano é la mancanza di turbamento che consiste nel rimanere in uno stato sereno  senza né esaltarsi né deprimersi: in ciò consiste la tranquillità. Siamo tutti nella stessa condizione, sia quelli che sono tormentati dalla volubilità e dal continuo mutamento di propositi e che amano di più ciò che hanno lasciato, sia quelli che non fanno altro che annoiarsi e sbadigliare. Ci sono poi coloro che, cambiando di continuo la propria condizione di vita, approdano a  quella in cui li trova la vecchiaia, ormai stanca di novità. Ci sono poi i volubili per inerzia, che vivono non secondo il loro desiderio ma così come si sono trovati a vivere all'inizio, coloro che non osano realizzare i propri desideri o non riescono a realizzarli e si protendono verso il futuro, quelli che non trovano una via d'uscita, poiché non sono capaci né di frenare le proprie passioni né di soddisfarle; ci sono poi quelli che vivono una vita che non li appaga o che sono paralizzati dalle delusioni o talmente disgustati dall'esistenza che si rifugiano in una vita solitaria ma poiché non sopportano la solitudine delle pareti domestiche, si sentono abbandonati a se stessi. Ne conseguono: noia, insoddisfazione, agitazione, insofferenza, angoscia, malinconia, livore ed il desiderio che tutto vada in rovina...

L'animo umano é per natura attivo ed incline al movimento. I malati non sopportano nulla a lungo e considerano il moto come un rimedio e così si mettono in viaggio. Però il male di cui soffriamo non dipende dai luoghi ma da noi stessi che ben presto non riusciamo a tollerare più niente. Secondo Seneca, l'unico valido rimedio contro la noia resta comunque l'impegnarsi in qualche attività. Un altro modo  per evitarla é il dedicarsi allo studio in modo da risultare utili sia a se stessi che agli altri poiché la virtù, anche se appartata, dà sempre segni di sé. La cosa migliore, quindi, sarebbe alternare riposo ed attività, ogni volta che l'attività ci viene impedita da ostacoli accidentali. Meglio comunque muoversi, per non intorpidire, frenati dalla paura...

Anche per Seneca é valido il principio del "nosce te ipsum". E' molto importante, infatti, valutare bene noi stessi, perché di solito ci sembra di poter fare più di ciò che in realtà possiamo: ci sono, infatti, quelli  che si rovinano perché impongono al proprio patrimonio degli impegni troppo gravosi, altri sfiniscono il proprio fisico debole in attività troppo faticose. Bisogna quindi considerare se il proprio carattere é più adatto ad un'attività pratica o alla contemplazione per andare verso ciò a cui ci porta la nostra natura. Infatti é tutta fatica sprecata ciò che si fa  quando la propria natura  é riluttante. Cerchiamo, quindi, di valutare le imprese cui ci accingiamo per confrontare le nostre forze con ciò che vogliamo tentare.

E' inevitabile, infatti, che rischiamo di restare schiacciati se i pesi che portiamo sono superiori alle nostre forze e alle nostre capacità. Meglio non accingersi a cose  da cui non ci si può ritirare, meglio intraprendere azioni di cui si possa  fissare un termine e lasciar perdere  quelle imprese che non finiscono mai.

Dovremmo circondarci di persone che meritano che dedichiamo loro parte del nostro tempo e della nostra vita e che sappiano apprezzarci. Solo un'amicizia fidata e dolce può dilettare l'animo; quanto bene, infatti, riceviamo quando la parola di un amico lenisce il nostro affanno, quando il suo parere ci aiuta in una decisione da prendere, quando il suo buon umore dissipa la nostra tristezza e la cui sola vista ci procura gioia! Meglio scegliere amici liberi da passioni, meglio non avvicinarsi a corpi già "contagiati" dal male perché ci ammaleremmo anche solo respirando ed evitiamo i malinconici che si lamentano di tutto.

Cerchiamo, inoltre, di ricordare, che é dolore molto più lieve il non avere che il perdere. Perché consideri povero colui che si é liberato di tutto ciò che é soggetto alla fortuna? E' molto più felice chi non deve nulla a nessuno tranne che a se stesso. Ottima misura del denaro  é quella che pur non arrivando alla povertà, non ne é molto lontana.

La misura ci piacerà solo se prima ci piacerà la parsimonia, senza la quale non c'é ricchezza che possa bastare e la povertà, grazie alla frugalità, diventa essa stessa ricchezza. Dovremmo imparare a valutare l'utilità delle cose e non il loro aspetto esteriore: il cibo sazi la fame, l'acqua la sete. Impariamo ad accrescere la continenza, a fare a meno del lusso, a moderare l'ambizione, a placare l'ira, a coltivare la frugalità, ad incatenare i desideri sfrenati e a frenare quei cuori che per protendersi verso il futuro, non apprezzano il presente.

