Erba Cattiva

ritratto di Rubrus
Nel 1956 un autore inglese scrisse un libro nel quale immaginava che un virus uccidesse tutte le specie di erba esistenti sulla Terra.
Intorno al 2006 cominciò a succedere davvero.
Dico “intorno” perché nessuno sa con esattezza quando ebbe inizio. Per molto tempo i governi riuscirono a mantenere il segreto e, quando non riuscirono più a farlo, la faccenda era andata avanti a tal punto che non aveva più molta importanza, ormai, sapere quando era cominciata.
Le teste d’uovo, come mio fratello, sospettavano che le prime avvisaglie si ebbero con le morie d’api, ma forse erano solo romanticherie di scienziati i quali sapevano che, secondo Einstein, la specie umana avrebbe dovuto preoccuarsi sul serio il giorno in cui le api fossero scomparse dalla faccia del pianeta.
Anche gli scienziati sanno essere romantici, sapete.
Sia come sia nessuno, per un pezzo, ci fece caso. Avevamo altre cose cui pensare, come la fine del mondo prevista per il 2012 o i cerchi nel grano o i nuovi modelli di smartphone.
Incredibilmente nessuno prese sul serio la cosa neppure quando nei campi e nei boschi apparvero grosse chiazze marrone scuro che s’ingrandivano sempre più. Era come se la vegetazione fosse tarlata. Oggi come oggi è una parola difficile da capire, soprattutto perché non capita molto spesso di vedere dei tarli, dato che il legno è quasi scomparso.  
Qualche giornale scandalistico e, poi, qualche associazione ambientalista, fece notare che tutta la vegetazione sembrava malata.
Un’associazione di consumatori notò che il fenomeno era più evidente nelle vicinanze delle antenne satellitari o dei ripetitori per la telefonia mobile. Ne nacque una class action e, subito a seguire, dozzine di altre ne spuntarono, come funghi dopo un temporale (ah, già, ma è probabile che voi neppure sappiate che cosa sono i funghi; credo che siano estinti anche loro anche se, tecnicamente parlando, non sono vegetali). Non era tanto strano, a pensarci bene. Tutto l’intero, dannato pianeta era pieno di quei cosi.
Ricordo il giorno in cui mio fratello apprese la notizia dalla TV.
Rammento che si accese una sigaretta – la prima che gli vedevo fumare – e che me la offrì.
Io rifiutai.
Avevo appena quattordici anni, ma, anche se il mio QI non poteva competere neppure lontanamente con quello di Walter, ero abbastanza sveglio da avere capito, in un lampo, che la mia vita stava per cambiare in modo molto, molto più sconvolgente di quanto era accaduto solo tre mesi prima, quando Walter era stato chiamato al MIT e mi aveva portato con sé, dato che l’uno era la sola famiglia dell’altro.

«Sai Al»  aveva preso l’abitudine di chiamarmi Al da quando eravamo arrivati in America «sai Al» mi disse ritirando il pacchetto «ci abbiamo messo quasi sessant’anni per far mettere su questo pacchetto la scritta "nuoce gravemente alla salute". Avevo scommesso con Bill Clayton che ce ne sarebbero voluti altrettanti per far mettere la stessa scritta sui cellulari. Mi sa che ho perso la scommessa. Credo che non ce la metteremo mai».
«È vera, tutta questa faccenda?» chiesi. In realtà sapevo già che era vera, ma volevo una spiegazione. Alle volte non si sa resistere all’impulso di farsi del male.
Walter spense la sigaretta, fumata a metà, nel posacenere.

«Sai cos’è la clorofilla, no? – domandò, poi senza attendere la risposta – be', nel ’10 scoprimmo che le onde elettromagnetiche emesse dai ripetitori possono alterare il DNA della clorofilla. Ce ne accorgemmo quasi per caso, mentre compivamo delle ricerche per scoprire se era vero o no che le onde radio emesse dai cellulari possono causare dei tumori al cervello (a proposito, pare di no, ma abbiamo interrotto le ricerche per mancanza di fondi e perché… be', perchè avevamo delle cose più importanti da fare). Fatto sta che questa nuova clorofilla, quella geneticamente modificata, ha una ridotta capacità di assorbire la luce solare e di trasformarla in zuccheri. In altre parole, la capacità di fotosintesi è pari al 50% del normale… all’inizio. Poi, man mano che il vegetale invecchia, anche più. Ad un certo punto (un punto che arriva molto presto) la pianta, letteralmente, soffoca e muore di fame».
Walter prese un’altra sigaretta dal pacchetto, senza accenderla.

«Questa carogna di neoclorofilla, chiamiamola così, ha anche altre simpatiche caratteristiche. Per esempio, distrugge il sistema nervoso degli animali. È questo quello che è successo alle api. Ci vuole un po’, ma, poco a poco, l’ingestione di materiale geneticamente modificato altera le sinapsi. Ovviamente certe specie sono più sensibili alle altre. Le api, per esempio, soccombono prima… ma sempre dopo avere sparso in giro una bella quantità di polline geneticamente modificato. Alla lunga, però, succede a tutti gli esseri viventi. Finora non abbiamo scoperto una sola dannata specie che sia immune».
Accese la sigaretta ed aspirò una boccata. Subito dopo soffiò fuori il fumo disperdendolo con la mano.

«Dopotutto – concluse – siamo quello che mangiamo».
«Un momento – intervenni – un momento. Hai detto che questa… mutazione è causata dalle onde dei cellulari e dei ripetitori. Forse basterebbe cambiare la tecnologia… o rinunciarci, anche. Mi pare che ne valga la pena, no?».
Walter sorrise. «L’abbiamo già fatto. Quando hai dovuto cambiare il tuo cellulare perché avevano sostituito il ripetitore?».
Balbettai un po’, sorpreso.«Ma.. ma… cinque anni fa».
«Appunto. Nel ’14 è stato distrutto l’ultimo cellulare vecchio modello. Gli ultimi due che hai avuto sono del tutto innocui. Quanto ai ripetitori vecchio tipo, credo che siano scomparsi da una decina d’anni, ormai».
«Ma allora…».
Walter sorrise ancora. «Ti avevo detto che la neoclorofilla ha alcune simpatiche caratteristiche, ricordi? Una è che il gene che ne è responsabile è un gene dominante».
«Vuoi dire che… ».
Walter annuì. «Tutto il pianeta era già pieno di cellulari e ripetitori, quando ci accorgemmo della mutazione. Insomma, avevamo disseminato il globo di piantagioni di vegetali geneticamente modificati e questi neovegetali…. come si dice… crescete e moltiplicatevi».
Mi abbattei sulla poltrona. Walter tirò un’altra boccata. Aspirando, stavolta.
«Sì fratellino – disse – considerata la tua età credo che vivrai abbastanza da vedere la fine del mondo
».
A questo punto dovete sapere una cosa di mio fratello: era un pessimista. Forse aveva a che fare col suo QI, che era pari a 240. D’altro canto era anche possibile che questa sua caratteristica dipendesse dal fatto che, quando io avevo appena due anni e Walter sedici, mia madre morì per un infarto. Mio padre era scomparso da un anno e Walter non si dette mai da fare per cercarlo, preferendo diventare lui tutta la mia famiglia. A volte mi capita di pensare che, mio padre, prima di andarsene, abbia detto che scendeva a comprare le sigarette. Forse per questo Walter ne teneva sempre un pacchetto in casa.
Pessimista o no, Walter era anche un testardo e, mentre intorno a noi l’intero pianeta andava fuori di testa, lui e gli altri cervelloni cercavano di trovare una soluzione. Insomma: la tecnologia ci aveva messo nei pasticci e la tecnologia doveva tirarcene fuori. Era un modo di pensare sbagliato, ovviamente: i cellulari non erano nati perché la gente non poteva vivere senza blaterare al telefonino. L’umanità avrebbe potuto sopravvivere benissimo senza, solo che, consapevolmente o no, aveva scelto di non farlo.
In seguito si sono scritte un sacco di cose, su quegli anni, il più delle volte sbagliate o alterate, magari in buona fede, dalla retorica. Una cosa però era vera: non era facile vivere dentro il MIT nel continuo terrore di un attentato. Una volta erano i fondamentalisti di questo o quel partito di dio (ce n’erano in abbondanza, quantomeno di partiti), un’altra volta rivoltosi fuggiti in massa dalle città, convinti che, nei sotterranei del laboratorio, si nascondessero scorte di viveri, un’altra volta eserciti più o meno regolari di potenze straniere convinte che gli Stati Uniti usassero la mutazione genetica per imporre, in via definitiva, il loro dominio sul mondo…
Intanto le foreste di tutto il mondo morivano come piante d’appartamento dimenticate al buio durante le ferie estive; campi di grano, di riso, di patate, di soia, avvizzivano come se qualcuno le avesse innaffiate col più efficace diserbante di tutti i tempi; carni, latte e formaggi, in borsa, raggiungevano quotazioni che mai il petrolio, l’oro o l’uranio si sarebbero sognate.
Nel ’25, mentre le terre coltivate sembravano distese di pelle scorticata, le foreste pluviali cortili spelacchiati e la diminuzione dell’ossigeno rendeva inabitabili le quote più alte (le alghe, negli oceani, ancora resistevano e c’impedivano di soffocare tutti quanti), l’equipe cui lavorava Walter creò la neocynodon dactylon.