Poiché gli eventi sono tanti e non é possibile evitarli, meglio raccogliere tutto in un piccolo spazio affinché i dardi cadano a vuoto. Negli andirivieni della vita é opportuno imparare a fare il giro più stretto. Anche le spese per gli studi hanno un senso ma solo se hanno misura: a che scopo, infatti, raccogliere innumerevoli libri, se il loro proprietario, a stento, in tutta la sua vita é riuscito solo a leggere i titoli dei loro frontespizi? L'eccesso (intemperanza, mancanza di autocontrollo) é sempre un difetto.

Siamo tutti in catene e sono legati anche quelli che legano; gli uni sono tenuti in catene dalle cariche, gli altri dalle ricchezze. Ogni tipo di vita é mera schiavitù e la libertà assoluta non esiste, é solo un'illusione...

Sarebbe saggio, quindi, abituarsi alla propria condizione e lamentarsene il meno possibile, tenendo presente che anche un metro quadrato, se é ben disposto, é più che sufficiente ad abitarvi.

Di fronte alle difficoltà della vita, dobbiamo esercitarci ed usare la RAGIONE allo scopo di lasciare da parte le cose impossibili o troppo difficili da realizzare e di cercare quelle  a portata di mano, le più semplici. Se prevediamo come possibile tutto ciò che può capitare, addolciamo l'urto di tutti i mali: non c'é ricchezza che non sia seguita da povertà; non c'é dignità che non sia accompagnata da discredito; non c'é regno, per cui non sia pronta la rovina o un carnefice.

C'é solo un attimo di tempo tra l'essere sul trono ed il doversi prostrare ai piedi altrui, poiché ogni condizione é mutevole e tutto ciò che capita ad uno può capitare anche  a te. Molto meglio, quindi, non affaticarsi in imprese vane, o desiderare ciò che non possiamo avere o cose che, una volta ottenute, ci fanno capire troppo tardi, la vanità dei nostri desideri.

Che la fatica non sia inutile e senza risultato e che il risultato non sia indegno della fatica. E' da ciò, infatti, che nasce la tristezza (depressione). Evitiamo di correre da una parte all'altra come coloro che  non fanno ciò che hanno stabilito di fare, bensì ciò che capita loro di fare e che si agitano invano. Questa, infatti, é l'inerzia senza pace.

Che ogni nostra fatica abbia uno scopo e che le nostre menti possano cogliere la vacuità che sta dietro l'apparenza. Chi vuole vivere tranquillo, non deve occuparsi di troppe cose né dedicarsi ad occupazioni superflue poiché se nessun dovere imperioso ci chiama, le azioni vanno limitate.

E' logico che un desiderio deluso é meno doloroso se non ci eravamo ripromessi il successo a tutti i costi. Meglio adattarci alle circostanze e non essere troppo ostinati nei nostri propositi poiché l'ostinazione é sempre infelice dal momento che la sorte le toglie sempre qualcosa. E' meglio essere tenuto in minor conto per la semplicità che tormentato dalla continua finzione...

I vizi della massa sono ridicoli e la vita, meglio deriderla che deplorarla, poiché il riso é più difficile e meno superficiale delle lacrime...

 

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Qualche anno fa mi é capitato di imbattermi per caso (ammesso che il caso esista) in un piccolo libro di Seneca, che mi fu prestato: fu una folgorazione. Infatti, prima di allora non avevo mai letto niente di così "ovvio ed elementare" e allo stesso tempo "originale". La genialità di questo autore sta proprio nella sua "logica al contrario", nel suo voler "togliere" peso alle cose, ai pensieri, alle azioni, nel suo modernissimo "minimalismo". Consapevole del fatto che la complessità é causa di sofferenza, egli, di fronte alla necessità del vivere quotidiano propone l'unica scelta possibile che possiamo fare e cioé la semplicità. A parte i numerosi punti di contatto che ho riscontrato tra il suo stoicismo, il buddismo orientale (vedi il concetto di impermanenza fondamentale di tutte le cose) ed il Vangelo, ciò che mi ha colpito di questo autore così moderno e credo, ancora poco conosciuto, é il suo amore per la sobrietà, per la continenza, per la non ostentazione, e cioé per l'esatto contrario cui purtroppo i nostri occhi sono abituati. Ecco perché ho scaricato del materiale in italiano che ho trovato su un sito inglese (!), ne ho fatto dei riassunti molto ma molto semplificati, cercando di utilizzare un linguaggio accessibile e, spero, scorrevole e li ho caricati in rete (grazie a Neteditor), fiduciosa che questo grande autore possa "illuminare" altre menti oltre che la mia...

 

In un mondo soffocato dallo spreco, dall'immondizia e dal consumismo (come coazione a ripetere e strategia compensatoria di fronte alle frustrazioni umane), la ricetta di Seneca appare come la ricetta della nonna, di quando le merendine non esistevano e noi bambini mangiavamo solo pane, burro e marmellata o torte fatte in casa, di quando il riscaldamento autonomo non  c'era ma ci riscaldavamo con una stufa a cherosene che veniva messa al centro della casa e che emanava un odore inconfondibile. No, non é nostalgia del buon tempo andato ma solo nostalgia di autenticità, in un mondo diventato troppo finto, troppo artificiale e troppo complicato...

 

 

Napoli, 8 luglio 2011

 

 

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