Da un pezzo i genetisti avevano smesso di perdere tempo in amenità come vacche dalle mammelle ipertrofiche o conigli fosforescenti e avevano capito che, se non volevano che, in un prossimo futuro, la forma di vita più avanzata sulla Terra tornasse ad essere una qualche specie di batterio, dovevano darci dentro.
Così – e senza neanche litigare troppo sul nome – crearono (o costruirono, fate voi) la neocynodon dactylon che è poi, come tutti sapete, una forma geneticamente modificata di gramigna.
Walter la chiamava in un altro modo: erba cattiva.
E l’erba cattiva, si sa, non muore mai.
Nel ’26 si capì che, se si volevano salvare i restanti due miliardi di persone ancora in vita sul pianeta (non erano tutti morti di carestia, anche le brave, care, vecchie guerre, convenzionali e no, avevano fatto la loro parte) non c’era che una soluzione: seminare neocynodon dactylon in tutti gli spazi lasciati liberi dalla vegetazione scomparsa. E spazio ce n’era in abbondanza.
La neogramigna cresceva rapidamente, si diffondeva ancor più rapidamente e forniva una dose sufficiente di fibre e carboidrati. Gli zuccheri erano carenti, ma ci si poteva lavorare sopra, dopo aver tamponato l’emergenza. Insomma: fatto trenta, si poteva benissimo fare trentuno e anche trentadue.
Fattore più importante, la neogramigna debellava in tempo record tutte le specie vegetali venute su col nuovo, mirabolante marchio di fabbrica: la neoclorofilla.
Le pianure già mezze deserte del pianeta tornarono a riempirsi di erba verde pallido, che scoloriva in fretta, ingialliva, ma ricresceva in un paio di settimane e, soprattutto, era immune da ogni ibridazione con le vecchie specie vegetali.
Quelle non se la passavano tanto bene e i pochi animali che ancora riuscivano a nutrirsene non si riducevano in pappa il sistema nervoso solo perché morivano prima di fame.
Nel ’31, i laboratori di ricerca del globo avevano sviluppato quattro o cinque varietà di neogramigna, quante ne bastavano per soddisfare i bisogni alimentari di un’umanità che, per la prima volta dopo anni, tornava a crescere.
Certo, c’era il problema del legno, delle piante medicinali e dei fiori da regalare agli appuntamenti, ma si doveva dare pur tempo al tempo.
Nel ’35 il Presidente dell’ONU (che era ormai il Presidente della Terra) dichiarò che l’emergenza era finita e che l’umanità aveva imparato la lezione. Un’umanità finalmente unita e rispettosa dell’ambiente…. Non che ci fosse poi molto da rispettare, ormai, dato che il 90% delle specie vegetali e animali era scomparsa e quelli che rimanevano erano soprattutto invertebrati.
Walter sosteneva che non avevamo imparato niente, ma Walter era un pessimista, forse anche perché si era ridotto su una sedia a rotelle (eh sì, anche il suo sistema nervoso aveva ricevuto il suo bel pacco – dono dalla mutazione).
In effetti, qualche problema ci fu.
A crearlo erano i Nostalgici, come li chiamavamo.
Erano coloro che si ricordavano di com’era il mondo prima della neoclorofilla e non sapevano rassegnarsi. La maggior parte aveva il buon gusto di suicidarsi, ma qualcuno no. Costoro sostenevano che si doveva cercare di ricreare, almeno in parte, l’habitat perduto o che si doveva cercare di sviluppare una nuova forma di biodiversità. L’opinione pubblica non li amava molto e, ripensandoci, credo che l’astio nei loro confronti fosse eccessivo. A distanza di anni, mi vien da pensare che c’entrasse qualcosa il senso di colpa. Segretamente, tutti odiano il Grillo Parlante (a proposito, chissà se ci sono ancora grilli, da qualche parte). Sia come sia, qualcuno dei Nostalgici si prodigò in atti dimostrativi: marce, rievocazioni, comizi. Qualcun altro si lasciò andare a qualche atto di violenza. Il Governo non aspettava altro. I Nostalgici vennero assimilati ai fondamentalisti dei tempi andati e coloro che non vennero imprigionati vennero spediti su una qualche isola che la neoclorofilla e le guerre avevano spopolato, forse il Madagascar. Nessuno si dette la pena di andarli a cercare o di sapere come se la cavassero, neanche Walter.
Il suo meraviglioso QI era sceso ad 81 e, a partire dal ’43, dovetti imboccarlo e cambiarlo come un bambino.
Nel ’45 il Governo decise che il problema dei Nostalgici si poteva ripresentare e non era il caso di correre rischi.
Tutto quello che ricordava il vecchio mondo con i suoi boschi, le sue foreste, le sue praterie, le sue mandrie, i suoi stormi, le sue greggi, i suo branchi, venne raccolto e archiviato. Non fu necessario distruggerlo. L’unica precauzione che si rese necessario adottare fu un test psicologico preventivo cui sottoporre coloro che ne volevano prendere visione. Si doveva verificare se la consultazione di quel materiale era in grado di provocare, nel fruitore, pulsioni antisociali, come venivano definite.
Walter morì nel ’49 e, a partire da quell’anno, il mio lavoro fu per l’appunto quello: sottoporre al test coloro che cercavano informazioni sul mondo perduto.
Confesso che non ho lavorato molto. Negli anni si è presentata pochissima gente e, a partire dal ’54, nessuno del tutto.
Il vecchio mondo non interessa più nessuno, ma devo dire che non mi stupisco più di tanto: l’intero pianeta è ormai una dannata monocultura e, dopotutto, siamo quello che mangiamo.
Ciò nonostante, non ho sentito il bisogno di aprire quella scatola di semi che Walter mi ha dato nel ’35, subito dopo il discorso del Presidente dell’ONU.
«Contiene una variante della neogramigna» mi aveva detto quella sera, dopo aver spento il televisore edavermi voltato le spalle, mentre osservava gli steli che ondeggiavano disciplinati al vento della notte «E, prima che tu me lo chieda, ti dico che detenerla è del tutto illegale».
Senza dire una parola avevo chiuso la scatola nella cassaforte e, subito dopo, mi ero strofinato, senza accorgermene, le mani sul camice, come per un rito scaramantico, tanto istintivo quanto inutile, visto che la scatola era racchiusa dentro un doppio involucro sottovuoto… ma si sa, a volte la mano è più veloce dell’occhio... o della mente. E poi, qualunque cosa potesse inquietare Walter terrorizzava me.
«Temo di avere esagerato, come al solito» proseguì lui. «Cercavo di creare una variante di neogramigna in grado di arrestare la degenerazione del sistema nervoso; come sai tutte le nostre medicine, in un modo o nell’altro, derivano dalla natura e di naturale, in questo mondo, è rimasto ben poco. Cercare un rimedio, dunque, è diventato molto, molto importante per me da quando… be', lo scoprirai a suo tempo».
Si era voltato verso di me e mi aveva guardato a lungo. Sembrava molto più vecchio di me, anche più dei quattordici anni di differenza che ci separavano.
«Ovviamente ho ottenuto il risultato opposto. Succede spesso, lo sai benissimo. Questa neogramigna si diffonde molto più velocemente dell’altra e cresce anche più in fretta. Non so se conosci la storia del laghetto e della ninfea. «Se una ninfea impiega una settimana per riempire mezzo laghetto ed il numero delle ninfee raddoppia ogni giorno, quanto ci vorrà ancora per riempire l’intero laghetto? Risposta: un giorno, come ti saprà dire chiunque abbia anche un vago concetto di progressione geometrica». Penso che con la super- neogramigna sia lo stesso. Ovviamente il fatto che non ci siano specie concorrenti e predatori naturali ha il suo peso, ma non escludo che questa nuova, simpatica pianticella possa soppiantare tutte le specie vegetali del pianeta in appena tre – quattro anni. Solo che la super – neogramigna non cura un bel niente. Oh, per topi, suini e insetti è innocua, ma per gli esseri umani… ».
Si era girato di nuovo verso la finestra, verso la notte.
«Sì, fratellino, se noi ci nutrissimo di quella roba, in capo ad una settimana il nostro livello intellettuale si ridurrebbe a quello di uno scimpanzè. Ricordi cosa sono, no?».
Si era stiracchiato e si era tolto il camice, poi si era voltato, dirigendosi verso la camera da letto.
«Ah, un’altra cosa. C’è un simpatico effetto collaterale. Dà assuefazione. Assumila anche solo una mezza dozzina di volte e non ne potrai fare a meno».
Mi aveva dato una pacca sulla spalla ed era andato a dormire.
Sono passati più di vent’anni. Walter è morto e io non ho mai denunciato il possesso di quella scatola. È rimasta lì in cassaforte, chiusa dentro un doppio involucro a tenuta stagna, discreta e paziente come un sarcofago in una tomba egizia, in contemplazione dell’eternità.
A livello cosciente, mi sono dimenticato di averla. Fino a ieri.
Ieri hanno scoperto un nuovo pianeta. Un pianeta abitabile, raggiungibile in una cinquantina d’anni appena.
Il Presidente ha dichiarato che è sua ferma intenzione arrivarci. La popolazione mondiale ha di nuovo toccato i sei miliardi e, presto, avremo problemi ben più seri dei Nostalgici.
Penso che quello appena scoperto potrebbe essere un pianeta splendido, con variopinte, lussureggianti foreste e strani, meravigliosi animali.
Me ne sto fermo davanti alla finestra aperta sul campo di neogramigna che, come ogni erba cattiva, non muore mai.
C’è vento e ne sono felice perché, come diceva quel tale, la risposta soffia nel vento.
Leggo e rileggo queste righe (le ho scritte a penna, anche se la carta ha un costo esorbitante; certe cose si devono scrivere a mano) e, al momento di firmarle, scoppio a ridere.
Che maleducato che sono. Non mi sono neppure presentato.
Il fatto è che il mio nome mi ha sempre procurato dei problemi: mi sembra uno scherzo di cattivo gusto.
Albert Zachary Rael.
A.Z.Rael. 
 
 
 
     

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ritratto di Horus

da conservare

da conservare

ritratto di Rubrus

Sempre

generosissimo.

rubrus

non c'è niente come l'insonnia per i racconti a puntate! Azz, caro mio. Quello che inizia come un bel racconto positivista anni '60, prende ben presto una piega tutta diversa... E d'altronde, il nostro angelo della morte ha ragione: come aver fiducia in questa umanità? come pensare di darle un'altra occasione?  

Bravo Roberto: bella idea, ben condotta e ben portata fino alle sue estreme conseguenze. 

M'è assai piaciuto leggerti. Franca

 

ritratto di Rubrus

Sì è

un racconto che ha a che fare non poco con la fantascienza di una volta, che mi piace a volte di più di quella di ora.

 

ritratto di ERATO

a me non piace per

a me non piace per niente,scusa la schiettezza ma sinceramente lo trovo di una banalità sconcertante.

ritratto di Rubrus

***

Unico commento in sette anni... bah... magari hai abbandoanto il sito per colpa mia. Vabbè.

Gustoso

Ho letto solo quest, come racconto a sè, e devo dire che l'ho gustato. Molto scorrevole lo stile di scrittura, e infatti è una rare volte in cui ho letto d'un fiato un racconto. Personalmente lo vedrei bene ampliato ulteriormente, magari con una descrizione del test.

Una sola cosa non ho capito: se la ninfea ci mette una settimana per riempire il laghetto, e raddoppia ogni 24 ore, secondo me ci mette otto giorni a riempire il laghetto (7 per metà e 1 per l'altra metà), non uno.

ritratto di Rubrus

Quest

è, tra quelli che ho scritto, uno di quelli che mi piace di meno ma non riuscivo a migliorarlo e non mi andava di cestinarlo; se ti è piaciuto quindi sono contento.

Quanto a questo, invece, hai, ancora una volta, ragione. Quanto al test ci starebbe forse bene un esame come quello cui sono sottoposti i replicanti di "Blade Runner", però forse il racconto si allungherebbe troppo. Quanto alla faccenda del laghetto e della ninfea vedo come riformulare il concetto in modo più chiaro.  

 

Infatti, pensavo anch'io al

Infatti, pensavo anch'io al Voigt-Kampf!

ritratto di Stefania Tolari

Fantascienza quasi in bianco

Fantascienza quasi in bianco e nero e dal ritmo lento. Quella che a me piace di più. O meglio, l'unica che mi piace.  

ritratto di Rubrus

***

il racconto da cui ho preso spunto è di qualche annetto fa e... sì, allora predominava decisamente il bianco e nero.

ritratto di Massimo Bianco

Apprezzato appieno. E poi a

Apprezzato appieno.

E poi a me i cellulari sono sempre stati sulle palle.

Saluti

ritratto di Rubrus

***

pure a me.... si capisce, no? ihihihi.

ritratto di hank88

Piaciuto che hai lasciato al

Piaciuto che hai lasciato al lettore immaginare cosa sia successo dopo.

Quindi i cellulari che stiamo usando adesso sono innocui, giusto? ;)

ciau

ritratto di Rubrus

***

beh, penso che tutte le premesse ci siano.

 

Innocui, innocui.... non esageriamo....  

ritratto di Eli Arrow

Un bel racconto, anche se si

Un bel racconto, anche se si sente che sono passati 7 anni, la tua scrittura si è evoluta, nel frattempo (per forza) e se anche rimane in sottofondo un tono base inconfondibile, è quasi come leggere il racconto di un tuo cugino ;) (beh, forse esagero, ma non troppo).

Ciao :)

ritratto di Rubrus

***

Be', temo che un'evoluzione, anche nei dilettanti, sia inevitabile. L'importante è che sia tendenzialmente per il meglio.

ritratto di Blue

Insomma...

...il massimo che si era riusciti a scoprire era una nuova "droga sintetica"? Desolante...
Sono d'accordo con Eli, si vede che nel tempo hai affinato lo stile di scrittura; mi è un po' sfuggito il nesso tra la scoperta di Walter ed il destino del mondo, ma è un dettaglio.
Forse, il protagonista avrebbe dovuto avere come primo nome - che so - Edward... l'effetto sarebbe risultato ancora più sorprendente...      smiley

ritratto di Rubrus

***

Walter decide che, prima che l'umanità vada a infestare altri pianeti, è meglio sterminarla. Diffonde quindi i semi della gramigna letale che, essendo il mondo essenzialmente una monocultura e non avendo più predatori, diventeranno in breve l'unica razza vegetale, determinando la fine della razza umana.

Il nome è un gioco di parole. Azraele (A.Z.Rael) è l'angelo della morte.   

ritratto di Alex1951

Interessanti

Le due figure dei protagonisti. La fine un pò troppo accelerata e sospesa.
Alex

ritratto di Rubrus

***

Ciao! sulla fine ti rimando alla risposta a Blue.

.....mmmmmmmmm.....

....Azrael... chissà perchè mi ricorda qualcosa che ha a che fare con i demoni.....

Ma, demoni a parte, il racconto fila via liscio sull'onda del tuo consueto stile ritmato ed essenziale.

E come, ancora una volta, non ricordare qui il grande King: mi pare che il racconto che ti abbia ispirato si chiami "La fine del gran casino" o qualcosa di simile..... Anche lì c'erano due fratelli, di cui uno con un QI superiore, e anche lì l'umanità se ne è andata bellamente a quel tal paese.

Il progresso con una mano dà e con l'altra toglie.

E mai vorremmo trovarci di fronte allo scenario apocalittico che hai così bene descritto.

Insomma l'ennesima conferma di un autore eccellente.

ritratto di Rubrus

***

In realtà il testo da cui questo racconto parte è il romanzo che cito nei riferimenti, cioè "Morte dell'erba" ; il racconto di King che citi, però, è proprio quello - e lì il fratello geniale causava la fine dell'umanità in buona fede, nel tentativo di rendere l'umanità più buona. E, in effetti, la morale dei due racconti è la stessa.